IS: variante fondamentalista fuori controllo o elemento strategico USA in MO?

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di Achille Lollo*, da Roma per il Correio da Cidadania — 10 settembre 2014

Il video con la brutale decapitazione dei giornalisti statunitensi James Foley e Steven Sotloff, realizzata freddamente dal boia dell’IS, “John”, ha permesso alle “eccellenze” della Casa Bianca di tornare allo scenario del Medio Oriente, per impedire che possibili modificazioni politiche e territoriali possano interessare il ruolo geo-strategico di Israele, dell’Arabia Saudita e della Turchia. Paesi che rappresentano la base di sostegno della geo-politica degli Stati Uniti e degli interessi delle trans-nazionali in Medio Oriente.

È stato in questo contesto che il presidente degli USA, Barack Obama, il primo giorno della riunione dei capi di Stato dei paesi della NATO, realizzata nella città britannica di Newport, ha promosso la formazione di un’alleanza internzionale che, in realtà, assomiglia più a una “crociata dell’Occidente” contro il mondo islamico, personificato ad hoc dall’IS (Stato Islamico), che prima era il Califfato dell’Iraq e dell’Oriente chiamato ISIL. A Newport, Obama ha sottolineato che “finalmente la NATO definirà le nuove missioni strategiche sui fronti dell’Ucraina, della Siria e dell’Iraq, dove la sicurezza dell’Occidente è stata minacciata”. Per poi ammettere: “l’ISIL è una pericolosa minaccia per tutti e nella NATO siamo debitamente convinti che è arrivata l’ora di indebolire e distruggere l’ISIL”.

Una crociata che permetterà ai governi dei paesi della NATO di legittimare la partecipazione delle rispettive forze aeree nelle missioni di riconoscimento, di bombardamento a tappeto, come anche negli attacchi al suolo con droni, in differenti regioni dell’Iraq e della Siria, a partire dalle basi militari della Turchia, della Giordania, dell’Arabia Saudita e del Kuwait. Infatti, il Segretario del Dipartimento di Stato degli USA, John Kerry, è stato esplicito nell’affermare: “dobbiamo formare una coalizione più ampia possibile senza, peraltro, intervenire con unità di infanteria, attaccando l’IS con la forza aerea, avendo per obiettivo quello di impedire che allarghino le loro posizioni. Per questo, dobbiamo anche rinforzare le forze armate irachene e, inoltre, i Curdi, che sono disposti a combattere l’IS.

 

Guerra senza prigionieri?

La risposta a questo quesito la troviamo nelle frasi proferite a Newport, in primo luogo dal presidente Obama e poi dal Segretario del Dipartimento di Stato, John Kerry. In pratica, il presidente ha preferito ricorrere a slogans elettorali (“dobbiamo creare um’alleanza per indebolire e distruggere l’ISIL”), mentre Kerry, forse più realista, ha parlato soprattutto di limitare il potere dell’IS (“impedire che allarghino le loro posizioni”).

Per molti analisti, la posizione di John Kerry fa supporre che sotto al tappeto esiste un piano “B” che, in cambio della pace, preveda una ridefinizione territoriale in Iraq e in Siria, dove l’IS potrà esistere in un territorio di quasi 90.000 kilometri quadrati e con una popolazione sunnita di quasi otto milioni di persone, distribuite nella regione irachena di Al Anbar e nelle regioni siriane di Day As Zawr, Al Hasakah e parte di Ar Raqqah. Regioni con molte riserve di gas e di petrolio e da dove transitano gli oleodotti e i gasdotti dei due paesi verso la Turchia.

Questa congettura politica ha come base l’analisi etimologica delle affermazioni di Obama, che si riferisce solo all’ISIL, l’antica sigla del movimento jihadista di Abu Bakr Al Baghdadi, il cui obiettivo era la creazione di un Califfato senza una definizione territoriale specifica. Da parte sua, John Kerry usa il termine IS, vale a dire Stato Islamico, che il suo fondatore, Abu Bakr Al Baghdadi, ha proclamato in seguito alla conquista della regione centrale dell’Iraq, Al Anbar, quasi in prossimità delle città di Mossul e di Kirkut, già in territorio curdo.

Seguendo questa logica, l’IS potrebbe essere interpretato come il nuovo Stato Islamico dei sunniti iracheni e siriani. Uno Stato che gli strateghi del Pentagono, come anche i fedeli e ricchi alleati del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein), hanno sempre ritenuto necessario per ridurre l’egemonia dell’Iran, minimizzare la forza degli sciiti in Iraq e in Medio Oriente e, conseguentemente, contribuire alla sconfitta del regime alauita di Bashar al-Assad in Siria.

Tuttavia, nel passato, vale a dire, durante gli otto anni dell’occupazione statunitense dell’Iraq, il progetto di creare uno stato sunnita è stato rifiutato due volte dai capi dell’allora APC (Autorità Provvisoria della Coalizione), Paul Bremen e poi David Petraeus, che in maniera decisa hanno sconsigliato la creazione di uno Stato sunnita in funzione degli accordi che avevano fatto con le dirigenze della maggioranza sciita, da sempre contrarie a dividere il potere con i sunniti e tanto meno a dargli più autonomia politica o permettere la nascita di uno Stato sunnita a parte. Inoltre, il generale George Casey, comandante delle forze multinazionali in Iraq, nell’agosto 2006, avvisava il presidente Bush che, nel caso il governo statunitense avesse promosso la formazione di uno Stato sunnita in Iraq, la maggioranza sciita – che rappresenta il 62% della popolazione, 18 milioni di persone – avrebbe realizzato un’insurrezione generale a Baghdad e nel sud del paese, con l’esplosione di una sanguinosa guerra civile. In base a tutti questi elementi, la Casa Bianca ha optato per la soluzione più sicura, che le permettesse di uscire dall’Iraq nel 2011, dopo otto anni di sanguinosa occupazione.

Frattanto, l’elemento più controverso di tutto ciò è la maniera in cui il presidente degli USA, Barack Obama, pretende di “distruggere l’ISIS”, usando solamente i bombardementi a tappeto e gli attacchi diretti dai droni, che in realtà sono appena una componente strategica nella pianificazione di un’ operazione di guerra di alto livello. In pratica, la storia più recente degli attacchi dell’esercito sionista contro le posizioni di Hamas a Gaza dimostra, senz’ombra di dubbio, che il potenziale bellico delle brigate di Hamas sarà annullato solamente quando i battaglioni delle truppe speciali israeliani, appoggiati dalla forza aerea, potranno ripulire, da cima a fondo, tutte le case, tutti i tunnels, tutti i quartieri, tutte le piccole fattorie – alla fine, quando tutto il territorio di Gaza sarà “setacciato” dai soldati israeliani. Un’operazione che, in realtà, non è semplice e che implica il rischio di subire molte perdite, a causa di quello che i militari chiamano “Effetto Stalingrado”.

Un rischio che i generali dell’esercito sionista non hanno voluto correre più dopo la morte di due ufficiali e di 46 soldati. In pratica, entrare nei dintorni di Gaza City significa perdere l’immagine dell’ invincibilità che, in termini politici e diplomatici, permette al governo sionista di Benjamin Netanyahu di attaccare Gaza e i Palestinesi quando e come vuole.

Lo stesso è successo in Siria, dove la città di Homs, nonostante due intensi bombardamenti aerei, è stata liberata dai soldati dell’esercito regolare siriano solamente dopo due anni di duri combattimenti urbani. Pertanto, se i bombardamenti degli F-16 statunitensi e britannici hanno permesso ai combattenti curdi (peshmergas) di riprendere la diga e la città di Mossul, è anche risultato evidente che i combattenti dell’IS sono riusciti a ricompattarsi al di là della località di Tal Kayf, consolidando così la nuova frontiera dell’IS, annunciata in luglio da Abu Bakr Al Baghdadi.

In questa crociata, i media occidentali giocano un ruolo fondamentale, dal momento che toccherà alla CNN, alla Fox, alla BBC, alla Reuters, all’AFP, alla RAI, etc. di manipolare le informazioni per tranquillizzare gli spettatori europei e statunitensi. Infatti, è in questa logica che giornali, riviste e TV hanno cominciato a enfatizzare l’uso massiccio del potenziale bellico dei paesi della NATO, insieme alla riorganizzazione dei peshmergas curdi in forma di esercito regolare e alla fornitura di più armi all’ esercito dell’Iraq.

Il problema di tutto ciò è sapere in che misura e fino a quando continueranno le operazioni militari. Sarà una guerra lampo o scoppierà un conflitto di posizione?

Un interrogativo che a molti piacerebbe porre a Barack Obama, dal momento che i 96 raids realizzati dai caccia-bombardieri USA, nel mese di agosto, se hanno bloccato l’avanzamento trionfale delle brigate dell’IS in direzione della capitale Baghdad, tuttavia, non hanno impedito il consolidamento della presenza militare dell’IS nell’interno della regione irachena di Al Anbar. Una regione dove le tribù di beduini sunniti (i nomadi e i fellahin, agricoltori) sono quasi cinque milioni di persone che, adesso, appoggiano i combattenti dell’IS, anche in virtù del reddito mensile che l’IS ha offerto ai capi tribali. Per questo, le manovre diplomatiche e le battaglie campali che si realizzeranno nei mesi di ottobre e novembre saranno decisive per verificare come l’opinione pubblica dei paesi occidentali e del mondo arabo reagirà di fronte agli effetti militari di questa “guerra senza prigionieri”, desiderata e imposta dagli Stati Uniti e dai paesi della NATO.

 

 

Chi sostiene l’IS?

Ufficialmente, nessun governo del Medio Oriente appoggia l’IS e, nemmeno nessun emiro, principe o riccastro arabo difende pubblicamente la creazione di un Califfato in Iraq e in Siria. Tuttavia, l’ ex-primo ministro iracheno, Nouri al Maliki, subito dopo l’attacco dell’IS contro le città di Kirkut e di Mossul – da dove sono stati rubati 462 milioni di dollari e 80 kg di lingotti d’oro dall’agenzia locale del Banco Centrale Iracheno – ha accusato l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein di avere appoggiato finanziariamente gli uomini di Abu Bakr Al Baghdadi, mentre il Qatar e la Turchia, oltre al supporto finanziario, hanno dato all’allora ISI, poi ISIL e adesso IS, anche il supporto logistico e militare. Per esempio, le migliaia di camionette Toyota e Mercedes, che l’IS ha utilizzato per avanzare contro le città di Mossul e Kirkut nel mese di luglio, sono state importate attraverso l’ intermediazione di imprese della Turchia, con il beneplacito del servizio di intelligence.

La stessa fonte ha denunciato che l’IS, attraverso imprese fantasma del Qatar, della Turchia e israeliane, vende il barile di petrolio a US$ 33,00, mentre sul mercato è quotato a 105 dollari. Lo stesso succede con il gas, che è imbottigliato in Siria e che arriva alla Turchia attraverso i gasdotti che passano per i territori occupati dall’IS.

A questo proposito, i partiti turchi dell’opposizione, la settimana passata, hanno denunciato che il governo di Erdogan ha negoziato con l’IS l’acquisto del petrolio iracheno rubato, per un valore di 800 milioni di dollari, equivalente al 4% del consumo nazionale. Oltre a ciò, da febbraio la Turchia compra il gas, che in Siria è estratto dalla Conoco a Deir Ezzor e che, come il petrolio, dovrebbe essere imbarcato nei terminali petroliferi del porto turco di Ceiban. Prima di adesso, la Turchia comprava il gas siriano, pagando 60.000 dollari a settimana, al rappresentante del Fronte Al Nusra, che aveva occupato i campi petroliferi di Deir Ezzor. Poi, i combattenti dell’ISIL hanno espulso gli antichi alleati e hanno cominciato a negoziare con gli emissari del governo turco.

Inoltre, a partire dal 22 maggio, anche gli autonomisti del Curdistan hanno cominciato a vendere a una “sconosciuta compagnia europea” una parte del petrolio che riescono a dirottare dal triangolo petrolifero di Baiji, nella regione di Kirkut. Con la complicità dell’impresa turca Betas, che gestisce le pipelines, all’incirca un milione di tonnellate di petrolio arrivano quotidianamente al porto turco di Ceiban, dove le navi-serbatoio della compagnia di navigazione Palmali Shipping & Agency JSC, il cui proprietario è il turco Mubariz Gurbanoglu, vanno a vendere “l’oro nero” sul mercato libero europeo di Rotterdam.

Secondo calcoli approssimativi, l’IS e gli autonomisti curdi starebbero guadagnando, ciascuno, un milione di dollari al giorno, grazie all’intermediazione dell’Aramco. Infatti, la transnazionale statunitense-saudita copre le operazioni di vendita dell’IS e dei Curdi, facendo credere ai mercati che, in realtà, non si tratta di petrolio rubato dall’Iraq, bensì dell’aumento delle proprie quote di produzione in Arabia Saudita. Una menzogna legittimata dallo stesso governo saudita, che ha camuffato questa operazione annunciando, il 15 giugno, che la produzione di petrolio saudita aumenterà da 10 a 15 milioni di barili al giorno!

Il giorno 18 giugno, durante la riunione a Mosca dei paesi produttori e esportatori di gas e petrolio, la Siria ha denunciato che la transnazionale Exxon-Mobil (di proprietà della famiglia Rockfeller e associata all’emiro del Qatar) vende sul mercato “libero” il petrolio e il gas rubato in Siria dal Fronte Al Nusra, mentre l’Iran ha accusato l’Aramco (USA/Arabia Saudita) di vendere il petrolio iracheno dirottato dall’IS e dagli autonomisti curdi. Con tutto ciò, non c’è stata nessuna misura coercitiva contro le riferite transnazionali e contro le banche e le compagnie di navigazione che partecipano a quest’affare. Per quale motivo?

La risposta viene dal “documento riservato” (rivelato da Wikileaks) e firmato nel 2009 da Hillary Clinton, allora Segretario del Dipartimento di Stato, nel quale l’Arabia Saudita era denunciata “per essere un’importante base di sostegno finanziario per Al-Qaeda, i Talibani (dell’Afghanistan)… Al di là di ciò, i donatori individuali dell’Arabia Saudita rappresentano la fonte più importante di finanziamento per i gruppi terroristi sunniti nel mondo”. Infatti, il principe saudita Bandar bin Sultan, anche capo dei servizi segreti dell’Arabia Saudita e responsabile della sicurezza personale del re Abdallah bin Abdul Aziz Al-Saud, è colui che definisce la maggior parte dei finanziamenti dello Stato saudita verso i gruppi sunniti, oltre ad avere la piena conoscenza delle operazioni finanziarie realizzate dai donatori sauditi a favore dell’IS e di altre formazioni sunnite.

Un altro importante finanziatore del “terrorismo sunnita” è il Kuwait, che, secondo la Brooking Institutions, è stato chi ha finanziato in Siria la formazione delle prime brigate salafite Jahbat al-Asala wa al-Tanmiya, Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, nel 2011. Ma il flusso di “petro-dollari” dal Kuwait è continuato anche quando i salafiti si sono uniti agli jihadisti del Fronte Al Nusra, per poi confluire nelle fila dell’ISIL e quando Abu Bakr Al Baghdadi ha rotto con Al Qaeda, comandando l’assassinio di Abu Mohammad al-Ansari, leader del Fronte Al Nusra. Infine, quando Abu Bakr Al Baghdadi ha assunto la dirigenza dei gruppi jihadisti della Siria e dell’Iraq, l’emiro del Kuwait, Sabah IV Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, ha rinnovato la linea di finanziamenti a favore dell’ISIL, nonostante alcuni consiglieri gli avessero ricordato che le violenze disumane degli uomini dell’ISIL contro i prigionieri civili squalificavano l’Islam.

Alla fine, abbiamo il Qatar, che possiede la terza riserva mondiale di gas ed è guidato dall’emiro Tamim bin Hamad Al Than, che l’anno passato ha realizzato un colpo di Stato contro il proprio padre, per disputare la dirigenza dei sunniti in Medio Oriente. Per questo, dopo aver rotto con l’Arabia Saudita, ha cominciato investendo cinque milioni di dollari nella creazione del partito della Fratellanza Musulmana, del partito salafita e dei gruppi jihadisti in Libia. Poi, per contrastare i sauditi, tra il 2011 e il 2013, ha depositato tre milioni di dollari sul conto corrente di Abu Mohammad al-Ansari, per organizzare e armare il Fronte Al Nusra, il principale gruppo armato opposto all’Esercito Libero Siriano, creato con i soldi dell’Arabia Saudita e monitorato dalla CIA.

Di fronte a questo scenario, risulta evidente che la guerra civile in Siria, l’evoluzione dell’IS e la legittimazione dei Curdi sono un gioco di carte truccato, dal momento che i principali produttori ed esportatori di petrolio e di gas del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar) sono anche i principali finanziatori dei gruppi terroristi e, allo stesso tempo, i principali alleati degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di Israele in Medio Oriente. Senza dimenticare che sono anche i partners fedeli delle transnazionali petrolifere, che esercitano una grande influenza sui media occidentali e sui rispettivi governi, compreso quello della Casa Bianca.

Un contesto geo-politico nel quale l’opinione pubblica mondiale, ancora una volta, risulta influenzata e manipolata a favore di chi sta gestendo “il gioco di carte nel Medio Oriente”.

Si veda, ad esempio, “l’incorruttibile” Procuratore del Tribunale Penale Internazionale (TPI), Luis Moreno-Ocampo, conosciuto mondialmente per aver emesso un mandato di cattura contro Gheddafi e i suoi figli, subito dopo l’attacco aereo franco-britannico per “crimini contro l’umanità”. Ebbene, questo Procuratore del TPI, pur essendo sollecitato a intervenire, ha insabbiato la rivelazione del giornale britannico The Telegraf, che il 14 aprile 2014, nel citare fonti dei servizi di intelligence occidentali, accusava il servizio segreto della Turchia (MIT) di aver provocato, insieme agli uomini del Fronte Al-Nusra e dell’ISIL (a quel tempo alleati), l’esplosione di alcuni barili di gas sarin e di avere così forzato l’ intervento armato degli USA e dei paesi membri della NATO contro la Siria. Questa “prova” ha provocato, il 21 agosto 2013, la morte di 1.729 abitanti della città siriana di Ghouta nella regione di Rif Dimash, che i media occidentali e arabi hanno fatto ricadere, ingiustamente, sull’esercito di Bashar Al Assad. Inoltre, Luis Moreno-Ocampo non si è mai pronunciato contro il primo ministro della Turchia, Erdogan, per aver commesso il crimine di ricettazione del petrolio rubato dall’Iraq e di associazione con i terroristi dell’IS.

In questo contesto, l’elemento più contraddittorio e perfino ridicolo si è dato nella riunione a Newport dei capi di Stato della NATO, nella quale il presidente Obama ha chiesto anche alla Turchia di integrare la “Crociata dell’Occidente” e distruggere l’IS, pur sapendo che il primo ministro turco Erdogan è il leader di un paese governato da un partito islamico che sostiene totalmente l’IS, al punto di permettere che imprese e banche turche facciano da intermediari nell’acquisto di armi, esplosivi e complementi, mentre che i razzi e i proiettili per le arme pesanti (cannoni e carri armati) sono direttamente intermediati dagli stessi servizi segreti!

 

 

Conclusioni

1) L’IS è parte integrante della geo-strategia dell’imperialismo statunitense, che, per essere troppo insicura e vacillante in termini politici, in pratica oscilla tra le differenti posizioni, tentando, sempre, di arrivare alla soluzione che più garantisce gli interessi degli USA. In molti casi, questa pratica si è transformata in tragedia, come è successo in Somalia, in Libia, in Sudan, in Siria e adesso in Iraq.

2) L’attuale leader dell’IS, Abu Bakr Al Baghdadi, nel 2005, dopo aver fatto parte del gruppo armato jihadista Jama’at al-Tawhid wal-Jihad, creato nel 2004 a Baghdad, fu accusato di attività terrorista dall’intelligence militare statunitense e detenuto nella prigione speciale di Camp Bucca, a Umm Qasr. Tuttavia, secondo l’ex-ministro iracheno, Nouri al Maliki, nel 2009, su richiesta degli ufficiali della CIA, fu liberato. Un anno dopo, il 16 maggio, Abu Bakr Al Baghdadi ha rivendicato a Baghdad i primi attentati dell’ISI (Stato Islamico dell’Iraq) contro gli sciiti. Nel 2011, comandava i bomb-men che si sacrificavano realizzando sanguinosi attentati suicidi a Mossul, questa volta rivendicati dall’ISIL. È stato da questo momento che Abu Bakr Al Baghdadi ha cominciato a divulgare la sua alleanza con Al Qaeda e l’idea di ricreare l’antico califfato islamico, che negli anni 600 e 700 estendeva le sue frontiere dal Líbano fino al sud dell’Iraq.

Dopo di ciò, la maggior parte degli uomini dell’ISIL, circa 1.000 combattenti, si è trasferita in Siria ed è entrato a far parte del Fronte Al Nusra. Nel 2013, Abu Bakr Al Baghdadi ha rotto con Al Qaeda e ha ordinato di assassinare il leader del Fronte Al Nusra. Così, è cominciata la pianificazione dell’invasione dell’Iraq.

Secondo l’analista Hisham al-Hashimi, la CIA crede che il numero di combattenti dell’IS non arrivi a 15 mila uomini. Tuttavia, dei 12.000 volontari islamici stranieri che negli ultimi anni sono stati a combattere in Siria, ormai più del 60% sarebbero nelle fila dell’IS, avendo partecipato agli attacchi alle città di Mossul e Kirkut.

3) Secondo il giornale britannico” The Economist”, l’80% dei volontari stranieri jihadisti (europei, ceceni, algerini, libici, egiziani, bosniaci, filippini, etc.) che tra il 2011 e il 2013 stavano lottando in Siria nelle fila del Fronte Al Nusra, sono entrati nell’ISIL, quando Bakr Al Baghdadi ha lanciato il programma di attaccare l’Iraq. Ultimamente, a partire del 2013, l’ISIL e poi l’IS ha arruolato più di 3.000 neo-islamici occidentali venuti da paesi europei.

Oltre a questo contingente, varie fonti legate ai servizi di intelligence ammettono che in Siria stanno combattendo 4.000 sauditi e circa 1.500 cittadini degli Emirati Uniti, in gran parte paramilitari utilizzati dai servizi segreti dei loro paesi e dislocati da quelle parti. Più della metà di questi, ora, sarebbe concentrata nella regione irachena di Al Anbar, per reprimere eventuali reazioni delle cellule del Partito Baath Arabo, che, nel 2013, ha fatto un accordo tattico con l’ISIL, sebbene non fosse un partito islamico e non accettasse le leggi della Sharia.

4) L’IS (Stato Islamico) è considerato dalla CIA il gruppo terrorista più ricco del mondo, anche più della stessa Al-Qaeda, quando Osama bin Laden era ancora vivo. D’altro canto, nelle sue limitate apparizioni pubbliche e documenti politici, Abu Bakr Al Baghdadi non si riferisce mai a Israele, non denuncia mai la guerra di aggressione del sionismo contro Gaza e contro il popolo palestinese. Questo fatto rinforza le informazioni secondo le quali gli agenti della CIA e del Mossad sionista sono stati i principali consiglieri di Abu Bakr Al Baghdadi, in seguito alla sua liberazione dalla prigione di Camp Bucca. Questo fa ricordare il principe saudita Bandar bin Sultan, che sputa veleno contro l’Iran, Bashar al Assad e gli sciiti, ma non dice nulla contro i sionisti di Israele e gli Stati Uniti.

5) Oggi, l’IS rivendica la guida universale del jihadismo sunnita. Per questo, i media occidentali hanno cominciato a presentare l’IS come una variante fondamentalista sunnita fuori di controllo a causa dell’ uso gratuito della violenza contro i nemici e le popolazioni. Tuttavia, è stato attraverso di queste rappresentazioni sanguinose che l’IS ha guadagnato spazio nei media, diventando il probabile mandatario di uno Stato sunnita in Iraq e in Siria. Per questo, l’IS e lo stesso Abu Bakr Al Baghdadi possono essere considerati un complemento indiretto della strategia degli USA, visto che la sua azione permette di: a) ridurre l’influenza della Russia nella regione; b) indebolire il governo sciita iracheno e, conseguentemente, disincentivare l’intervento del governo dell’Iran; c) creare le prospettive per una futura divisione etnica dell’Iraq, con uno Stato curdo al nord (regioni del Curdistan), uno Stato sunnita al centro (regione centrale di Al Anbar) e uno stato sciita al sud. Perché questo accada, è necessario qualificare i Curdi dal punto di vista militare e provocare l’emorragia del nuovo governo iracheno guidato dallo sciita Maiden al-Abadi. Con la sanguinosa guerra civile in corso, che rimescola di molto la divisione delle rendite petrolifere, tutto ciò tende a materializzarsi.

6) Chi realmente può mandare all’aria questo piano è, ancora una volta, l’esercito regolare della Siria di Bashar al Assad. Infatti, se le battaglie in corso ad Aleppo e a Raqqa fossero vinte dagli uomini di Damasco, la Siria potrebbe tornare a esercitare il controllo della frontiera con la Turchia e la Giordania. In questo caso, l’IS rimarrebbe isolato nella regione irachena di Al Anbar, senza nessuna possibilità di ricevere dalla Turchia il flusso di armi e degli altri complementi. In questo caso, la “guerra senza prigionieri” cancellerà ancora più vite umane nelle sabbie del deserto iracheno.

 

* giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania.

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

Caos in Iraq “made in USA”: cammino aperto per lo Stato Islamico

 ISISdi Achille Lollo*, da Roma (Italia)

Brasil De FatoEdizione 599,  dal 21 al 27 agosto 2014 – Internazionali – Pag. 16 – Iraq

Nel 2011 gli USA sono usciti dall’Iraq, dopo di aver portato a termine la missione “Democrazia a Baghdad”. Il nuovo Stato è stato consegnato ad Al-Maliki, principale leader sciita. È stato un disastro politico, caratterizzato dal settarismo e dalla corruzione – un contesto che i gruppi armati dello Stato Islamico hanno sfruttato, istigando la minoranza sunnita a ribellarsi.

Nel gennaio 2013, il misterioso leader dell’allora ISIS – attuale auto-proclamato Stato Islamico – Abu Bakr al-Baghdadi, dopo aver rotto con Al Qaeda e, in seguito, essersi auto-nominato “guida dei combattenti islamici del Levante”, ha convocato una riunione di tutti i leaders dei gruppi armati jihadisti iracheni e delle unità ribelli sunnite.

Il risultato di tale riunione è stato estremamente importante perché, in termini politici, al-Baghdadi ha definito la formazione di un fronte islamico sunnita, disposto a intraprendere una guerra aperta contro il regime di Baghdad.

In pratica, questo ha implicato che le cellule clandestine dei gruppi di ribelli sunniti e jihadisti, in luogo di sacrificarsi per realizzare sanguinari attentati nei luoghi frequentati dai civili sciiti, cominciassero a creare le condizioni affinché le popolazioni sunnite accettassero l’arrivo dei combattenti dell’allora chiamato Isis.

Questo fatto ha comportato che l’“Esercito degli uomini di Naqshbandi”, cioè, il braccio armato di ciò che è rimasto del Partido Baath Arabo di Saddam Hussein, sotto la dirigenza dell’ex-generale Izzat Ibrahim al-Douri, accettasse di unirsi all’ISIS che, in termini politici e mediatici, si presentava come il gruppo più organizzato e meglio referenziato presso i servizi segreti dell’Arabia Saudita, del Qatar, della Turchia, di Israele, della Gran Bretagna, della Francia e perfino degli Stati Uniti.

Bisogna ricordare che la partecipazione degli jihadisti dell’allora ISIS nella guerra civile siriana, al lato del Fronte Al-Nustra, è stata usata dai media occidentali per rinforzare, in termini politici, l’opposizione sunnita al presidente siriano Bashar al-Assad. D’altro lato, alcune vittorie che l’ISIS ha ottenuto nel Nord e nel Nord-est della Siria, dove i suoi uomini si sono impossessati di alcuni pozzi di estrazione petrolifera hanno motivato ancora di più l’interesse dei servizi segreti, soprattutto dopo la sconfitta degli uomini dell’Esercito Libero Siriano a Homs e lungo le regioni della frontiera con il Libano.

In funzione di ciò, i combattenti di al-Baghdadi hanno ricevuto armamenti, addestramento, soldi e, soprattutto, una copertura legale per vendere il petrolio rubato alla Siria. Petrolio rivenduto a un prezzo minore di quello dei mercati, tra il 40% e il 55%. Per questo, in pochi mesi, l’allora ISIS è riuscito a ottenere le risorse per organizzare una task force di 20 mila uomini totalmente auto-trasportata.

Questo contingente, all’inizio dell’anno, è entrato nelle regioni centrali dell’Iraq, senza nessuna difficoltà e senza incontrare resistenza da parte delle unità dell’esercito regolare che, davanti alla minaccia di dover affrontare combattenti sunniti, praticamente si è disintegrato.

È chiaro che in questa prima fase è stata di fondamentale importanza la presenza dei combattenti dell’“Esercito degli uomini di Naqshbandi”, al lato degli jihadisti. Questo fatto, ha permesso alle brigate dell’ISIS di entrare nei villaggi e nelle piccole città ed essere ricevuti dalle popolazioni sunnite come liberatori.

 

Saddam Hussein

Infatti, non possiamo dimenticare che, quando Saddam Hussein, il 15 luglio 1979, successe ad Ahmed Hassan al-Bakar, oltre a controllare tutto il Partito Baath, con membri dell’etnia sunnita, ha anche collocato sunniti in tutta l’amministrazione dello Stato e, soprattutto, nell’esercito, nella polizia e nei servizi segreti. Un’operazione settaria senza precedenti, che in Iraq ha colpito, principalmente, la maggioranza sciita, tanto in termini etnici quanto religiosi.

Eppure, con il governo sunnita di Saddam Hussein, non sono stati solamente gli sciiti (il 60% della popolazione) a soffrire l’isolamento istituzionale e la repressione.

I curdi sono stati i più castigati da Saddam, per il fatto di essere la minoranza (il 10% della popolazione) che, a partire dagli anni ’50, ha appoggiato la lotta per l’indipendenza del Curdistan, regione al Nord dell’Iraq.

Una lotta che era stimolata dall’esistenza di altri due movimenti di liberazione curdi, il PKK in Turchia e il Movimento di Resistenza Curda in Iran, oltre a piccoli gruppi in Siria. Per questo, nel 1988, l’ esercito di Saddam ha lanciato in Curdistan l’“Operazione Anfal”, nella quale sono stati uccisi 180 mila curdi.

Tuttavia, la furia dell’esercito sunnita di Saddam è stata maggiore nel Sud del paese, quando, nel 1991, è esplosa la ribellione della maggioranza sciita, che ha subito il massacro di 230 mila persone.

Con tutti questi precedenti, la pretesa “missione civilizzatrice” dell’esercito degli Stati Uniti, che si è estesa durante dieci anni, non ha fatto nulla per sanare le ferite del passato e nemmeno ha mai tentato di introdurre nella società multi-etnica irachena i concetti di eguaglianza e di solidarietà.

Al contrario, tutti i governatori militari e gli ufficiali dell’esercito degli USA, incaricati di amministrare villaggi e città, si sono sempre appoggiati esclusivamente alle dirigenze politiche della maggioranza sciita. Conseguentemente, la minoranza sunnita e, soprattutto i baathisti sono stati gli unici a costruire e alimentare una resistenza armata contro l’esercito invasore.

Un’opposizione che, nonostante la repressione, è risorta e si è rinforzata, partecipando in prima persona alla guerra civile in Siria e questo fatto ha acuito ancora di più la diversità etnica e religiosa tra sunniti e sciiti.

 

Nuovamente gli USA

Quando il presidente Barack Obama, nel 2011, ha ritirato dall’Iraq il corpo di spedizione statunitense, sapeva molto bene che la missione “Democrazia a Baghdad” presentava profonde contraddizioni. Tuttavia, il costo finanziario e umano di questa missione era, in pratica, insostenibile, soprattutto, dal punto di vista politico, visto che poteva trasformarsi in un secondo Vietnam.

Di fronte a questa situazione, le eccellenze della Casa Bianca hanno puntato tutto sulla gestione settaria degli sciiti, perché, secondo loro, questa era l’unica forma di garantire il mantenimento di uno Stato e di un’amministrazione pubblica che per dieci anni erano stati guidati e controllati da un esercito di occupazione di 100 mila soldati e più di 30 mila “tecnici”.

È evidente che, adesso, Obama e le eccellenze della Casa Bianca, come anche i generali del Pentagono hanno un profondo timore di consegnare armi all’esercito iracheno che, in realtà, esiste solamente nella zona verde di Baghdad. Cioè, per difendere le élites e l’oligarchia sciita.

Infatti, nel 2013 il governo di Al-Maliki ha comprato 36 caccia-bombardieri F-16, ma, fino ad adesso non sono stati consegnati. Tanto che l’ormai ex-primo ministro iracheno, Al-Maliki, è ricorso alla Russia per comprare urgentemente dieci caccia-bombardieri Sukhoi Su-25, dei quali cinque già sono stati consegnati – e che, secondo la TV Al Jaazira, starebbero realizzando missioni di bombardamento contro le posizioni dello Stato Islamico.

Oggi, la Casa Bianca e i generali del Pentagono non si fidano degli ufficiali sciiti dell’esercito iracheno e, soprattutto, disprezzano la maniera in cui è stato costruito questo esercito negli ultimi anni, permettendo che la maggior parte delle reclute si arruolasse semplicemente per mangiare o avere un salario. Dal momento che non possiamo dimenticare che l’invasione statunitense dell’Iraq ha provocato 1 milione di sfollati, oltre a distruggere quasi interamente le infra-strutture e i centri industriali.

In questo contesto, Obama ha scoperto un altro errore di Hillary Clinton, tanto che il Segretario di Stato, John Kerry, è dovuto correre in Curdistan per negoziare la continuazione dell’alleanza dei curdi col governo di Baghdad. Infatti, quando lo Stato Islamico ha attaccato e conquistato la città di Mosul e le brigate dell’esercito iracheno sono fuggite in direzione di Baghdad, i curdi erano pronti a dichiarare l’indipendenza.

Questo non è successo, perché Kerry ha promesso che gli USA e la NATO avrebbero armato l’esercito guerrigliero dei curdi, trasformandolo in un esercito regolare. Oltre a ciò, la Casa Bianca ha garantito che, dopo la sconfitta dello Stato Islamico ci sarà una negoziazione per implementare in Iraq una soluzione federativa che, giustamente, offra garanzie dal punto di vista economico ai curdi riguardo al controllo delle rimesse del petrolio e del gas estratti in Curdistan. Per questo, Obama ha chiesto agli alleati della NATO di inviare armi ai Curdi, come mezzo per mantenere le promesse di John Kerry indirizzate a una soluzione globale.

Ma il principale problema dell’Iraq non è l’attuale contesto militare, visto che gli F-16 o i Sukhoi Su-25 possono fare un ottimo lavoro, massacrando con le loro bombe e missili la maggior parte degli jihadisti dello Stato Islamico. Il vero problema è il futuro politico dell’Iraq che, di fatto, è problematico e perfino drammatico, vista la sequenza di massacri praticati dai gruppi jihadisti dello Stato Islamico.

Gli altri gruppi sunniti islamici e, soprattutto, il contingente delle unità baathiste non hanno partecipato ai massacri di cristiani semplicemente perché sanno che dopo di queste stragi ci sarà una negoziazione per definire una piattaforma federale o anche la formazione di tre nuovi Stati definiti su base etnica.

È evidente che il “califfo” al-Baghdadi non si potrà sedere al tavolo delle negoziazioni. Il suo luogo dovrà essere occupato dall’ex-generale baathista Izzat Ibrahim al -Dour. Tuttavia, questa previsione potrà essere realizzata solamente con il “sacrificio” dei combattenti jihadisti dello Stato Islamico. Un “sacrificio” che, in realtà, sarà la condizione sine qua non per l’inizio delle negoziazioni tra sciiti, curdi e sunniti.

Cosciente di questo pericolo, il “califfo” pretende ampliare la guerra civile in Libano, in Giordania, in Siria, in Iraq e nelle regioni estreme della frontiera di quest’ultimo con l’Iran. Un progetto che provocherebbe una esplosione fondamentalista generalizzata, nella quale la negoziazione per la fornitura del petrolio e del gas all’Occidente sarebbe fatta direttamente con gli Stati Uniti e la NATO, che in questo caso sarebbero obbligati a riconoscere il Califfato dello Stato Islamico.

Un progetto complesso e molto utopico che, tuttavia, ancora aleggia come possibilità, non per la sua solidità politica, ma per essere una conseguenza delle stupidità geo-strategiche che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO hanno commesso nel Medio Oriente negli ultimi 30 anni.

 

* corrispondente dall’Italia per Brasil de Fato e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione a cura di Marco Nieli]

Stato Islamico: un disastro “Made in Usa”

da al manar

L’ironia della sorte è che gli Stati Uniti si trovano a bombardare le proprie armi, ponendo in maniera palese che Washington ha contribuito in modo indiretto all’ascesa dello Stato Islamico, che è diventato uno dei migliori gruppi terroristici armati e finanziati in tutto il mondo.

L’offensiva dello stato islamico in Iraq nel mese di giugno, che è stata una sorpresa per i governi di Iraq e Stati Uniti, sarebbe stata improbabile, se  i terroristi non avessero costruito una solida base in Siria orientale. Sono riusciti a sequestrare armi inviate lì dagli Stati Uniti d’America, Turchia ad altri gruppi terroristici regionali in Siria e che gli alleati dello SI hanno catturato in combattimento contro i gruppi rivali o quando, altri gruppi, si sono uniti all’organizzazione guidata da Abu Bakr al Baghdadi.

«Gli Stati Uniti hanno speso centinaia di milioni di dollari per sostenere, finanziare e addestrare i gruppi armati di opposizione in Siria», ha raccontato l’attivista politico, Raid Yarrar a RT. «Sicuramente, interventi e programmi stranieri nella regione hanno aperto la porta alla crescita di gruppi estremisti».

Lo SI ha, inoltre, ricevuto finanziamenti da sponsor privati ​​nei paesi del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Kuwait e Qatar. Questi donatori hanno portato  enormi risorse ai gruppi terroristici al fine di raggiungere tre obiettivi: opporsi all’Iran, rovesciare il suo alleato, il presidente siriano Bashar al Assad e favorire le divisioni tra sunniti e sciiti nella regione.

Negli ultimi mesi, l’ex primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki ha pubblicamente accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare lo stato islamico.

Il Kuwait si è anche rivelato come un donatore chiave dei gruppi terroristici. «Negli ultimi due anni e mezzo, il Kuwait è emerso come un centro chiave nel finanziamento dalle organizzazioni di beneficenza o individuali che sostengono i gruppi terroristici in Siria”, ha rivelato il think tank americano Brookings Institution, in un rapporto pubblicato nel mese di dicembre.

«Ci sono prove che i donatori del Kuwait hanno sostenuto gruppi ribelli, che hanno commesso atrocità e che sono direttamente collegati ad al-Qaeda o ad altri gruppi associati che collaborano con l’organizzazione sul terreno».

Si noti che tutti questi soldi e il traffico di armi è stato condotto con l’attiva gratificazione degli Stati Uniti, che cercano di rovesciare il governo siriano per installare un regime fantoccio nel paese.

Una volta equipaggiato con armi e fondi, lo stato islamico ha invaso il Sud dell’ Iraq al fine di creare un “califfato” nei territori di entrambi i paesi e successivamente in molti altri.

Questo doppio atteggiamento degli Usa è stato rimproverato, tra gli altri, dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, dichiarando che la lotta contro il terrorismo non dovrebbe essere attuata solo in Iraq, ma anche in Siria.

«La Russia sostiene gli sforzi del governo iracheno nella lotta contro lo Stato islamico e  i gruppi takfiri, chiamando l’Occidente a combatterli non solo in Iraq, ma anche in altri paesi come la Siria», ha dichiarato Lavrov in una conferenza stampa lunedì scorso.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

WikiLeaks: «Nel 2010 la Siria invitò gli Usa a combattere i terroristi dell’Isil. Gli Usa li armarono»

da ria novosti

«Gli Stati Uniti hanno permesso allo Stato islamico di crescere. La Siria nel 2010 ha invitato Washington a collaborare per combattere i gruppi estremisti. Gli Usa, invece, li hanno armati». WikiLeaks lo ha scritto nel suo account Twitter.

Nel febbraio 2010, il capo dell’intelligence siriana, il generale Ali Mamluk, e il vice ministro degli Esteri siriano Faisal al Miqdad, si sono incontrati a Damasco con una delegazione americana guidata da Daniel Benjamin, coordinatore del gruppo anti-terrorismo del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America. Secondo quanto trapelato dai cablogrammi di WikiLeaks, la presenza del più alto funzionario dei servizi segreti siriani in un incontro con una delegazione straniera fu un evento straordinario che non era mai accaduto, anche con paesi alleati come il Regno Unito o la Francia. Quella volta Mamlouk partecipò per ordine personale del presidente Bashar al Assad.

Durante l’incontro, Mamluk sollecitò il problema della sicurezza sul confine siro-iracheno, al quale Damasco avrebbe collaborato con Washington. Inoltre, Mamluk puntò sul fatto che la Siria era pronta a negoziati tripartiti sulla questione dopo le elezioni irachene che si sarebbero tenute il mese successivo. Il funzionario siriano evidenziò, inoltre, che le forze di sicurezza del paese avevano catturato centinaia di terroristi che usavano la Siria come un punto di transito per entrare in Iraq, ma molti erano riusciti a varcare il confine. «Se cominciamo a collaborare con voi, questo porterà risultati migliori e saremo in grado di proteggere meglio i nostri interessi», spiegò il generale.

Allo stesso tempo, Mamluk sottolineò che la precedente esperienza di lavoro con la CIA non era stato molto soddisfacente e impose tre condizioni di base per le future operazioni congiunte.
In primis, propose la leadership siriana su eventuali operazioni speciali, richiesta sostenuta da tre decenni di antiterrorismo di successo e una buona conoscenza dei rispettivi gruppi estremisti.
La seconda richiesta riguardava la Transportation Security Administration degli Stati Uniti che doveva escludere la Siria dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo e che devono sottoporsi ad un attento esame, sostenendo che si trattava di “una contraddizione” in caso di collaborazione nella lotta al terrorismo.

Infine, il generale spiegò che era necessario convincere i siriani a sostenere la possibile cooperazione con gli Stati Uniti, suggerendo, quindi, a Washington di mostrare la sua volontà a rimuovere le sanzioni economiche contro Damasco.

Benjamin non accettò la proposta, fece solo alcune osservazioni molto generali. Affermò che i controlli scrupolosi non discriminavano i siriani, ma si applicavano a tutti i viaggiatori, compresi i cittadini americani di ritorno dopo aver attraversato il territorio dei paesi elencati. Per quanto riguarda le altre condizioni, spiegò che la lotta contro il terrorismo non era l’unico pilastro della politica estera americana e si disse pronto a tornare a Damasco, ma rifiutò di parlare dei suoi piani in quelle visite future.

Nel 2013, il quotidiano The Washington Post ha pubblicato un articolo intitolato: «La CIA inizia la fornitura di armi ai ribelli siriani». Oggi, la milizia dello Stato islamico combatte con successo contro gli eserciti di Iraq e Siria e controlla un territorio che si estende dalla città di Aleppo in Siria, alle città di Falluja, Mosul e Tal Afar in Iraq.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria: 250.000 mercenari provenienti da 87 Paesi

da IAC, Centro di Ricerca Usa

Secondo uno studio dell’IAC di Washington, in Siria, da aprile 2011 a gennaio 2013, si sono infiltrati 250.000 mercenari terroristi, 58.000 sono stati uccisi e 82.000 sono andati via.

Secondo lo studio, attualmente tra i 96.000 e i 120.000 appartenenti al Fronte al Nusra, Isil, FSA, ed ad altri gruppi takfiri stanno combattendo in Siria.

I terroristi, provenienti da 87 Paesi, per la maggior parte raggiungono la Siria attraverso la Turchia, grazie alla complicità del Governo Turco che facilita il loro l’afflusso.

[Nota di Francesco Guadagni per ALBAinformazione]

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