Libia 2011: troppi ignavi mentre la Nato apriva la strada ai nazi-califfi

di Marinella Correggia – Spondasud.it

Con il terrore e la morte l’intero Medioriente e buona parte dell’Africa pagano per le guerre dei governanti occidentali e l’ignavia dei relativi popoli. In tanti dovrebbero mettersi in ginocchio.

Adesso che i nazi-califfi dilagano in Libia e sgozzano lavoratori migranti egiziani sulle spiagge mentre altre vittime delle guerre occidentali dirette o indirette continuano a morire in mare. Adesso che il risultato della guerra Nato del 2011 si dispiega pienamente, adesso che – veramente da tempo – gli altri effetti sono in Siria, Iraq, Africa, ammetterà qualche colpa chi nel 2011 per sette lunghi mesi non fece nulla, tacque o peggio avallò le menzogne mena-guerra dei cosiddetti “ribelli” poi rivelatisi bande islamiste e razziste che ora aderiscono ai nazisti dell’Isis, nazisti nelle infernali azioni e nel medioevale pensiero?

Anche la Nato è nazista, visto che uccide a tutto spiano a casa d’altri e fa da aviazione a mostri, a volte apposta, altre volte alla Frankenstein. Lo scrivevamo su uno dei nostri cartelli il 14 febbraio 2015, partecipando come spezzone anti-Nato e antiguerra filo-Nato nel Donbass alla manifestazione per la Grecia (visto che Syriza almeno al tempo era per l’uscita dalla Nato e contro l’appoggio europeo a Kiev). Eravamo visibili, anche sotto il palco. Ed era già arrivata la notizia di Sirte invasa dai mostri Nazi-Isis dopo essere stata distrutta dal mostro Nato. Eppure gli oratori hanno ignorato la materia.

La sinistra non dovrebbe avere come prima cura l’opporsi alle guerre di aggressione, il più osceno degli atti? E’ ormai il contrario. Lo vediamo dal 2011, con la guerra Nato e italiana alla Libia. E poi sulla Siria, ora sul Donbass. Nel 2011 a bombe cadenti fummo davvero poche unità o decine a opporci con continuità, in Italia e anche in Europa e Usa. Pochi disperati – sì, ci si deve disperare quando fanno la guerra! – in giro per l’Italia, in particolare gruppi a Roma e a Napoli. Nel resto d’Occidente e perfino nei paesi arabi fu lo stesso. Eravamo nel deserto! Non parlo nemmeno del Pd che ovviamente con Napolitano spinse a tutti i costi verso la guerra. Parlo della sinistra “radicale”, e delle grosse associazioni con personale e mezzi, dei pacifisti del 2003, degli studenti, delle strutture pagate per occuparsi di pace, degli indignati (che il 15 ottobre non ci degnarono di uno sguardo), dei social forum, delle ong umanitarie, egli ambientalisti, dei giornalisti diventati fan, dei “movimenti” diventati immobili, dei sindacati… Non fecero niente. Al massimo fecero un raduno un giorno, un comunicato, una dichiarazione. Oppure, peggio, avallarono e diffusero sin dai primi giorni le menzogne che portarono alla guerra “umanitaria”. Responsabilità diretta!

Invece di appoggiare platealmente l’azione di pace di Chávez, come chiese Fidel, in molti abbracciarono i “ribelli”, li chiamarono “partigiani”. Si è visto subito quali partigiani fossero. Eravate disinformati? Eppure c’era modo di informarsi, di capire che le fosse comuni non esistevano (allora), che i 10 mila morti fatti da Gheddafi erano una propaganda dei “ribelli”, che l’unica aviazione che aveva bombardato era quella della Nato. Quanti morti e mutilati ha fatto? Non si saprà mai. I vincitori contano solo i morti propri. Incontrai dei superstiti, a Tripoli. E dei bambini feriti. E tanti sfollati interni, chissà che fine hanno fatto. Ad esempio la piccola Noor, 4 anni nell’agosto 2011, era a Zanzur, profuga da Tobruk. Se è viva è in difficoltà.

E i migranti? Ebbene, dalla caduta del governo libico nell’autunno 2011, quanti ne sono stati ammazzati dalle bande razziste? Quanti sono morti in mare grazie ai vostri ribelli fra i quali – ripeto – c’erano sfruttatori di migranti? Quanti ne sgozza adesso l’Isis, facendo sì fosse comuni in mare? Quante centinaia di migliaia di lavoratori hanno dovuto tornare dalla Libia in posti impoveriti e desertici come il Sahel (ne conosco alcuni in Niger), o allagati come il Bangladesh? Ognuna di queste domande ha dietro dati e ricerche.

“Come mai non manifesta nessuno da voi?” mi chiedeva una cittadina libica sotto le bombe nel ramadan d’agosto. Che vergogna. Eppure, si poteva fare tanto! Tante persone erano contro, ma non avendo alcuna organizzazione, finirono per fare la guerra e la pace al computer. Cosa fecero, i pochi che si mossero, senza strutture, senza aiuti? Fecero, in pochissimi, sit-in, petizioni, disperati appelli all’estero, lettere ai giornali per la proposta Chávez, visite alle ambasciate non occidentali, presenze in Libia, digiuni ma non di piazza, domande scomode alle conferenze stampa Nato a Napoli (ma troppo tardi). A Napoli, l’unica manifestazione nazionale, disertata dai sunnominati gruppi. Invece, la Perugia Assisi di settembre, in pieno assedio di Sirte, a stento richiamò la Libia… E le tante manifestazioni “di sinistra” che si susseguirono in quei mesi, su vari argomenti, non erano mai contro la guerra, nemmeno durante il finale assedio a Sirte. Ci andammo, con i nostri cartelli, cercando di sensibilizzare.

In pochi occorre fare azioni dirette. Forse, incatenarsi in sciopero della fame davanti alle ambasciate dei paesi che potevano fermare la Nato: Russia e Cina. Era l’unica cosa da fare, insieme ad altre azioni dirette. Occorrerà studiare meglio cosa si può fare quando si è quasi soli. Ormai sono 25 anni di insuccessi totali; onestamente tocca ammettere che non fermammo nemmeno una bomba. Però, almeno c’è chi ci ha provato. E poi non è una buona ragione per smettere. Semmai per cambiare.

La colpa della tragedia è certo dei governanti in primo luogo, di destra e “sinistra di governo”. I quali rimarranno impuniti, sicuri nei loro privilegi nei secoli dei secoli. Così va il diritto internazionale.

Ma chi non fece nulla per fermare i vari Sarkozy, Napolitano, Obama, Hollande, si faccia carico, almeno dal punto di vista morale, di un po’ di tutti questi morti, amputati, immiseriti, annientati.

Tanto è gratis. Nemmeno una multa.

La legge porcata, l’Amnistia di “Re” Giorgio per Berlusconi e il degrado della Politica

 di Achille Lollo*

(ROMA).- Negli ultimi sei mesi il debito pubblico italiano è passato dal 130,35% al 133,39% del PIL, pari a: 2.076 miliardi e 182 milioni di euro. Conseguentemente, nel 2014, il “Bel Paese”, con l’ascesa del Brasile, non dovrebbe più far parte del G8, dal momento che scenderà al nono posto e se l’attuale processo di deindustrializzazione continuerà, nel 2018, l’Italia si classificherà al 12º posto, dopo India, Corea del Sud e Spagna. Un contesto negativo per il portafoglio dei lavoratori e dei professionisti della classe media che, in funzione di ciò, dovranno soffrire fino al 2018 con più tasse, recessione, disoccupazione e, soprattutto, con i politicanti del più basso livello.

Infatti, se la congiuntura economica italiana è difficile per definizione, la stessa si trasforma in penosa quando il governo non fa nulla davanti alle manipolazioni speculative dei conglomerati del mercato, che, questa volta, ingoieranno la principale impresa italiana di telecomunicazioni, Telecom-Italia, che impiega 58.000 lavoratori e, nel 2012,  ha fatturato 29,5 miliardi di euro. Nei prossimi mesi l’Alitalia (quattro imprese con 18.000 dipendenti e più di 186 aerei) sarà divorata, a prezzi di banana, dal gruppo Air France/KLM. È bene ricordare che la Telecom è stata privatizzata, nel 1997, dal leader del governo di Centro-Sinistra (PD e Rifondazione), Romano Prodi, dopodiché Berlusconi consegnò, nel 2008, l’Alitalia a un gruppo di “grandi” imprenditori che oggi sono perseguiti dalla guardia di finanza essendo i principali frodatori del fisco italiano!  

Il governo delle “larghe intese” formato dal Partito Democratico-PD (centro-sinistra), o Scelta Civica-SC (centro destra) e il popolo della Libertà – PdL (destra),  non si preoccupa più di dissimulare i suoi errori in quello che dice rispetto alla crisi del mondo industriale italiano, alla luce del fatto che, nella realtà, non c’è mai stato un programma per promuovere la crescita industriale, almeno per inventare nuove imposte per fare cassa e per pagare i debiti ai banchieri tedeschi e francesi. Qualcosa che, nel 2011, ha portato il “governo tecnico” di Mario Monti, a imporre un programma di austerità ed evitare il fallimento provocato dai governi guidati da Silvio Berlusconi. Un programma di austerità che, per parte sua, ha ucciso l’economia spingendo l’Italia nel fosso della recessione. Oggi il primo-ministro, Enrico Letta (PD) continua a seguire fedelmente gli insegnamenti recessivi del “Professor Monti”, in quanto mobilita tutti i quadri del Partito Democratico (che fino al 1991 erano del PCI) per evitare un’implosione sociale nelle principali città. Da parte sua, Letta ha provato a sanare la fragilità del governo, conquistando la protezione del presidente degli USA, Barak Obama, cosa che ha riaffermato la dipendenza geo-strategica e e della Prima Ministra tedesca, Angela Merkel, come colei che ha rinnovato l’accordo di servitù finanziaria alla Banca Centrale Europea.

Un processo politico complesso e perdente, che non si reggerebbe in piedi senza l’intervento pusillanime del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, definito “Re Giorgio” dal periodico “Il Fatto Quotidiano”, poiché è stato il primo a certificare il grado di servitù dell’Italia con la Triade (FMI, Banca Mondiale e BCE), per poi dettare le basi delle leggi che i primi ministri, Mario Monti ed Enrico Letta, hanno fatto passare in Parlamento.

Ultima perla di questo “presidenzialismo in off”, è stata la “Legge Porcata” che il “Re Giorgio” – nonostante le critiche che si sono alzate dallo stesso PD – ha preteso che il Senato la approvasse. È in questo ambito che la Costituzione italiana sarà corretta e riscritta entro il marzo del 2015, da parte di un Comitato formato da 20 deputati e 20 senatori. Infatti, “Re Giorgio” ha voluto che la maggioranza dei 40 parlamentari del Comitato votasse la deroga all’articolo 138 dell’attuale Costituzione nel tentativo di impedire al popolo la bocciatura con un referendum sulla futura Costituzione. In pratica, ciò significa rendere in futuro invisibili i diritto sovrani del popolo.

Per questo motivo il periodico indipendente, “Il Fatto Quotidiano” ha aperto la sua edizione del 25 ottobre con la manchette «Sta arrivando la legge porcata di Re Giorgio!». A seguire, l’editoriale sottolineava che il governo delle “larghe intese” di Enrico Letta deve durare altri due anni fino a quando la nuova Costituzione non entri i vigore. D’altro canto, con la nuova Costituzione, il PD e il PdL intendono creare diversi meccanismi per inibire e rendere impossibile la partecipazione del Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo alle elezioni del 2015.  Di fronte a ciò Beppe Grillo è insorto scrivendo nel sito del movimento: «… il presidente Napolitano sta preparando un golpe bianco per cancellare il voto di 9 milioni di elettori ed espellere dal Parlamento il Movimento 5 Stelle, che è stato votato dal 25,5% degli italiani».

Le anomalie del sistema politico italiano, che dipende ancora dal falso bipolarismo parlamentare (PD/PdL; Letta/Berlusconi), stanno determinando un complesso ed anacronistico contesto socio-politico. Di fatto, nel 2014, la reazione popolare potrebbe esplodere i qualsiasi momento in forma disordinata e violenta a causa della insopportabile pressione fiscale sui salariati ed i piccoli proprietari e, soprattutto, in funzione della diffusione della disoccupazione e della povertà. Oggi, per esempio, il 51% dei giovani italiani sognano di emigrare in Germania o negli USA ed il 73% degli universitari del sud o del centro-sud affermano che in Italiana non c’è futuro per loro!

Una situazione complessa che la maggioranza degli analisti definisce “anacronistica”, poiché tutti i partiti del governo stanno vivendo una crisi disintegrante che ha già causato rotture nella omogeneità del centro-destra e nella destra. Di fatto, Mario Monti ha separato Scelta Civica dai Democratici Cristiani della UDC di Casini poiché nel PdL di Berlusconi la frammentazione iniziò con l’uscita dei post-fascisti, che hanno creato il partitino “fratelli d’Italia”. Alla fine di Novembre, il PdL potrebbe definitivamente implodere in funzione della perdita dell’immunità parlamentare di Berlusconi, a causa delle condanne per evasione fiscale e corruzione. Così, per evitare la fine dell’attuale alleanza governativa il “Re Giorgio” si è ricordato che le prigioni italiane sono sovraccariche di 25.000 prigionieri, arrivando ad una cifra di 65.000 detenuti; quindi è andato in Parlamento per chiedere una «… urgente amnistia, per motivi umanitari… »In realtà la legge di amnistia, o il decreto di indulto, servirà solo a ripulire la fedina penale di Berlusconi garantendogli, così, la permanenza in Senato.

Un’attitudine che ha irritato i giudici del Tribunale Supremo (Corte di Cassazione) e, soprattutto la base del PD. Di fatto, i primi, oltre a confermare la condanna e l’interdizione di Berlusconi dai carichi pubblici, stanno tentando di portare a termine un altro processo per corruzione prima che terminino i tempi della prescrizione.

Anche nel PD, il clima è critico, con il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che per conquistare le simpatie della base si è dichiarato contrario alla proposta di amnistia di Re Giorgio, chiedendo la primo ministro, Enrico Letta di «… fare più riforme economiche per aiutare gli italiani a sopravvivere in questo momento di crisi, invece di giocare a cani e gatti con Berlusconi e il PdL!».   

Parole di un professionista della politica, giovane, ambizioso e, soprattutto, esperto, che vuole conquistare la presidenza del partito per, poi, fare un altro governo senza dipendere dai ricatti di Berlusconi e, eventualmente chiedere l’appoggio anche dal Movimento 5 Stelle.

In questo quadro funereo, non si possono dimenticare le responsabilità di gran parte dei sindacalisti della CGIL legati al PD, che hanno optato per spoliticizzare i sindacati, spingendo gli “estremisti comunisti” verso la CUB (Comitati Unitari di Base) e la nuova Centrale USB (Unione Sindacale di Base).

Ma in questo scenario, cosa fa l’opposizione socialista e comunista? Assolutamente nulla, poiché del PSI è rimasto solo il logotipo, poiché tutta la direzione appoggia Scelta Civica del centro-destra. Da parte loro, i comunisti di SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà), che sono entrati nel Parlamento (3,2%) essendosi alleati con il PD, non si sono ancora liberati da questo accordo e timidamente stigmatizzano il governo Letta. In realtà, SEL di Nichi Vendola aspetta che, nel 2014, la crisi esploda nel seno del PD e, così, potrebbe avocare a sé i settori della sinistra, scontenti per la svolta di Letta e con loro riproporre una opposizione di sinistra nel Parlamento.

Rifondazione Comunista, dopo la sconfitta e la débacle ideologica sotto la direzione di Fausto Bertinotti – ampiamente sostenuta da Valentino Parlato, direttore del quotidiano “Il Manifesto” – ha sofferto un altro disastro con Paolo Ferrero che ha consegnato il partito all’ex-giudice, Antonio Ingroia, per sostenere la disastrosa opzione elettorale detta “Rivoluzione Civile”. I risultati sono stati catastrofici e Rifondazione è crollata all’1,5%, oltre a moltiplicare la frammentazione del partito in un continuo sbandamento della militanza.

L’unico elemento positivo è la volontà della base di Rifondazione, che vuole costruire un’autentica opposizione comunista nella società, integrandosi nei movimenti o nei comitati di lotta territoriali. Perciò, quando il movimento NO TAV, il 19 ottobre, ha proclamato un giorno di lotta nazionale con tutti i movimenti contro la crisi, la disoccupazione e l’impoverimento, più di  70.000 partecipanti hanno sfilato nel centro di Roma occupando per 24 ore le principali strade della capitale. Una manifestazione che ha fatto tremare il degradante sistema politicante dei partiti e, soprattutto, il governo Letta.

 

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Il presidente della Bolivia Evo Morales, incontra papa Francesco

Morales incontra per 40 minuti papa Francesco al Vaticano, in Italia.  Come diffuso da un report di Radio Patria Nueva, il sommo pontefice ha fatto omaggio al presidente indigeno di due libri, uno di questi titolato:  ‘Del lado de los pobres, Teología de la liberación’.
Il Capo di Stato boliviano ha anche sostenuto un breve incontro con il segretario di Stato della Città del Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone.
Senza ulteriori dettagli, ma stessa emittente ha dato conto che Morales, dopo il suo incontro con il Capo visibile della Chiesa Cattolica, unitamente con la suo equipe, si è recato all’aeroporto per dirigersi di ritorno a La Paz, in Bolivia.
La riunione fra Morales e papa Francesco ha chiuso il giro del Presidente boliviano in Europa durato una settimana, durante questo periodo ha incontrato il re Juan Carlos I si Spagna ed il presidente di questo paese Mariano Rajoy, così come il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, e con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, oltre alla comunità boliviana di Bergamo.

Il vicepresidente della Bolivia, Álvaro García Linera, ha definito come storica ed eccezionale tale incontro poiché si tratta del primo presidente indigeno ed il primo papa latinoamericano.

Visita in Italia 

Nella agenda della sua visita in Italia, Morales si è riunito con il suo omologo italiano Giorgio Napolitano, e con i residenti boliviani in questa nazione, nella città di Bergamo, come parte della sua agenda di lavoro.

«Queste riunioni sono importanti per la Bolivia perché reitereremo che la nostra politica di contatti con i paesi, non solamente d’Europa, non solo con America Latina ed i Caraibi, continueranno», ha sostenuto il presidente.

Dopo l’incontro  Morales ha definito come ‘un regalo’ il fatto che Napolitano abbia indicato che non chiuderà gli uffici diplomatici in Bolivia, ciò significa che «le relazioni diplomatiche, attraverso gli ambasciatori, continueranno, ed inoltre con ricorsi economici di cooperazione».

Il Capo di Stato della Bolivia, prima del suo arrivo in Italia, ha sostenuto incontri bilateriali con i suoi omologhi di Spagna, Mariano Rajoy, e quello della Bielorrusia, Alexander Lukashenko.

La comitiva boliviana è composta inoltre dal ministro delle Relazioni Estere, David Choquehuanca, e della Difesa, Rubén Saavedra, che si riuniranno anche con gli omologhi italiani.

Evo Morales viaggiò l’ultima volta in Europa, precisamente in Russia, all’inizio del luglio passato e durante il suo viaggio di ritorno i governi di Spagna, Francia, Italia e Portogallo cancellarono i permessi di sorvolo del suo aereo sui loro rispettivi territori, accusandolo di trasportare, ingiustamente, l’ex analista della CIA, Edward Snowden.

Tale incidente ha causato un impasse diplomatico in Europa e con la maggioranza dei paesi della UnaSUR, che chiesero spiegazioni e scuse a queste nazioni europee. Alla fine, i governi di questi paesi offrirono le loro scuse.

[Si ringrazia per la puntuale segnalazione Alfredo Viloria]

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