La sconfitta di Macri e lo spettro della crisi generale del capitalismo

di Marco Nieli

Diceva Albert Einstein che se si vogliono cambiare i risultati delle proprie azioni, bisogna cambiare le proprie azioni. Non pare abbia seguito questo criterio di elementare logica dialettica la maggioranza degli elettori argentini che, nell’ormai lontano dicembre 2015 decise di ritornare al modello neo-liberista – questa volta impersonato dall’ex-governatore della provincia di Buenos Aires Mauricio Macri, ingegnere civile e imprenditore, appartenente all’élite porteña e fondatore delle coalizioni di destra PRO e Cambiemos – che aveva già portato il paese al default economico nell’anno 2001.

In questi 4 ultimi anni alla guida del paese, Macri e la sua “scuola” politica hanno avuto la costanza (qualcuno potrebbe dire la “faccia tosta”) di riesumare e applicare in maniera dogmaticamente sconcertante le ricette tradizionali del neo-liberismo dell’epoca di Menem ed epigoni (anni ’90), come se, nel  frattempo, nel paese e nel mondo “reale” non fosse successo nulla.  Uno dei capisaldi di questa politica di riconquista della “credibilità internazionale” del paese  è consistita  nella ripresa dei pagamenti integrali all’FMI e ai cosiddetti fondi-avvoltoio (fundos-buitre), dopo la parentesi del canje de deuda (rinegoziazione del debito) e della strenua resistenza contro le aggressioni dei rapaci speculatori della “comunità internazionale”, intrapresa dai coniugi Kirchner, alternatisi alla Presidenza dal 2003 al 2015. Con l’F.M.I. l’Argentina di Macri ha stipulato, tra l’altro, un nuovo patto-capestro per la cifra non del tutto irrisoria di 57 miliardi di dollari, uno dei prestiti più elevati concessi dall’organismo di strozzinaggio internazionale a un paese (ri)-“emergente” o del sud del mondo. I fenomeni corollari della fuga di capitali e dell’aumento esponenziale degli interessi sul debito, che hanno sottratto linfa vitale a un tessuto economico-industriale appena in fase di rivitalizzazione, sono stati solo in minima parte compensati da discutibili ripetute misure di blanqueo de dinero (lavaggio di capitali), per un totale di circa 100 milioni di dollari.

Come risultato di questo approccio di accondiscendenza estrema verso le richieste della “comunità internazionale” (leggi: dell’imperialismo U.S.A.-U.E.), simbolicamente riappacificata col mondo (vedi:  il G20 della cumbre tenuta a Buenos Aires nel 2018), l’Argentina di Macri si è tornata ad avvolgere nella spirale dell’austerity, ormai ampiamente sconfessata da gran parte dei governi dell’area U.E., con le ben note conseguenze disastrose già sperimentate alle nostre latitudini, a partire dalla crisi del 2008: un debito estero in salita vertiginosa ed esponenziale (107.525 milioni di dollari nel 2018), un aumento sensibile della disoccupazione e della sotto-occupazione (tra il 12,8 di Rosario e Mar del Plata e il 4 circa del Nord-est e altre zone della “periferia”, dove, però, è più radicata la pratica dell’economia informale), un’ascesa costante dell’inflazione reale, che ormai galoppa verso il 40% (con la corrispondente svalutazione del peso, arrivato sul mercato parallelo a un rapporto col dollaro a doppia cifra) e, ovviamente, un ritorno della povertà e dell’esclusione sociale agli indici dell’epoca della dittatura, vale a dire circa il 35% della popolazione (su circa 40 milioni di abitanti).

Con i risultati delle recenti elezioni primarie (PASO) per i candidati alle presidenziali (del prossimo 27 ottobre), che hanno assegnato a Macri il 33,27% e il 48,86% al Frente de Todos capeggiato da Alberto Fernández come candidato a Presidente e da Cristina Kirchner come vice e il conseguente crollo dell’indice della Borsa di Buenos Aires (il Merval) di 30 punti, con subitanea ascesa del dollaro a circa 56 pesos, si apre una nuova inquietante pagina nelle fluttuazioni dell’economia argentina, che rischia una nuova drastica regressione. Non si sa ancora se questa assumerà i termini della recessione seguita dalla stagnazione o un brusco collasso come quello del 2001, ma sicuramente il trionfalismo della prima ora ha subito un brusco ridimensionamento alla prova dei fatti. Al di là di tutte le congiunture e i fallimenti di circostanza, quello che torna ad agitarsi anche alle latitudini australi è lo spettro di una crisi strutturale e definitiva del sistema del capitalismo globalizzato nella sua fase imperialistica e finanziarizzata.  

In effetti, il caso dell’Argentina di Macri riveste senza dubbio un interesse emblematico, almeno nell’ambito del contesto latino-americano, perché, a suo tempo, fece parlare di una “svolta a destra” del continente, in netta controtendenza rispetto alle politiche d’integrazione d’area, promosse dal genio politico del Comandante Supremo Hugo Chávez Frias, e prontamente condivise da Nestor e Cristina Kirchner in Argentina e dai Presidenti Lula e Rousseff in Brasile. Le stesse che, sulla base di una piattaforma politica ed economica paritetica, basata sui progetti dell’ALBA e della CELAC, configuravano una vera apertura “orizzontale” al mondo del multipolarismo emergente (i paesi del blocco BRICS, tra cui le potenze russa e cinese) e al gruppo dei paesi non allineati e, in termini di cooperazione equitativa, ai paesi in via di sviluppo dell’Africa e, in generale, del sud del mondo. Nel rigetto condiviso delle politiche di integrazione libero-scambista, cavallo di battaglia dell’imperialismo a matrice U.S.A.-Canada, che già avevano messo in ginocchio l’emergente economia  messicana (chi si ricorda dell’AL-CA…RAJO decretato alla proposta di Bush figlio proprio a Mar del Plata neel 2005 dal Comandante della Repubblica Bolviariana, insieme ai coniugi Kirchner e a Lula?).

Il macrismo si è, in effetti, decisamente orientato, in campo di interscambio economico come anche di proiezione geopolitica, verso l’asse nord-sud, recuperando una stretta relazione con gli U.S.A. e l’U.E. (ha iniziato le trattative per un’area di libero scambio con l’Europa, a tutto detrimento del Mercosur, dal quale ha tra l’altro cercato di far espellere il Venezuela di Maduro) e con l’area di libero commercio del Pacifico (U.S.A., Giappone, Cile, Peru; l’Argentina di Macri è stata anche una delle maggiori promotrici del gruppo di Lima, ancora una volta in funzione anti-Maduro). Ha ridimensionato enormemente lo scambio economico con la Cina di Xi Jinping e con la Russia, preferendo ritornare a indebitarsi con il F.M.I., nonostante le disastrose esperienze del passato.

Alla luce della recente sconfitta del macrismo alle primarie presidenziali in Argentina, tuttavia, sembrano più adeguate le linee interpretative di un Néstor Francia, che parla di vittorie “circostanziali”, legate al momento più che all’epoca, dal momento che l’inizio del XXI secolo ha segnato l’avanzamento continentale di politiche e governi “progressisti”, se non apertamente rivoluzionari e che la politica di piazza è sempre rimasta, anche nell’Argentina e nel Brasile “svoltate” a destra, in mano ai movimenti di resistenza ed opposizione sociale, sindacale e politica. Anche politologi di chiara fama internazionale, come Atilio Borón, ci hanno messo in guardia contro le facili interpretazioni trionfaliste dei media, generalmente inclini in questi paesi ad avallare una narrazione dei fatti più in linea con le tradizionali concentrazioni di potere, risalenti spesso all’epoca delle dittature (si pensi ai grandi gruppi monopolistici Clarín in Argentina e al gruppo Globo in Brasile, in larga misura corresponsabili dei suddetti cambi di regime), magari ammantate in salsa post-ideologica e stile “post-verità”. Il che non significa che regimi parzialmente o populisticamente “cesaristi di destra” (come anche quello di Jair Bolsonaro in Brasile), per usare una categoria gramsciana ripresa anche da Borón, non possano causare lacrime e sangue con le loro misure anti-popolari, per quanto passeggeri.

La crescente resistenza/opposizione sociale, sindacale e politica nel paese reale a quest’ostinata reiterazione di schemi, che ormai si pensava potessero essere considerati sepolti nelle cloache della storia, è stata dal governo Macri trattata con un’abile combinazione di brutale repressione (come nei casi di Milagros Sala in Jujuy e di Santiago Maldonado in Chubut) e manipolazione mediatica, in pieno stile contro-rivoluzione preventiva. In un paese dove l’Esercito si è reso responsabile, con Videla & co. della tortura ed eliminazione fisica di circa 30.000 persone, appare quanto meno ambigua la riforma per decreto dell’anno passato sulle funzioni dello stesso, chiamato a intervenire, oltre che in difesa da eventuali aggressioni esterne, anche all’interno, contro gli attacchi portati da “organizzazioni transazionali e terroristiche” contro “obiettivi strategici”.  Troppo evidente appare il progetto di colpire repressivamente l’opposizione di piazza (basta pensare ai movimenti di resistenza Mapuche al confine in Chubut e Patagonia contro le trivellazioni o l’alienazione di terre a favore dei vari Benetton di turno), perché non desti preoccupazione.

Va ricordato che uno dei (tutto sommato pochi, a parte il sostegno reciproco con il Venezuela chavista e la nazionalizzazione di Aerolineas Argentinas, dell’industria petrolifera YPF e la decisa politica a sostegno dei giudizi contro i genocidi della dittatura) meriti storici del governo di Cristina era stata l’approvazione della Ley de medios (Legge sui media), che avrebbe dovuto contribuire a smembrare l’oligopolio del gruppo Clarín nella prospettiva di un’effettiva democratizzazione del sistema delle concessioni pubbliche e dell’informazione (legge poi sospesa per sospensiva in seguito a ricorso giudiziario) e che oggi il governo Macri ha, di fatto, annullato, in nome della libertà di espressione, della concorrenza (???) e del libero (???) mercato. Principi tutti, ovviamente, contraddetti dalla persecuzione in sede giudiziaria delle reti comunitarie.

Sulle prospettive politiche di un cambio a breve respiro, bisognerebbe, in attesa di una quasi sicura vittoria imminente del Frente de Todos alle presidenziali del prossimo ottobre, sospendere un attimo il giudizio, ricordando che questa coalizione assomiglia più a un’armata Brancaleone, con Alberto Fernández ex collaboratore-oppositore dei Kirchner, che viene dalla destra moderata e lo stesso Partido justicialista (=peronista) di Cristina, con all’interno, tipicamente, le classiche contraddizioni interclassiste del peronismo storico.  Tenendo presente che il Partito Comunista, in Argentina, si è bruciato con il suo appoggio strategico alla Dittatura del 1976-84, e che le uniche due forze politiche strutturate che tengono la piazza oggi nel paese solo il trotzkijsta Partido Obrero, attualmente coinvolto in una profonda crisi interna tra la frazione “pubblica” di Altamira e Ramal e un CC saldamente nelle mani dei vari Gabriel SolanoNéstor Pitrola y Romina Del Plá e i movimenti di base del Partido Justicialista (=peronisti pro-Cristina), tipo il Movimiento Evita, La Cámpora, Peronismo militante e i Descamisados).    

Un’opposizione politica nel paese reale tutta da costruire, puntando a far moltiplicare le esperienze locali dei comitati operai operanti contro i tarifazos (aumenti delle bollette e dei mezzi di trasporto), dei movimenti indigeni anti-industria mineraria e anti-latifondo, delle fabbriche recuperate e delle associazioni operanti negli asentamientos (baraccopoli) del tipo Barrios de Pié, ma sotto la direzione illuminata di un Partito Rivoluzionario tutto da costruire, a partire dall’organizzazione, dai mezzi, dalla strategia e dalla concezione scientifica del mondo, mutuata dal materialismo storico-dialettico. Perché, come ricordava Engels anni dopo l’esperienza della Comune di Parigi, la rivoluzione non scoppia, ma bisogna costruirla. Nonostante, ma semmai approfittando delle crisi ricorrenti e ormai sempre più globalizzate del capitalismo.

Venezuela: una nuova Stalingrado

di Atilio Borón

L’impero sembra disposto a tutto. Minaccia, ruggisce, insulta, estorce, sabota, mente, calunnia, mobilita le sue truppe latino-americane ed europee, governanti che fanno vergogna e sono rifiutati dai loro stessi popoli, convertiti in una notte in vestali e custodi della democrazia, della libertà, della giustizia e dei diritti umani. Ma finora non ce l’hanno fatta, e la volontà delle organizzazioni chaviste e del loro governo è stata imbattibile. Abbiamo bisogno di TUTTA la SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE POSSIBILE.

Questa brutale offensiva di un governo come quello di Trump ha continuato e approfondito la
politica di Barak Obama, il “liberale” – in realtà uno “Zio Tom”, come gli Afro-americani
definiscono quelli della loro etnia che pensano e agiscono come gli schiavisti che li hanno oppressi per secoli – che ha dato il via all’attuale aggressione mediante l’emanazione di un ordine
presidenziale che dichiarava il Venezuela “una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza
nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e proclamando un’emergenza nazionale per far
fronte a questa minaccia”.

Questa dichiarazione aberrante ha aperto la porta alla brutalità di Trump, meno sofisticato rispetto
al suo predecessore, ma allo stesso modo identificato con il progetto imperiale americano di
re-impadronirsi non solo del Venezuela, ma anche di Cuba, di finirla coi Sandinisti in Nicaragua e
con Evo in Bolivia e di far ritornare il continente alla situazione in cui era alla vigilia della
rivoluzione cubana. NON POSSIAMO PERMETTERE CHE QUESTA COSA ACCADA. Molti anni di lotta, il sacrificio, la tortura, il carcere, l’esilio, le vite offerte altruisticamente per costruire una nuova società non possono essere gettati in mare di fronte all’arroganza della Casa Bianca.

Così, NON C’È ALTERVATIVA ALLA VITTORIA, alla sconfitta dell’impero, che, come ha detto Martí, riconosce solo il “diritto barbaro come l’unico diritto: questo sarà nostro, perché ne abbiamo bisogno”. Hanno bisogno del petrolio, dell’oro e del coltan del Venezuela e commetteranno qualsiasi crimine per ottenerli.

Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti si sentono minacciati. Ma ora è più
grave, perché non è solo un paese che li preoccupa (in precedenza era l’URSS), ma l’enorme
sconvolgimento dello scacchiere geopolitico mondiale, che ha visto la nascita di nuovi e potenti
centri di potere (Cina, Russia, India, Turchia, ecc.) di fronte a cui gli Stati Uniti non hanno altre
risposte che fare appello alla violenza o minacciarla. Sono una tigre drogata, perché hanno perso in
Afghanistan, hanno perso in Iraq, hanno fallito con l’Iran, hanno perso in Siria, in Yemen e la loro
unica vittoria, orribile, grondante menzogne ​​e crudeltà, è stata la Libia. Ne vogliono un’altra, nella
nostra America. Ma non l’avranno. Saranno sconfitti. Lo sono già diplomaticamente. Stanno anche
cominciando a ritirarsi dai media, perché la loro proliferazione di fake news fa perdere loro ogni
credibilità. Dovremo mantenere coesione e spirito combattivo, per infliggere loro la sconfitta finale,
che dimostrerà che la nostra America ha cominciato a intraprendere il percorso della seconda e
definitiva indipendenza.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

I ‘cambiamenti di regime’ a matrice Usa: una nota storica

L'immagine può contenere: 16 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertodi James Petras

Mentre gli Stati Uniti si sforzano di rovesciare il governo venezuelano democratico e indipendente, il resoconto storico del loro interventismo in Latino-America, per quanto riguarda le conseguenze a breve, medio e lungo termine, risulta composito.Cominceremo con l’esaminare le conseguenze e l’impatto dell’intervento statunitense in Venezuela nell’ultimo mezzo secolo. Ci rivolgeremo quindi a esaminare il grado di successo e fallimento dei‘cambiamenti di regime’promossi dagli Stati Uniti in tutta l’America Latina e nei Caraibi.

Venezuela: risultati e prospettive 1950-2019

Durante il decennio post-Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti, lavorando con la CIA e il Pentagono, hanno portato al potere regimi autoritari e clientelari in Venezuela, Cuba, Perù, Cile, Guatemala, Brasile e molti altri paesi.

Nel caso del Venezuela, gli Stati Uniti hanno sostenuto una dittatura militare di quasi un decennio (Perez Jímenez), all’incirca tra il 1951 e il 1958. La dittatura fu rovesciata nel 1958 e sostituita da una coalizione di centro-sinistra durante un breve periodo di transizione. Successivamente, gli Stati Uniti hanno rivisto la loro politica, e hanno abbracciato e promosso regimi di centro-destra guidati dai democratici cristiani e sociali, che si sono alternati al governo per quasi quarant’anni.

Negli anni ’90 i regimi clientelari degli Stati Uniti erano putridi per la corruzione; di fronte a una profonda crisi socio-economica furono scalzati elettoralmente dal potere e sostituiti da un governo indipendente, anti-imperialista, guidato dal presidente Chávez. L’elezione libera e democratica del presidente Chávez ha resistito e sconfitto diversi ‘cambiamenti di regime’ guidati dagli Stati Uniti nei due decenni successivi. Dopo l’elezione del presidente Maduro, sotto la direzione degli Stati Uniti, Washington ha montato il macchinario politico per un nuovo cambio di regime. Washington ha poi lanciato, a briglia sciolta, un colpo di stato nell’inverno del 2019. Il resoconto dell’intervento americano in Venezuela è misto: un colpo di stato militare a medio termine è durato meno di un decennio; i regimi elettorali diretti dagli Stati Uniti sono stati al potere quarant’anni; sono stati sostituiti da un governo populista anti-imperialista, che è stato in carica per quasi 20 anni. Oggi è in atto un golpe virulento, diretto dagli Stati Uniti.

L’esperienza del Venezuela con i ‘cambi di regime’indica una consolidata capacità degli Stati Uniti di controllo a lungo termine, se può rimescolare la sua base di potere da una dittatura militare a un regime elettorale, finanziato attraverso il saccheggio del petrolio, sostenuto da un esercito affidabile e ‘legittimato’, alternando partiti politici clientelari che accettano la sottomissione a Washington.

I regimi clientelari degli Stati Uniti sono governati dalle élite oligarchiche, con poco spirito imprenditoriale e tenute in vita dalla rendita statale (entrate petrolifere). Strettamente legate agli Stati Uniti, le élite dominanti non sono in grado di assicurare la lealtà popolare. I regimi clientelari dipendono dalla forza militare del Pentagono, il che costituisce anche la loro debolezza.

I ‘cambi di regime’ in una prospettiva storico-regionale

La costruzione di governi-fantoccio è un obiettivo strategico essenziale dello stato imperiale degli Stati Uniti.I risultati variano nel tempo, a seconda della capacità dei governi indipendenti di riuscire nel processo di costruzione nazionale.La costruzione di fantocci a lungo termine da parte degli Stati Uniti ha avuto maggior successo nelle piccole nazioni dalle economie vulnerabili.Il colpo di stato guidato dagli Stati Uniti in Guatemala è durato oltre sessant’anni – dal 1954 al 2019. Le principali insurrezioni popolari indigene sono state represse tramite i consulenti e gli interventi delle forze armate statunitensi.

Un simile successo nella costruzione di governi-fantoccio americani si è verificato a Panama, a Grenada, nella Repubblica Dominicana e a Haiti. Essendo piccoli e poveri e avendo forze militari deboli, gli Stati Uniti hanno optato per invadere e occupare direttamente detti paesi, in maniera rapida e a costi contenuti in termini di vite umane ed economici.Nei paesi di cui sopra, Washington è riuscita a imporre e mantenere regimi-fantoccio per periodi di tempo prolungati.

Gli Stati Uniti hanno diretto colpi di stato militari nell’ultimo mezzo secolo con risultati contraddittori.Nel caso dell’Honduras, il Pentagono è riuscito a rovesciare un governo liberal-democratico progressista di durata molto breve. L’esercito honduregno era sotto la direzione degli Stati Uniti e il presidente eletto Manuel Zelaya dipendeva da una maggioranza elettorale disarmata. In seguito a un colpo di stato riuscito, il regime fantoccio honduregno è rimasto sotto il dominio degli Stati Uniti per il successivo decennio e probabilmente oltre.

Il Cile è stato sotto la tutela degli Stati Uniti per la maggior parte del XX° secolo, con una breve pausa durante il governo del Fronte Popolare tra il 1937-41 e il governo democratico-socialista tra il 1970 e il 1973. Il colpo di stato militare guidato dagli Stati Uniti nel 1973 ha imposto la dittatura di Pinochet, che è durata diciassette anni. È stata seguita da un regime elettorale che ha proseguito l’agenda neo-liberista di Pinochet e degli USA, basata sulla cancellazione di tutte le riforme popolari, nazionali e sociali. In una parola, il Cile è rimasto dentro l’orbita politica degli Stati Uniti per la maggior parte di almeno un mezzo secolo.

Il regime democratico-socialista del Cile (1970-73) non armò mai il suo popolo, né stabilì un collegamento economico all’estero per sostenere una politica estera indipendente.Non sorprende il fatto che, negli ultimi tempi, il Cile abbia seguito i comandi USA nel chiedere il rovesciamento del presidente venezuelano Maduro.

Una contraddittoria costruzione di fantocci

Diversi colpi di stato statunitensi sono stati sconfitti, sulla breve durata o su quella più o meno lunga.
Il caso classico di sconfitta riuscita di un regime clientelare è Cuba, che ha rovesciato un cliente americano di dieci anni, la dittatura di Batista, ed è riuscita a resistere con successo a un’invasione e al blocco economico della CIA per buona parte di mezzo secolo (fino al presente). La vittoria di Cuba nella politica di contrasto alla restaurazione dei fantocci è stata il risultato della decisione della leadership di Castro di armare la popolazione, espropriare e prendere il controllo delle multinazionali statunitensi ostili e di stabilire alleanze strategiche oltreoceano: con l’Unione Sovietica, la Cina e, più recentemente, il Venezuela.

Invece, il colpo di stato militare appoggiato dall’esercito americano in Brasile (1964) è durato oltre due decenni, prima che la politica elettorale venisse parzialmente ripristinata sotto la guida dell’élite. Venti anni di politiche economiche neo-liberiste fallite hanno portato all’elezione del social-riformista Partito dei Lavoratori (PT), che ha proceduto ad attuare ampi programmi contro la povertà, nel contesto di politiche neo-liberiste. Dopo un decennio e mezzo di riforme sociali e una politica estera relativamente indipendente, il PT ha ceduto di fronte a una contrazione dell’economia dipendente dalle materie prime e di fronte a una situazione ostile (in particolare, giudiziaria e militare) ed è stato sostituito da un paio di regimi di estrema destra, clienti degli USA, che funzionavano sotto la direzione di Wall Street e del Pentagono.

Gli Stati Uniti sono spesso intervenuti in Bolivia, sostenendo colpi di stato e regimi clientelari contro regimi populisti nazionali a breve termine (1954, 1970 e 2001). Nel 2005, una rivolta popolare ha portato a elezioni libere e all’insediamento di Evo Morales, il leader dei movimenti dei coltivatori di coca. Tra il 2005 e il 2019 (il periodo attuale), il presidente Morales ha guidato un governo moderato di centro-sinistra anti-imperialista. Gli sforzi infruttuosi degli Stati Uniti per rovesciare il governo di Morales sono stati il risultato di diversi fattori: Morales ha organizzato e mobilitato una coalizione di contadini e operai (specialmente minatori e coltivatori di coca). Si è assicurato la lealtà dell’esercito, ha espulso le “agenzie umanitarie” degli Stati Uniti d’America,ha esteso il controllo sul petrolio e il gas e ha promosso legami con il settore agricolo. La combinazione di una politica estera indipendente con un’economia mista, un’alta crescita e moderate riforme ha neutralizzato le macchinazioni degli Stati Uniti.

Non è questo il caso in Argentina. Dopo un sanguinoso colpo di stato (1976),in cui gli Stati Uniti hanno appoggiato i militari che hanno liquidato 30.000 cittadini, l’esercito fu sconfitto dall’esercito britannico nella guerra delle Malvinas e si è ritirato dopo sette anni al potere. I regimi-fantoccio post-militari hanno governato e saccheggiato per un decennio, prima di crollare nel 2001. Sono stati rovesciati da un’insurrezione popolare. Tuttavia, la sinistra radicale che mancava di coesione,è stata sostituita da regimi di centro-sinistra (Kirchner-Fernández) che hanno governato per la maggior parte di un decennio (2003 – 15). I regimi neo-liberisti e del social welfare sono entrati in crisi e sono stati estromessi nel 2015 da un regime fantoccio (Macri), sostenuto dagli Stati Uniti, il quale ha proceduto a cancellare le riforme, privatizzare l’economia e subordinare lo stato ai banchieri e agli speculatori statunitensi. Dopo due anni al potere, il regime fantoccio ha vacillato, l’economia è precipitata verso il basso e un altro ciclo di repressione e protesta di massa è emerso. Il regime del fantoccio degli Stati Uniti è fragile, la popolazione riempie le strade, mentre il Pentagono affila i coltelli e prepara nuovi fantocci, per sostituire l’attuale regime clientelare.

Conclusione

Gli Stati Uniti non sono riusciti a consolidare i ‘cambiamenti di regime’ tra i grandi paesi con organizzazioni di massa e sostegno dell’esercito. Washington è riuscita a buttare giù i regimi nazional-popolari in Brasile e in Argentina. Tuttavia, nel tempo, i regimi fantoccio sono stati cancellati. Mentre gli Stati Uniti ricorrono in gran parte a una singola ‘tattica’ (colpi di stato e invasioni militari) in maniera schiacciante sui governi popolari più piccoli e vulnerabili, si basano su di una tattica multiforme, per quanto riguarda i paesi più grandi e complessi. Nei primi casi, di solito un appello all’esercito o l’invio dei marines sono sufficienti a soffocare una democrazia elettorale. Negli altri casi, gli Stati Uniti fanno affidamento su di una tattica multi-proxy, che include campagne-lampo dei mass media, etichettatura dei governi democratici come dittature, regimi estremisti, corrotti, minacciosi per la sicurezza, ecc. Quando la tensione aumenta, i clienti regionali e gli stati europei sono mobilitati per sostenere i fantocci locali.‘Presidenti’ fasulli sono incoronati dal Presidente degli Stati Uniti,che segna al dito, contraddicendo il voto di milioni di elettori. Le dimostrazioni e le violenze di strada, pagate e organizzate dalla CIA, destabilizzano l’economia; le élites imprenditoriali boicottano e paralizzano la produzione e la distribuzione… Milioni vengono spesi per comprare giudici e ufficiali militari. Se il cambio di regime può essere compiuto dai satrapi militari locali, gli Stati Uniti si astengono dall’intervento militare diretto.

I regimi insediati a forza, tra i paesi più grandi e più ricchi, hanno una durata compresa tra uno o due decenni. Tuttavia, il passaggio a un regime elettorale fantoccio può consolidare il potere imperiale su un periodo più lungo, come nel caso del Cile. Laddove esiste un significativo sostegno popolare a un regime democratico, gli Stati Uniti forniranno il supporto ideologico e militare per un massacro su larga scala, come è avvenuto in Argentina.

La resa dei conti imminente in Venezuela sarebbe un caso di ‘cambio di regime’ sanguinoso, in quanto gli Stati Uniti dovrebbero liquidare centinaia di migliaia di persone, per colpire i milioni che hanno investito da tempo e in maniera profonda in termini di conquiste sociali, lealtà alla nazione e alla propria dignità. Al contrario, la borghesia e i suoi seguaci, tra cui diversi traditori politici, cercherebbero vendetta e ricorrerebbero alle più vili forme di violenza, per spogliare i poveri delle loro conquiste sociali e dei loro ricordi di libertà e dignità. Non c’è da meravigliarsi se le masse venezuelane si preparano a una lotta di lunga durata e decisiva: tutto può essere vinto o perso, in questo scontro finale con l’Impero e i suoi fantocci.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Bolsonaro ed il fascismo

Risultati immagini per mst reforma agraria populardi Atilio A. Borón

È diventato un luogo comune caratterizzare il nuovo governo di Jair Bolsonaro come “fascista”. Questo, a mio avviso, costituisce un grave errore. Il fascismo non discende dalle caratteristiche di un leader politico, per quanto nei test di personalità o negli atteggiamenti della vita quotidiana, come nel caso di Bolsonaro – emerga una schiacciante predominanza di atteggiamenti reazionari, bigotti, sessisti, xenofobi e razzisti. È quello che i sociologi e gli psicologi sociali americani misuravano, dopo la seconda guerra mondiale, con la famosa “scala F”, in cui l’EFFE si riferiva al fascismo. In quel tempo si pensava, e alcuni ancora nutrono questa convinzione, che il fascismo fosse la cristallizzazione sul piano dello Stato e della vita politica di personalità squilibrate, portatrici di gravi psicopatologie, che per motivi circostanziali erano arrivate al potere. L’obiettivo politico di questa operazione era evidente: per il pensiero convenzionale e delle scienze sociali del tempo, la catastrofe del fascismo e del nazismo era da attribuire al ruolo di alcuni individui: la paranoia di Hitler o le manie di grandezza di Mussolini. Il sistema, cioè il capitalismo e le sue contraddizioni, era innocente e non aveva alcuna responsabilità rispetto all’olocausto della seconda guerra mondiale.

Superata questa interpretazione, ci sono coloro che insistono sul fatto che la presenza di movimenti o anche di partiti politici con chiare tendenze fasciste, inevitabilmente contrassegneranno in maniera inconfondibile il governo di Bolsonaro.

Si tratta di un altro errore: non sono questi a definire la natura profonda di una forma di stato come il fascismo. Nel primo Peronismo degli anni quaranta e nel Varguismo brasiliano, diverse organizzazioni e figure fasciste o fascistoidi brulicavano negli ambienti vicini al potere. Ma né il Peronismo né il Varguismo costruirono uno stato fascista. Il Peronismo classico è stato, usando la concettualizzazione gramsciana, un caso di “cesarismo progressivo”, che gli osservatori hanno potuto caratterizzare come fascista solo a causa della presenza di gruppi e persone tributari di quella ideologia. Loro erano davvero fascisti ma il governo di Perón no. Per parlare dei nostri tempi: Donald Trump è un fascista, se si guarda alla sua personalità, ma il governo degli Stati Uniti non lo è.

Dal punto di vista del materialismo storico, il fascismo non lo definiscono né le personalità né i gruppi. È una forma eccezionale dello Stato capitalista, con caratteristiche assolutamente uniche e irripetibili. Questa emerse quando il suo modo ideale di dominio, la democrazia borghese, affrontò una crisi molto grave, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Per questo, diciamo che è una “categoria storica” ​​e che non sarà più in grado di riprodursi, perché le condizioni che hanno reso possibile la sua comparsa sono scomparse per sempre.

Quali furono le condizioni speciali che segnarono ciò che potremmo chiamare “l’era del fascismo”, assenti nella fase attuale?

In primo luogo, il fascismo era la formula politica con cui il blocco egemonico dominante di una borghesia nazionale risolse per via reazionaria e dispotica una crisi di egemonia causata dalla mobilitazione insurrezionale senza precedenti delle classi subalterne e dall’ampliamento del dissenso all’interno del blocco dominante, alla fine della prima guerra mondiale. Come se non bastasse, le borghesie in Germania e Italia lottavano per ottenere un posto nella divisione coloniale del mondo e contro i poteri dominanti sulla scena internazionale, in particolare il Regno Unito e la Francia. Il risultato fu la seconda guerra mondiale.

Oggi, nell’era della transnazionalizzazione e finanziarizzazione del capitale e col predominio di mega-società che operano su scala globale, la borghesia nazionale giace ormai nel cimitero delle vecchie classi dominanti. Il suo posto lo occupa adesso una borghesia imperiale e multinazionale, che ha subordinato, fagocitandoli, i suoi omologhi nazionali (compresi quelli dei paesi del capitalismo sviluppato) e agisce sulla scena mondiale attraverso una centralina che si riunisce periodicamente a Davos, per disegnare strategie globali di accumulazione e dominio politico. E, senza borghesia nazionale, non esiste un regime fascista, a causa dell’assenza del suo principale protagonista.

Secondo, i regimi fascisti furono radicalmente statalisti. Non solo non credevano nelle politiche liberali, ma erano apertamente antagonisti nei loro confronti. La loro politica economica era interventista, promuoveva il ruolo delle società pubbliche, proteggeva quelle del settore privato nazionale e stabiliva un rigido protezionismo nel commercio estero. Inoltre, la riorganizzazione dell’apparato statale, necessaria ad affrontare le minacce di insurrezione popolare e di discordia tra i “vertici”, proiettò ad un posto di rilievo nello Stato la Polizia politica, i servizi di intelligence e gli uffici della propaganda.

È impossibile per Bolsonaro tentare qualcosa del genere, data l’attuale struttura e complessità dello stato brasiliano, specialmente quando la sua politica economica sarà affidata a un “Chicago boy”, che ha proclamato ai quattro venti la sua intenzione di liberalizzare la vita economica.

In terzo luogo, i fascismi europei erano regimi di organizzazione e mobilitazione di massa, in particolare degli strati intermedi. Mentre perseguitavano e distruggevano le organizzazioni sindacali del proletariato, inquadravano vasti movimenti delle fasce medie minacciate e, nel caso italiano, portavano questi sforzi tra i lavoratori, dando origine a un sindacalismo verticale e subordinato ai mandati del governo. Vale a dire, la vita sociale era “corporativizzata” e resa obbediente verso i “vertici”. Bolsonaro, al contrario, promuoverà la de-politicizzazione – purtroppo avviata quando il governo di Lula cadde nella trappola tecnocratica e arrivò a credere che il “rumore” della politica spaventasse i mercati – e approfondirà la disintegrazione e atomizzazione della società brasiliana, la privatizzazione della vita pubblica, il ritorno delle donne e degli uomini a casa loro, ai loro templi e al loro lavoro, per adempiere ai loro ruoli tradizionali. Tutto questo è agli antipodi del fascismo.

Quarto, i fascismi furono Stati rabbiosamente nazionalisti. Lottavano per ridefinire a loro favore la “suddivisione del mondo”, il che li mise commercialmente e militarmente contro i poteri dominanti. Il nazionalismo di Bolsonaro, d’altra parte, è retorica inconsistente, pura logorrea senza conseguenze pratiche. Il suo “progetto nazionale” è quello di trasformare il Brasile nel  lacché preferito di Washington in America Latina e nei Caraibi, scalzando la Colombia dal ruolo infamante di “Israele sudamericano”. Lungi dall’essere riaffermazione degli interessi brasiliani, il bolsonarismo definisce il tentativo, speriamo infruttuoso, di sottomettere totalmente e ricolonizzare il Brasile sotto l’egida degli Stati Uniti.

Ma una volta chiarito tutto ciò, significa che il regime di Bolsonaro si asterrà dall’applicare le brutali politiche repressive che hanno caratterizzato i fascismi europei? Assolutamente no! Lo abbiamo detto prima, ai tempi delle genocide dittature “civico-militari”: questi regimi possono essere – eccettuando il caso della Shoa eseguita da Hitler – ancora più atroci dei fascismi europei. I trentamila prigionieri scomparsi in Argentina e la generalizzazione delle forme esecrabili di tortura ed esecuzione di prigionieri illustrano la perversa malvagità che questi regimi possono acquisire. Il fenomenale tasso di detenzione su centomila abitanti che ha caratterizzato la dittatura uruguaiana non ha eguali in tutto il mondo. Gramsci sopravvisse undici anni nelle segrete del fascismo italiano, mentre in Argentina sarebbe stato gettato in mare come tanti altri giorni dopo il suo arresto. Pertanto, la riluttanza a descrivere il governo di Bolsonaro come fascista non intende addolcire l’immagine di un personaggio emerso dalle fogne della politica brasiliana o di un governo che sarà fonte di enormi sofferenze per il popolo brasiliano e per tutta l’America Latina. Sarà un regime simile alle più sanguinose dittature militari conosciute in passato, ma non sarà fascista. Perseguiterà, imprigionerà e ucciderà senza pietà coloro che resisteranno ai suoi abusi. Le libertà saranno compresse e la cultura sottoposta a persecuzioni senza precedenti, allo scopo di sradicare “l’ideologia di genere” e qualsiasi variante del pensiero critico. Qualsiasi persona o organizzazione che gli si opponga, sarà il bersaglio del suo odio e della sua rabbia. I Senza Terra, i Senza Tetto, i movimenti delle donne, la LGTBI, i sindacati dei lavoratori, i movimenti studenteschi, le organizzazioni delle favelas, tutti saranno oggetto della sua frenesia repressiva.

Eppure, Bolsonaro non ha tutte le carte favorevoli in mano e incontrerà molte resistenze, anche se in maniera spontanea e disorganizzata all’inizio.

Le contraddizioni sono molte e gravi: l’imprenditoria – la “borghesia autoctona”, se non nazionale, come diceva il Che – si oppone all’apertura economica, perché teme di essere fatta a pezzi dalla concorrenza cinese; i militari in servizio non vogliono nemmeno saperne di un’incursione nelle terre venezuelane, né di offrire il loro sangue per un’invasione decisa da Donald Trump e basata sugli interessi nazionali degli Stati Uniti; le forze popolari, anche nella loro attuale dispersione, non si lasceranno facilmente soggiogare. Inoltre, cominciano ad apparire gravi accuse di corruzione contro questo falso “outsider” della politica, che è stato per ventotto anni deputato al Congresso brasiliano, in quanto testimone o partecipe di tutti gli intrallazzi che si sono covati in quegli anni. Pertanto, sarebbe bene ricordare ciò che è accaduto a un altro Torquemada brasiliano: Fernando Collor de Melo, che, come Bolsonaro, arrivò negli anni novanta con il fervore di un crociato della restaurazione morale e finì i suoi giorni da presidente con una fuga precipitosa dal Palazzo del Planalto. Presto potremo sapere che futuro aspetta il nuovo governo, però il pronostico non è molto favorevole e l’instabilità e le turbolenze saranno all’ordine del giorno in Brasile. Bisognerà essere pronti, perché la dinamica politica può assumere una velocità fulminante e il campo popolare deve poter reagire tempestivamente.

Perciò, l’obiettivo di queste riflessioni non era perdere tempo per inseguire distinzioni accademiche sulle diverse forme di dominio dispotico possibili nel capitalismo, bensì contribuire a una precisa caratterizzazione del nemico, senza la quale non si potrà mai combattere con successo. Ed è importantissimo sconfiggerlo, prima che faccia troppi danni.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Marco Nieli].

Democrazia Virtuale Vs Democrazia Reale: un confronto Società Civile-Istituzioni sul caso Rom

di Marco Nieli

Un gran numero di partecipanti, tra cui diverse famiglie rom degli insediamenti di via del Riposo e di Barra, esponenti delle associazioni, del Movimento 5 Stelle e della società civile napoletana ha preso parte all’iniziativa di assemblea-dibattito pubblico tenutasi ieri 19 febbraio presso i locali del Centro Culturale “La Città del Sole” di Napoli.

In rappresentanza della Giunta, è intervenuta l’assessore alle Politiche Sociali Gaeta; assenti, invece, il Sindaco e il vice-sindaco, nonché l’Assessore al Patrimonio Sandro Fucito.

L’occasione è stata messa in piedi allo scopo di tallonare le istituzioni della Giunta de Magistris sulla questione dell’ordinanza sindacale del 29 gennaio scorso, che prevede in maniera alquanto ambigua -“orwelliana”- il così definito «accompagnamento fuori dal campo» di via del Riposo di circa 430 Rom rumeni di Calaraşi e Iaşi, fatti salvi i casi di comprovata «indigenza e/o bisogno». Criterio, questo, che andrebbe esteso secondo noi a tutti gli abitanti dell’insediamento, i quali fuggono situazioni di grave esclusione sociale e discriminazione nel loro paese e certamente non hanno alternative abitative e/o lavorative rispetto al soffrire i disagi della vita in una bidonville, seppure ai margini delle nostre (una volta, almeno) opulente società dei consumi.

Nella fatiscente baraccopoli di cui sopra, mancano le condizioni minime di vivibilità: dall’acqua corrente alla luce elettrica, per non parlare dall’emergenza sanitaria rappresentata dalla vicinanza di discariche a cielo aperto che alimentano la proliferazione di ratti e parassiti vari. Sui numerosi interrogativi e dubbi espressi da padre Alex Zanotelli, dai Rom stessi, dallo scrivente, dall’editore Manes, da Jamal Quaddarah della CGIL e dalla Consigliera Comunale Simona Molisso, l’Assessore ha fornito formali rassicurazioni sul fatto che il Comune non intende sgombrare in malo modo la suddetta comunità (come, invece, ha continuato a fare in modo diretto o indiretto negli ultimi dieci anni al Frullone, alla Sanità, a Ponticelli, alla Marinella, etc.) ma che invece sta lavorando a un piano di ri-allocazione in un’area segreta, area che andrebbe attrezzata alla bisogna per una prima accoglienza con fornitura di acqua, luce e un minimo di infrastrutture.

In ogni caso, il percorso di ri-allocazione dovrà essere concordato con i diretti interessati dall’intervento istituzionale, per non riprodurre soluzioni ancora una volta dettate dall’emergenza e del tutto inadeguate, indegne e irrispettose degli standards richiesti dall’UE per l’accoglienza dei Rom e Sinti sui nostri territori. A questo proposito, la proiezione del video Terra promessa (di L. Romano e M. Leombruno) sui Rom bosniaci di Giugliano trasferiti nell’area altamente contaminata di Masseria del Pozzo ha costituito un monito a non ripetere gli incredibili errori di un passato anche recente ma a cercare di guardare avanti, utilizzando al meglio l’enorme patrimonio di know-how socio-urbanistico ed architettonico che si è accumulato negli ultimi anni, in riferimento alla necessità di superare la politica di ghettizzazione portata avanti con i commissariamenti (decreto “Emergenza nomadi” del 2008-2009) e di inserire in casa i Rom, per permettere una reale integrazione sociale degli stessi.

In ogni caso, dovrebbe essere oggi abbastanza metabolizzata anche da parte dell’istituzione locale l’evidenza che gli sgomberi senza alternativa, oltre che condannati dall’Europa (ricorso dell’ERRC contro l’Italia in merito a ripetute violazioni della Carta Sociale Europea), sono perfettamente inutili, in quanto che i Rom sgombrati dai campi di Ponticelli dalla camorra nel 2008, insistono oggi in buona misura nel campo di via del Riposo nel 2014.

A conclusione dell’incontro, si è voluto presentare un esempio di buona pratica da seguire, quello della Gran Misión Vivienda Venezuela, citata anche dal Plan Patria 2013-2019, che si è posta come obiettivo la realizzazione di 3 milioni di nuove case da assegnare a refugiados o baraccati dei principali insediamenti urbani venezuelani entro l’anno 2019.

Si tratta di un modello diverso di democrazia, protagonica e partecipativa, dove gli impegni assunti dalla legislazione nazionale e da quella locale si realizzano con interventi puntuali e concreti, volti ad assicurare percorsi di dignificazione umana e sociale degli strati sociali più esclusi e derelitti. Siamo fermamente convinti che, se anche la città di Napoli si decidesse una buona volta a mettere in pratica i tanto decantati percorsi di democrazia partecipata e di priorità assegnata ai “beni comuni” -magari partendo una buona volta dagli ultimi tra gli ultimi, Rom e Napoletani delle fasce più deboli – sicuramente avremmo tutti da guadagnare in termini di qualità collettiva della vita, di sicurezza e di benessere sociale diffuso. L’iniziativa di ieri con i Rom è stata un buona ri-partenza in questa direzione e, sebbene molta strada resti ancora da fare collettivamente, siamo fiduciosi che, incalzando opportunamente le istituzioni locali, si riesca a passare sempre più dal piano virtuale delle delibere e delle ordinanze a quello reale e tangibile dei diritti assicurati per tutti indistintamente.

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