Coordinadora Simón Bolívar: Intervista a Juan Contreras

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Intervista a Juan Contreras
Coordinadora Simón Bolívar, Parroquia 23 de enero, La Cañada, Caracas, República Bolivariana del Venezuela

Qual è il contributo e la partecipazione della Coordinadora Simón Bolívar alla Rivoluzione Bolivariana?

La Coordinadora Simón Bolívar è un’organizzazione sociopolitica che esiste da 26 anni e in questi 26 anni ha lavorato alla costruzione del Potere Locale. In cosa consiste questo nostro contributo al processo bolivariano nei 20 anni di rivoluzione?:

  • La costruzione del Potere Popolare, che a nostro avviso è dal basso verso l’alto. Non viene dalle elite o da vertici che si autonominano o si fanno rivoluzione. La rivoluzione, voglio ripeterlo, si costruisce dal basso verso l’alto ed è un apprendistato che abbiamo svolto in questi ultimi 26 anni. Questo è l’apporto, uno dei tanti, che può dare e ha dato la Coordinadora. Come dire… è necessario costruire coscienza, educazione e formazione dal basso. Perché? Te lo dico. Chi costruisce il processo? Le rivoluzioni le fanno i popoli, non i singoli uomini, per quanto brillanti essi siano. La rivoluzione la fa il popolo con le sue stesse mani: contadini, operai, studenti, indigeni, le persone dei settori popolari, delle baraccopoli. Uno degli elementi dell’apporto della Coordinadora è decisamente l’educazione. L’educazione, potremmo dire, come fatto rivoluzionario e di trasformazione. Educazione che produce coscienza.
  • Quale altro elemento abbiamo aggiunto esattamente all’educazione in questi 26 anni? C’è una linea trasversale che attraversa tutto il nostro lavoro. Una linea che va dallo sport alla cultura, alla politica, alle rivendicazioni, fino alle più diverse aree di cui ci occupiamo. Questa linea trasversale è precisamente il tema della formazione, dell’orientamento. Non diciamo che la gente deve andare all’università. Le nostre comunità vanno all’università, i nostri giovani già si formano nelle università ma, cosa molto più importante, stiamo parlando di creare coscienza, di far capire che oggi la lotta che sta conducendo il popolo è una lotta di classe. Bisogna far capire che stiamo andando nella direzione di una precisa corrente della storia. Qual è questa corrente storica, che il comandante Chávez metteva in evidenza, e che il complesso dei rivoluzionari del popolo venezuelano mette in evidenza? è quella corrente che inizia con il cacicco Guaicaipuro nella lotta per scacciare l’invasore, lotta ripresa da José Leonardo Chirinos provando a ricostruire la Repubblica e abolire la schiavitù. È quella corrente che nel secolo XIX si concretizza in Miranda, Bolivar e Sucre. Con il processo di indipendenza del 1854, Terra e Uomini Liberi. Lo dice in maniera chiara Ezequiel Zamora e, più di recente, nella nostra storia contemporanea, è rappresentata dal 23 gennaio del ’58 con la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez; poi abbiamo avuto il 27, il 28 febbraio dell’89, quando tra le 3000 e 5000 persone, cittadini, sacrificarono la propria vita per rigettare le ricette del fondo monetario internazionale; e, ancora, si manifesta il 4 febbraio del ’92 e il 27 novembre ’92, due insurrezioni civico-militari, per raggiunge l’apice il 6 dicembre del ’98, quando il Comandante Hugo Chávez, quando il popolo, che è quello che decide, non votò né per Copeianos né per Adecos, per i socialdemocratici o per i social-cristiani. Il popolo votò per Hugo Chávez. Questa è la strada che abbiamo scelto e qui, in questo precisa corrente storica, trova posto il nostro contributo. Formazione, educazione, partecipazione. Bada che la partecipazione non si ordina o decreta, l’abbiamo costruita dal basso.

In che modo la rivoluzione bolivariana può affrontare la minaccia imperialista?

Senti, se c’è qualcosa che l’impero e i suoi lacchè temono è la formula fin qui adottata: mobilitazione popolare. Il popolo deve essere mobilitato in ogni momento, deve stare per strada, con le sue parole d’ ordine, con disciplina, comprendendo il momento politico. Inoltre gli statunitensi hanno molta paura dell’opinione pubblica interna del proprio paese. Contro la guerra in Vietnam ci furono molte proteste negli Stati Uniti. Il tema dei caduti e dell’opinione pubblica interna gli si ripercuote contro andando in senso contrario ai loro desideri. Gli Stati Uniti d’America vorrebbero che la gente sostenesse la guerra. Ma il fatto più importante rimane il popolo organizzato e mobilitato, che partecipa alla difesa e alla sicurezza della nazione, da Milizia, dal campo popolare. Esiste tutta una concezione, un’idea, che poi è la concezione del popolo in armi. La stessa politica che adottò il Vietnam, la stessa del Nicaragua del 19 luglio 1979 quando ha avuto luogo la rivoluzione. La lotta di tutto il popolo fa parte della dottrina bolivariana e in questo momento è parte della nuova dottrina delle nostre forze armate e deve essere parte della dottrina del nostro popolo, il popolo in armi. L’unica possibilità di sconfiggere l’Impero americano è con le persone organizzate, le persone per strada, il popolo come parte di quell’importante forza per affrontare l’invasore.

Bolívar l’ha dimostrato che quando ha coinvolto tutti, i neri, gli indios, tutti nella lotta per l’indipendenza riuscendo a vincere. Allora sconfiggemmo l’impero spagnolo, e sappiamo dalla storia che l’impero spagnolo, l’impero ottomano e l’impero romano sono caduti; perché l’impero americano non può cadere? Gli americani non hanno mai osato toccare Cuba dopo la rivoluzione e penso che dovrebbero pensarci molto attentamente prima di cercare di venire qui, perché questo paese potrebbe essere la tomba di qualsiasi marine degli Stati Uniti, di qualsiasi forza militare che osi entrare in Venezuela.

Parlando di guerre: se dovesse esserci un conflitto, un conflitto globale tra Stati Uniti e Russia, come gruppi organizzati venezuelani, cosa fareste?

Ascolta, la solidarietà è radicata nel popolo venezuelano. Miranda ha combattuto per l’indipendenza del Nord America e in Francia è  addirittura presente sull’Arco di Trionfo; ricordiamo Carlos Aponte, ma esiste un gran numero di venezuelani che, nel corso dei decenni, anni, di tutta la nostra storia come popolo, sono stati protagonisti di altre lotte, sono stati internazionalisti. Una delle storie più recenti è quella del compagno della parrocchia La Vega, Alí Gómez García, il compagno “Pinze”, che morì combattendo in Nicaragua. C’è anche un altro compagno, José Vicente Ochoa, morto nella lotta in El Salvador. Cosa voglio dire? Se le circostanze giustificassero la lotta contro l’impero nordamericano ad altre latitudini, non dubito che il nostro popolo prenderà la decisione giusta. Se dobbiamo affrontarlo ad altre latitudini, come lei suggerisce, con i russi, e comunque non credo che i russi abbiano bisogno di molto sostegno, insomma, se la situazione lo richiedesse e dovessimo mobilitarci, credo che il nostro popolo non esiterebbe a farlo. I cubani lo hanno fatto in Angola, in America Centrale. Lo hanno fatto in questi 60 anni in America Latina e ai Caraibi. Credo che noi latinoamericani siamo un solo popolo, un unico blocco, quello che Bolivar chiama “America Meridionale” e questo popolo è disposto a lottare per l’indipendenza, per la sovranità, per cause giuste ovunque. In definitiva sono certo che saremo presenti, se necessario.

In cosa potrebbe consistere il sostegno esterno dei gruppi di solidarietà internazionale con la Rivoluzione Bolivariana? E, dal suo punto di vista, quali dovrebbero essere le relazioni dei paesi che sostengono il processo bolivariano?

Beh, qualcuno ha detto: “La solidarietà è la tenerezza del nostro popolo”. Credo che, come le persone costruiscono relazioni attraverso i governi, si intendono a vicenda ed esiste una diplomazia, così ci dovrebbe essere anche una diplomazia popolare.

Cosa intendo con questo? Qual è il compito immediato?

Dal punto di vista internazionale, il compito impellente è vincere la battaglia dell’opinione pubblica. Spiegare che in Venezuela non c’è dittatura né un regime che sta distruggendo il paese, bensì un processo interessante: un rivoluzione. Dobbiamo avere quel sostegno esterno che dice al mondo cosa sta realmente accadendo. Come, per esempio, le mobilitazioni che hanno avuto luogo in Europa, in Africa, in Asia, in America e in America Latina, che denunciano l’aggressione dell’Impero; ci sono svariati modi per farlo. Uno di questi è attraverso i media, con le dichiarazioni che il Comitato di solidarietà può rilasciare.

2- La presenza della solidarietà davanti alle nostre ambasciate e gli aiuti di solidarietà. C’è un blocco finanziario, economico e commerciale contro il Venezuela e la solidarietà si può manifestare anche attraverso la questione dei farmaci, questione che ci sta colpendo molto duramente in questo momento, frutto del blocco criminale attuato dall’Impero nordamericano. C’è una serie di compiti che tutti quei Comitati di Solidarietà che si stanno creando in America Latina e nei Caraibi e nel resto del mondo possono assumersi: denunciare ciò che sta realmente accadendo oggi in Venezuela. Non è una dittatura, qui non c’è dittatura, qui c’è un percorso che il popolo ha scelto 20 anni fa, lo abbiamo fatto in pace, costruito attraverso un processo elettorale trasparente e pulito che chiunque può verificare.

All’interno della comunità come si affronta la guerra economica?

È opinione comune che nelle difficoltà gli esseri umani crescano. Il Venezuela è il popolo delle difficoltà. Cosa voglio dire? Stiamo prendendo contatti proprio mentre parliamo. Si deve sapere che la carne viene venduta senza scrupoli, da affaristi favorevoli all’intervento armato in Venezuela e pro controrivoluzione, a più di 30.000 bolivares. Qui si sta svolgendo, in questo stesso momento che tu ed io stiamo parlando, una vendita di carne a 21.000 bolivares… cioè a molto meno. Come abbiamo fatto? abbiamo stretto legami con alcune persone che hanno cooperative o che sono direttamente legate ai macelli e questo ci salva dall’aumento dei prezzi. Compriamo quasi allo stesso prezzo a cui le vendiamo. Stiamo prendendo contatti con le persone che si muovono in quel settore per garantire la carne al prezzo più economico. Allo stesso modo faremo con altri generi alimentari; ma ci sono anche zone dei nostri quartieri, qui nella capitale, in particolare il 23 de Enero, dove si sta seminando quello che è possibile seminare, colture che hanno cicli brevi, per affrontare questo blocco economico. La guerra economica fa parte di una combinazione tattica di diverse metodologie di guerra; gli Statunitensi la chiamano guerra ibrida, i cinesi la chiamano guerra con tutto. Questa strategia consiste in una combinazione di metodi tattici di guerra che va dai “Cinque passi dalla dittatura alla democrazia” di Gene Sharp, passando per la guerra economica che cominciò col nascondere il nostro cibo, a farlo scarseggiare e trafugarlo oltre confine. Come non bastasse, la guerra commerciale ci impedisce di poter stabilire relazioni con un altro paese, anche avendo soldi per acquistare medicine, beni, servizi e cibo cosa che potrebbe permetterci di vivere tranquillamente, non possiamo.

Dal punto di vista finanziario è importante il tema della moneta, come la usano e come le assegnano il suo valore?

In Paraguay, questo è pubblico e arcinoto; hanno avuto una casa, una quinta [casa di lusso, NdT], ma piena di banconote, bolivares da 100. Al confine con la Colombia assistiamo a un sabotaggio. Vediamo come attraverso Internet fissano il prezzo del dollaro e questo prezzo a nero è quello che viene seguito dai commercianti e che provoca il crollare della nostra economia. Attraverso la guerra dei media fanno credere vere tutte le bugie che si raccontano sul Venezuela… allora il Venezuela sarebbe lo Stato fallito, lo Stato del narcotraffico; attraverso le reti si dicono una quantità di cose. Usano la guerra psicologica: 3.000 soldati israeliani sono arrivati in Brasile, 5.000 soldati sono arrivati in Colombia, tutta una preparazione alla guerra. Come ha detto il nostro Maggiore Generale Pascualino Angiolillo Fernández, tutto questo è parte di una guerra multidimensionale che ha a che fare con la guerra ibrida. Guerra che Barack Obama ha cominciato nel 2015, una guerra preventiva, e Trump continua a portarla avanti facendo pressione per portarci allo scontro.

Il motivo di questa aggressione, al di là della nostra ricchezza, è ciò che il Venezuela significa dal punto di vista geografico e geostrategica, la sua collocazione geografica, è il fatto che continuano a sostenere la Dottrina Monroe*, che semplificandola notevolmente consiste in: “America agli Americani”. Questo non lo dico io, Juan Contreras, lo sostiene John Robert Bolton, consigliere del presidente Trump, che di recente è tornato a dire che ciò che è in gioco è la Dottrina Monroe. In base alla Dottrina Monroe, che fu creata nel 1823 da John Quincy Adams segretario di Stato Usa, ma ricordata col nome del presidente James Monroe, beh, ci considerano il loro cortile di casa. Sviluppare questa dottrina significò dire al decadente Impero Spagnolo che ogni pretesa sull’America sarebbe stata un atto di provocazione nei loro confronti. Si considera l’America Latina il proprio cortile di casa. Di fronte a questa idea abbiamo abbracciato, 200 anni dopo, il pensiero di Bolivar, la dottrina bolivariana di integrazione e di emancipazione dei popoli. In questa corrente ci troviamo, quella dell’emancipazione, della liberazione nazionale e della costruzione del socialismo bolivariano.

*la dottrina Monroe è il principio della politica estera degli stati uniti secondo il quale l’intervento delle potenze europee negli affari interni dei paesi dell’emisfero americano non è permesso. Questa Dottrina Monroe è tratta da un messaggio al Congresso del presidente James Monroe datato 2 dicembre 1823.

Juan, se si verificasse un colpo di stato o un cambio di governo attraverso la violenza, cosa farebbe la Coordinadora Simón Bolívar?

Guarda, oserei dire che, in questo momento, ci sono cinque scenari: la questione del negoziato in Norvegia, quello che mi stai chiedendo e a cui poi risponderò, un colpo di stato, l’omicidio del Presidente e un’implosione. Quello che stanno facendo è coniugare quest’insieme di tattiche di guerra per destabilizzare il paese e sconfiggere il processo rivoluzionario. Queste cose che sono indotte lo stesso potrebbero verificarsi per il collasso del popolo in caso non riuscisse a resistere più o per un intervento diretto.

Un colpo di Stato cercherebbe, in questo momento, di trovare nel quadro delle Forze Armate, un Pinochet, cosa finora non avvenuta.

Ora, cosa faremmo noi, come organizzazione socio-politica, la Coordinadora Simón Bolívar? Beh, la maggior parte di noi, è registrata nelle Milizie popolari. Quindi non abbiamo bisogno di andare a comprare un’arma o inventarci qualcosa, come dicono i media o le grandi multinazionali della comunicazione mentendo sfacciatamente. Ci arruoleremmo nella chiamata della riserva. Qui posso affermare, come direbbe un nostro compagno, che oggi si trova su un altro piano dell’esistenza, il compagno Freddy Parra: dunque Chávez si sbaglia? dobbiamo sostenere Chávez, così come questo processo, che ha difficoltà, che ha errori naturalmente e che nessuno nega. Di fronte ad un’invasione dell’Impero nordamericano, di fronte all’aggressione dell’Impero, il popolo andrà a serrare i ranghi in difesa della Patria; non ci sono dubbi, difenderemo il nostro processo, quello che la maggioranza si è scelto. Le difficoltà, la complessità di costruire un processo di questo tipo nel XXI secolo, sono risolte dai venezuelani, tra i venezuelani, tra il popolo, e la strada che abbiamo scelto è stata quella delle elezioni.

La Costituzione è chiara ed infatti esiste un articolo che stabilisce quanto segue: a metà del mandato, se la gente considera che il presidente (è come una valutazione) stia facendo male o considera sbagliato il suo operato, beh, si indice un referendum revocatorio. Si attiva l’iter presso il Consiglio Elettorale Supremo (CNE), si raccolgono le firme pari a una determinata percentuale degli elettori e se tutti questi requisiti sono soddisfatti, si va al referendum revocatorio. Oppure aspettare che terminino i sei anni di mandato stabiliti dalla Costituzione. Non c’è nessun’altra formula nella Costituzione che dice il contrario. Ecco perché, se questi principi vengono violati, cioè se l’Impero osa intervenire sulla terra di Bolivar, la terra di Chávez, la terra di Freddy Parra, la terra del Comandante Elías, evidentemente gli uomini e le donne della Coordinadora Simón Bolívar saranno in difesa di un processo che la maggioranza dei venezuelani ha scelto.

Qui in Venezuela si è parlato molto dei prigionieri politici che teoricamente il governo del Presidente Nicolás Maduro ha messo in stato di detenzione. Hai commentato che anche il Venezuela ha un politico venezuelano detenuto in Francia, Carlos Ilich Ramírez. Cosa mi puoi dire di questo compagno venezuelano, che ha combattuto negli anni ’60 e ’70 ed è stato condannato a vita? Perché non è stato fatto qualcosa come hanno fatto i cubani con i loro cinque compagni detenuti negli Stati Uniti? Perché non è stata promossa una protesta mondiale basata sulla vita di questo compagno venezuelano prigioniero in territorio francese?

Prima di tutto lascia che ti dica che per la Coordinadora Simón Bolívar, Ilich Ramírez Sánchez, venezuelano, è un rivoluzionario che ha abbracciato la causa del popolo palestinese fin dalla più tenera età e che è sotto sequestro da più di 25 anni. A seguito di un complotto, avvenuto nell’agosto del 1994 nello stato del Sudan, è stato rapito dai servizi segreti francesi. Oggi è lì, in Francia. Nessuna delle cause ha potuto provare altro che il rapimento di ministri OPEC, reato che non ha nulla a che fare con lo stato Francese; Da allora in poi, non c’è un solo atto che non sia stato attribuito a Ilich Ramírez e in quei processi, in cui gli sono stati comminati tre ergastoli, quello che cercano di punire è, diciamo, la costanza e la perseveranza di un rivoluzionario internazionalista. Condannato per dimostrare al mondo intero che chi cerca di seguire la stessa strada di Ilich Ramírez subirà il medesimo destino. Credo che, così come lo Stato cubano ha realizzato una campagna in un momento complesso della situazione economica e politica frutto di un blocco criminale che dura da più di 60 anni, dovremmo fare lo stesso. Credo che in questo momento siano date le condizioni e bisogna dire che noi abbiamo sostenuto quei 5 eroi cubani; Ilich Ramírez Sánchez, è un eroe venezuelano. Ha imparato anche lui da Bolívar, che ha liberato cinque nazioni. Lo stesso Miranda è andato a combattere ad altre latitudini e credo che proprio questa sia stata la strada scelta da Ilich Ramírez; in altre parole, siamo obbligati come popolo, con la nostra storia, con il peso dei nostri eroi, ad organizzare una politica che ci permetta, come ha permesso al governo cubano la liberazione dei suoi cinque eroi, di liberare il nostro.

Credo che il popolo venezuelano sia in debito con Ilich Ramírez Sánchez. Credo anche che il nostro governo, che è un governo progressista e rivoluzionario, abbia un debito con questo compagno. Perché? Non chiediamo al governo di pensare come ha pensato Ilich, no, di abbracciare la causa del popolo palestinese con la stessa passione con cui il compagno l’ha abbracciato; Carlos è semplicemente un cittadino venezuelano in disgrazia in questo momento. Rapito e imprigionato dallo Stato francese. Per questo siamo obbligati, attraverso l’ambasciata venezuelana, attraverso il nostro consolato lì, a prestare l’attenzione che dovrebbe essere prestata a qualsiasi cittadino venezuelano, ovunque nel mondo, che cade in disgrazia. Questo non significa che tu stia dando credito a quello che la matrice internazionale ha voluto rappresentare Carlos Ilich Ramírez, “El Chacal” lo Sciacallo, il nome che gli hanno affibbiato; sembra che a volte ingoiamo questo ricatto.

Gli Stati Uniti non permisero mai che Posada Carriles, questo sì terrorista convinto e confesso, venisse consegnato al governo cubano. Né per l’esplosione dell’aereo, né per le bombe che aveva piazzato nel ’90 e ’93 in alcuni alberghi all’Avana. Né il Venezuela ebbe l’opportunità di giudicarlo, sebbene se ne avesse richiesto l’estradizione in quanto in possesso di doppia nazionalità, cubano e venezuelana. Non si è potuto processare perché, grazie alla CIA, di cui fu membro negli anni ’70 e ’80, ma già negli anni ’60 era un notorio e attivissimo terrorista, non è mai stato consegnato. Quindi non si capisce quale sia il ricatto in base al quale accusano il Venezuela. Anche se in Venezuela le FARC si nascondevano o si nascondono, ormai sono un  partito legale. O quando si utilizza il tema dei Baschi, che non arrivarono qui all’epoca di Chávez, bensì con l’assenso di Carlos Andrés Pérez, con un accordo con Felipe Gonzalez alla fine degli anni ’80. Più o meno nell’88, poco prima del Caracazo.

Non dobbiamo tacere nonostante questo ricatto che esercita la stampa sul tema del terrorismo. Ilich Ramírez è venezuelano e dobbiamo esigere che sia rimpatriato, giudicato dai nostri tribunali, e che i suoi ultimi anni, quelli che gli rimangono da vivere, li trascorra qui nel suo paese. Penso che se ci definiamo rivoluzionari e diciamo che questa è la Rivoluzione del XXI secolo, quella che ha illuminato con le sue proposte l’America Latina, i Caraibi e altre latitudini, beh, abbiamo un debito con Carlos Ilich Ramírez Sánchez, perché la Solidarietà è la tenerezza dei nostri popoli e la nostra storia parla di quell’internazionalismo.

Bene Juan, infine vorrei che tu facessi un commento: qui nella parrocchia 23 Enero ci sono diverse organizzazioni sociali per settore. Cosa ne pensi di una futura unità di tutte queste organizzazioni?

Sentite, in linea di principio vi direi questo: l’unità non è dettata, l’unità si costruisce nella pratica, nella vita quotidiana, nelle alterne condizioni di lotta; penso che se vogliamo arrivarci dobbiamo camminare, ma perché ciò avvenga, naturalmente, ci deve essere una pratica comune, che credo ricominci a essere fatta a partire dal 23 Enero. Abbiamo dato vita a molte organizzazioni di carattere sociale, che hanno svolto attività politiche, sociali, culturali e sportive in diversi settori. Crediamo di aver camminato e puntato verso quell’unità che è così necessaria in un momento come questo, un momento in cui l’unità di tutti i popoli ci viene richiesta; ma, credo che sia così, dobbiamo costruirla sulla base della prassi, quella che Marx chiamava prassi, che è la prassi sociale, è il giorno per giorno, radicata. Non è quello che dici, ma è la tua prassi, che mostrerà dove stiamo andando, e quella prassi si costruisce insieme. L’unità non è imposta, la stiamo costruendo in questo senso, in pratica, in quel lavoro quotidiano, con il nostro sostegno, con le nostre comunità e col nostro compito di rivoluzionari… proprio a questo che puntiamo adesso, verso l’unità e l’articolazione di una grande piattaforma, di una grande forza sociale, non solo nel 23 Enero, ma oserei dire nel campo popolare qui nel nostro Paese.

Chi è Juan Contreras?

Juan Contreras è solo un altro cittadino, un venezuelano, un creolo della capitale nato nella Parroquia 23 de enero. È un sognatore. Penso che l’uomo sia un prodotto delle sue circostanze, ma Marx lo ha già detto. Sono, potremmo dire, il prodotto di una repressione eccessiva e sistematica ai tempi della Quarta Repubblica attuata contro i giovani del 23 Enero e che non ci ha lasciato altra scelta se non quella di prendere la strada, all’inizio quella delle armi, per difendere la nostra vita. Perché essere giovani nel 23 Enero era un crimine ai tempi della Quarta Repubblica. Quell’eccessiva repressione, ci ha portato prima a difendere la nostra vita, poi a lottare per le richieste che erano necessarie per il 23 Enero… soffrivamo la mancanza di acqua e di servizi pubblici, i trasporti inefficienti; e poi più tardi contro la repressione che qui si è scatenata contro molte generazioni, che abbiamo cominciato a sognare di trasformare fino ad arrivare a formare un pensiero, che andava oltre al fatto di lottare per le rivendicazioni, i trasporti, un servizio idrico permanente, contro la repressione, contro i cattivi governi, abbiamo cominciato a pensare che dovevamo costruire una società diversa. Un modello di società che non fosse la società capitalista e col tempo abbiamo cominciato a tessere a trama di un concetto, un modello di società che mirasse alla trasformazione. Esattamente in questo mi sono impegnato; a volte mio vedo come uno sportivo frustrato, uno sportivo in prestito alla politica.

Il mio grande sogno, a quei tempi, era di essere migliore di Pelé. Sono cresciuto con il calcio e il mio idolo era Pelé, un brasiliano che aveva vinto tre Mondiali. Oggi sarei qualcosa di meglio di Messi e di Maradona.

Ebbene, ecco cosa sono, un venezuelano, cresciuto al 23 Enero, che ha abbracciato la causa della giustizia, formato dai gesuiti; ho studiato tutta la mia vita nel “Gesù Operaio” lì ho fatto tutta la scuola primaria e la secondaria fino al 4°anno; Lì ho letto i miei primi libri sulla rivoluzione,libri che venivano dalle mani di una suora di nome Maria de Los Angeles, ero al primo anno, e mi ha detto che siccome ero molto irrequieto, mi dava da leggere un libro di Martha Harnecker: “Sfruttati e sfruttatori” (1972).

E siccome siamo un prodotto delle proprie circostanze, io vengo da una casa molto, molto umile, da una madre contadina venuta in città in cerca di qualità di vita, istruzione, salute, alloggio, lavoro dignitoso e divertimento. Veniva dallo Stato di Sucre, zona Orientale, e si è fidanzò con un meccanico andino di Mérida, cercarono di dare a me e a mia sorella il meglio e ci misero a studiare in Collegio, nonostante fossero un operaio e un’analfabeta; insomma cercarono di darci la migliore educazione possibile. Misero mia sorella in una scuola gestita dalle suore, e io coi gesuiti e lì avvenne la mia prima formazione. Chiaramente avevo già uno stile di vita molto umile, fatto di niente; vidi la televisione a colori quando cominciai a lavorare, con molti sacrifici; non vedemmo mai il Bambino Gesù, il Bambino Gesù non venne mai a casa mia.

Nascemmo in un posto molto povertà. Come dice mia madre: poveri ma onesti. Credo che questa pratica sociale, questa esperienza, ci abbia uniti.

Però quell’eccessiva repressione ha prodotto un uomo con idee politiche, con idee rivoluzionarie, con fedeltà alla causa, poi siamo sempre stati inquieti. Credo che la prima ammirazione che abbiamo avuto per la rivoluzione sia nata grazie alla rivoluzione cubana… la nostra generazione è stata fortemente influenzata da Fidel, Che, Camilo e siamo cresciuti in questo contesto. E poi, la perdita di alcuni amici; non ho mai smesso di dimenticare Carlos Alberto Vielma Blanco, studente del terzo anno del Liceo Peru de Lacroix. Aveva 15 anni e fu ucciso il 17 febbraio 1976. Viveva nel blocco 19, al 5° piano, al 23 Enero, e qualcuno potrebbe dire che ho la memoria di un elefante, come si dice quando la gente ricorda le date, o qualcosa del genere. Ma non è questo. Lo ricordo perché fu un mio amico d’infanzia. Quel giorno eravamo andati tutti a protestare nella Zona Centrale del 23 Enero; il Segretario di Stato americano Henry Kissinger sarebbe passato lì e la risposta fu la repressione con la Guardia Nazionale. Carlos Vielma è stato colpito alle spalle da proiettili FAL 7,62 x 51 attraversandogli la schiena e perforando lo stomaco… un enorme buco, così è morto. Il giorno prima morirono Lilian Gutiérrez e Nelson Rodríguez, studentesse di quindi e sedici anni  nello stato di Yaracuy. Così era il tempo del Quarta Repubblica e questo mi ha segnato. Ma devo dire anche qualcos’altro: a casa di Carlos ho sentito per la prima volta La Trova Cubana, a Virulo, che a quel tempo era di moda, “La Genesi del Mondo” …” ora vi dirò, come gli indiani sono oppressi …” insomma così mi sono forgiato. Sono un sognatore. Credo in un mondo migliore, credo nell’uguaglianza, credo nella solidarietà, credo in altri principi e fondamentalmente, principi che ho imparato a casa mia; morale ed etica.

E in questi tempi di confusione la cosa fondamentale è la questione ideologica e dall’ideologica deriva la morale e l’etica, fondamentali per avanzare nei principi.

Questo sono… un rivoluzionario, un sognatore di questi tempi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

Coordinadora Simón Bolívar: entrevista a Juan Contreras

por Luis Matute
Entrevista a Juan Contreras
La Coordinadora Simón Bolívar, Parroquia 23 de enero,

La Cañada, Caracas
República Bolivariana de Venezuela.

• ¿Cuáles son los aportes y participación de la Coordinadora Simón Bolívar a la Revolución bolivariana?

La Coordinadora Simón Bolívar es una organización socio-política con 26 años de existencia, que ha trabajado en todos estos 26 años a la construcción del poder local. Cual sería nuestro aporte al proceso bolivariano en estos 20 años de Revolución:

1- Esa construcción del Poder Popular que a nuestro juicio es de abajo hacia arriba, no es desde las elites o desde las cúpulas que se decreta y se hace Revolución, la Revolución se va construyendo desde abajo y ese es un aprendizaje en estos 26 años y es el aporte, uno de los aportes que puede dar la Coordinadora, es decir, es necesario construir, conciencia, educación y formación desde abajo, ¿por qué?, porque ¿quienes construyen el proceso?; las revoluciones la hacen los pueblos, las revoluciones no la hacen los hombres por muy brillantes que sean, la Revolución la hace ese pueblo; campesino, obrero, estudiante, indígena y la gente de los sectores populares, de las barriadas. Entonces, uno de esos elementos, es la educación y la educación, pudiésemos decir, como un hecho transformador, revolucionario, crear conciencia.

2- Que otro elemento aportamos, precisamente a la educación, desde aquí, en estos 26 años, hay una línea transversal, es decir, que atraviesa todo el trabajo deportivo, cultural, político, reivindicativo y en las diferentes áreas que hacemos, y es precisamente el tema de la formación, de la orientación, y no estamos hablando que la gente debe ir a la universidad, nuestras comunidades van a la universidad, nuestros muchachos se forman en las universidades, pues, mucho mejor, estamos hablando de crear conciencia, de hacer entender que hoy la lucha que libra el pueblo venezolano, es una lucha de clases, hacerles entender que estamos caminando en el marco de una corriente histórica; ¿cuál es esa corriente histórica que resalta el Comandante Chávez y que resaltan el conjunto de revolucionarios del pueblo venezolano? Es esa corriente que arranca con el Cacique Guaicaipuro en la lucha por echar a los invasores, que retoma José Leonardo Chirinos, tratando de reconstruir la Republica y abolir la esclavitud, que en el siglo XIX se expresa con Miranda, con Bolívar, con Sucre; es decir, con los Próceres independentistas que en 1854, Tierra y Hombres libres, lo expresa claramente Ezequiel Zamora y que más recientemente en nuestra historia contemporánea está representada en el 23 de enero del año ’58 cuando cae la dictadura de Marcos Evangelino Pérez Jiménez; luego el 27; 28 de febrero del año ’89 cuando entre 3000 y 5000 personas, ciudadanos, se sembraron con su vida para abolir las recetas del Fondo Monetario y que luego estarían presente el 4 de febrero del año ’92 y el 27 de noviembre del año ’92, dos insurrecciones cívico militar, y que pudiésemos decir que tienen su sello en el 6 de diciembre del año ’98 cuando el Comandante Hugo Chávez, cuando este pueblo, que es el que decide, no votó ni por copeyanos, ni por adecos; es decir, ni por socialdemócratas ni por socialcristianos, votó por Hugo Chávez; ese es el camino que hemos escogido y ahí, es donde decimos: nosotros hemos venido acompañando este pueblo desde hace rato, en toda esta corriente histórica y ahí están los aportes que desde la Coordinadora Simón Bolívar, en la formación, en la educación, en la participación, porque la participación no se decreta, hemos venido construyendo desde abajo.

• ¿Cómo podrían enfrentar con la Revolución bolivariana la amenaza imperial?

Mira, si hay algo que le teme el Imperio y sus lacayos, y la formula que se ha venido utilizando hasta ahora, es la movilización del pueblo. El pueblo debe de estar movilizado en todo momento, el pueblo debe de estar en la calle, con sus consignas, con disciplina, entendiendo el momento político. Los gringos le tienen mucho miedo a la opinión pública interna de ellos; en el marco de la guerra de Vietnam hubo mucha protesta en los Estados Unidos. El tema de los muertos a ellos, de la opinión publica repercute de una manera, digamos en contra de los deseos que ellos quisieran que ese pueblo esté apoyando guerras. En ese sentido, nuestro pueblo organizado, nuestro pueblo movilizado, nuestro pueblo participando en la defensa y en la seguridad de la Nación, desde las Milicias, desde el campo popular; hay toda una concepción y desde luego, la concepción del pueblo en armas. Esa misma política que aplicó Vietnam, esa misma política que aplicó Nicaragua el 19 de julio del ’79 cuando se produce la Revolución, es decir, es la lucha de todo el pueblo. Eso es parte de la doctrina bolivariana, en estos momentos, es parte de la nueva doctrina de nuestra Fuerza Armada y debe ser parte de toda la doctrina de nuestro pueblo, el pueblo en armas. Frente al Imperio, la única posibilidad de derrotar al Imperio norteamericano es con el pueblo organizado, el pueblo en la calle y el pueblo como parte de esa fuerza importante para enfrentar al invasor.
Lo demostró Bolívar cuando incorporo a todos, a los negros, a los indios, a todos a la lucha por la Independencia y fuimos victoriosos, derrotamos en aquel momento al Imperio Español, y hemos conocido en la historia que el Imperio Español, el Imperio Otomano, el Imperio Romano han caído; ¿por qué no puede caer el Imperio Norteamericano? Los norteamericanos nunca se han atrevido a tocar a Cuba después de la revolución y yo creo que deben pensarlo muy bien, porque esto pudiese ser la tumba para cualquier Marine yankee, para cualquier fuerza militar que ose ingresar a Venezuela.

Risultati immagini per coordinadora simon bolivar 23 enero• Hablando de guerras: si hay un enfrentamiento, un conflicto mundial entre Estados Unidos y Rusia, como grupos organizados venezolanos, ¿qué harían?

Mira, la solidaridad está presente en el pueblo venezolano. Miranda peleó en la Independencia de Norteamérica, en Francia está en el Arco del Triunfo; Carlos Aponte, hay una gran cantidad de venezolanos que, a lo largo de décadas, de años, de toda la historia nuestra como pueblo, han estado presentes en otras luchas, han sido internacionalistas y pudiésemos hablar recientemente del compañero de la Parroquia La Vega, Ali Gómez García, el camarada “Alicate”, que muere peleando en Nicaragua. También hay otro compañero, José Vicente Ochoa, que murió en la lucha de El Salvador, pasó por todo ese conflicto de Centroamérica y murió allá, es decir, si las circunstancias ameritaran que habría que combatir al Imperio Norteamericano en otras latitudes, yo no dudo que nuestro pueblo tomará la decisión correcta, si hay que enfrentar al Imperio Norteamericano en otras latitudes, como tú lo planteas, con los rusos, yo no creo que a los rusos les haga falta mucho apoyo, sin embargo, si la situación lo ameritara y habría que movilizarse a otras latitudes, yo creo que nuestro pueblo no tendría vacilación en ello. Lo hicieron los cubanos en Angola, lo hicieron los cubanos en Centroamérica, lo hicieron los cubanos a lo largo de estos ’60 años en Latinoamérica y El Caribe, y creo que los latinoamericanos somos un solo pueblo, un solo bloque, es lo que Bolívar llamo “la América Meridional” y este pueblo está dispuesto a luchar por la independencia, por la soberanía, a luchar por las causas justas en las latitudes que sea y estoy seguro que estaríamos presente allí de ser necesario.

• ¿Cuál sería la relación y el apoyo externo con respecto a los grupos solidarios internacionales con la Revolución bolivariana? Hay grupos solidarios con la Revolución bolivariana, grupos internacionales. Desde tu punto de vista. ¿Cuál sería la relación y el apoyo externo por parte de esos grupos y de los países que apoyan el proceso bolivariano?

Bueno, ya alguien dijo por allí, “que la solidaridad es la ternura de nuestro pueblo”. Yo creo que, así como los pueblos construyen relaciones a través de los gobiernos y se entienden y hay una Diplomacia, debe haber también la Diplomacia de los Pueblos.

A qué me refiero con esto, ¿cuál es la tarea inmediata?

1- Desde el punto de vista internacional, ganar la batalla de la opinión pública internacional; es decir, en Venezuela, no hay una dictadura, en Venezuela no hay un régimen que está acabando con el país. Hay un proceso interesante, hay una Revolución y necesitamos contar con ese apoyo externo que le diga al mundo lo que realmente está pasando. Entonces como las movilizaciones que se han dado en los diferentes Continentes, en Europa, en África, en Asia, en América y en América Latina, denunciando la agresión del Imperio; es decir, hay muchas maneras, uno a través de los medios de comunicación, las declaraciones que pueden dar los Comité de Solidaridad.

2- La presencia de solidaridad frente a nuestras embajadas, la ayuda de solidaridad, hay un bloqueo financiero, económico y comercial contra Venezuela y la solidaridad también puede manifestarse desde el tema de las medicinas, un tema que nos está golpeando muy fuerte en este momento, producto del bloqueo criminal que lleva a cabo el Imperio Norteamericano; es decir. Hay un conjunto de tareas, que todos esos Comités de Solidaridad que se vienen creando en América Latina y El Caribe y en otras latitudes, en otros Continentes como ya lo mencioné, Europa, África, Asia. Ese es el camino, denunciar lo que hoy está ocurriendo realmente en Venezuela. No es ninguna dictadura, aquí no hay una dictadura, aquí hay un camino que escogió el Pueblo hace 20 años, que lo hemos hecho en paz y que la manera de construir ese proceso y se ha hecho a través de un proceso electoral transparente y limpio que cualquiera puede verificar.

• Dentro de la comunidad: ¿Cómo hacen ustedes con la llamada Guerra Económica?

Dicen que, en el marco de las dificultades, el ser humano se crece, y que Venezuela es el pueblo de las dificultades, no, por Bolívar. Bueno, nosotros hemos hecho contacto a esta misma hora que estamos conversando, se está vendiendo carne, la carne inescrupulosamente en los sectores de comercio y empresarios inescrupulosos que están a favor de la intervención en Venezuela y a favor de la contrarrevolución, venden la carne a más de Bs 30.000, aquí se está llevando a cabo en este momento que tú y yo estamos conversando, una venta de carne a Bs 21.000 es decir, mucho menos. Que hemos hecho, hemos hecho algunos enlaces con alguna gente que tiene cooperativas y alguna gente que directamente está vinculada a los mataderos y eso nos ahorra el elevar precios, estamos comprando casi al mismo precio y estamos haciendo contacto con la gente que se mueve en esa área y tratamos de traer la carne al precio más económico que se pueda y así, con una gran cantidad de alimentos; pero también hay sectores de nuestros barrios aquí en la ciudad capital y sectores, aquí particularmente en el 23 de enero, donde se está sembrando lo que se pueda sembrar, cosechas que sean ciclos cortos, para enfrentar lo que ha sido esta guerra económica. Que la guerra económica, pudiésemos decirlo de otra manera, es parte de una combinación táctica de diferentes metodologías de guerra; los gringos a eso lo llaman, la guerra hibrida, los chinos le dicen la guerra con todo. En que consiste, es decir, esto va, decimos táctico, es una combinación de métodos tácticos de guerra, en qué sentido, va desde los Cinco pasos de Gene Sharp de la Dictadura a la Democracia, pasando por la Guerra Económica que comenzó escondiendo nuestros alimentos, escaseando nuestros alimentos y sacándolos fuera de la frontera, la guerra comercial, se evita que nosotros podamos establecer relaciones con otro país, aun teniendo dinero para adquirir medicinas, bienes y servicios y alimentos, que pudieran permitir lo que hace cualquier pueblo, tranquilamente como vivir.

Desde el punto de vista Financiero, el tema de la moneda, como han sacado nuestra moneda, como le han puesto precio a nuestra moneda.

En Paraguay, eso es público y notorio; consiguieron una casa, una quinta, pero llena de puros billetes de Bs 100. En la frontera con Colombia vemos el saboteo, vemos como a través de internet como fijan el precio del dólar y a través de ese precio negro del dólar es el que les marcan a los comerciantes para reventar nuestra economía, a través de la guerra mediática todas las mentiras que se dice sobre Venezuela.

Venezuela seria el Estado fallido, Venezuela es el narco Estado; a través de las redes, la cantidad de cosas que se dicen. La Guerra Psicológica, a Brasil han llegado 3000 militares israelita, a Colombia llegaron 5000 militares, es decir, toda una preparación de guerra psicológica y todo esto, es como lo ha dicho nuestro Mayor General Pascualino Angiolillo Fernández, es parte de una guerra multidimensional que tiene ver con eso de la guerra hibrida; que la arranca en 2015 Barack Obama, una guerra preventiva y que la impulsa Barack Obama y la continua Trump a través de la presión para llevarnos a una confrontación.

Más allá de nuestras riquezas, lo que significa Venezuela desde el punto de vista geográfico y geoestratégico de donde está ubicado, mas allá de eso, bueno, es el hecho de que ellos siguen enarbolando la Doctrina Monroe*, que simplificándola seria: “América para los americanos” y no lo digo yo, Juan Contreras, lo dice John Robert Bolton, el asesor del presidente Trump, lo dijo hace poco que está de regreso y lo que está aquí en juego es la Doctrina Monroe, pero frente a la Doctrina Monroe que fue realizada en 1823 por John Quincy Adams que era el Secretario de Estado, pero se la adjudicaron al presidente James Monroe. Bueno, ellos nos consideran su patio trasero y que significa en el fondo, bueno, ellos les decían al decadente Imperio Español que cualquier pretensión con la América, iba a ser un acto de provocación frente a ellos. Es considerada la América Latina, su patio trasero; frente a eso, nosotros hemos enarbolado 200 años después, el pensamiento de Bolívar, que es la Doctrina Bolivariana, de Integración, de Emancipación de los Pueblos, y en eso estamos, con la emancipación, la Liberación Nacional y la construcción del Socialismo Bolivariano.

* La Doctrina Monroe es el principio de la política exterior de Estados Unidos de no permitir la intervención de las potencias europeas en los asuntos internos de los países del hemisferio americano. Derivado de un mensaje al Congreso por el presidente James Monroe el 2 de diciembre de 1823.

• Juan, si en dado caso, sucede un Golpe de Estado o un cambio de gobierno por la fuerza. ¿Cómo haría la Coordinadora Simón Bolívar?

Risultati immagini per coordinadora simon bolivar 23 eneroMira, yo me atrevería a decir que, en este momento, que hay cinco escenarios: el tema de la negociación en Noruega, en Oslo la capital, lo que tú me estas preguntando, que ya te voy a responder, el golpe de Estado, un Magnicidio, una Implosión; es decir, que lo que vienen haciendo conjugando este conjunto de tácticas de guerra para caotizar al país y se pierda el proceso, cosas que son inducidas también pudiese haber a través de su implosión del pueblo o que no aguante más y una intervención.

Un golpe de Estado buscaría en este momento, conseguir en el marco de la Fuerza Armada, un Pinochet, cosa que no lo han hecho.

Ahora, ¿qué haríamos nosotros como organización sociopolítica, la Coordinadora Simón Bolívar? Bueno, la mayoría de nosotros, estamos inscritos dentro de la Milicias Populares, no necesitamos ir a comprar un arma o inventar una que otra cosa, como dicen los medios de comunicación, las grandes transnacionales de la comunicación como mienten descaradamente. Nosotros nos alistaríamos pues al llamado de la Reserva. Aquí lo voy a decir, como lo diría un compañero nuestro, que hoy se encuentra en otro plano, el camarada Freddy Parra, él decía: así Chávez se equivoque, hay que apoyar a Chávez, bueno, así, este proceso que tiene dificultades, que tiene errores por supuesto y nadie lo niega. Frente a una invasión del Imperio Norteamericano, frente a la agresión del Imperio, nosotros vamos a cerrar filas como pueblo, en la defensa de la Patria; eso, que no le quede la menor duda a nadie, vamos a defender nuestro proceso, el proceso que nos hemos dado la mayoría. Las dificultades, las complejidades que significa construir en pleno siglo XXI un proceso de esta naturaleza, la resolvemos los venezolanos, entre venezolanos, entre pueblo y el camino que escogimos, fue a través de las elecciones.

1- La Constitución es clara, hay un Articulo en la Constitución, que establece que, a mitad del periodo, si la gente considera que el presidente, es como una evaluación, si el presidente lo está haciendo mal y la gente lo considera, bueno, usted llame a un Referendo Revocatorio, usted introduzca los documentos en el Consejo Supremo Electoral CNE, usted reúna las firmas que le van a decir que es un porcentaje del último proceso electoral y si usted logra reunir todos esos requisitos, iríamos a un Referendo Revocatorio.

2- Esperar que se cumplan los seis años que establece la Constitución para el mandato presidencial; es decir, no hay otra fórmula por ahora en la Constitución que diga lo contrario, por eso, si eso se viola, si el Imperio osa pisar la tierra de Bolívar, la tierra de Chávez, la tierra de Freddy Parra, la tierra del Comandante Elías, por supuesto que los hombres y mujeres de la Coordinadora Simón Bolívar vamos a estar en la defensa de un proceso que nos dimos la mayoría de los venezolanos y las venezolanas.

• Aquí en Venezuela han hablado mucho sobre los presos políticos que supuestamente tiene el gobierno del presidente Nicolás Maduro detenidos, pero usted comentó, que Venezuela también tiene un político venezolano detenido en Francia, Carlos Ilich Ramírez. ¿Qué me puedes decir, con respecto a este compañero venezolano, que lucho en la década de los 60 – 70 al que le dieron cárcel de por vida? ¿Por qué no se ha hecho algo, como hicieron los cubanos con sus cinco compañeros detenidos en Estados Unidos? ¿Por qué no han hecho una protesta mundial en base a la vida de este compañero venezolano preso en territorio francés?

Mira en principio déjame decirte, para nosotros, para la Coordinadora Simón Bolívar, Ilich Ramírez Sánchez, venezolano, es un revolucionario que abrazó la causa del pueblo Palestino desde muy joven y que está secuestrado desde hace más de 25 años; un agosto de 1994 en conspiración con el Estado de Sudan, fue secuestrado por los servicios de inteligencia francés, y hoy lo han depositado allí y ninguna de las causas, han podido demostrar nada, que no sea el secuestro de los ministros de la OPEP que no tiene nada que ver con el Estado francés; de ahí en adelante, no hay un solo acto que no se le atribuyera a Ilich Ramírez y en esos juicios donde se le han tirado tres cadenas perpetuas, lo que persigue es castigar, digamos la constancia, la perseverancia de un revolucionario internacionalista como para demostrarle al mundo que quien intente seguir ese camino, correrá la misma suerte. Yo creo que, así como el Estado cubano logró en un momento complejo de la situación económica y política del pueblo cubano, producto de un bloqueo criminal de más de 60 años; yo creo que en este momento están dadas las condiciones, así, como hemos sido solidarios de esos 5 héroes; Ilich Ramírez Sánchez, es un héroe venezolano, el también aprendió de Bolívar. Bolívar libertó cinco naciones, Miranda salió a pelear en otras latitudes y yo creo que ese fue el camino que escogió Ilich Ramírez; es decir, nosotros estamos obligados como pueblo, con nuestra historia, con nuestra carga de nuestros Próceres a organizar una política que nos permita, como le permitió al gobierno cubano, la liberación de sus cinco héroes. Yo creo
que hay una deuda del pueblo venezolano con Ilich Ramírez Sánchez y también creo que nuestro gobierno, que es un gobierno progresista, revolucionario, también tiene una deuda con este compañero. ¿Por qué? Porque no estamos pidiendo que el gobierno piense como pensaba Ilich, no, que abrace la causa del pueblo Palestino con esa pasión que la abrazó él; sencillamente Carlos es un ciudadano venezolano en desgracia en este momento, preso y secuestrado por el Estado francés y nosotros estamos obligados a través de la embajada venezolana, de nuestro consulado allí, prestarle la atención que se le debe prestar a cualquier ciudadano venezolano, en cualquier parte del mundo que caiga en desgracia. Eso no significa, que tu estés avalando lo que la matriz internacional en que han querido convertir a Carlos Ilich Ramírez, con ese nombre que le pusieron “El Chacal”; pareciera que a veces nos comiéramos ese chantaje.

Los Estados Unidos, nunca permitieron que Posada Carriles que, si era un terrorista, convicto y confeso, nunca lo entregaron, ni al gobierno cubano por la voladura del avión, ni por las bombas que puso; luego de los años ’90-’93 por allá en los hoteles; ni Venezuela pudo juzgarlo tampoco, que había pedido la extradición, porque él tenía la nacionalidad cubana-venezolana. Tampoco se le pudo juzgar aquí, ellos no lo entregaron, lo protegieron; no solo eso, a través de la Agencia de Inteligencia la CIA, pues él, que era miembro de eso, en los años ’70-’80 en la década de los ’60 fue un connotado terrorista, estuvo muy activo y nunca lo entregaron. Entonces uno no entiende cual es el chantaje que ellos acusen a Venezuela, de que en Venezuela se esconden o se escondían los de las FARC, porque ya la FARC es un partido legal; o el tema con los vascos, que no llegaron aquí en la época de Hugo Chávez, los vascos llegaron aquí, con la anuencia de Carlos Andrés Pérez, en un convenio con Felipe González, en la década de finales de los ’80; por allá por el ’88 un poco antes del Caracazo, en el ’89.

Es decir, que no tenemos porque, digamos calarnos, si, exactamente ese chantaje de que habla la prensa sobre terrorismo. Es un venezolano, tenemos derecho a exigir que sea repatriado, juzgado aquí, que sus años finales, lo que le pueda quedar de vida, pues lo haga acá en el país, creo que si nosotros nos llamamos revolucionarios y decimos que esta es la Revolución del siglo XXI. La que ha iluminado a la América Latina a El Caribe y a otras latitudes por los planteamientos, bueno, hay una deuda con Carlos Ilich Ramírez Sánchez, porque la Solidaridad, es la ternura de nuestros pueblos y nuestra historia habla de ese internacionalismo.

• Bien Juan por ultimo me gustaría que me comentaras: Acá en la Parroquia 23 de enero, hay varias organizaciones sociales por sectores. ¿Qué piensas tu sobre una futura unidad de todas esas organizaciones?

Mira, en principio te diría esto, la Unidad no se decreta, la unidad se construye en la práctica, en el día a día, en esa vida cotidiana, en esos avatares de la lucha; yo creo que, si hacia allá debemos caminar, pero para que eso se dé, por supuesto que debe haber una práctica común, que yo creo que comienza hacerse de nuevo en el 23 de enero. Comenzamos muchas organizaciones de carácter social, que vienen haciendo actividad política, social, cultural, deportiva en diferentes áreas, yo creo que venimos caminando y apuntando hacia esa unidad tan necesaria en un momento como este, donde nos exige la unidad de todo el pueblo; pero, creo que es eso pues, tenemos que construirla en base a la praxis, eso que Marx llamo praxis, que es la práctica social, es el día a día, enraizado, no es lo que tú digas es tu practica lo que va a demostrar hacia dónde vamos, y esa práctica se va construyendo juntos, es decir, la unidad no se decreta, la vamos construyendo en ese sentido, en la práctica, en ese trabajo del día a día, con nuestro apoyo, con nuestras comunidades y en nuestra tarea como revolucionarios y definitivamente yo creo que hacia allá, es donde estamos apuntando en este momento. Hacia la unidad y la articulación de una gran plataforma, de una gran fuerza social, no solo en el 23 de enero, si no yo me atrevería a decir del campo popular aquí en nuestro país.

Luis Matute

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Risultati immagini per coordinadora simon bolivar 23 enero¿Quién es Juan Contreras?
por Luis Matute

Bueno, Juan Contreras es un ciudadano más, venezolano, criollo, de la ciudad capital, nacido en la Parroquia 23 de enero; un soñador, yo creo que el hombre es producto de sus circunstancias, no, ya lo decía Marx. Yo soy, pudiésemos decir, producto de una represión desmedida, sistemática, en los tiempos de la cuarta República, que se implementó contra la juventud del 23 de enero y que no nos dejó otro remedio que agarrar el camino, en principio el de las armas, hasta para defender nuestra vida, porque ser joven en el 23 de enero, era un delito, en aquellos tiempos de la cuarta República y esa represión desmedida, nos llevó en principio a defender nuestra vida, luego a pelear por las reivindicaciones que hacían falta en el 23 de enero; la falta de agua, los servicios públicos, un transporte inoperante; y luego más adelante contra la represión que se desató contra muchas generaciones aquí, que soñamos con transformar y luego fuimos acabando un pensamiento, mas allá de pelear por las reivindicaciones, el transporte, un servicio de agua permanente, contra la represión, contra los malos gobiernos, fuimos pensando que había que construir una sociedad diferente, un modelo de sociedad, que no fuera la sociedad capitalista y fuimos hilvanando en el tiempo un concepto, un modelo de sociedad que apuntara a la transformación. Y en eso, me anoté; a veces yo digo también que, soy un deportista frustrado, prestado a la política.

Mi gran sueño era ser mejor que Pelé, en aquellos tiempos; yo crecí en el futbol y mi ídolo era Pelé, un brasileño que se había ganado las tres copas del mundo. Yo sería hoy, algo así, como mejor que Messi y mejor que Maradona.

Bueno entonces, eso soy, un venezolano, que se crió en el 23 de enero, abrazó la causa de la justicia, formado por los Jesuitas; estudié toda mi vida en el “Jesús Obrero” toda la primaria y el Bachillerato hasta 4to año; mis primeros libros sobre la revolución los leí ahí, de manos de una Monja que se llamaba María de Los Ángeles, en 1er Año, ella, decía que como yo era muy inquieto, me dio a leer un libro de Marta Harnecker, “Explotados y Explotadores” (1972).

Y por supuesto, como uno es producto de sus circunstancias, yo vengo de un hogar muy, muy humilde, de una madre campesina, que se vino a la ciudad a buscar calidad de vida, educación, salud, vivienda, trabajo digno y recreación. Ella viene del Estado Sucre, oriental y se juntó con un Mecánico, andino, de Mérida, que bueno, trataron de darnos a mi hermana y a mí, en un seno de dos hermanos, lo mejor y nos pusieron a estudiar en Colegios, a pesar de ser obrero, mi mama analfabeta; bueno, trató de darnos la mejor educación posible. A mi hermana la metió en una escuela de Monjas, a mí me metió con los Jesuitas y mi primera formación fue ahí y claro, ya tenía una forma de vida bien humilde, sin nada; vimos televisión a color cuando yo empecé a trabajar, con mucha carencia; nunca vimos al Niño Jesús, no llegó nunca el Niño Jesús a mi casa.
Entonces, nacimos en un lugar con mucha carencia, pero como dice mi Madre, pobres, pero honrados y yo creo que esa práctica social, esa vivencia, nos fue formando juntos.

Por supuesto, a esa represión desmedida, dio como resultado un hombre con ideas políticas, con ideas revolucionarias, con abrazar la causa y como siempre hemos sido inquietos, pues creo que la primera admiración que tuvimos cuando empezamos a tener conocimiento de esto, fue la revolución cubana, creo que a toda nuestra generación nos impactó Fidel, el Che, Camilo y crecimos en el marco de eso. Y luego, la perdida de algunos amigos; yo siempre, nunca he dejado de olvidar a Carlos Alberto Vielma Blanco, estudiante de 3er Año de Bachillerato del Liceo Perú de Lacroix, tenía 15 años, lo mataron el 17 de febrero de 1976, vivía en el 23 de enero, en el bloque 19, en el piso 5 y cualquiera pudiera decir en este momento, que yo tengo una mente de elefante, cuando la gente recuerda fechas, o algo así y no, lo que pasa es que era mi pana de infancia. Ese día, habíamos acudido todos a una protesta en la Zona Central del 23 de enero; venia el Secretario de Estado de los Estados Unidos Henry Kissinger, en aquel entonces y la respuesta fue de represión con la Guardia Nacional y a Carlos Vielma le dan un tiro en la espalda de FAL calibre de bala 7.62 x 51 le entra por la espalda y le perforó el estómago, le abrió un boquete enorme, muere. El día anterior murió Lilian Gutiérrez y Nelson Rodríguez, un estudiante de 15 y una joven de 16 años en el estado Yaracuy. Así, eran los tiempos de la Cuarta y eso me marcó, porque también debo decir otra cosa, que en casa de Carlos escuché por primera vez La Trova Cubana, a Virulo, que en aquel tiempo estaba de moda, “La Génesis de mundo” …” ahora te voy a contar, como se oprimen a los indios…” entonces ahí me fui forjando, nada, soy un soñador, creo en un mundo mejor, creo en la igualdad, creo en la solidaridad, creo en otros principios y fundamentalmente, principios que aprendí en mi hogar; la Moral y la Ética.

Y en estos tiempos de desasosiego, creo que lo fundamental, es el tema ideológico y de lo ideológico se deriva, la Moral y la Ética que es fundamental para avanzar en los principios.

Eso, soy un revolucionario, un soñador de estos tiempos.

Le damos las gracias a Juan Contreras, entrevistó Luis Matute.

31/07/2019

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