Il Brasile della pandemia: minaccia globale contro l’umanità

Fosse comuni in Amazzonia, a Manaus è una stragedi Marco Nieli

Una lettera aperta all’”umanità”, che richiede il ricorso al Tribunale Internazionale dell’Aja contro il “mostruoso governo genocida di Bolsonaro”, firmata, tra gli altri, da intellettuali e artisti di spessore come Leonardo Boff, Julio Lancellotti, Zelia Duncan e Chico Buarque de Hollanda e altri, è stata indirizzata al Congresso Nazionale, al Supremo Tribunale Federale e all’ONU in forma aperta lo scorso 6 marzo. Il Brasile di Jair Bolsonaro, denunciano i firmatari, si è trasformato in una “camera a gas”, ovvero in una vera e propria bomba epidemiologica, che minaccia l’intera umanità con lo sviluppo incontrollato di varianti sempre più letali del virus su scala planetaria.

“Brasiliane e Brasiliani legati alla vita sono ostaggio del genocida Jair Bolsonaro, che occupa la Presidenza del Brasile insieme a una banda di fanatici unicamente spinti dall’irrazionalità fascista”, riporta la lettera.

La politica di non-intervento messa in atto dal governo, unita a un sistematico discredito dei tentativi di mettere in piedi misure minime di riduzione/contenimento della diffusione della pandemia, per non parlare degli ostacoli frapposti a ogni iniziativa locale allo sviluppo di una risposta vaccinale (come quello del Governatore di São Paulo che sta producendo il Coronavac all’Istituto Butantan della capitale dello stato) ha già prodotto un record assoluto, a livello mondiale, di circa 260.000 morti evitabili (soprattutto nelle fasce sociali meno protette, quilombolas, indios, poveri delle favelas metropolitane), con una punta di 1.760 decessi registrati il 5 marzo.

Proprio giovedì scorso, il presidente, in visita per l’inaugurazione di un tratto di ferrovia nello Stato di Goias, si appellava al coraggio della bancada ruralista, ovvero i latifondisti con investimenti nel business della soia o in quello della carne bovina, che costituiscono la sua maggiore riserva di consenso elettorale, il che si spiega facilmente in base alla constatazione che il programma genocida è riconducibile a ben precisi interessi economici. Una lucida follia, insomma, in cui il capitalismo sta utilizzando l’occasione della pandemia per risolvere una parte delle “questioni storiche” che considera ancora oggi insolute, nella maniera più facile e sbrigativa.

Per rendere disponibile allo sfruttamento economico le ingenti estensioni del fertile terreno brasiliano, bisogna, infatti, prima di tutto sbarazzarsi dell’ingombro rappresentato dalle comunità indigene e quilombolas, come anche dagli insediamenti dei Sem Terra e movimenti affini. Analogo discorso può essere fatto per le grandi concentrazioni metropolitane dell’industria alimentare, petrolchimica ed estrattiva, dove si verificano i più alti tassi di contagio tra gli stati meridionali, per la più assoluta (e criminalmente deliberata) mancanza di misure di distanziamento e contenimento dell’infezione.

Una costante della politica non-interventista del presidente è, inoltre, l’assoluta contrarietà a ogni misura di lock-down, totale o anche parziale, intrapresa dai più seri governatori statali in giro per il paese (tra cui il PTista Wellington Dias del Piauì e il conservatore E. Wilson dell’Amazonas), prontamente affondata dalle mobilitazioni di fanatici “bolsoniti” che fanno il lavaggio del cervello alla popolazione, ripetendo che “si tratta solo di una gripezinha”, che “per fine anno sarà tutto passato”, che comunque “è meglio morire di virus che di fame” e che “bisogna leggere la Bibbia ed essere forti di fronte all’avversità”.

Di fronte a questa organizzata manipolazione delle masse popolari in senso reazionario, l’appello di scienziati ed esperti resta lettera morta, non riuscendo a tradursi nell’adozione di efficaci misure di distanziamento fisico nelle relazioni sociali, di contenimento del contagio attraverso l’uso delle mascarinhas (la cricca al governo riceve precise disposizioni dalla presidenza per non mostrarsi in pubblico indossandola, lo stesso presidente ha detto in un’occasione che quest’aggeggio sul volto umano “nasconde l’allegria e il sorriso naturali della persona”) e di adozione di una solida politica di tracciamento del virus, nonché di campagne vaccinali mirate.

Di fronte a questo esorbitante potere di influenzare il comportamento delle masse da parte del capitalismo agro-pecuario brasiliano, va registrata in questa fase un’evidente difficoltà delle organizzazioni popolari, partitiche e movimentiste, nell’articolare un’efficace risposta in termini di mobilitazione allargata dei settori proletari, contadini e sottoproletari urbani, per imporre l’agenda dell’impeachment, seguito dalla formazione di un governo di blocco popolare. Il quale, insieme alla politica vaccinale, dovrebbe mettere all’ordine del giorno la questione dei sussidi alle fasce sociali meno protette, da finanziare attraverso la nazionalizzazione della rendita petrolifera e mineraria e almeno delle industrie di base. I pronunciamenti di intellettuali e personalità di spicco del mondo artistico, religioso e giornalistico sono senz’altro importanti, ma non possono in alcun modo sostituirsi all’iniziativa dal basso, coordinata e organizzata, delle masse popolari.

Il discorso del “Bolsa ou a vida” nell’ultima uscita nel Goias, come spesso accade, ha superato, in quanto a cinismo delirante e tendenzioso, ogni precedente della sua inquietante biografia di fantoccio nelle mani del potere capitalistico brasiliano. “Noi dobbiamo affrontare i nostri propri problemi, basta con i capricci e i piagnistei, fino a quando volete restare a piangere?” sono le parole che, pronunciate nel giorno in cui, per la decima volta, si toccava un numero di vittime superiori al migliaio, hanno scosso e indignato l’opinione pubblica brasiliana e mondiale. Fino a provocare l’ennesima lettera firmata o appello da parte delle poche coscienze lucide e critiche rimaste in giro nei tempi oscuri di questa barbarie epocale.

Di queste parole, come anche degli inenarrabili crimini contro il popolo brasiliano e l’umanità tutta, il “Bolsa ou a vida” sarà chiamato a rispondere, speriamo quanto prima, di fronte a un Tribunale del Popolo.

Dai gorilla ai sub-primati “bianchi” al potere: il caso brasiliano

di Marco Nieli

ovvero la tragi-commedia dell’unico presidente anti-vaccino al mondo

Nella celebre frase marxiana sulla storia che si ripete sempre due volte, una prima volta come tragedia, la seconda come farsa, pare di leggere in nuce la parabola di un paese come il Brasile che, avendo già subito una dittatura ventennale (1964-84) non meno cruenta e feroce di quelle cilena e argentina (checché ne dica la storiografia borghese ufficiale), oggi deve vivere il suo momento di farsa quasi al limite del macchiettistico-folkloristico con il Presidente Bolsonaro. Che, sicuramente, incarna chaplinianamente la caricatura di una personalità fascistoide dai tratti psico-patici, ma che non può essere sicuramente liquidato a pura e semplice reazione di tipo dittatoriale dell’epoca dell’imperialismo inter-bellico, come ci ha brillantemente spiegato il politologo marxista argentino A. Borón (in vari articoli alcuni dei quali tradotti e pubblicati dal blog Albainformazione)[1].

Il regime di Jair Messias (sic!) Bolsonaro, che corrisponde più propriamente alle categorie del cesarismo o bonapartismo “regressivo” (categorie gramsciane, opportunamente riaggiornate da Borón), si distingue certamente da quelle forme primo-novecentesche di dominio fascista della borghesia imperialista, se non altro, per il carattere entreguista (ossia che svende le risorse naturali) della sua economia, consistente nell’abbattimento di tutti gli ostacoli o i controlli statali verso gli investimenti delle multinazionali straniere (soprattutto a traino U.S.A.), nella dismissione del welfare e dei diritti dei lavoratori e nella cessione incondizionata delle risorse naturali (tipo il Pre-sal, uno dei più grandi giacimenti petroliferi dell’Amarica latina) agli imperialisti statunitensi e, in parte, europei.

Un altro tratto tipico del bolsonarismo è la conquista elettorale del potere apparentemente soft (in realtà, violenta e traumatica per come ha polarizzato una società molto articolata politicamente come quella brasiliana), in seguito a una sequenza ben orchestrata e coordinata dai poteri forti interni ed esterni, fatta di ripetuti golpe “intra-parlamentari” e “giudiziari” contro Dilma e Lula, con definitiva spallata di golpe “mediatico”, finanziato dai capitali di varie ONG U.S.A., con l’abile strategia del suprematista (forse sarebbe più indicato chiamarlo sub-primatista) trumpiano Bannon. Per inciso, va fatto notare come, da buon vassallo dell’Impero, incarnato dal truculento energumeno Trump la-Briscola-che-vince-sempre[2] razzista in fatto di politiche migratorie e di diritti degli afro-americani ma protezionista in economia – il Bolsa-ou-a-vida[3] brasileiro ha riallineato il suo paese al ruolo di patio trasero (cortile posteriore) o colonia privilegiata dell’imperialismo statunitense, demolendo tutti i vincoli cooperativi-orizzontali dell’ALBA e degli stessi BRICS e ripristinando la stretta adesione al Washington consensus.

Ma questa, evidentemente, è la storia, atto secondo, della farsa del Bolsonarismo e su questo già si è scritto abbondantemente.

Per tutto il corso del 2020 e fino al presente, l’accumularsi e l’incrociarsi degli aspetti tragici con quelli comici nella fase della farsa in Brasile sono stati determinati dall’acuirsi della crisi sociale ed economica del modellosuddetto alla prova del fuoco della pandemia da Sars-Cov-2 (comunemente detto corona-virus). Il “riduzionismo” se non proprio negazionismo, del Boris Johnson di marzo 2020, con il relativo corollario della necessità di alcune migliaia di morti di fragili/anziani per raggiungere in breve tempo la presunta “immunità di gregge” (herd immunity in inglese; immunidade de rebanho in portoghese) si è rivelato una fallacia pseudo-scientifica, che l’Inghilterra pare adesso stare scontando a duro prezzo. Eppure, se i governi conservatori di quel paese e degli U.S.A. paiono essere, seppure tardivamente, corsi al riparo nel ricorso a elementari strumenti di contenimento del contagio (l’uso della mascherina, i lockdown mirati o generalizzati, le misure di profilassi e sanificazione) e poi nella rincorsa frenetica verso il vaccino, il Bolsonarismo si è arroccato su posizioni biecamente e cinicamente negazioniste e non-interventiste, che sono constate al popolo brasiliano già 210.000 morti “evitabili” e 8.500.000 positivi circa, oltre a ingenti e difficilmente stimabili danni all’economia formale (il PIL) e informale, che, ricordiamolo, in Brasile costituisce una parte rilevante della ricchezza prodotta al di là delle statistiche ufficiali.

Il fatto è che la comunità scientifica internazionale sta raccogliendo sempre più prove del fatto che, con questo tipo di virus, l’immunità di gregge, non importa se perseguita col metodo brutale dell’aumento esponenziale dei decessi o con campagne vaccinali più o meno rapide, rischia di diventare un obiettivo continuamente disatteso dallo sviluppo di varianti mutageniche, come dimostrato abbondantemente dai ceppi inglese e brasiliano. Le quali producono una sorta di effetto boomerang con ulteriore balzo in avanti della contagiosità ed, eventualmente, letalità del virus stesso.

È esattamente quanto successo in Inghilterra nell’ultimo mese e nelle ultime settimane a Manaus, capitale dello stato Amazonas del nord-ovest brasiliano.

Per capire nel dettaglio come si è arrivati al vero e proprio collasso del sistema di Salute Pubblica il 14 gennaio scorso nello stato di Amazonas, bisogna partire dalla prima ondata (marzo-maggio 2020), analizzando l’intreccio delle dinamiche a livello federale, statale e municipale.

Effetto dell’atteggiamento negazionista e riduzionista del Presidente (“è so’ uma gripezinha”, è solo una piccola influenza, frase rinnegata in seguito[4]) è stata la scelta della politica non-interventista a livello federale, che si è tradotta, tra l’altro, nell’assenza di direttive o anche solo indicazioni sull’uso di misure preventive come la mascherina, il distanziamento sociale e, in caso di necessità, anche del lock-down, utile a bloccare l’aumento esponenziale del contagio. Dopo le dimissioni pilotate di ben due ministri vagamente competenti sull’argomento, i medici Mandetta (ortopedico) e Teich (oncologo) lo scorso maggio, che chiedevano con una certa cognizione di causa qualche forma, seppure blanda, di intervento federale, il messianico Bolso ha pensato bene di nominare un militare del tutto inesperto, il generale Pazuello, a gestire la pandemia, per riuscire a imporre la sua ossessione psicopatica per l’efficacia dell’idrossiclorochina nella fase precoce dell’infezione, in barba a tutta la comunità scientifica. È questo che il neo-nominato Ministro della Salute ha raccomandato alle varie Segreterie Statali, molte delle quali, intanto, adottavano misure più o meno dure e risolutive, ma senza mai giungere a un lock-down generalizzato, a livello statale. È da notare che il Bolsa-ou-a-vida, quando e laddove ha potuto, ha ironizzato, polemizzato e anche più o meno sotterraneamente intralciato le iniziative dei singoli governatori, giungendo ripetutamente ad accusare i giornalisti di gonfiare il caso. Altre volte, i suoi commenti sono stati ispirati a una visione biecamente e cinicamente suprematista (sub-primatista) sulla impossibilità di intervenire sulla legge naturale di selezione del più forte. Lui stesso sarebbe sopravvissuto all’infezione, contratta lo scorso luglio, curandosi con l’idrossiclorochina (l’episodio ha generato in molti Brasiliani il sospetto di una messa scena, ma nella parte credulona della popolazione, plagiata dalle sette e dalle Chiese protestanti, l’efficacia della narrazione ha avuto il suo peso nel confermare la fiducia verso il losco figuro e i suoi protettori sovrannaturali).[5] In ogni caso, le misure di lock-down sono state dal Presidente sistematicamente sconsigliate e ostacolate, con l’inconsistente argomento che il Brasile non poteva permettersi il lusso di fermare l’economia nemmeno per un giorno. Una parte del consenso perduto durante la prima ondata, poi, il Bolsa-ou-a-vida l’ha recuperato facendo arrivare un sussidio di 400 reais (il Congresso aveva proposto circa 600) alle famiglie indigenti.

A livello statale, intanto, il Governatore Wilson Lima (PSC, Partido Socialista Cristão, alleato del Presidente), nel maggio 2020 faceva smontare un ospedale da campo dell’esercito, allestito in fretta e furia e con pochissimi macchinari per fronteggiare la prima ondata. I trattamenti a base di clorochina si erano già largamente dimostrati inefficaci, anche nella fase precoce dell’infezione, ma l’ossessione dell’Eletto Bolsa-o-a-vida non poteva essere smentita dall’evidenza dei fatti. Per cui, si è continuato con la produzione massiccia di clorochina, affidata addirittura all’Esercito. La circolare del Ministero della Sanità del 20 maggio 2020 raccomandava l’uso di idrossiclorochina, azitromicina e ivermectina (medicinali efficaci rispettivamente per la cura del lupus, di alcuni ceppi batterici e di alcune tipologie di parassiti intestinali) per il trattamento precoce del corona-virus, cosa che è stata applicata alla lettera, con risultati pressoché nulli. Viene da pensare che chi dirige oggi il paese e anche lo stato dell’Amazonas non conosca la distinzione basilare tra malattia auto-immune, infezione batterica o micosi: ma tant’è, questi rimedi erano stati dati per miracolosi dall’idolo del Bolsa-ou-a-vida, vale a dire la Briscola-che-non-perde-mai… che non poteva mica sbagliare… (salvo poi curarsi con la terapia monoclonale messa a punto dai medici Italiani e ancora non sperimentata dall’AIFA a casa nostra, ma questa è un’altra storia).

Il resto del copione che segue potrebbe essere presentato sotto il titolo di “Cronache di un genocidio annunciato”. Appena finita la prima ondata, nonostante autorevoli organismi scientifici come la Fondazione Oswaldo Cruz (FIOCRUZ) e la Fondazione Getulio Vargas (FGV) avessero messo in guardia contro la ripresa della pandemia in forme ancora più virulente con l’arrivo delle grandi piogge (dicembre-marzo), praticamente nulla è stato messo in campo in Amazzonia per attrezzarsi all’arrivo dello tsunami rappresentato dalla seconda. Non bisogna dimenticare che la popolazione dell’Amazonas, pur avendo espresso un governatore e una maggioranza filo-bolsonarita, è composta in prevalenza di mestizos, pardos (mulatti), pretos (afro-brasiliani), indios con vari gradi di contatto e integrazione con la civiltà urbana occidentale, soprattutto Manaus e Santarem, raggiungibili dal sud solo via fiume e via aerea. I missionari protestanti hanno ripreso a visitare le comunità di indios nelle località più remote dello stato, spesso portando il virus dalle città, mentre nelle favelas urbane di Manaus, date le pessime condizioni igieniche, l’addensamento demografico e la mancanza di acqua corrente in casa, i focolai hanno continuato a covare sotto la brace nell’umida ma afosa estate amazzonica. Come stiamo ormai cominciando a capire a fatica anche in Europa il tasso di letalità aumenta esponenzialmente quando manca un’idonea preparazione in campo sanitario a fronteggiarlo. Il che significa, sostanzialmente, trattarlo in una fase precoce e poi isolare i focolai con rigide misure di tracciamento: la Cina docet ma, evidentemente, il pregiudizio ideologico, in Europa come in Brasile, ci impedisce di imparare qualcosa da un paese comunque socialista, che è riuscito a contrastare l’avanzata del virus ancora prima del vaccino (e con perdite infinitamente minori in termini di vite umane e di PIL).

A tutti questi fattori di impreparazione logistica, dovuti a incompetenza e cialtroneria tipici degli stati-vassallo dell’Impero, si è aggiunto, a partire da dicembre, l’ultimo, la mancanza di adeguate scorte di ossigeno. Quando i contagi hanno ripreso la parabola ascendente, oltre alle carenze già menzionate di posti-letto e macchinari per la respirazione, si è palesata l’incapacità della principale ditta fornitrice di ossigeno locale, la White Martins a sostenere il ritmo di produzione richiesto. Già nel corso del mese di novembre, la ditta in questione aveva comunicato al Governatore e al Governo Federale il rischio di non riuscire a coprire il prevedibile aumento esponenziale del fabbisogno, ma le autorità competenti hanno nascosto la comunicazione e non hanno predisposto la logistica ai rifornimenti necessari. Prima di Natale, il principale ospedale pubblico dello Stato, il Delphina Aziz di Manaus, segnalava di aver raggiunto il 100% di letti occupati, nei settori clinico e di TI, mostrando altresì carenze di macchinari funzionanti, personale formato e bombole di ossigeno. Il 26 dicembre entrava in vigore un decreto di Wilson Lima per attuare una prima, tardiva misura di lock-down quasi totale per 15 gg nell’intero stato e così impedire la libera circolazione del virus, di cui intanto si segnalava una pericolosa mutazione, la cosiddetta variante brasileira, su cui le fondazioni scientifiche mettevano in guardia. Il giorno stesso, le proteste della popolazione, in parte dovute alla necessità economica, in parte anche alla propaganda manipolatoria dei bolsoniti, costringeva il pavido governatore a ritirare la misura, per ragioni elettoralistiche e di quieto vivere.

A partire dalla fine dell’anno, mentre si cercava una soluzione tecnica all’avio-traporto di forniture di ossigeno, a Manaus – pare che l’unico aereo disponibile per un tale cargo fosse in manutenzione – la popolazione infetta, rifiutata dall’ospedale e accolta in un nuovo ospedale da campo rimesso su in tutta fretta, ha cominciato letteralmente a morire di asfissia. La scena finale della farsa è stata il giorno 11 gennaio scorso con la visita del Ministro della Sanità, il generale Edoardo Pazuello, che seguiva un primo carico tardivo di bombole con un aereo affittato realizzato l’8 gennaio – gli Embraer della F.A.B. (Forze Armate Brasiliane) erano impegnati in Nordamerica per un’operazione congiunta con la NATO  e gli alleati U.S.A., che avevano tra l’altro promesso di mettere a disposizione alcuni velivoli della propria flotta militare, tardavano a mantenere l’impegno. Il generale, raccontando ai giornalisti di aver dovuto rispondere anche alla cognata, preoccupata per il marito affetto da covid, che “non c’era nulla da fare”, non si lasciava sfuggire intanto l’occasione di cacciare dal cilindro il coniglio magico, che consisteva in che? Forse in un contratto con la Cina per la produzione a San Paolo del vaccino, a un costo stracciato e in grado di avviare una risoluzione su lungo termine della crisi pandemica? Nemmeno per idea! Il coniglio in questione era ancora una volta, quello di sempre: un geniale Kitanti-covid direttamente elaborato dall’Ufficio presidenziale del Planalto – senza inutili perdite di tempo in consulenze di scienziati, virologi e altri cospiratori filo-comunisti – a base di… indovinate? Una sostanza miracolosa come l’acqua del Giordano in cui dicono che il Bolsa-ou-a-vida sia stato battezzato: l’idrossiclorochina![6]

I ritardi nell’organizzazione sanitaria, unita all’incompetenza scientifica e all’arroganza cinica e spregiudicata dei politicanti locali e federali ha provocato nel solo stato di Amazonas, dall’inizio della prima ondata, circa 6800 morti evitabili – per nulla “naturali”, come la propaganda del regime vorrebbe far passare – su di una popolazione complessiva di circa 4 milioni e duecentomila abitanti, di cui contagiati ufficiali 245.000. Se la mortalità, calcolata sull’intera popolazione statale, rimane tutto sommato relativamente bassa, per ragioni di densità demografica (circa lo 0,16 %), il tasso di letalità apparente – cioè, calcolata sui numeri di risultati positivi al tampone molecolare – risulterebbe oscillare tra un 2,77 e un 9%. Nell’ultimo mese, nello Stato si sono toccate punte di 132 morti per Sars-Cov-2 al giorno.

Con un indice di mortalità di circa lo 0,9 %, calcolata su di una popolazione di circa 217 milioni complessivi, ma di letalità presunta tra il 2,4 e il 6,4% (su 8 milioni e mezzi di contagiati ufficiali), il Brasile, secondo i dati ufficiali risultanti all’OMS, risultava già in cima alle classifiche negative dei paesi che hanno peggio risposto alla pandemia, per incompetenza, irrisolutezza di fronte alla pressione delle lobbies economiche e fattori demografici e ambientali. C’è già chi, nei media, nei partiti oppositori al Bolsa-ou-a-vida e tra i governatori più responsabili, come quello del limitrofo Stato dell’Acre o quello PT del Piauì, che parla dell’attuazione di un intento genocida ai danni delle minoranze di indios e di pardos/pretos che, guarda caso, il “messianico” deputato Jair ha ripetutamente, da circa 17 anni fa, indicato come una palla al piede della crescita economica del paese. Da questo fardello storico, l’uomo “bianco” civilizzatore sarebbe stato finalmente chiamato a liberare il Brasile, con la benedizione della teologia della “prosperità” e grande vantaggi per il già deficitario bilancio dello Stato. Già lo scorso luglio, vari sindacati di professionisti del settore avevano inviato una domanda di incriminazione per genocidio al TPI dell’Aja contro il signore Jair Messias Bolsonaro e ben 60 richieste di impeachment sono state insabbiate fino a oggi dal malfido (corrotto?) Presidente del Congresso Rodrigo Maia (DEM-RI). L’ultima richiesta in tal senso si sta costruendo tra i partiti dell’opposizione a traino PT-PDT, PSOL e PCdoB, proprio mentre scriviamo e il giorno quindici è stato realizzato un panelazo (protesta pacifica al rumore dei coperchi di pentole), convocata sulle reti sociali con l’hashtag: “senza ossigeno – senza vaccino – senza governo – il Brasile sta morendo – #asfissiato” (rilanciato anche stasera, 23 gennaio).

Bisogna, infatti, aggiungere all’atteggiamento criminale descritto anche l’aggravante del rifiuto del vaccino come possibile soluzione alla pandemia e il contenzioso in corso con l’esperienza dello Stato di San Paolo, che sta producendo il vaccino cinese Sinovac all’Istituto Butantan per distribuirlo a prezzi politici anche agli altri stati. Gli argomenti utilizzati dal Subprimate al potere sono anche in questo caso folkloristicamente risibili e tragicamente macchiettistici nella loro ascientifica pregiudiziale di matrice ideologica – “non si sa che vi mettono nell’organismo quelli, insieme ai Cinesi, volete diventare dei coccodrilli? Volete che ai maschi venga la voce delle femminucce? O che alle vostre donne crescano i baffi?”, “Chi si assume la responsabilità di quello che vi inoculano? E se vi inoculano un virus ancor più potente? Io di certo non me ne assumo la responsabilità”. Dove si evince che nessuno ha mai spiegato a questo luminare della “scienza” post-vax del XXI secolo quale sia la definizione di base di un vaccino, da Jenner in poi, vale a dire l’iniezione di una quantità di virus depotenziato nell’organismo in modo da stimolare le sue proprie difese immunitarie contro gli agenti patogeni esterni. Per non parlare dei vaccini di ultima generazione, quelli a Rna messaggero.

Ultimo atto della tragicommedia brasiliana: lo scorso lunedì mattina è arrivato a Manaus un cargo di camion proveniente via Roraima, dal Venezuela, su decisione del Governo bolivariano guidato dal presidente Nicolás Maduro, il quale, sordo alle continue provocazioni e minacce di invasione degli anni passati dei Subprimati Trump e Bolso, si è sentito coinvolto nella tragedia umanitaria del popolo brasiliano ed ha deciso di fare un gesto concreto per dimostrare il valore della cooperazione e della solidarietà tra i popoli, nell’ottica integrazionista inaugurata dal Comandante Hugo Frías Chávez con l’ALBA, la CELAC e altre iniziative. Si è trattato di un atto umanitario reale e politicamente fondato, implicante la consegna di 100.000 kg di ossigeno e lontano anni luce dalla pagliacciata mediatica e politica messa in piedi dal golpista Juan Guaidó in combutta con le forze imperialiste della CIA e dell’alleato colombiano nel 2019, con l’unico scopo (miseramente fallito) di provocare una defezione nelle Forze Armate Bolivariane e scatenare un’invasione militare. Il Cancelliere venezuelano Arreaza sta firmando un protocollo con gli Stati di Amazonas e Roraima per la consegna via terra di carichi settimanali che consentiranno di salvare chissà quante vite umane.[7] Un piccolo gesto di solidarietà e vicinanza, nelle more della costruzione del Banco Vaccini Continentale, di cui il governo di Cuba insieme a quello del Venezuela si stanno facendo promotori.

Orbene, esiste un detto popolare, risalente al noto The Travels of John Mandeville del XIV secolo, che vuole che il coccodrillo pianga, dopo aver mangiato qualche preda umana. Se qualcuno si aspettava qualche parola di gratitudine, anche dettata da considerazioni di circostanza, da parte del Bolsa-ou-a-vida, si è dovuto ricredere di fronte all’ostinata e pervicace testardaggine di questa forma primordialmente coriacea e regressiva di simil-vita che si è impadronito criminalmente del potere nel Brasile. A dimostrazione che il virus più difficile da combattere è quello dell’ignoranza arrogante e presuntuosa, che nutre il razzismo e il suprematismo “razziale”, allo stesso tempo solleticando gli istinti più bassi e cinici presenti nella natura umana.

Il giorno seguente, davanti a una claque addomesticata di subprimatoidi sostenitori e giornalisti prezzolati, in puro stile neroniano, il Messia brasileiro commentava beffardamente che “il cuore di Maduro è grande, perché il personaggio pesa circa 200 kg… certo che il suo cuore deve essere grande, si capisce” (rsrsssss, risate della claque) e che “il Venezuela non è in grado di aiutare nessuno, con quei salari che non gli permettono nemmeno di comprare un chilo di riso… In Venezuela, voi vedete cani per strada? No, perché in quel paese si mangiano i cani per fame” (nuova risata della claque, rrrrsssss).[8]

Come dice un altro proverbio portoghese-brasiliano, depositario, questo, della saggezza popolare atavica: Para um bom entendedor, poucas palavras (bastam), equivalente dell’italiano: a buon intenditor (cioè, a chi è in grado ancora di decodificare/comprendere criticamente quello che succede sotto i propri occhi), poche parole…


[1]Per esempio…

[2] Trump in inglese significa briscola, ma anche trionfo. La briscola trionfante è, ovviamente, anche un riferimento al sua brillante spirito sportivo e alla sua egregia capacità di incassare la sconfitta elettorale ad opera del Democratico J. Biden. Infallibile come il Papa, anche l’ex-Presidente U.S.A. aveva cominciato col minimizzare la pericolosità del virus e a propalare gli effetti miracolosi della idrossiclorochina per il trattamento precoci delle infezioni da esso prodotte.

[3]Bolsa in portoghese è la borsa. L’espressione a bolsa ou a vida riproduce l’atteggiamento banditesco della Massima Autorità Responsabile della Salute Pubblica in Brasile, che ha terrorizzato la popolazione dicendo che sarebbero morti di fame, se avessero chiuso l’economia. Il risultato è che, dopo un anno di quest’andazzo, in Brasile le morti evitabili per corona-virus sono circa 210.000 su una popolazione di circa 217 milioni (0,9%) La letalità risulta invece oscillare tra il 2,4 e il 6,4 % ca.

[4]In http://www.terra.com.br/noticias/coronavirus/bolsonaro-diz-que…

[5] Appena ritornato negativo dalla presunta infezione da corona-virus, l’invincibile superuomo se ne è uscito con le solite battutine tra il macho e il cinico-TV, chiamando il Brasile “pais de maricas” (paese di femminucce), e dicendo che lui non era un becchino che fa la conta dei morti e che “tutti un giorno dovremo morire”. In http://www.onzedemaio.com.br/maricas-e-dai-nao-sou-coveiro-e-so…

[6]https://bncamazonas.com.br/rapidinhas/pazuello-grande-decepcao-em-manaus/

[7]httpssolidaridad-oxigeno-20210123-0015.html://www.telesurtv.net/news/venezuela-brasil-manaos-

[8]https://www.hoybolivia.com/Noticia.php?IdNoticia=325193.

La sconfitta di Macri e lo spettro della crisi generale del capitalismo

di Marco Nieli

Diceva Albert Einstein che se si vogliono cambiare i risultati delle proprie azioni, bisogna cambiare le proprie azioni. Non pare abbia seguito questo criterio di elementare logica dialettica la maggioranza degli elettori argentini che, nell’ormai lontano dicembre 2015 decise di ritornare al modello neo-liberista – questa volta impersonato dall’ex-governatore della provincia di Buenos Aires Mauricio Macri, ingegnere civile e imprenditore, appartenente all’élite porteña e fondatore delle coalizioni di destra PRO e Cambiemos – che aveva già portato il paese al default economico nell’anno 2001.

In questi 4 ultimi anni alla guida del paese, Macri e la sua “scuola” politica hanno avuto la costanza (qualcuno potrebbe dire la “faccia tosta”) di riesumare e applicare in maniera dogmaticamente sconcertante le ricette tradizionali del neo-liberismo dell’epoca di Menem ed epigoni (anni ’90), come se, nel  frattempo, nel paese e nel mondo “reale” non fosse successo nulla.  Uno dei capisaldi di questa politica di riconquista della “credibilità internazionale” del paese  è consistita  nella ripresa dei pagamenti integrali all’FMI e ai cosiddetti fondi-avvoltoio (fundos-buitre), dopo la parentesi del canje de deuda (rinegoziazione del debito) e della strenua resistenza contro le aggressioni dei rapaci speculatori della “comunità internazionale”, intrapresa dai coniugi Kirchner, alternatisi alla Presidenza dal 2003 al 2015. Con l’F.M.I. l’Argentina di Macri ha stipulato, tra l’altro, un nuovo patto-capestro per la cifra non del tutto irrisoria di 57 miliardi di dollari, uno dei prestiti più elevati concessi dall’organismo di strozzinaggio internazionale a un paese (ri)-“emergente” o del sud del mondo. I fenomeni corollari della fuga di capitali e dell’aumento esponenziale degli interessi sul debito, che hanno sottratto linfa vitale a un tessuto economico-industriale appena in fase di rivitalizzazione, sono stati solo in minima parte compensati da discutibili ripetute misure di blanqueo de dinero (lavaggio di capitali), per un totale di circa 100 milioni di dollari.

Come risultato di questo approccio di accondiscendenza estrema verso le richieste della “comunità internazionale” (leggi: dell’imperialismo U.S.A.-U.E.), simbolicamente riappacificata col mondo (vedi:  il G20 della cumbre tenuta a Buenos Aires nel 2018), l’Argentina di Macri si è tornata ad avvolgere nella spirale dell’austerity, ormai ampiamente sconfessata da gran parte dei governi dell’area U.E., con le ben note conseguenze disastrose già sperimentate alle nostre latitudini, a partire dalla crisi del 2008: un debito estero in salita vertiginosa ed esponenziale (107.525 milioni di dollari nel 2018), un aumento sensibile della disoccupazione e della sotto-occupazione (tra il 12,8 di Rosario e Mar del Plata e il 4 circa del Nord-est e altre zone della “periferia”, dove, però, è più radicata la pratica dell’economia informale), un’ascesa costante dell’inflazione reale, che ormai galoppa verso il 40% (con la corrispondente svalutazione del peso, arrivato sul mercato parallelo a un rapporto col dollaro a doppia cifra) e, ovviamente, un ritorno della povertà e dell’esclusione sociale agli indici dell’epoca della dittatura, vale a dire circa il 35% della popolazione (su circa 40 milioni di abitanti).

Con i risultati delle recenti elezioni primarie (PASO) per i candidati alle presidenziali (del prossimo 27 ottobre), che hanno assegnato a Macri il 33,27% e il 48,86% al Frente de Todos capeggiato da Alberto Fernández come candidato a Presidente e da Cristina Kirchner come vice e il conseguente crollo dell’indice della Borsa di Buenos Aires (il Merval) di 30 punti, con subitanea ascesa del dollaro a circa 56 pesos, si apre una nuova inquietante pagina nelle fluttuazioni dell’economia argentina, che rischia una nuova drastica regressione. Non si sa ancora se questa assumerà i termini della recessione seguita dalla stagnazione o un brusco collasso come quello del 2001, ma sicuramente il trionfalismo della prima ora ha subito un brusco ridimensionamento alla prova dei fatti. Al di là di tutte le congiunture e i fallimenti di circostanza, quello che torna ad agitarsi anche alle latitudini australi è lo spettro di una crisi strutturale e definitiva del sistema del capitalismo globalizzato nella sua fase imperialistica e finanziarizzata.  

In effetti, il caso dell’Argentina di Macri riveste senza dubbio un interesse emblematico, almeno nell’ambito del contesto latino-americano, perché, a suo tempo, fece parlare di una “svolta a destra” del continente, in netta controtendenza rispetto alle politiche d’integrazione d’area, promosse dal genio politico del Comandante Supremo Hugo Chávez Frias, e prontamente condivise da Nestor e Cristina Kirchner in Argentina e dai Presidenti Lula e Rousseff in Brasile. Le stesse che, sulla base di una piattaforma politica ed economica paritetica, basata sui progetti dell’ALBA e della CELAC, configuravano una vera apertura “orizzontale” al mondo del multipolarismo emergente (i paesi del blocco BRICS, tra cui le potenze russa e cinese) e al gruppo dei paesi non allineati e, in termini di cooperazione equitativa, ai paesi in via di sviluppo dell’Africa e, in generale, del sud del mondo. Nel rigetto condiviso delle politiche di integrazione libero-scambista, cavallo di battaglia dell’imperialismo a matrice U.S.A.-Canada, che già avevano messo in ginocchio l’emergente economia  messicana (chi si ricorda dell’AL-CA…RAJO decretato alla proposta di Bush figlio proprio a Mar del Plata neel 2005 dal Comandante della Repubblica Bolviariana, insieme ai coniugi Kirchner e a Lula?).

Il macrismo si è, in effetti, decisamente orientato, in campo di interscambio economico come anche di proiezione geopolitica, verso l’asse nord-sud, recuperando una stretta relazione con gli U.S.A. e l’U.E. (ha iniziato le trattative per un’area di libero scambio con l’Europa, a tutto detrimento del Mercosur, dal quale ha tra l’altro cercato di far espellere il Venezuela di Maduro) e con l’area di libero commercio del Pacifico (U.S.A., Giappone, Cile, Peru; l’Argentina di Macri è stata anche una delle maggiori promotrici del gruppo di Lima, ancora una volta in funzione anti-Maduro). Ha ridimensionato enormemente lo scambio economico con la Cina di Xi Jinping e con la Russia, preferendo ritornare a indebitarsi con il F.M.I., nonostante le disastrose esperienze del passato.

Alla luce della recente sconfitta del macrismo alle primarie presidenziali in Argentina, tuttavia, sembrano più adeguate le linee interpretative di un Néstor Francia, che parla di vittorie “circostanziali”, legate al momento più che all’epoca, dal momento che l’inizio del XXI secolo ha segnato l’avanzamento continentale di politiche e governi “progressisti”, se non apertamente rivoluzionari e che la politica di piazza è sempre rimasta, anche nell’Argentina e nel Brasile “svoltate” a destra, in mano ai movimenti di resistenza ed opposizione sociale, sindacale e politica. Anche politologi di chiara fama internazionale, come Atilio Borón, ci hanno messo in guardia contro le facili interpretazioni trionfaliste dei media, generalmente inclini in questi paesi ad avallare una narrazione dei fatti più in linea con le tradizionali concentrazioni di potere, risalenti spesso all’epoca delle dittature (si pensi ai grandi gruppi monopolistici Clarín in Argentina e al gruppo Globo in Brasile, in larga misura corresponsabili dei suddetti cambi di regime), magari ammantate in salsa post-ideologica e stile “post-verità”. Il che non significa che regimi parzialmente o populisticamente “cesaristi di destra” (come anche quello di Jair Bolsonaro in Brasile), per usare una categoria gramsciana ripresa anche da Borón, non possano causare lacrime e sangue con le loro misure anti-popolari, per quanto passeggeri.

La crescente resistenza/opposizione sociale, sindacale e politica nel paese reale a quest’ostinata reiterazione di schemi, che ormai si pensava potessero essere considerati sepolti nelle cloache della storia, è stata dal governo Macri trattata con un’abile combinazione di brutale repressione (come nei casi di Milagros Sala in Jujuy e di Santiago Maldonado in Chubut) e manipolazione mediatica, in pieno stile contro-rivoluzione preventiva. In un paese dove l’Esercito si è reso responsabile, con Videla & co. della tortura ed eliminazione fisica di circa 30.000 persone, appare quanto meno ambigua la riforma per decreto dell’anno passato sulle funzioni dello stesso, chiamato a intervenire, oltre che in difesa da eventuali aggressioni esterne, anche all’interno, contro gli attacchi portati da “organizzazioni transazionali e terroristiche” contro “obiettivi strategici”.  Troppo evidente appare il progetto di colpire repressivamente l’opposizione di piazza (basta pensare ai movimenti di resistenza Mapuche al confine in Chubut e Patagonia contro le trivellazioni o l’alienazione di terre a favore dei vari Benetton di turno), perché non desti preoccupazione.

Va ricordato che uno dei (tutto sommato pochi, a parte il sostegno reciproco con il Venezuela chavista e la nazionalizzazione di Aerolineas Argentinas, dell’industria petrolifera YPF e la decisa politica a sostegno dei giudizi contro i genocidi della dittatura) meriti storici del governo di Cristina era stata l’approvazione della Ley de medios (Legge sui media), che avrebbe dovuto contribuire a smembrare l’oligopolio del gruppo Clarín nella prospettiva di un’effettiva democratizzazione del sistema delle concessioni pubbliche e dell’informazione (legge poi sospesa per sospensiva in seguito a ricorso giudiziario) e che oggi il governo Macri ha, di fatto, annullato, in nome della libertà di espressione, della concorrenza (???) e del libero (???) mercato. Principi tutti, ovviamente, contraddetti dalla persecuzione in sede giudiziaria delle reti comunitarie.

Sulle prospettive politiche di un cambio a breve respiro, bisognerebbe, in attesa di una quasi sicura vittoria imminente del Frente de Todos alle presidenziali del prossimo ottobre, sospendere un attimo il giudizio, ricordando che questa coalizione assomiglia più a un’armata Brancaleone, con Alberto Fernández ex collaboratore-oppositore dei Kirchner, che viene dalla destra moderata e lo stesso Partido justicialista (=peronista) di Cristina, con all’interno, tipicamente, le classiche contraddizioni interclassiste del peronismo storico.  Tenendo presente che il Partito Comunista, in Argentina, si è bruciato con il suo appoggio strategico alla Dittatura del 1976-84, e che le uniche due forze politiche strutturate che tengono la piazza oggi nel paese solo il trotzkijsta Partido Obrero, attualmente coinvolto in una profonda crisi interna tra la frazione “pubblica” di Altamira e Ramal e un CC saldamente nelle mani dei vari Gabriel SolanoNéstor Pitrola y Romina Del Plá e i movimenti di base del Partido Justicialista (=peronisti pro-Cristina), tipo il Movimiento Evita, La Cámpora, Peronismo militante e i Descamisados).    

Un’opposizione politica nel paese reale tutta da costruire, puntando a far moltiplicare le esperienze locali dei comitati operai operanti contro i tarifazos (aumenti delle bollette e dei mezzi di trasporto), dei movimenti indigeni anti-industria mineraria e anti-latifondo, delle fabbriche recuperate e delle associazioni operanti negli asentamientos (baraccopoli) del tipo Barrios de Pié, ma sotto la direzione illuminata di un Partito Rivoluzionario tutto da costruire, a partire dall’organizzazione, dai mezzi, dalla strategia e dalla concezione scientifica del mondo, mutuata dal materialismo storico-dialettico. Perché, come ricordava Engels anni dopo l’esperienza della Comune di Parigi, la rivoluzione non scoppia, ma bisogna costruirla. Nonostante, ma semmai approfittando delle crisi ricorrenti e ormai sempre più globalizzate del capitalismo.

Venezuela: una nuova Stalingrado

di Atilio Borón

L’impero sembra disposto a tutto. Minaccia, ruggisce, insulta, estorce, sabota, mente, calunnia, mobilita le sue truppe latino-americane ed europee, governanti che fanno vergogna e sono rifiutati dai loro stessi popoli, convertiti in una notte in vestali e custodi della democrazia, della libertà, della giustizia e dei diritti umani. Ma finora non ce l’hanno fatta, e la volontà delle organizzazioni chaviste e del loro governo è stata imbattibile. Abbiamo bisogno di TUTTA la SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE POSSIBILE.

Questa brutale offensiva di un governo come quello di Trump ha continuato e approfondito la politica di Barak Obama, il “liberale” – in realtà uno “Zio Tom”, come gli Afro-americani definiscono quelli della loro etnia che pensano e agiscono come gli schiavisti che li hanno oppressi per secoli – che ha dato il via all’attuale aggressione mediante l’emanazione di un ordine presidenziale che dichiarava il Venezuela “una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e proclamando un’emergenza nazionale per far fronte a questa minaccia”.

Questa dichiarazione aberrante ha aperto la porta alla brutalità di Trump, meno sofisticato rispetto al suo predecessore, ma allo stesso modo identificato con il progetto imperiale americano di re-impadronirsi non solo del Venezuela, ma anche di Cuba, di finirla coi Sandinisti in Nicaragua e con Evo in Bolivia e di far ritornare il continente alla situazione in cui era alla vigilia della rivoluzione cubana. NON POSSIAMO PERMETTERE CHE QUESTA COSA ACCADA. Molti anni di lotta, il sacrificio, la tortura, il carcere, l’esilio, le vite offerte altruisticamente per costruire una nuova società non possono essere gettati in mare di fronte all’arroganza della Casa Bianca.

Così, NON C’È ALTERNATIVA ALLA VITTORIA, alla sconfitta dell’impero, che, come ha detto Martí, riconosce solo il “diritto barbaro come l’unico diritto: questo sarà nostro, perché ne abbiamo bisogno”. Hanno bisogno del petrolio, dell’oro e del coltan del Venezuela e commetteranno qualsiasi crimine per ottenerli.

Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti si sentono minacciati. Ma ora è più grave, perché non è solo un paese che li preoccupa (in precedenza era l’URSS), ma l’enorme sconvolgimento dello scacchiere geopolitico mondiale, che ha visto la nascita di nuovi e potenti centri di potere (Cina, Russia, India, Turchia, ecc.) di fronte a cui gli Stati Uniti non hanno altre risposte che fare appello alla violenza o minacciarla. Sono una tigre drogata, perché hanno perso in Afghanistan, hanno perso in Iraq, hanno fallito con l’Iran, hanno perso in Siria, in Yemen e la loro unica vittoria, orribile, grondante menzogne ​​e crudeltà, è stata la Libia. Ne vogliono un’altra, nella nostra America. Ma non l’avranno. Saranno sconfitti. Lo sono già diplomaticamente. Stanno anche cominciando a ritirarsi dai media, perché la loro proliferazione di fake news fa perdere loro ogni credibilità. Dovremo mantenere coesione e spirito combattivo, per infliggere loro la sconfitta finale, che dimostrerà che la nostra America ha cominciato a intraprendere il percorso della seconda e definitiva indipendenza.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

I ‘cambiamenti di regime’ a matrice Usa: una nota storica

L'immagine può contenere: 16 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertodi James Petras

Mentre gli Stati Uniti si sforzano di rovesciare il governo venezuelano democratico e indipendente, il resoconto storico del loro interventismo in Latino-America, per quanto riguarda le conseguenze a breve, medio e lungo termine, risulta composito.Cominceremo con l’esaminare le conseguenze e l’impatto dell’intervento statunitense in Venezuela nell’ultimo mezzo secolo. Ci rivolgeremo quindi a esaminare il grado di successo e fallimento dei‘cambiamenti di regime’promossi dagli Stati Uniti in tutta l’America Latina e nei Caraibi.

Venezuela: risultati e prospettive 1950-2019

Durante il decennio post-Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti, lavorando con la CIA e il Pentagono, hanno portato al potere regimi autoritari e clientelari in Venezuela, Cuba, Perù, Cile, Guatemala, Brasile e molti altri paesi.

Nel caso del Venezuela, gli Stati Uniti hanno sostenuto una dittatura militare di quasi un decennio (Perez Jímenez), all’incirca tra il 1951 e il 1958. La dittatura fu rovesciata nel 1958 e sostituita da una coalizione di centro-sinistra durante un breve periodo di transizione. Successivamente, gli Stati Uniti hanno rivisto la loro politica, e hanno abbracciato e promosso regimi di centro-destra guidati dai democratici cristiani e sociali, che si sono alternati al governo per quasi quarant’anni.

Negli anni ’90 i regimi clientelari degli Stati Uniti erano putridi per la corruzione; di fronte a una profonda crisi socio-economica furono scalzati elettoralmente dal potere e sostituiti da un governo indipendente, anti-imperialista, guidato dal presidente Chávez. L’elezione libera e democratica del presidente Chávez ha resistito e sconfitto diversi ‘cambiamenti di regime’ guidati dagli Stati Uniti nei due decenni successivi. Dopo l’elezione del presidente Maduro, sotto la direzione degli Stati Uniti, Washington ha montato il macchinario politico per un nuovo cambio di regime. Washington ha poi lanciato, a briglia sciolta, un colpo di stato nell’inverno del 2019. Il resoconto dell’intervento americano in Venezuela è misto: un colpo di stato militare a medio termine è durato meno di un decennio; i regimi elettorali diretti dagli Stati Uniti sono stati al potere quarant’anni; sono stati sostituiti da un governo populista anti-imperialista, che è stato in carica per quasi 20 anni. Oggi è in atto un golpe virulento, diretto dagli Stati Uniti.

L’esperienza del Venezuela con i ‘cambi di regime’indica una consolidata capacità degli Stati Uniti di controllo a lungo termine, se può rimescolare la sua base di potere da una dittatura militare a un regime elettorale, finanziato attraverso il saccheggio del petrolio, sostenuto da un esercito affidabile e ‘legittimato’, alternando partiti politici clientelari che accettano la sottomissione a Washington.

I regimi clientelari degli Stati Uniti sono governati dalle élite oligarchiche, con poco spirito imprenditoriale e tenute in vita dalla rendita statale (entrate petrolifere). Strettamente legate agli Stati Uniti, le élite dominanti non sono in grado di assicurare la lealtà popolare. I regimi clientelari dipendono dalla forza militare del Pentagono, il che costituisce anche la loro debolezza.

I ‘cambi di regime’ in una prospettiva storico-regionale

La costruzione di governi-fantoccio è un obiettivo strategico essenziale dello stato imperiale degli Stati Uniti.I risultati variano nel tempo, a seconda della capacità dei governi indipendenti di riuscire nel processo di costruzione nazionale.La costruzione di fantocci a lungo termine da parte degli Stati Uniti ha avuto maggior successo nelle piccole nazioni dalle economie vulnerabili.Il colpo di stato guidato dagli Stati Uniti in Guatemala è durato oltre sessant’anni – dal 1954 al 2019. Le principali insurrezioni popolari indigene sono state represse tramite i consulenti e gli interventi delle forze armate statunitensi.

Un simile successo nella costruzione di governi-fantoccio americani si è verificato a Panama, a Grenada, nella Repubblica Dominicana e a Haiti. Essendo piccoli e poveri e avendo forze militari deboli, gli Stati Uniti hanno optato per invadere e occupare direttamente detti paesi, in maniera rapida e a costi contenuti in termini di vite umane ed economici.Nei paesi di cui sopra, Washington è riuscita a imporre e mantenere regimi-fantoccio per periodi di tempo prolungati.

Gli Stati Uniti hanno diretto colpi di stato militari nell’ultimo mezzo secolo con risultati contraddittori.Nel caso dell’Honduras, il Pentagono è riuscito a rovesciare un governo liberal-democratico progressista di durata molto breve. L’esercito honduregno era sotto la direzione degli Stati Uniti e il presidente eletto Manuel Zelaya dipendeva da una maggioranza elettorale disarmata. In seguito a un colpo di stato riuscito, il regime fantoccio honduregno è rimasto sotto il dominio degli Stati Uniti per il successivo decennio e probabilmente oltre.

Il Cile è stato sotto la tutela degli Stati Uniti per la maggior parte del XX° secolo, con una breve pausa durante il governo del Fronte Popolare tra il 1937-41 e il governo democratico-socialista tra il 1970 e il 1973. Il colpo di stato militare guidato dagli Stati Uniti nel 1973 ha imposto la dittatura di Pinochet, che è durata diciassette anni. È stata seguita da un regime elettorale che ha proseguito l’agenda neo-liberista di Pinochet e degli USA, basata sulla cancellazione di tutte le riforme popolari, nazionali e sociali. In una parola, il Cile è rimasto dentro l’orbita politica degli Stati Uniti per la maggior parte di almeno un mezzo secolo.

Il regime democratico-socialista del Cile (1970-73) non armò mai il suo popolo, né stabilì un collegamento economico all’estero per sostenere una politica estera indipendente.Non sorprende il fatto che, negli ultimi tempi, il Cile abbia seguito i comandi USA nel chiedere il rovesciamento del presidente venezuelano Maduro.

Una contraddittoria costruzione di fantocci

Diversi colpi di stato statunitensi sono stati sconfitti, sulla breve durata o su quella più o meno lunga.
Il caso classico di sconfitta riuscita di un regime clientelare è Cuba, che ha rovesciato un cliente americano di dieci anni, la dittatura di Batista, ed è riuscita a resistere con successo a un’invasione e al blocco economico della CIA per buona parte di mezzo secolo (fino al presente). La vittoria di Cuba nella politica di contrasto alla restaurazione dei fantocci è stata il risultato della decisione della leadership di Castro di armare la popolazione, espropriare e prendere il controllo delle multinazionali statunitensi ostili e di stabilire alleanze strategiche oltreoceano: con l’Unione Sovietica, la Cina e, più recentemente, il Venezuela.

Invece, il colpo di stato militare appoggiato dall’esercito americano in Brasile (1964) è durato oltre due decenni, prima che la politica elettorale venisse parzialmente ripristinata sotto la guida dell’élite. Venti anni di politiche economiche neo-liberiste fallite hanno portato all’elezione del social-riformista Partito dei Lavoratori (PT), che ha proceduto ad attuare ampi programmi contro la povertà, nel contesto di politiche neo-liberiste. Dopo un decennio e mezzo di riforme sociali e una politica estera relativamente indipendente, il PT ha ceduto di fronte a una contrazione dell’economia dipendente dalle materie prime e di fronte a una situazione ostile (in particolare, giudiziaria e militare) ed è stato sostituito da un paio di regimi di estrema destra, clienti degli USA, che funzionavano sotto la direzione di Wall Street e del Pentagono.

Gli Stati Uniti sono spesso intervenuti in Bolivia, sostenendo colpi di stato e regimi clientelari contro regimi populisti nazionali a breve termine (1954, 1970 e 2001). Nel 2005, una rivolta popolare ha portato a elezioni libere e all’insediamento di Evo Morales, il leader dei movimenti dei coltivatori di coca. Tra il 2005 e il 2019 (il periodo attuale), il presidente Morales ha guidato un governo moderato di centro-sinistra anti-imperialista. Gli sforzi infruttuosi degli Stati Uniti per rovesciare il governo di Morales sono stati il risultato di diversi fattori: Morales ha organizzato e mobilitato una coalizione di contadini e operai (specialmente minatori e coltivatori di coca). Si è assicurato la lealtà dell’esercito, ha espulso le “agenzie umanitarie” degli Stati Uniti d’America,ha esteso il controllo sul petrolio e il gas e ha promosso legami con il settore agricolo. La combinazione di una politica estera indipendente con un’economia mista, un’alta crescita e moderate riforme ha neutralizzato le macchinazioni degli Stati Uniti.

Non è questo il caso in Argentina. Dopo un sanguinoso colpo di stato (1976),in cui gli Stati Uniti hanno appoggiato i militari che hanno liquidato 30.000 cittadini, l’esercito fu sconfitto dall’esercito britannico nella guerra delle Malvinas e si è ritirato dopo sette anni al potere. I regimi-fantoccio post-militari hanno governato e saccheggiato per un decennio, prima di crollare nel 2001. Sono stati rovesciati da un’insurrezione popolare. Tuttavia, la sinistra radicale che mancava di coesione,è stata sostituita da regimi di centro-sinistra (Kirchner-Fernández) che hanno governato per la maggior parte di un decennio (2003 – 15). I regimi neo-liberisti e del social welfare sono entrati in crisi e sono stati estromessi nel 2015 da un regime fantoccio (Macri), sostenuto dagli Stati Uniti, il quale ha proceduto a cancellare le riforme, privatizzare l’economia e subordinare lo stato ai banchieri e agli speculatori statunitensi. Dopo due anni al potere, il regime fantoccio ha vacillato, l’economia è precipitata verso il basso e un altro ciclo di repressione e protesta di massa è emerso. Il regime del fantoccio degli Stati Uniti è fragile, la popolazione riempie le strade, mentre il Pentagono affila i coltelli e prepara nuovi fantocci, per sostituire l’attuale regime clientelare.

Conclusione

Gli Stati Uniti non sono riusciti a consolidare i ‘cambiamenti di regime’ tra i grandi paesi con organizzazioni di massa e sostegno dell’esercito. Washington è riuscita a buttare giù i regimi nazional-popolari in Brasile e in Argentina. Tuttavia, nel tempo, i regimi fantoccio sono stati cancellati. Mentre gli Stati Uniti ricorrono in gran parte a una singola ‘tattica’ (colpi di stato e invasioni militari) in maniera schiacciante sui governi popolari più piccoli e vulnerabili, si basano su di una tattica multiforme, per quanto riguarda i paesi più grandi e complessi. Nei primi casi, di solito un appello all’esercito o l’invio dei marines sono sufficienti a soffocare una democrazia elettorale. Negli altri casi, gli Stati Uniti fanno affidamento su di una tattica multi-proxy, che include campagne-lampo dei mass media, etichettatura dei governi democratici come dittature, regimi estremisti, corrotti, minacciosi per la sicurezza, ecc. Quando la tensione aumenta, i clienti regionali e gli stati europei sono mobilitati per sostenere i fantocci locali.‘Presidenti’ fasulli sono incoronati dal Presidente degli Stati Uniti,che segna al dito, contraddicendo il voto di milioni di elettori. Le dimostrazioni e le violenze di strada, pagate e organizzate dalla CIA, destabilizzano l’economia; le élites imprenditoriali boicottano e paralizzano la produzione e la distribuzione… Milioni vengono spesi per comprare giudici e ufficiali militari. Se il cambio di regime può essere compiuto dai satrapi militari locali, gli Stati Uniti si astengono dall’intervento militare diretto.

I regimi insediati a forza, tra i paesi più grandi e più ricchi, hanno una durata compresa tra uno o due decenni. Tuttavia, il passaggio a un regime elettorale fantoccio può consolidare il potere imperiale su un periodo più lungo, come nel caso del Cile. Laddove esiste un significativo sostegno popolare a un regime democratico, gli Stati Uniti forniranno il supporto ideologico e militare per un massacro su larga scala, come è avvenuto in Argentina.

La resa dei conti imminente in Venezuela sarebbe un caso di ‘cambio di regime’ sanguinoso, in quanto gli Stati Uniti dovrebbero liquidare centinaia di migliaia di persone, per colpire i milioni che hanno investito da tempo e in maniera profonda in termini di conquiste sociali, lealtà alla nazione e alla propria dignità. Al contrario, la borghesia e i suoi seguaci, tra cui diversi traditori politici, cercherebbero vendetta e ricorrerebbero alle più vili forme di violenza, per spogliare i poveri delle loro conquiste sociali e dei loro ricordi di libertà e dignità. Non c’è da meravigliarsi se le masse venezuelane si preparano a una lotta di lunga durata e decisiva: tutto può essere vinto o perso, in questo scontro finale con l’Impero e i suoi fantocci.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Bolsonaro ed il fascismo

Risultati immagini per mst reforma agraria populardi Atilio A. Borón

È diventato un luogo comune caratterizzare il nuovo governo di Jair Bolsonaro come “fascista”. Questo, a mio avviso, costituisce un grave errore. Il fascismo non discende dalle caratteristiche di un leader politico, per quanto nei test di personalità o negli atteggiamenti della vita quotidiana, come nel caso di Bolsonaro – emerga una schiacciante predominanza di atteggiamenti reazionari, bigotti, sessisti, xenofobi e razzisti. È quello che i sociologi e gli psicologi sociali americani misuravano, dopo la seconda guerra mondiale, con la famosa “scala F”, in cui l’EFFE si riferiva al fascismo. In quel tempo si pensava, e alcuni ancora nutrono questa convinzione, che il fascismo fosse la cristallizzazione sul piano dello Stato e della vita politica di personalità squilibrate, portatrici di gravi psicopatologie, che per motivi circostanziali erano arrivate al potere. L’obiettivo politico di questa operazione era evidente: per il pensiero convenzionale e delle scienze sociali del tempo, la catastrofe del fascismo e del nazismo era da attribuire al ruolo di alcuni individui: la paranoia di Hitler o le manie di grandezza di Mussolini. Il sistema, cioè il capitalismo e le sue contraddizioni, era innocente e non aveva alcuna responsabilità rispetto all’olocausto della seconda guerra mondiale.

Superata questa interpretazione, ci sono coloro che insistono sul fatto che la presenza di movimenti o anche di partiti politici con chiare tendenze fasciste, inevitabilmente contrassegneranno in maniera inconfondibile il governo di Bolsonaro.

Si tratta di un altro errore: non sono questi a definire la natura profonda di una forma di stato come il fascismo. Nel primo Peronismo degli anni quaranta e nel Varguismo brasiliano, diverse organizzazioni e figure fasciste o fascistoidi brulicavano negli ambienti vicini al potere. Ma né il Peronismo né il Varguismo costruirono uno stato fascista. Il Peronismo classico è stato, usando la concettualizzazione gramsciana, un caso di “cesarismo progressivo”, che gli osservatori hanno potuto caratterizzare come fascista solo a causa della presenza di gruppi e persone tributari di quella ideologia. Loro erano davvero fascisti ma il governo di Perón no. Per parlare dei nostri tempi: Donald Trump è un fascista, se si guarda alla sua personalità, ma il governo degli Stati Uniti non lo è.

Dal punto di vista del materialismo storico, il fascismo non lo definiscono né le personalità né i gruppi. È una forma eccezionale dello Stato capitalista, con caratteristiche assolutamente uniche e irripetibili. Questa emerse quando il suo modo ideale di dominio, la democrazia borghese, affrontò una crisi molto grave, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Per questo, diciamo che è una “categoria storica” ​​e che non sarà più in grado di riprodursi, perché le condizioni che hanno reso possibile la sua comparsa sono scomparse per sempre.

Quali furono le condizioni speciali che segnarono ciò che potremmo chiamare “l’era del fascismo”, assenti nella fase attuale?

In primo luogo, il fascismo era la formula politica con cui il blocco egemonico dominante di una borghesia nazionale risolse per via reazionaria e dispotica una crisi di egemonia causata dalla mobilitazione insurrezionale senza precedenti delle classi subalterne e dall’ampliamento del dissenso all’interno del blocco dominante, alla fine della prima guerra mondiale. Come se non bastasse, le borghesie in Germania e Italia lottavano per ottenere un posto nella divisione coloniale del mondo e contro i poteri dominanti sulla scena internazionale, in particolare il Regno Unito e la Francia. Il risultato fu la seconda guerra mondiale.

Oggi, nell’era della transnazionalizzazione e finanziarizzazione del capitale e col predominio di mega-società che operano su scala globale, la borghesia nazionale giace ormai nel cimitero delle vecchie classi dominanti. Il suo posto lo occupa adesso una borghesia imperiale e multinazionale, che ha subordinato, fagocitandoli, i suoi omologhi nazionali (compresi quelli dei paesi del capitalismo sviluppato) e agisce sulla scena mondiale attraverso una centralina che si riunisce periodicamente a Davos, per disegnare strategie globali di accumulazione e dominio politico. E, senza borghesia nazionale, non esiste un regime fascista, a causa dell’assenza del suo principale protagonista.

Secondo, i regimi fascisti furono radicalmente statalisti. Non solo non credevano nelle politiche liberali, ma erano apertamente antagonisti nei loro confronti. La loro politica economica era interventista, promuoveva il ruolo delle società pubbliche, proteggeva quelle del settore privato nazionale e stabiliva un rigido protezionismo nel commercio estero. Inoltre, la riorganizzazione dell’apparato statale, necessaria ad affrontare le minacce di insurrezione popolare e di discordia tra i “vertici”, proiettò ad un posto di rilievo nello Stato la Polizia politica, i servizi di intelligence e gli uffici della propaganda.

È impossibile per Bolsonaro tentare qualcosa del genere, data l’attuale struttura e complessità dello stato brasiliano, specialmente quando la sua politica economica sarà affidata a un “Chicago boy”, che ha proclamato ai quattro venti la sua intenzione di liberalizzare la vita economica.

In terzo luogo, i fascismi europei erano regimi di organizzazione e mobilitazione di massa, in particolare degli strati intermedi. Mentre perseguitavano e distruggevano le organizzazioni sindacali del proletariato, inquadravano vasti movimenti delle fasce medie minacciate e, nel caso italiano, portavano questi sforzi tra i lavoratori, dando origine a un sindacalismo verticale e subordinato ai mandati del governo. Vale a dire, la vita sociale era “corporativizzata” e resa obbediente verso i “vertici”. Bolsonaro, al contrario, promuoverà la de-politicizzazione – purtroppo avviata quando il governo di Lula cadde nella trappola tecnocratica e arrivò a credere che il “rumore” della politica spaventasse i mercati – e approfondirà la disintegrazione e atomizzazione della società brasiliana, la privatizzazione della vita pubblica, il ritorno delle donne e degli uomini a casa loro, ai loro templi e al loro lavoro, per adempiere ai loro ruoli tradizionali. Tutto questo è agli antipodi del fascismo.

Quarto, i fascismi furono Stati rabbiosamente nazionalisti. Lottavano per ridefinire a loro favore la “suddivisione del mondo”, il che li mise commercialmente e militarmente contro i poteri dominanti. Il nazionalismo di Bolsonaro, d’altra parte, è retorica inconsistente, pura logorrea senza conseguenze pratiche. Il suo “progetto nazionale” è quello di trasformare il Brasile nel  lacché preferito di Washington in America Latina e nei Caraibi, scalzando la Colombia dal ruolo infamante di “Israele sudamericano”. Lungi dall’essere riaffermazione degli interessi brasiliani, il bolsonarismo definisce il tentativo, speriamo infruttuoso, di sottomettere totalmente e ricolonizzare il Brasile sotto l’egida degli Stati Uniti.

Ma una volta chiarito tutto ciò, significa che il regime di Bolsonaro si asterrà dall’applicare le brutali politiche repressive che hanno caratterizzato i fascismi europei? Assolutamente no! Lo abbiamo detto prima, ai tempi delle genocide dittature “civico-militari”: questi regimi possono essere – eccettuando il caso della Shoa eseguita da Hitler – ancora più atroci dei fascismi europei. I trentamila prigionieri scomparsi in Argentina e la generalizzazione delle forme esecrabili di tortura ed esecuzione di prigionieri illustrano la perversa malvagità che questi regimi possono acquisire. Il fenomenale tasso di detenzione su centomila abitanti che ha caratterizzato la dittatura uruguaiana non ha eguali in tutto il mondo. Gramsci sopravvisse undici anni nelle segrete del fascismo italiano, mentre in Argentina sarebbe stato gettato in mare come tanti altri giorni dopo il suo arresto. Pertanto, la riluttanza a descrivere il governo di Bolsonaro come fascista non intende addolcire l’immagine di un personaggio emerso dalle fogne della politica brasiliana o di un governo che sarà fonte di enormi sofferenze per il popolo brasiliano e per tutta l’America Latina. Sarà un regime simile alle più sanguinose dittature militari conosciute in passato, ma non sarà fascista. Perseguiterà, imprigionerà e ucciderà senza pietà coloro che resisteranno ai suoi abusi. Le libertà saranno compresse e la cultura sottoposta a persecuzioni senza precedenti, allo scopo di sradicare “l’ideologia di genere” e qualsiasi variante del pensiero critico. Qualsiasi persona o organizzazione che gli si opponga, sarà il bersaglio del suo odio e della sua rabbia. I Senza Terra, i Senza Tetto, i movimenti delle donne, la LGTBI, i sindacati dei lavoratori, i movimenti studenteschi, le organizzazioni delle favelas, tutti saranno oggetto della sua frenesia repressiva.

Eppure, Bolsonaro non ha tutte le carte favorevoli in mano e incontrerà molte resistenze, anche se in maniera spontanea e disorganizzata all’inizio.

Le contraddizioni sono molte e gravi: l’imprenditoria – la “borghesia autoctona”, se non nazionale, come diceva il Che – si oppone all’apertura economica, perché teme di essere fatta a pezzi dalla concorrenza cinese; i militari in servizio non vogliono nemmeno saperne di un’incursione nelle terre venezuelane, né di offrire il loro sangue per un’invasione decisa da Donald Trump e basata sugli interessi nazionali degli Stati Uniti; le forze popolari, anche nella loro attuale dispersione, non si lasceranno facilmente soggiogare. Inoltre, cominciano ad apparire gravi accuse di corruzione contro questo falso “outsider” della politica, che è stato per ventotto anni deputato al Congresso brasiliano, in quanto testimone o partecipe di tutti gli intrallazzi che si sono covati in quegli anni. Pertanto, sarebbe bene ricordare ciò che è accaduto a un altro Torquemada brasiliano: Fernando Collor de Melo, che, come Bolsonaro, arrivò negli anni novanta con il fervore di un crociato della restaurazione morale e finì i suoi giorni da presidente con una fuga precipitosa dal Palazzo del Planalto. Presto potremo sapere che futuro aspetta il nuovo governo, però il pronostico non è molto favorevole e l’instabilità e le turbolenze saranno all’ordine del giorno in Brasile. Bisognerà essere pronti, perché la dinamica politica può assumere una velocità fulminante e il campo popolare deve poter reagire tempestivamente.

Perciò, l’obiettivo di queste riflessioni non era perdere tempo per inseguire distinzioni accademiche sulle diverse forme di dominio dispotico possibili nel capitalismo, bensì contribuire a una precisa caratterizzazione del nemico, senza la quale non si potrà mai combattere con successo. Ed è importantissimo sconfiggerlo, prima che faccia troppi danni.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Marco Nieli].

Democrazia Virtuale Vs Democrazia Reale: un confronto Società Civile-Istituzioni sul caso Rom

di Marco Nieli

Un gran numero di partecipanti, tra cui diverse famiglie rom degli insediamenti di via del Riposo e di Barra, esponenti delle associazioni, del Movimento 5 Stelle e della società civile napoletana ha preso parte all’iniziativa di assemblea-dibattito pubblico tenutasi ieri 19 febbraio presso i locali del Centro Culturale “La Città del Sole” di Napoli.

In rappresentanza della Giunta, è intervenuta l’assessore alle Politiche Sociali Gaeta; assenti, invece, il Sindaco e il vice-sindaco, nonché l’Assessore al Patrimonio Sandro Fucito.

L’occasione è stata messa in piedi allo scopo di tallonare le istituzioni della Giunta de Magistris sulla questione dell’ordinanza sindacale del 29 gennaio scorso, che prevede in maniera alquanto ambigua -“orwelliana”- il così definito «accompagnamento fuori dal campo» di via del Riposo di circa 430 Rom rumeni di Calaraşi e Iaşi, fatti salvi i casi di comprovata «indigenza e/o bisogno». Criterio, questo, che andrebbe esteso secondo noi a tutti gli abitanti dell’insediamento, i quali fuggono situazioni di grave esclusione sociale e discriminazione nel loro paese e certamente non hanno alternative abitative e/o lavorative rispetto al soffrire i disagi della vita in una bidonville, seppure ai margini delle nostre (una volta, almeno) opulente società dei consumi.

Nella fatiscente baraccopoli di cui sopra, mancano le condizioni minime di vivibilità: dall’acqua corrente alla luce elettrica, per non parlare dall’emergenza sanitaria rappresentata dalla vicinanza di discariche a cielo aperto che alimentano la proliferazione di ratti e parassiti vari. Sui numerosi interrogativi e dubbi espressi da padre Alex Zanotelli, dai Rom stessi, dallo scrivente, dall’editore Manes, da Jamal Quaddarah della CGIL e dalla Consigliera Comunale Simona Molisso, l’Assessore ha fornito formali rassicurazioni sul fatto che il Comune non intende sgombrare in malo modo la suddetta comunità (come, invece, ha continuato a fare in modo diretto o indiretto negli ultimi dieci anni al Frullone, alla Sanità, a Ponticelli, alla Marinella, etc.) ma che invece sta lavorando a un piano di ri-allocazione in un’area segreta, area che andrebbe attrezzata alla bisogna per una prima accoglienza con fornitura di acqua, luce e un minimo di infrastrutture.

In ogni caso, il percorso di ri-allocazione dovrà essere concordato con i diretti interessati dall’intervento istituzionale, per non riprodurre soluzioni ancora una volta dettate dall’emergenza e del tutto inadeguate, indegne e irrispettose degli standards richiesti dall’UE per l’accoglienza dei Rom e Sinti sui nostri territori. A questo proposito, la proiezione del video Terra promessa (di L. Romano e M. Leombruno) sui Rom bosniaci di Giugliano trasferiti nell’area altamente contaminata di Masseria del Pozzo ha costituito un monito a non ripetere gli incredibili errori di un passato anche recente ma a cercare di guardare avanti, utilizzando al meglio l’enorme patrimonio di know-how socio-urbanistico ed architettonico che si è accumulato negli ultimi anni, in riferimento alla necessità di superare la politica di ghettizzazione portata avanti con i commissariamenti (decreto “Emergenza nomadi” del 2008-2009) e di inserire in casa i Rom, per permettere una reale integrazione sociale degli stessi.

In ogni caso, dovrebbe essere oggi abbastanza metabolizzata anche da parte dell’istituzione locale l’evidenza che gli sgomberi senza alternativa, oltre che condannati dall’Europa (ricorso dell’ERRC contro l’Italia in merito a ripetute violazioni della Carta Sociale Europea), sono perfettamente inutili, in quanto che i Rom sgombrati dai campi di Ponticelli dalla camorra nel 2008, insistono oggi in buona misura nel campo di via del Riposo nel 2014.

A conclusione dell’incontro, si è voluto presentare un esempio di buona pratica da seguire, quello della Gran Misión Vivienda Venezuela, citata anche dal Plan Patria 2013-2019, che si è posta come obiettivo la realizzazione di 3 milioni di nuove case da assegnare a refugiados o baraccati dei principali insediamenti urbani venezuelani entro l’anno 2019.

Si tratta di un modello diverso di democrazia, protagonica e partecipativa, dove gli impegni assunti dalla legislazione nazionale e da quella locale si realizzano con interventi puntuali e concreti, volti ad assicurare percorsi di dignificazione umana e sociale degli strati sociali più esclusi e derelitti. Siamo fermamente convinti che, se anche la città di Napoli si decidesse una buona volta a mettere in pratica i tanto decantati percorsi di democrazia partecipata e di priorità assegnata ai “beni comuni” -magari partendo una buona volta dagli ultimi tra gli ultimi, Rom e Napoletani delle fasce più deboli – sicuramente avremmo tutti da guadagnare in termini di qualità collettiva della vita, di sicurezza e di benessere sociale diffuso. L’iniziativa di ieri con i Rom è stata un buona ri-partenza in questa direzione e, sebbene molta strada resti ancora da fare collettivamente, siamo fiduciosi che, incalzando opportunamente le istituzioni locali, si riesca a passare sempre più dal piano virtuale delle delibere e delle ordinanze a quello reale e tangibile dei diritti assicurati per tutti indistintamente.

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