Onore alla combattente Monika Ertl!

di Nina Ramon – Cubadebate

Oggi veniva uccisa Monika Ertl mai ricordata come doveva. Onore a lei 

Monika Ertl: la donna che giustiziò l’uomo che tagliò le mani al Che.

Ad Amburgo, in Germania, erano le dieci meno venti della mattina del 1° aprile 1971. Una bella ed elegante donna dai profondi occhi color del cielo entra nell’ufficio del console della Bolivia e, aspetta pazientemente di essere ricevuta.

Mentre fa anticamera, guarda indifferente i quadri che adornano l’ufficio. Roberto Quintanilla, console boliviano, vestito elegantemente con un abito oscuro di lana, appare nell’ufficio e saluta, colpito dalla bellezza di quella donna che dice di essere australiana, e che pochi giorni prima gli aveva chiesto un’intervista.

Per un istante fugace, i due si trovano di fronte, uno all’altra. La vendetta appare incarnata in un viso femminile molto attraente. La donna, di bellezza esuberante, lo guarda fissamente negli occhi e senza dire nulla estrae un pistola e spara tre volte. Non ci fu resistenza, né lotta. Le pallottole hanno centrato il bersaglio. Nella sua fuga, lasciò dietro di sé una parrucca, la sua borsetta, la sua Colt Cobra 38 Special, ed un pezzo di carta dove si leggeva: “Vittoria o morte. ELN”.

Chi era questa audace donna e perché avrebbe assassinato “Toto” Quintanilla?

Nella milizia guevarista c’era una donna che si faceva chiamare Imilla, il cui significato in lingua quechua ed aymara è Niña o giovane indigena. il suo nome di battesimo: Monica (Monika) Ertl. Tedesca di nascita, che aveva realizzato un viaggio di undici mila chilometri dalla Bolivia persa, con l’unico proposito di giustiziare un uomo, il personaggio più odiato dalla sinistra mondiale: Roberto Quintanilla Pereira.

Lei, a partire da quello momento, si trasformò nella donna più ricercata del mondo. Accaparrò le prime pagine dei giornali di tutta l’America. Ma quali erano le sue ragioni e quali le sue origini?

Ritorniamo al 3 marzo 1950, data in cui Monica era arrivata in Bolivia con Hans Ertl –suo padre–attraverso quella che sarebbe stata conosciuta come la rotta dei topi, cammino che facilitò la fuga di membri del regime nazista verso il Sud-America, terminato il conflitto armato più grande e sanguinoso della storia universale: la II Guerra Mondiale.

La storia di Monica si conosce grazie all’investigazione di Jürgen Schreiber. Quello che io vi presento è appena una piccola parte di questa appassionante storia che include molti sentimenti e personaggi.

Hans Ertl (Germania, 1908-Bolivia, 2000) alpinista, innovatore di tecniche sottomarine, esploratore, scrittore, inventore e materializzatore di sogni, agricoltore, ideologo convertito, cineasta, antropologo ed etnografo affezionato. Molto presto ha raggiunto la notorietà ritraendo i dirigenti del partito nazionalsocialista quando filmava la maestosità, l’estetica corporale e le destrezze atletiche dei partecipanti nei Giochi Olimpici di Berlino (1936), con la direzione della cineasta Leni Riefenstahl, che glorificò i nazisti.

Tuttavia, ebbe l’infortunio di essere riconosciuto dalla storia (e la sua posteriore disgrazia), come il fotografo di Adolfo Hitler, benché l’iconografo ufficiale del Führer sia stato Heinrich Hoffman dello squadrone di difesa. Citano alcune fonti che Hans era assegnato per documentare le zone di azione del reggimento del famoso maresciallo di campo, soprannominato la “Volpe del Deserto” Erwin Rommel, nella sua traversata per Tobruk, in Africa.

Come dato curioso, Hans non appartenne al partito nazista però, malgrado odiasse la guerra, esibiva con orgoglio la giacca progettata da Hugo Boss per l’esercito tedesco, come simbolo delle sue gesta in altri tempi, ed il suo garbo ariano. Detestava che lo chiamassero “nazista”, non aveva nulla contro di loro, ma neanche contro gli ebrei. Per ironico che sembri fu un’altra vittima della Schutzstaffel.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il Terzo Reich precipitò, i gerarchi, collaboratori e parenti del regime nazista fuggirono dalla giustizia europea rifugiandosi in diversi paesi, tra cui, quelli del continente americano, col beneplacito dei loro rispettivi governi e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Si dice che era una persona molto pacifica e non aveva nemici, cosicché optò per rimanere in Germania per un periodo, lavorando in assegnazioni minori al suo status, fino a che emigrò con la sua famiglia. Prima di tutto in Cile, nell’arcipelago australe di Juan Fernandez, “affascinante paradiso perso”, dove realizzò il documentario Robinson (1950), prima di altri progetti.

Dopo un lungo viaggio, Ertl si stabilisce nel 1951 a Chiquitania, a 100 chilometri della città di Santa Cruz. Fino a lì arrivò per stabilirsi nelle prospere e vergini terre come un conquistatore del XV secolo, tra la spessa ed intricata vegetazione brasiliano-boliviana. Una proprietà di 3.000 ettari dove avrebbe costruito con le sue proprie mani e con materia autoctona quella che è stata la sua casa fino ai suoi ultimi giorni; “La Dolorida”.

Il vagabondo della montagna, come era conosciuto dagli esploratori e scienziati, deambulava col suo passato in spalla, nell’immensa natura con la visione avida di sviscerare e catturare con la sua lente tutto quello percepito nel suo ambiente magico in Bolivia, mentre cominciava una nuova vita accompagnato da sua moglie e le sue figlie. La maggiore si chiamava Monica, aveva 15 anni quando è incominciato l’esilio e, qui incomincia la sua storia…

Monica aveva vissuto la sua infanzia in mezzo all’effervescenza dei nazismi della Germania e quando emigrarono in Bolivia imparò l’arte di suo padre, fatto che le è servito per lavorare poi col documentarista boliviano Jorge Ruiz. Hans realizzò in Bolivia vari film (Paitití e Hito Hito) e trasmise a Monica la passione per la fotografia. Certamente possiamo considerare Monica come una pioniera, la prima donna a realizzare documentari nella storia del cinema.

Monica è cresciuta in un circolo tanto chiuso come razzista, nel quale brillavano tanto suo padre come un altro sinistro personaggio al quale ella si abituò a chiamare affettuosamente “Lo zio Klaus”. Un imprenditore tedesco (pseudonimo di Klaus Barbie (1913-1991) ed ex capo della Gestapo a Lyon, in Francia) meglio conosciuto come il “Macellaio di Lyon.”

Klaus Barbie, cambierà il suo cognome per “Altmann” prima di invischiarsi con la famiglia Ertl. Nello stretto circolo di personalità a La Paz, dove quest’uomo guadagnò sufficiente fiducia in modo che, lo stesso padre di Monica, è riuscito a fargli ottenere il suo primo impiego in Bolivia come cittadino Ebreo Tedesco, che poi si dedicò ad essere consigliere delle dittature sud-americane.

La celebre protagonista di questa storia, si sposò con un altro tedesco a La Paz e visse vicino alle miniere di rame nel nord del Cile ma, dopo dieci anni, il suo matrimonio fallì ed ella si trasformò in una politica attiva che appoggiò cause nobili. Tra le altre cose aiutò a fondare una casa per orfani a La Paz, ora convertito in ospedale.

Visse in un mondo estremo circondata di vecchi lupi torturatori nazisti. Qualunque indizio perturbatore non gli risultava strano. Tuttavia, la morte del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara nella selva boliviana (ottobre del 1967) aveva significato per lei lo spintone finale per i suoi ideali. Monica –secondo sua sorella Beatriz–“adorava il “Che” come se fosse un Dio.”

A causa di questo, la relazione padre e figlia fu difficile per questa combinazione: un fanatismo aderito ad un spirito sovversivo; chissà fattori detonanti che generarono una posizione combattiva, idealistica, perseverante. Suo padre fu il più sorpreso e, con il cuore rotto, la cacciò dalla tenuta. Forse questa sfida produsse in lui una certa metamorfosi ideologica negli anni 60, fino a trasformarlo in un collaboratore e difensore indiretto della Sinistra in Sud-America.

“Monica fu sua figlia favorita, mio padre era molto freddo verso di noi e lei sembrava essere l’unica che amava. Mio padre nacque come risultato di una violenza, mia nonna non gli mostrò mai affetto e questo lo segnò per sempre. L’unico affetto che mostrò fu per Monika”, ha detto Beatriz in un’intervista per la BBC News.

Alla fine degli anni sessanta, tutto cambiò con la morte del Che Guevara, Monica ruppe con le sue radici e diede un drastico cambio per entrare in pieno nella milizia con la Guerriglia di Ñancahuazú, come aveva fatto il suo eroe in vita, per combattere la disuguaglianza sociale.

Monica smise di essere quella ragazza appassionata per la macchina fotografica per convertirsi in “Imilla la rivoluzionaria” rifugiata in un accampamento delle colline boliviane. Man mano che sparivano dalla faccia della Terra la maggior parte dei suoi membri, il suo dolore si trasformò in forza per reclamare giustizia, trasformandosi in una chiave operativa per l’ELN.

Durante i quattro anni che rimase nell’accampamento scrisse a suo padre solamente una volta all’anno, per dire testualmente: “non si preoccupino per me… sto bene”. Tristemente, non l’ha potuta vedere mai più; né viva, né morta.

Nel 1971 attraversa l’Atlantico e torna alla sua Germania natale, ed ad Amburgo uccide personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile diretto dell’oltraggio finale a Guevara: l’amputazione delle sue mani, dopo la sua fucilazione a La Higuera. Con quella profanazione firmò la sua sentenza di morte e, da allora, la fedele “Imilla” si propose una missione di alto rischio: giurò che avrebbe vendicato il Che Guevara.

Dopo avere raggiunto il suo obiettivo iniziò una battuta di caccia che attraversò paesi e mari e che solo trovò la sua fine quando Monica cadde nell’anno 1973, in un’imboscata che secondo alcune fonti fedeli gli tese il suo traditore “zio” Klaus Barbie.

Dopo la sua morte, Hans Erlt continuò a vivere ed a filmare documentari in Bolivia, dove morì all’età di 92 anni (anno 2000) nella sua tenuta ora convertita in museo grazie all’aiuto di alcuni istituzioni della Spagna e della Bolivia. Lì rimane sepolto, accompagnato dalla sua vecchia giacca militare tedesca, la sua fedele compagna degli ultimi anni. Il suo sepolcro rimane tra due pini e terra della sua Bavaria natale. Lui stesso si incaricò di prepararlo e sua figlia Heidi di rendere realtà il suo desiderio. Hans aveva espresso in un’intervista concessa all’agenzia Reuters:

“Non voglio ritornare al mio paese. Voglio, perfino da morto, rimanere in questo nuova mia terra”.

In un cimitero di La Paz, si dice riposino “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità. Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome, senza una benedizione di suo padre.

Così fu la vita di questa donna che in un periodo, secondo la destra fascista di quegli anni, praticava “il comunismo” e per conseguenza “il terrorismo” in Europa. Per alcuni il suo nome rimane inciso nei giardini della memoria come guerrigliera, assassina o chissà terrorista, per altri come una donna coraggiosa, che ha compiuto una missione.

Secondo me, è una parte femminile di una rivoluzione che lottò per le utopie della sua epoca, e che alla luce dei nostri occhi c’obbliga a riflettere, un’altra volta su questa frase: “Non sottovaluti mai il valore di una donna.”

[Trad. dal castigliano per Cubadebate di Ida Garberi]

L’Eln: «La pace è il sogno più prezioso»

di Geraldina Colotti – il manifesto

11gen2015.- Colombia. Un’intervista esclusiva a Gabino, Primo comandante dell’Esercito di liberazione nazionale

Da qual­che parte sulle mon­ta­gne della Colom­bia. L’Esercito di libe­ra­zione nazio­nale (Eln) si pre­para al V Con­gresso. Il Primo coman­dante Nico­lás Rodríguez Bau­ti­sta (nome di bat­ta­glia Gabino), sto­rico diri­gente della for­ma­zione armata, prende posto nella fila di guer­ri­glieri. Da quella di fronte, un’altra coman­dante avanza. Gabino tende le brac­cia per rice­vere la ban­diera pie­gata dell’Eln: una scritta bianca su sfondo rosso e nero. Il sim­bolo verrà espo­sto a fianco del ritratto di Camilo Tor­res — il prete col fucile, caduto com­bat­tendo il 15 feb­braio del ’66 — e a quello del Liber­ta­dor Simón Boliívar. Il Primo coman­dante ricorda i prin­cipi del Mani­fe­sto di Sima­cota, il pro­gramma dell’Eln, reso pub­blico il 7 gen­naio del 1965. «Quei 12 punti sono tutt’ora senza rispo­sta», dirà in seguito al mani­fe­sto. Da qual­che parte sulle mon­ta­gne della Colombia.

Qual è la posi­zione dell’Eln sul pro­cesso di pace in corso all’Avana?

Oltre 20 anni fa, abbiamo ini­ziato i col­lo­qui di pace, sem­pre con­sa­pe­voli delle dif­fi­coltà di por­tarli a buon fine. Per­ché il regime vuole una pace che tagli le gambe alla ribel­lione e porti alla resa, men­tre per l’Eln pace signi­fica giu­sti­zia, ugua­glianza sociale e sovra­nità. La pace non può essere la paci­fi­ca­zione, ma implica cam­bia­menti che por­tino al supe­ra­mento della crisi attuale. La Colom­bia è uno dei paesi con gli indici più alti di disu­gua­glianze, l’impunità per le vio­la­zioni dei diritti umani com­piute dallo Stato supera il 95%, e siamo in pre­senza di un con­flitto poli­tico che dura da oltre 70 anni. Un pro­cesso di pace deve inclu­dere la società, soprat­tutto gli esclusi di sem­pre. Se que­sto non avverrà, sarà un fal­li­mento, non è que­stione di accordi o di conciliaboli.

L’Eln ha una lunga sto­ria. Qual è il bilan­cio ora?

Cinquant’anni dopo la nostra nascita, abbiamo appena con­cluso con suc­cesso il nostro V Con­gresso, con­sta­tando il per­ma­nere delle con­di­zioni poli­ti­che che ci hanno spinto a ribel­larci con le armi, in base al diritto dei popoli alla rivolta. In Colom­bia, per­si­stono il ter­ro­ri­smo di Stato, l’esclusione e l’impossibilità che il popolo possa usare le vie demo­cra­ti­che in una pro­spet­tiva di potere, come ha evi­den­ziato mezzo secolo fa il sacer­dote e socio­logo Camilo Tor­res, ucciso in bat­ta­glia dopo essere entrato a far parte dell’Eln. Solo pochi giorni fa, i gruppi ter­ro­ri­stici di Stato hanno assas­si­nato Car­los Alberto Pedraza, noto diri­gente delle lotte sociali. E subito dopo l’inizio del pro­cesso di pace tra le guer­ri­glie e il governo si è sca­te­nata un’ondata di minacce con­tro lea­der e mili­tanti delle orga­niz­za­zioni popo­lari e dei movi­menti sociali: per inti­mi­dire le per­sone che sosten­gono il pro­cesso di pace, e che rap­pre­sen­tano la mag­gio­ranza delle colom­biane e dei colom­biani. L’Eln rimane attivo mezzo secolo dopo la sua nascita, per­ché sostiene ed è soste­nuto dal popolo. Que­sto è il segreto che ci ha con­sen­tito di affron­tare con suc­cesso la più potente mac­china da guerra dell’America latina, che ha avuto come con­su­lenti il Pen­ta­gono e il Mos­sad israe­liano. Una guerra di ster­mi­nio costata agli ultimi della catena più di tutte le dit­ta­ture che hanno infe­stato il nostro con­ti­nente. Da quando abbiamo imbrac­ciato le armi, la pace è il nostro obiet­tivo più impor­tante e il nostro sogno più pre­zioso. Per que­sto stiamo par­te­ci­pando ai dia­lo­ghi con il governo, per vedere se dav­vero esi­ste una volontà che porti al supe­ra­mento dello stato di esclu­sione e di intol­le­ranza, e se dav­vero esi­ste l’intenzione di rico­no­scere gli ultimi come veri sog­getti del cam­bia­mento, affin­ché siano loro a defi­nire il futuro della Colom­bia al di sopra della mino­ranza bene­stante che ha impo­sto il suo domi­nio. Noi vogliamo che in Colom­bia vi sia demo­cra­zia, inclu­sione, giu­sti­zia sociale e sovra­nità, que­sta è la vera pace per cui lottiamo.

Può rias­su­mere i con­cetti teo­rici dell’Eln e le dif­fe­renze con le Farc, la guer­ri­glia mar­xi­sta colom­biana? Voi siete “gue­va­ri­sti”. Cosa signi­fica oggi?

Le vere dif­fe­renze con i com­pa­gni delle Farc sono di stile, sto­rie indi­vi­duali e metodi, non di carat­tere stra­te­gico, per que­sto ci sono forti pos­si­bi­lità di unirci. Si tratta di discu­tere, ascol­tarci e con­ti­nuare a supe­rare i malin­tesi e i set­ta­ri­smi che si devono ancora supe­rare affin­ché non tor­niamo mai più a scon­trarci fra noi, quello scon­tro è stato una ver­go­gna di fronte al paese e al mondo. Oggi esi­ste un grande intento uni­ta­rio, c’è coor­di­na­mento fra tutte le strut­ture del paese in cui ci incon­triamo o in cui abbiamo ter­ri­tori in comune, abbiamo deciso di con­fluire nello stesso pro­cesso di pace in modo che ci siano due tavoli di dia­logo con il governo. Sul piano con­cet­tuale, diciamo che por­tiamo avanti una guerra rivo­lu­zio­na­ria di potere popo­lare per una nuova nazione. Che è anche rispo­sta alla guerra che il regime ha impo­sto agli ultimi, e che si per­pe­tua da quando gli stra­nieri hanno cal­pe­stato il nostro suolo oltre 500 anni fa. Da allora, e salvo per brevi periodi, le guerre non sono mai finite. Per que­sto è falso dire che in Colom­bia c’è una demo­cra­zia. Le oli­gar­chie sono unite e legate a dop­pio filo ai pro­getti impe­ria­li­sti per imporre al popolo i loro dise­gni. I governi nor­da­me­ri­cani che si sono suc­ce­duti con­ti­nuano a con­si­de­rare l’America latina come il loro “cor­tile di casa” per que­sto è così dura la lotta, la libertà e l’indipendenza di que­sti popoli. Per gli Usa è un affronto al loro potere di gen­darme. Siamo orgo­gliosi che ci chia­mino gue­va­ri­sti. Il Che è il simbo di lotta popo­lare, di uma­ne­simo, di unità tra i popoli e di antim­pe­ria­li­smo, tutto que­sto forma la nostra iden­tità. Que­sto ha detto il Che della guerra di guer­ri­glia: «La guer­ri­glia è parte inte­grante della lotta di libe­ra­zione dei popoli, nella quale si com­bi­nano le forme della lotta armata con la lotta poli­tica delle masse per rag­giun­gere ampi obiet­tivi comuni». Anche noi la vediamo così e alziamo la fronte quando ci chia­mano gue­va­ri­sti. Da diversi anni abbiamo coniato lo slo­gan di «stare con gli altri». La Colom­bia è un paese di Città-Regioni, sono realtà che si inte­grano, sono inter­di­pen­denti e que­sto carat­te­rizza il paese. Abbiamo una grande ric­chezza storico-culturale, ciò richiede una con­ce­zione di unità popo­lare e rivo­lu­zio­na­ria ampia, plu­rale e inclu­siva. Ci sen­tiamo rap­pre­sen­tati dal pen­siero del sacer­dote e guer­ri­gliero Camilo Tor­res quando ha detto che dob­biamo unirci in base a quel che ci acco­muna e non allon­ta­narci esa­cer­bando le dif­fe­renze. Solo agendo così otter­remo la vit­to­ria. L’Eln è parte della stra­te­gia lati­noa­me­ri­cana secondo la quale per il trionfo popo­lare si richiede l’unità dei popoli, con­tro il nemico comune, l’imperialismo. Come ha detto il nostro Liber­ta­dor Simón Bolí­var, siamo una grande nazione lati­noa­me­ri­cana e carai­bica, ossia, siamo popoli della nostra Ame­rica. Essere rivo­lu­zio­na­rio oggi non è solo lot­tare per la feli­cità dell’umanità, ma lot­tare per vivere in armo­nia con madre natura, con una cosmo­vi­sione che superi la distru­zione e i danni che oggi il capi­ta­li­smo causa al pianeta.

Cuba e Vene­zuela sono garanti nei nego­ziati. Cosa pensa di ciò che accade nei paesi socia­li­sti latinoamericani?

Dal punto di vista mili­tare e mate­riale, le lotte dei popoli sono alta­mente dise­guali. Gli Usa sono una gigan­te­sca mac­china mili­tare, e svi­lup­pare le lotte indi­pen­den­ti­ste e di libe­ra­zione nazio­nale implica assu­mere que­sto com­pito antim­pe­ria­li­sta, per que­sto è indi­spen­sa­bile l’unità. Noi abbiamo detto che Cuba è la dignità dell’America, lo stoi­ci­smo di que­sto popolo non ha para­goni se si tiene conto del cri­mi­nale blocco eco­no­mico degli Usa. Cinquant’anni dopo, gli Usa devono rico­no­scere che la loro poli­tica fu sba­gliata. Il trionfo recente di Cuba nel rista­bi­lire di nuovo le rela­zioni diplo­ma­ti­che con gli Usa e recu­pe­rare “i 5″ è con­tun­dente, soprat­tutto per­ché la ragione si impone sull’arbitrio e la calun­nia. La lea­der­ship ammi­re­vole del pre­si­dente Chá­vez, in oltre 10 anni durante i quali è stato pre­si­dente del popolo vene­zue­lano è la dimo­stra­zione più chiara e con­vin­cente della capa­cità di que­sto popolo di pro­durre sue auten­ti­che lea­der­ship. La fusione di popolo e lea­der ha con­sen­tito un salto nello svi­luppo della lotta rivo­lu­zio­na­ria. Al con­tempo, il Pre­si­dente Chá­vez ha vis­suto la sua vita a grandi passi per for­giare un governo, creare un par­tito, orga­niz­zare le mili­zie e il popolo e aumen­tarne la coscienza. Tutti que­sti sono stati ele­menti deci­sivi in un pro­cesso popo­lare rivo­lu­zio­na­rio. Nell’ambito inter­na­zio­nale, Chá­vez ha lasciato in ere­dità ai popoli d’America e dei Caraibi la spinta all’unità della regione, sul piano poli­tico ed eco­no­mico, e ha com­piuto passi impor­tanti per la difesa comune. Tutte que­ste que­stioni stra­te­gi­che si sono con­ver­tite in altret­tanti punti di forza del pro­cesso rivo­lu­zio­na­rio nella nostra sorella Vene­zuela. Era logico aspet­tarsi la rispo­sta impe­ria­li­sta e della destra non solo vene­zue­lana ma lati­noa­me­ri­cana, quella che Gene Sharp defi­ni­sce come «golpe blando» e che si estende oggi a diverse lati­tu­dini del pia­neta per desta­bi­liz­zare e abbat­tere governi demo­cra­tici, pro­gres­si­sti e rivo­lu­zio­nari, in cerca di libe­ra­zione nazio­nale, e di una vera indi­pen­denza. Pur rico­no­scendo le dif­fi­coltà esi­stenti, l’Eln loda la forza popo­lare e antim­pe­ria­li­sta del pro­cesso popo­lare e rivo­lu­zio­na­rio della Repub­blica boli­va­riana del Vene­zuela e la guida sicura del suo pre­si­dente Nico­lás Maduro e degli altri qua­dri del governo, uniti ai loro patrioti e rivo­lu­zio­nari della Forza armata bolivariana.

Pensa che possa esi­stere un’articolazione tra le forze che si bat­tono per il cam­bia­mento in Ame­rica latina e in Europa?

Poi­ché il sistema capi­ta­li­sta è uno solo – nel pieno della sua crisi pro­fonda e irre­ver­si­bile e con note crepe al suo interno e nelle sue dina­mi­che – i popoli del mondo devono capire che è indi­spen­sa­bile unire le lotte che tutti svi­lup­piamo. Urge che que­sta unità si con­cre­tizzi attra­verso le orga­niz­za­zioni popo­lari e sociali, attra­verso i governi demo­cra­tici, patriot­tici e rivo­lu­zio­nari, a par­tire dalla loro spe­ci­fi­cità nelle lotte anti­ca­pi­ta­li­ste e antimperialiste.

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