Solidali con la Ministra Delcy Rodríguez!

di Emilio Lambiase – Presidente ANROS ITALIA

COMUNICATO DI SOLIDARIETÀ ALLA MINISTRA DELCY RODRÍGUEZ

ALBAinformazione – ANROS Italia, in quanto parte di gruppi, associazioni, reti e movimenti sociali di solidarietà internazionalista con i paesi dell’ALBA-TCP e del Sud del mondo, rifiuta fermamente e categoricamente la dura e vile aggressione fisica di cui è stata vittima la Ministra degli esteri della Repubblica Bolivariana del Venezuela Delcy Rodríguez mentre esercitava il suo diritto a partecipare all’XI Riunione Straordinaria del Mercosur (Mercato Comune del Sud) tenutosi presso la sede del Ministero degli esteri argentino a Buenos Aires lo scorso 14 dicembre 2016.

In sintesi, la ministra è stata colpita da un poliziotto del corpo antisommossa vicino all’ingresso del palazzo governativo per evitare che partecipasse all’incontro tra i suoi omologhi dei paesi membri del blocco regionale per ragioni essenzialmente politiche, mancando di rispetto alla degna Delcy ed al governo del Presidente Nicolás Maduro che hanno realizzato molti sforzi per aggregare nuove forze ed unire le nazioni ed i popoli del Cono Sud.

Infatti, i rappresentanti diplomatici di Argentina, Brasile, Paraguay ed Uruguay vogliono rimuovere il Venezuela dalla presidenza pro tempore dell’organismo con il pretesto che il governo non ha “interiorizzato” le norme del Mercosur, ovvero in conformità alle leggi ed ai meccanismi interni del blocco quando, al contrario, il Venezuela ha realizzato il 95% dei suoi compiti istituzionali in quattro anni a differenza di Argentina e Brasile che in venticinque hanno soltanto portato a compimento il 50% delle loro funzioni e compiti.

Questi governi che incolpano e rendono invisibile il paese bolivariano vogliono mettere fine alla posizione sovrana, libera ed indipendente dell’organismo, disubbidendo al diritto internazionale ed alla volontà piena e legittima del Venezuela di dirigire il Mercosur e spingere i meccanismi di inclusione, equità, solidarietà e giustizia sociale che oggi più che mai bisogna realizzare nel continente latinoamericano.

Inoltre, occorre precisare che i rappresentanti diplomatici dell’entità, ad eccezione di quello boliviano solidale con Delcy, hanno manifestato il loro chiaro interventismo, violenza politica e deriva a destra nelle relazioni multilaterali tra paesi, popoli, e nazioni sorelle che da sempre lottano per la Libertà con Giustizia sociale, Solidarietà, Dignità ed Amicizia tra i popoli per favorire un nuovo modello sociale, politico, culturale ed ideologico per questo mondo.

In conclusione, sosteniamo in maniera leale e forte la posizione e azione della Ministra, del governo bolivariano del Presidente Nicolás Maduro e di tutte le donne rivoluzionarie del Venezuela dinnanzi a questo genere di atti irrispettosi verso le istituzioni venezuelane e sollecitare le autorità argentine, a partire dal presidente neoliberista Mauricio Macri, a chiedere scusa ai suoi omologhi venezuelani, cercando di recupare le relazioni bilaterali con l’Argentina, il cui popolo degno e fraterno si è da sempre unito ai tentativi del popolo bolivariano di migliorare e trasformare il continente sudamericano da una nuova e più giusta prospettiva politica.

#VenezuelaSeRespeta
#LasMujeresDelMundoSeRespetan
#DelcyMujerValiente
#MercosurUnido

¡Solidarios con la Canciller bolivariana Delcy Rodríguez!

por Emilio Lambiase – Presidente ANROS Italia

COMUNICADO DE SOLIDARIDAD A LA CANCILLER DELCY RODRÍGUEZ

ALBAinformazione – ANROS Italia, como parte de los grupos, asociaciones, redes y movimientos sociales de solidaridad internacionalista con los países del ALBA y del Sur del mundo, repudia de manera firme y tajante la vil y dura agresión física de la que fue víctima la Canciller de la República bolivariana de Venezuela Delcy Rodríguez al ejercer su derecho de participar a la XI Reunión Estraordinaria del Mercosur (Mercado Común del Sur) instalada en la Cancillería argentina el pasado 14 de diciembre 2016.

En breve, la ministra fue golpeada por un polícia del cuerpo antimotínes cerca del acceso al palacio gubernamental para que no asistiera al encuentro entre los cancilleres de los países integrantes del bloque por razones sencillamente políticas, faltando de respeto a la digna Delcy y al gobierno del Presidente Nicolás Maduro que tantos esfuerzos han llevado a cabo para sumar fuerzas y unir las naciones y los pueblos del Cono Sur.

De hecho, los representantes diplomaticos de Argentina, Brasil, Paraguay y Uruguay pretenden sacar a Venezuela de la presidencia del organismo con la excusa de que su gobierno no haya “internalizado” las normas mercosurianas, es decir el apego a las leyes y mecanismos internos del bloque cuando, al contrario, Venezuela ha cumplido con el 95% de sus tareas en cuatro años diferentemente de Argentina y Brasil que en veinticinco años sólo han totalizado el 50%.

Estos gobiernos que culpabilizan e invisibilizan al país bolivariano pretenden acabar con la postura soberana, libre e independiente del organismo, poniéndose en desacato ante el derecho internacional y la voluntad plena y legítima de Venezuela de dirigir el Mercosur y impulsar los mecanismos de inclusión, equidad, solidaridad y justicia social que hoy más que nunca hay que realizar en el continente latinoamericano. Además, es preciso denunciar que los representantes de la entidad, excepto lo de Bolivia solidario con Delcy, expresaron su claro injerencismo, violencia política y derechización en las relaciones multilaterales entre países, pueblos y naciones hermanas que siempre han estado luchando por la Libertad con Justicia Social, la Solidaridad, la dignidad y la amistad entre los pueblos para favorecer un nuevo modelo social, político, cultural e ideológico para este mundo.

En conclusión, respaldamos de forma leal y contundente a la postura de la Canciller y del gobierno revolucionario y todas las mujeres revolucionarias de Venezuela, del Presidente Nicolás Maduro ante este genero de actos irrespetuosos hacia las instituciones venezolanas e instamos a las autoridades argentinas, a partir del presidente neoliberal Mauricio Macri, a pedir disculpas a sus pares venezolanos y tratar de recuperar las relaciones bilaterales con Argentina, cuyo digno y hermano pueblo siempre se ha sumado a los intentos del pueblo bolivariano de mejorar y transformar el continente suramericano desde una nueva y más justa perspectiva política.

#VenezuelaSeRespeta
#Las MujeresDelMundoSeRespetan
#DelcyMujerValiente
#MercosurUnido

Vertice Mercosur: l’obiettivo è rafforzare la cooperazione

madurobrasil170715preside.520.360da Telesur

I presidenti dei paesi membri del Mercado Común del Sur (Mercosur) sono riuniti in Brasile per celebrare il 18° vertice, nel quale ribadiranno il loro impegno di cooperazione al fine di rafforzare il commercio regionale e formalizzare l’adesione della Bolivia al blocco.

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, che è arrivato a Brasilia nella giornata di giovedì, ha evidenziato l’importanza di rafforzare le relazioni commerciali tra le nazioni della regione, e firmato un accordo con il suo omologo uruguayano, Tabaré Vázquez, per rafforzare la cooperazione nella produzione alimentare.

«Siamo entrati in una nuova epoca per quanto riguarda le relazioni con l’Uruguay. Epoca di cooperazione, solidarietà, complementarità, di sostegno. Cooperiamo per migliorare la nostra produzione di latte e di carne», ha dichiarato il presidente veenzuelano dopo il suo arrivo nella capitale brasiliana.

«Inoltre, aumenteremo a livelli record tutto il commercio. Questo aiuterà molto il nostro paese a vincere la guerra economica che si trova ad affrontare».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’unità latinoamericana come progetto storico

hermandad-pueblos-latinoamericanosdi Monica Bruckmann – Alai/Marx21.it

La congiuntura latinoamericana contemporanea è caratterizzata da grandi avanzate nei progetti e nei processi di integrazione. Mai nella storia, la regione ha avuto una così intensa e dinamica attività diplomatica e un insieme così ampio e diversificato di meccanismi di interscambio e azione politica congiunta. Alla dinamica complessa dell’integrazione delle nazioni, si accompagna anche l’integrazione dei popoli e dei movimenti popolari, con un crescente potere della pressione sociale e la partecipazione nell’elaborazione delle politiche pubbliche che sono espressione dell’affermazione del potere democratico. In questo contesto, un principio che acquisisce sempre maggiore centralità è quello della sovranità, e della capacità di autodeterminazione degli Stati, delle nazioni, dei popoli e delle comunità.
Il dibattito attuale attorno all’integrazione regionale e alle sue prospettive ha forti precedenti che dimostrano la profondità dell’unità latinoamericana come progetto storico. Senza soffermarci sullo sviluppo complessivo di questi precedenti, proviamo a presentare alcuni esempi di ciò che costituisce il fondamento dottrinario dell’attuale processo di integrazione regionale. Questa focalizzazione dimostra, soprattutto, i limiti del tentativo di trasformare tale processo di integrazione in un semplice scambio commerciale.

Integrazione regionale e progetto strategico

La geopolitica dell’integrazione regionale latinoamericana è profondamente condizionata dalla disputa di interessi con il progetto egemonico degli Stati Uniti, che si esprime in una strategia complessa di dominazione e appropriazione delle risorse naturali considerate “vitali, il che trasforma l’accesso a tali risorse, che si trovano essenzialmente fuori dal territorio continentale e di oltremare degli Stati Uniti, in una questione di “sicurezza nazionale” per questo paese. D’altro lato, si sviluppano processi di integrazione regionale eredi delle lotte continentali per l’indipendenza nel corso del XIX secolo, che trovano nel rinnovamento del bolivarianismo il progetto di affermazione sovrana che è avanzato e si è approfondito negli ultimi anni.

Naturalmente, il rafforzamento dell’integrazione regionale esige una nuova visione strategica elaborata a partire da un’ampia discussione sulla dinamica e le tendenze del sistema mondiale, l’emergere di nuove potenze a livello globale, lo sviluppo di una visione geopolitica che inquadri gli interessi in gioco e la conformazione di nuove territorialità a partire da un vasto movimento sociale “dal basso verso l’alto”. Questo momento di elaborazione del pensiero regionale ha come sfide la costruzione di una strategia di riappropriazione sociale delle risorse naturali e della loro gestione economica e scientifica, il che richiede una profonda messa in discussione della stessa nozione di sviluppo, del concetto medesimo di sovranità e della posizione dell’America Latina nella geopolitica mondiale.

L’analisi delle diverse dimensioni che implica il conflitto globale per le risorse naturali considerate strategiche, richiede un bilancio della storia mondiale recente che ha un elemento fondamentale nell’emergere della Cina nel sistema mondiale. La nuova centralità della Cina nell’economia e nella politica mondiale ci conduce ad evidenziare l’importanza di una prospettiva di lunga durata (secondo la lezione di Braudel) e dei processi di civiltà nella costruzione degli strumenti teorico-metodologici per l’analisi della congiuntura. In questo contesto, e da un punto di vista che si sforzi di focalizzare la complessità del mondo contemporaneo, la questione strategica trascende ampiamente l’ambito della politica di sicurezza e della difesa nazionale, per inserirsi nell’analisi dei processi storici di lunga durata e della dimensione di civiltà delle visioni strategiche.

L’America Latina ha, in relazione alla Cina, l’opportunità storica di sviluppare una cooperazione strategica di lungo termine, orientata a rompere la relazione di dipendenza che ha segnato il suo inserimento nel sistema mondiale. Spetta alla regione di approfittare di questa opportunità o di riprodurre la logica della dipendenza e la dinamica dell’esportazione delle materie prime di basso valore aggiunto, che ha come base la logica del cosiddetto estrattivismo che, estraneo a qualsiasi progetto nazionale, restringe il nostro orizzonte economico agli interessi delle economie centrali e delle imprese transnazionali che si costituiscono in agenti economici di tali interessi.

Dall’egemonia unipolare all’egemonia condivisa

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(VIDEO) Mujica all’UNASUR: «La politica non è mercato»

da TeleSUR

Qui di seguito un estratto, tradotto in italiano, del discorso di Pepe Mujica, Presidente dell’Uruguay, in Ecuador, in occasione della cerimonia della Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR) per ricevere la presidenza Pro-Témpore dell’organismo regionale, Mujica ha chiesto ai governi della regione di rafforzare il loro impegno con i popoli.

«L’unico merito che ho, è quello di essere ostinato, combattente, costante. Ma non sono nessun eroe… in realtà andai in prigione perché mi presero, perché fui lento. Non ho vocazione di eroe, però ho una specie di fuoco dentro, verso le ingiustizie sociali, la differenza di classe.

Credo che l’uomo è un animale gregario e non può vivere da solo, ha bisogno degli altri. Non è un felino, ha bisogno della società, che ne abbia consapevolezza o meno.

In questo secolo abbiamo raggiunto risultati enormi. C’è tanta ricchezza ma anche tanta disuguaglianza. E queste contraddizioni son quelle che ci ricaricano le pile per riprendere a lottare. In questo mondo, dove si spendono due milioni di dollari al minuto in armi dire che “non ci sono risorse” per integrare alla vita umana di milioni di poveri, è non avere alcun pudore, alcuna vergogna.

Dire che in questo mondo “non ci sono soldi” è dire che non abbiamo il coraggio politico di mettere le mani in tasca ai potenti.

Per questo lottiamo in politica. Per provare a dare sempre qualcosa in più ai poveri. Perché l’essere neutrali in politica non esiste, bisogna decidere da che parte stare.

C’è un altro aspetto.

Ci hanno raccontato che c’è un altro mondo, un paradiso. No, il paradiso è questo, e in questo mondo dobbiamo darci da fare perché la gente viva meglio.


E allora il senso di questa cerimonia qual è? Io uscirò di qua lo stesso vecchio che sono entrato. Il senso è sapere che ci sono tanti giovani, e se sei giovane devi sapere questo: la vita sfugge via, di minuto in minuto, e non puoi andare al supermercato a comprarla e quindi: lotta per viverla! Per dare un senso alla vita!

Il privilegio di noi umani è che possiamo, in una certa misura, orientare la nostra vita. Oppure puoi alienarti questa possibilità e passare la vita a fare shopping. Ti farai vecchio, come me, e che hai fatto in questa vita?

Se hai avuto un sogno, ti sei dato da fare per un ideale, e per condividerlo, può darsi rimarrà un ricordo, un alito, che vale più di un monumento, un libro, un poema, una “speranza” che si va realizzando con la nuova generazione.

Niente vale più della vita, lottate per la felicità! E la felicità è dare un senso alla vita! E non lasciare che te la rubino! Usiamo la meravigliosa opportunità di essere nati!

La vita ti presenterà mille difficoltà, ma tu, una e mille volte, sei stato creato con la forza per far fronte, per rialzarti e riprendere a camminare! Non c’è nessun arco di trionfo alla fine, un paradiso, nessuna odalisca. Quello che c’è è la bellezza di vivere al massimo, il desiderare la vita in ogni circostanza, e lottare per essa.

E anche nella peggiore circostanza avrai sempre qualcosa da dare agli altri.
(…) Abbiamo commesso errori, ma coscienti della generosità con cui abbracciavamo la vita. Oggi invece in un mondo pieno di oggetti, soldi e risorse, per prestare un’auto o aiutare un povero ci sono mille problemi. Mi manca quella gioventù che senza riflettere sugli errori si donava a tutto e non teneva niente per se.

I giovani, per essere felici, servano la loro idea, il loro ideale, vivano per questo, non si lascino schiavizzare dal mercato…

Il nostro futuro sarà quello che riusciremo a costruire.

Date un senso alla vita. Se no il contenuto sarà la rata da pagare per il nuovo acquisto, fino alla fine dei tuoi giorni. E non rimarrà di te né il ricordo né la speranza.

Un giorno di questi io sarò meno che polvere. Ma chissà che non diventi una colomba, svolazzando sulla testa di qualcuno.

Grazie a tutti!»

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Gabriel Arcadi]

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Alba, Petrocaribe e Mercosur daranno vita a una zona economica di sviluppo

2f22df364691f4ac36ab3c81d94a8e41_article630bwit.cubadebate.cu – Il Mercosur si riunisce il prossimo martedì a Caracas per un vertice dove verrà sancita la creazione di una zona economica di sviluppo con ALBA e Petrocaribe, secondo quanto annunciato dal Presidente venezuelano Nicolás Maduro.

In occasione di questo vertice, il Venezuela lascerà la presidenza di turno del blocco che passerà all’Argentina.

Il vertice precedente del blocco che comprende Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela, si è tenuto a Montevideo nel luglio 2013.

Maduro ha annunciato che molti dei presidenti invitati arriveranno lunedì a Caracas per la commemorazione della nascita del defunto leader Hugo Chávez.

Oltre alla partecipazione di Mujica e Cartes, Maduro ha confermato la presenza del Brasile, nella persona del presidente Dilma Rousseff, e  dell’Argentina con Cristina Fernández, oltre alla presenza del presidente della Bolivia, Evo Morales, il cui paese è in fase di adesione al blocco come membro effettivo.

La presidente cilena, Michelle Bachelet, ha assicurato che si recherà in visita in Venezuela. Un «viaggio fulmineo» per partecipare al vertice in qualità di paese associato.

 

 

(VIDEO) Cristina asume en Caracas la presidencia pro témpore de MERCOSUR

46ª Cumbre de Jefes y Jefas de Estado del MERCOSUR.

por cfkargentina.com

46ª Cumbre de Jefes y Jefas de Estado del Mercosur Palabras de la Presidenta Cristina Kirchner en la sesión plenaria del Mercosur y ceremonia de traspaso de la presidencia pro témpore a la República Argentina. Caracas, Venezuela. Martes, 29 de Julio de 2014.

Muy buenas tardes a todos y a todas, en realidad voy a tener que dar dos discursos en el día de la fecha: uno, en este momento como representante de la República Argentina y luego, en nombre del bloque regional, al asumir como presidenta pro témpore, una vez que Nicolás me traspase con un martillazo, por supuesto, en la mesa, no en ninguno otro lugar, el mandato.

En principio, quiero hablar de dos alegrías de hoy aquí en Caracas, es la primera vez que estoy en una sesión del Mercosur en Caracas, en la República Bolivariana de Venezuela. Me hubiera gustado también que estuviera Hugo, pero siento, como lo decíamos hoy, en privado, que él está aquí.

46ª Cumbre de Jefes y Jefas de Estado del MERCOSUR.

Darle la bienvenida a Paraguay, al Presidente Horacio Cartes, la segunda alegría del día, y la idea además fantástica de representar a nuestros fundadores en esa imagen del Mercosur.

Y yo quiero empezar como argentina, por la figura del Mariscal Francisco Solano López, que es el último que está allí, porque ese hombre simboliza las posibilidades de lo que podemos ser y de lo que pudimos ser.

46ª Cumbre de Jefes y Jefas de Estado del MERCOSUR

Paraguay fue el primer país de toda América latina que tuvo trenes, que tuvo hornos de alta fundición, fue el primer país, durante el siglo XIX, en ser un país industrial. Todos sabemos históricamente lo que sucedió: la Guerra de la Triple Infamia, como le decíamos hoy, la Guerra de la Triple Vergüenza, que arrasó con ese proyecto de autonomía, con ese proyecto de soberanía nacional, que constituyó un verdadero ejemplo de nuestra historia y que terminó también arrasando con la vida, porque los últimos que terminaron peleando fueron las mujeres y los niños, luego de haber sido masacrados todos los hombres.

Por eso las cosas que hoy pasan en el mundo no son nuevas, se repiten con distintas formas y distintos protagonistas, pero quiero rendir un homenaje especial al retorno de Paraguay, a la presencia de su Presidente aquí en este lugar, y quiero hacerlo no solamente desde la presencia de hoy del Paraguay de él, sino también desde el Paraguay histórico del Mariscal Francisco Solano López, y de la autocrítica que los países que formamos la Triple Alianza deberíamos y debemos hacernos; siempre lo hago, por eso me critican mucho desde los medios en mi país.

Estas son las dos grandes alegrías: estar aquí, en Caracas y estar aquí, hoy, con Horacio Cartes.

Luego tenemos lo que mencionaba recién Nicolás: el drama de la Franja de Gaza, porque lo primero es lo primero. Yo agradezco la solidaridad y voy a hablar en último término de la Argentina, pero me parecería muy egoísta y muy mal no hablar en un momento en que está sucediendo lo que está pasando, en Palestina, en la Franja de Gaza, donde han sido asesinados civiles, niños, mujeres, bombardeados hospitales, en definitiva donde está en juego la vida, no ya el patrimonio y los recursos sino la vida de todo un pueblo, y creo que estamos elaborando una declaración al respecto, pero la primera cuestión es solicitar un cese inmediato del fuego.

Y decir también, más allá de los matices que podamos tener los distintos mandatarios y mandatarias que están aquí hoy presentes, la necesidad -y esta ha sido una postura histórica de la República Argentina- de reconocer el Estado de Palestina, el derecho a existir de Palestina.

Argentina tiene representación diplomática en Ramallah y lo decimos desde la autoridad también de haber sido nuestro país, la República Argentina, uno de los primeros países en el mundo en reconocer la existencia del Estado de Israel, allá por 1948, si la memoria no me falla, y reconocer también el derecho al Estado de Israel a vivir en paz, dentro de sus fronteras establecidas en 1967. Pero no basta con esto, porque tener una postura como si estuviéramos sopesando y analizando dos situaciones similares no sería -por lo menos de parte de quien habla-  ni sincero ni honesto.

Recién le pregunté a mi canciller la cantidad -y no es que, ¡por Dios! Nadie piense que se trata de realizar un inventario de sangre para poder medir y analizar un conflicto, pero-  creo que la situación también para tener un análisis correcto de lo que está pasando es ver cuáles, porque estamos evidentemente en una guerra, si estamos pidiendo un cese del fuego es porque todos estamos admitiendo que estamos en una guerra, si no nadie estaría pidiendo un cese del fuego.

Admitir entonces cuáles son o qué cantidad de caídos hay de un lado y del otro, mi Canciller me habla de más de 1.230 muertos en total, de los cuales más de 1.000 son palestinos y cuántos israelíes… 35 soldados y 3 civiles, que fue los que habían sido secuestrados previo al conflicto. En definitiva, las cifras hablan por sí solas, no significa hacer un inventario pero significa medir exactamente el drama que se está viviendo precisamente en población civil donde hay, inclusive nos tocó a nosotros -como miembros de Naciones Unidas- escuchar a Ban Ki-moon cuando fuera bombardeado un hospital de Naciones Unidas y falleció personal de la Organización de Naciones Unidas, que es la institución madre, que nos representa y agrupa a todos los que estamos aquí. Así que, más allá de los matices, vuelvo a repetir, el llamado a la paz, el llamado al cese del fuego, el llamado al derecho a existir por parte del Estado Palestino, el derecho del Estado de Israel a vivir también en paz dentro en sus fronteras, que tiene que ser también merituado con total exactitud en el marco de lo que se está viviendo, sino será en todo caso una declaración que será como al pasar, pero tengamos en cuenta la cantidad de niños, niños, niños. Los soldados mueren en la guerra, por eso son soldados, lo que no se entiende cuando hay una guerra es que mueran niños, que mueran mujeres, que mueran médicos, que mueran ancianos, que sean bombardeados hospitales, que sean bombardeadas mezquitas, como recién señalaba el Presidente Nicolás. Así que lo primero es lo primero: la vida.

46ª Cumbre de Jefes y Jefas de Estado del MERCOSUR.

Lo segundo, agradecer profundamente a todos y cada uno de los integrantes de este espacio del Mercosur su solidaridad, su acompañamiento, del momento que está viviendo no solo la Argentina, porque esta situación de la agresión hacía la Argentina por parte de los fondos buitres podría vivirse como una cuestión de la Argentina y un grupo de acreedores, holdouts, que quedaron afuera del canje de deuda que hiciéramos en el 2005 y en el 2010, y que alcanzó (en 2001 déjenme recordar que no era nuestro gobierno, pero obviamente hay una continuidad del Estado) en un 7,6 % que no ingresó en ninguno de los dos canjes. Habían ingresado a ambos canjes el 92,4 % del total de los acreedores de la República Argentina.

En el año 2005, Argentina venía pagando religiosa y rigurosamente cada uno de los vencimientos, más de 190.000 millones de dólares, con una salvedad: que lo estamos haciendo sin acceder al mercado de capitales. O sea, Argentina ha pagado esos 190.000 millones de dólares con recursos propios, producto de un modelo de crecimiento con inclusión social, que permitió con saldo de balanza comercial hacer frente a sus compromisos. No recurrimos a nuevos endeudamientos, a lo que era la bicicleta financiera para saldar nuestras deudas del 2005 a la fecha. Esto nos llevó a que la ratio de deuda argentina sea una de las más bajas del mundo. Argentina, hoy, en moneda extranjera, debe a tenedores privados solamente el 8 %de su Producto Interno Bruto. PBI que, por cierto, es infinitamente superior al Producto Bruto Interno que tenía mi país cuando Néstor Kirchner accedió a la Presidencia el 25 de mayo del año 2003.

También saldó la deuda con el Fondo Monetario Internacional, que nos dio autonomía para que nuestro país pudiera decidir las políticas económicas y comerciales que llevábamos adelante, y que fue también parte del círculo virtuoso que nos permitió crecer. Por si todo fuera poco, en el día de ayer, la Argentina pagó 650 millones de dólares, que es la primera cuota del arreglo, del acuerdo con el cual llegamos al Club de París, una deuda que comenzó a originarse en nuestro país en 1956, yo tenía 3 años y el ministro de Economía no había nacido. Este ministro de Economía, en París, con más de veintipico de ministros de Economía de los distintos países de Europa y con un representante de ellos llegó a un acuerdo donde la primera obligación para el año 2014 era, precisamente, una cuota de 650 millones de dólares que fue abonada en el día de ayer. Con lo cual también comenzamos a saldar esa deuda que databa de 1956, que pasó no sé qué cantidad de presidentes y muchos más ministros de Economía que nunca la pudieron solucionar.

Todo esto se ha hecho, además, con la incorporación de millones de argentinos que estaban bajo la línea de pobreza o indigencia, allá por el año 2003, 54 de pobreza, 27 de indigencia, con una cobertura previsional que es la más alta de América latina, con los salarios también más altos de América latina, con la generación de puestos de trabajo de más de 6 millones, con la reindustrialización del país.

Y además, con la sorpresa, tal vez eso tenga algo que ver, del descubrimiento que se ha efectuado en los últimos tiempos de que Argentina es la segunda reserva a nivel mundial de gas shale, de gas no convencional, y la cuarta en petróleo del mundo. Lo cual nos convierte en un país para que en el corto plazo llegaremos al autoabastecimiento de energía. En un país que, como todos ustedes saben, es el octavo en superficie del planeta, con una superficie, además, habitable, y prácticamente rentable económicamente desde el Norte hasta el Sur y desde la Cordillera hasta el mar.

46ª Cumbre de Jefes y Jefas de Estado del MERCOSUR.

Surge entonces esta verdadera agresión por parte de los fondos especulativos cuando el día 30, que nosotros depositamos en el Banco de Nueva York, que era el fiduciario de la deuda reestructurada argentina, de ambas deudas, un juez decide, no les digo embargar porque no embargó los fondos, tampoco lo retuvo bajo ninguna figura legal, o sea, no hay una figura legal jurídica. Ustedes saben sin ser abogados que para que alguien retenga fondos de terceros tiene que haber una figura legal o embargo o hago algo con los fondos, bueno, los fondos están inmovilizados sin que nadie decida sobre ellos y sin que se puedan llevar a sus legítimos dueños que son los tenedores de bonos reestructurados en los años 2005 y 2010.

Yo creo que lo que intentan decirnos, y agitar el default, no tiene sentido. Default es cuando uno no paga y la Argentina ha pagado. También intentan, desde afuera y desde adentro, asustarnos con que si no hacemos lo que nos dicen ellos que tenemos que hacer, se van a venir las 10 plagas de Egipto. Bueno, miren, las 10 plagas de Egipto ya las vivimos en el año 2001 cuando, precisamente, otro gobierno hizo exactamente lo que le dictaban desde afuera.

Y creemos que también hay responsabilidad desde afuera. Porque si Argentina se endeudó por encima de sus posibilidades, con un régimen de convertibilidad durante la década neoliberal de los años 90, tomando dinero prestado a tasas que no existían en ninguna parte del mundo, del 13, del 14 por ciento, ¿dónde estaba el gran auditor global, que es el Fondo Monetario Internacional, luego del Tratado de Bretton Wood, para decir que esto no sucediera?Porque así como dicen y recorren los países del mundo diciendo “no se pueden pagar tantas pensiones, no se puede pagar tanto salario, no se puede pagar tanta jubilación, no se puede hacer tal cosa porque…”, porque no recorren el mundo también cuando los países se endeudan diciendo “no, señor, usted no puede tomar esa deuda porque no tiene capacidad de repago para hacerse cargo de esa deuda”. Porque esta fue la verdadera finalidad de la constitución del Fondo Monetario Internacional en 1946 luego de la Segunda Guerra Mundial.

Hay que leer la carta del Fondo Monetario completa como también completa la carta de la Organización de Naciones Unidas como también completa la carta de la Organización de Estados Americanos, OEA, para ver las obligaciones y los derechos que cada uno de los Estados miembros tienen. Parece ser que algunos leen únicamente la parte de los derechos y se olvidan de las obligaciones propias y leen las obligaciones de los otros pero no leen los derechos que tienen los otros.

Creo que este no es un caso, entonces, solo de la República Argentina. Se está intentando impedir que los legítimos dueños de los recursos que la Argentina deposita y que va a seguir pagando, tengan en su poder esos recursos, con, además, resoluciones sumamente contradictorias por parte del juez. Y esto no lo digo yo, esto me ha tocado leerlo en la columna de, por ejemplo, el New York Times.

Es muy triste muchas veces como Presidenta de un país, tener que leer en un periódico extranjero y no en un periódico nacional, las críticas o las observaciones, porque ni siquiera eran críticas, era simplemente la descripción que un cronista periodístico, había observado sobre la conducta del juez durante la audiencia, diciendo que no alcanzaba a entender el juez sobre las cosas que estaban sucediendo.

Y los invito a ustedes a leer la versión taquigráfica donde, no solamente parece ser que no se entiende, sino lo que es peor aún, que no se es juez. Porque, ¿qué idea tenemos todos acerca de un juez? De alguien que es imparcial entre dos partes y es neutral frente a las partes y decide de acuerdo a Derecho. Esto no es lo que está sucediendo, a punto tal que autorizó a un banco a pagar, a un banco norteamericano, al Citi Bank, no así al Euroclear, al Eurobank o al Banco de Nueva York, luego lo desautorizó a pagar pero ya el banco había efectivizado el pago y ahora en el día de ayer, volvió a autorizarlo a pagar pero solamente por esta vez.

¿Cómo se llama el proceso jurídico donde un juez autoriza a pagar a unos sí y a otros no? Una de las claves del Derecho occidental, o por lo menos así lo hemos escuchado permanentemente, es que ante igual situación, igual Derecho y tratamiento igualitario entre las partes y entre los demandantes cuando las situaciones son exactamente iguales. Esto no sucede y fue lo que permitió escribir a un columnista del New York Times, son palabras de él, que decisiones y actuaciones de esta naturaleza ponen en duda o desprestigian, no me acuerdo el término exacto que utilizó, el sistema legal estadounidense.

Por eso, la Argentina reafirma una vez más, no solamente su voluntad, sino su convicción, su decisión y sus acciones que van a estar encaminadas cada una de ellas a dar pago al 100 % de sus acreedores pero en forma justa, equitativa, legal y sustentable. Porque va de suyo que un 1 por ciento, que es el que está demandando, un 1 por ciento que compró bonos cuando ya estaban defaulteados, cuando ya se había efectivizado inclusive el canje en el año 2005, compró bonos por 48 millones de dólares y obtuvo una sentencia de 1.600 millones dólares, con una ganancia de 1.680 por ciento en dólares, frente a los derechos del 92,4 por ciento de los tenedores de buena fe, algo central en el Derecho Internacional, en las relaciones internacionales, de quienes ingresaron a los canjes.

Cristina en Mercosur

Lo cuento con tanto detalle porque es necesario entender que esto no afecta, entonces, solamente a la Argentina, sino que afecta al sistema global financiero internacional. Con un agravante: en cada uno de los prospectos o contratos que firmamos con cada uno de los 92,4 por ciento de los acreedores de los canjes de los años 2005 y 2010, figura la cláusula denominada Rufo.

Estaba diciéndole a un amigo mío, medio en broma medio en serio, que al próximo perro macho que tenga, le voy a poner “Rufo”, porque me gusta el nombre.

Pero, ¿qué esto de la cláusula Rufo? Los incentivos, que son normales en todo proceso de reestructuración de deuda soberana, de incluir en cada uno de los prospectos que todos los que entren en ese primer canje van a tener mejores condiciones que otros que ingresen con posterioridad, porque es el incentivo para que ingrese mayor cantidad de gente pero, además, porque hace a la justicia y a la buena fe. Bueno, cada uno de esos prospectos, tiene esta cláusula Rufo que impide legalmente a la Argentina pagarle a los que no entraron al canje 2005-2010, más de lo que le paga a los tenedores de buena fe.

Esta cláusula ha sido ignorada también olímpicamente por el juez. Pero no puede ser ignorada por los argentinos, primero, porque fue un contrato que pasó por la SEC, el organismo de mayor regulación y mayor control en materia de bonos y acciones que es el organismo de control y regulatorio nada menos ni nada más que la Bolsa de Nueva York. O sea, no solamente hemos pasado en ley americana, sino también que hemos pasado por la SEC y esta cláusula no fue observada y se notificó por parte de la SEC la totalidad del prospecto.

Pero también tenemos ley argentina que nos impide, ustedes saben que en mi país por la Constitución de la Nación la competencia originaria y excluyente para decidir en materia de deuda externa es el Congreso de la Nación. Cada una de las reestructuraciones que hemos hecho han sido facultades delegadas por el Congreso de la Nación y hemos remitido al Congreso de la Nación los acuerdos para su aprobación. Y hoy está abierto nuevamente el canje para ofrecerle a ese 7,6 por ciento que no ingresó al canje que ingrese al canje.

Si ese 7,6 ingresara hoy al canje, tendría una tasa de retorno de casi el 300 por ciento en dólares. No estamos negándole ni pidiendo que nadie nos regale nada, simplemente queremos, definitivamente, terminar con esto, que no fue culpa nuestra que no ingresaran al canje, porque hubo rondas y negociaciones del año 2002, 2003 en adelante, prácticamente por todo el mundo. En el último canje, en el 2010, ingresaron bonistas italianos, que no habían ingresado, sobre todo pequeños ahorristas, al primer canje; también japoneses, alemanes que no habían ingresado.

Porque muchos bancos europeos, que tenían posiciones en bonos argentinos de la época del neoliberalismo, como sabían que estaba próximo al default del año 2001, los ofrecieron a sus pequeños ahorristas, llámese jubilados y otras yerbas, que fueron, digamos, seducidos, yo les diría otra palabra, para que invirtieran en lo que ya eran bonos que los bancos sabían de antemano que iban a ser defaulteados. Esta es la breve historia de la deuda externa argentina.

46ª Cumbre de Jefes y Jefas de Estado del MERCOSUR.

Y justo ahora, cuando Argentina está totalmente -prácticamente- desendeudada, donde Argentina tiene la certeza del autoabastecimiento energético no más allá del 2017, 2018, 2019 es precisamente que intentan, como contaba y para finalizar, por lo menos con un poco de poesía latinoamericana, colombiana para ser más exacta, con el cuento de “La cándida Eréndira y su abuela desalmada”, de García Márquez. No sé si todos conocen el cuento, pero era un maravilloso cuento donde la nieta era prostituida por su abuela para pagar una deuda que siempre se multiplicaba y, entonces, cada vez era obligada a prostituirse más para pagar esa deuda que nunca acababa.

García Márquez, no está más físicamente entre nosotros, pero nos ha legado su maravillosa literatura, quiso reflejar en ese cuento de “La cándida Eréndira y su abuela desalmada”, lo que fue el drama de la deuda externa y la falta de crecimiento de los países de la América del Sur.

Bueno, quiero decirles que soy abuela, pero soy abuela de Néstor Iván Kirchner y no de la cándida Eréndira.

Muchas gracias a todos.

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Da Bolívar a Gramsci, la Rivoluzione venezuelana continua

di Alessio Arena*

quitolatino.wordpress.com.- La presenza a Roma di Julián Isaías Rodríguez Díaz in qualità di Ambasciatore del Venezuela rivoluzionario presso la Repubblica italiana offre l’occasione per confrontarsi, senza dover solcare l’Atlantico, con una figura tra le più significative del processo bolivariano iniziato da Hugo Chávez. Primo Vicepresidente della Repubblica nominato con la Costituzione chavista del 1999, poi alto magistrato, quindi rappresentante diplomatico del suo paese, l’Ambasciatore Rodríguez ci riceve presso la sede della legazione venezuelana con il calore e l’affabilità che, seppure avendo avuto poche occasioni d’incontrarlo, abbiamo già avuto modo di conoscere e apprezzare. Sull’ampio tavolo da lavoro, sotto lo sguardo marziale del ritratto di Simón Bolívar e quello sorridente e rassicurante del compianto Presidente Chávez, sull’ampia scrivania la nostra attenzione è catturata dall’immagine di Antonio Gramsci che campeggia su un volume dal titolo: «Gramsci, Italia y Venezuela». «L’autore è Jorge Giordani, il nostro Ministro della pianificazione. Ha studiato a Bologna, ha lavorato molto su Gramsci e ha tenuto varie conferenze qui in Italia, in particolare in Sardegna». Comincia così la nostra lunga, approfondita conversazione, nel corso della quale l’eredità teorica del pensatore comunista sardo sarà evocata più volte come fondamentale per comprendere il processo bolivariano e, più in generale, le profonde trasformazioni avvenute nell’ultimo decennio in America Latina.

A partire dall’elezione del Presidente Maduro, lo scorso 14 aprile, si sono registrati intensi tentativi di destabilizzazione del Venezuela, operati sia da forze interne che esterne. Nei giorni successivi alle elezioni presidenziali le opposizioni hanno dato luogo a manifestazioni violente contro il governo, con morti e feriti. Qual è oggi la situazione?
Io direi che è normale. Chi dirige il nostro processo politico – un processo pacifico, soggetto alle regole della democrazia borghese, e che si è dovuto conformare anche alle regole dell’elettoralismo borghese – sapeva che avrebbe a un certo punto incontrato delle difficoltà perché è molto difficile fare una rivoluzione senza violenza, in maniera pacifica, nel contesto della democrazia borghese. Non è che la rivoluzione cerchi la violenza: è che chi difende il vecchio apparato statale, la vecchia società non ne cede il controllo senza usare violenza. È questo che sta succedendo in Venezuela. È già successo: il colpo di Stato è stato violenza, lo sciopero del petrolio è stato violenza, l’occultamento dei prodotti alimentari è violenza, le campagne mediatiche per distruggere Chávez e Maduro sono violenza. Oggi le metodologie per portare avanti una guerra sono cambiate: le prime a comparire perseguivano l’annientamento fisico degli avversari ed erano condotte tramite eserciti privati o nazionali. Poi è venuta la guerra del fuoco diretto e indiretto, come sono state le due guerre mondiali. Successivamente è venuta la guerra cosiddetta di “quarta generazione” caratterizzata dall’utilizzo di eserciti professionali di mercenari e bande di irregolari: il terrorismo è guerra di quarta generazione. Poi è venuta la guerra di quinta generazione, ossia la guerra psicologica. Io penso che in questo momento in Venezuela stiamo vivendo una fase non solamente di guerra di quinta generazione, ma anche di sesta. In primo luogo è in atto una guerra psicologica per destabilizzare i cittadini, per portarli a pensare che la società alternativa non garantisca la loro sicurezza, non sia pacifica, ma sempre condizionata dalla necessità di dar l’assalto alla storia, e che, d’altra parte, non garantisca loro il soddisfacimento dei bisogni quotidiani. Per questo si nascondono zucchero, olio, pane. E nel nostro caso, segnato dalla convivenza con il nemico nel quadro di una rivoluzione elettorale, dove i nemici sono all’interno e competono con te, questi sono in condizione di fare la guerra dall’interno: ancora esistono capitali, imprese organizzate che sono avverse al nostro processo e collaborano con i nemici della Rivoluzione per ostacolarla in tutti i modi. Dunque, una fase di guerra psicologica in cui si giunge a ipotizzare che il paese possa essere addirittura invaso dagli Stati Uniti, o in ogni caso che si produca una situazione che dia luogo a una guerra civile. Ma, come dicevo, è in corso anche una guerra di sesta generazione: quella in cui si delegittimano le istituzioni. Si è cercato di delegittimare tutti i poteri dello Stato: il potere legislativo, l’esecutivo, il potere elettorale, il potere cittadino e quello giudiziario. L’obiettivo è privare le istituzioni di credibilità per creare un terreno fertile in cui tutto possa accadere. Ed evidentemente cercare di colpire la fedeltà delle forze armate alle istituzioni, in modo da aprire una breccia per usarle contro i poteri costituzionali, come spesso è avvenuto in America Latina (Cile, Brasile, Guatemala…). A questo fine è necessario mostrare che il governo è inefficiente. La guerra psicologica e di delegittimazione delle istituzioni crea paura, depressione. I cittadini sono manipolati individualmente e collettivamente per ingenerare l’eliminazione virtuale della tranquillità pubblica. Siamo in questa fase, e ce la aspettavamo. La particolarità del momento è che siamo privi del nostro Comandante: ciò ha offerto l’opportunità di creare una situazione di tensione nel momento in cui il leader fondamentale è morto e in cui, secondo l’analisi dei gruppi reazionari, nulla può fermare la guerra di quinta e sesta generazione. Questa guerra angustia il paese, angustia il governo, ma ci attendevamo che tutto questo potesse accadere e siamo preparati. Però la cosa più importante non è che sia preparato il governo, ma che lo sia il paese. Se il Venezuela in questo momento ha a suo favore un elemento di forza, è che i cittadini venezuelani sono quelli che in America Latina hanno il più alto livello di coscienza politica e sociale. Lo ha dimostrato il trionfo di Maduro. Non era una vittoria scontata, perché Maduro non veniva percepito nel paese come un dirigente capace di guidarlo: malgrado ne avesse le qualità e le capacità, non ne aveva l’immagine, e la popolazione vota molto in funzione dell’immagine. In secondo luogo il candidato dell’opposizione era reduce dalla campagna elettorale dell’autunno 2012 contro Chávez e ha studiato molto bene la sua propaganda. Per l’opposizione il momento era perfetto: venuto a mancare Chávez, il paese era percorso da un profondo dolore che induceva a un ripiegamento, alla perdita della capacità di agire. Contavano sul fatto che la nostra gente non avrebbe partecipato, come in parte è effettivamente accaduto. Ma abbiamo vinto, e vincere non era importante solo come fatto in sé, ma anche perché malgrado tutto il popolo ha dimostrato la maturità e la coscienza di affermare che non si sarebbe tornati indietro, con o senza Chávez: il processo politico di conquista di una società diversa deve proseguire, a prescindere da chi sia il candidato, che per di più era stato indicato dallo stesso Chávez. Un paese del genere, con queste caratteristiche e un simile livello di coscienza politica e sociale può affrontare perfettamente questa guerra. Il paese sa, i cittadini sanno che il governo non vende zucchero né olio, e sanno chi sta facendo queste canagliate. Inoltre l’opposizione non è compatta: al suo interno vi sono attriti più forti di quanto pensassimo tra un settore in tutto e per tutto fascista e un altro settore che ritiene di avere, a lungo termine, l’opportunità di giungere al governo. I due settori non coincidono appieno nell’azione. L’ala fascista è finanziata direttamente dagli Stati Uniti, nel modo più volgare, e per queste ragioni è normale quello che sta succedendo, ma noi vinceremo e andremo avanti.

Lo scorso 30 settembre sono stati espulsi dal suolo venezuelano tre funzionari statunitensi. Negli stessi giorni il Presidente Maduro ha annunciato la creazione del Centro Estratégico de Seguridad y Protección de la Patria, organismo dipendente dalla Presidenza della Repubblica per il rafforzamento della sicurezza interna. Quali finalità ha questa nuova istituzione?
Nei momenti di guerra bisogna prepararsi alla guerra. Dicevamo che non si tratta di una guerra con carri armati e missili, ma di una guerra di quinta e sesta generazione. A questa guerra fatta di voci, di terrorismo psicologico, in cui è potuto accadere che sia stata fatta circolare la notizia che il Presidente Chávez non sia morto, ma che sia ancora vivo e sequestrato, ed è stata diffusa una registrazione in cui viene imitata la voce del Presidente Chávez e la gente ha potuto credere di sentirlo parlare, una guerra che ha come finalità di diffondere nel paese la paura per il futuro, bisogna essere preparati per tutto. Quello che abbiamo fatto, semplicemente, è stato creare un istituto che raccolga tutte le informazioni che circolano nel paese e che le selezioni per il potere esecutivo, perché esso possa prendere le decisioni necessarie a neutralizzare le minacce all’interesse nazionale. Cosa succede ad esempio in Venezuela? Qualcuno sale sui tralicci dell’elettricità e li trancia con una cesoia, creando un’interruzione di corrente in tutta una città: bisogna quindi controllare chi sono quelli che salgono, quando e quante volte lo fanno e perché. Si devono controllare le dighe, per evitare che si producano sabotaggi con gravi conseguenze. Bombe, sequestri, ci sono episodi provati di tentativi di assassinio contro funzionari importanti del paese. Dunque la funzione del nuovo istituto è ricercare queste informazioni, con una concezione che vada oltre quella prettamente poliziesca, in un’ottica strategica. Il centro strategico raccoglierà gli elementi informativi in materia di sicurezza, intelligence, ordine interno, relazioni estere e istituzioni pubbliche e private e controllerà che vengano applicate le direttive dell’esecutivo in funzione di una migliore conoscenza della situazione operativa tramite gli organi di sicurezza. Ossia sarà una sorta di coordinamento di tutti gli organi di sicurezza con il fine di rendere possibile il reperimento di tutte le informazioni necessarie per affrontare questa guerra di quinta e sesta generazione. L’ organismo, che funzionerà molto vicino al potere esecutivo e al presidente, ha in definitiva come missione di attenuare gli effetti della guerra economica contro il nostro paese. Una guerra che colpisce la sicurezza del Venezuela in molti aspetti: sicurezza alimentare, della circolazione, aerea e terrestre.

La campagna elettorale delle forze rivoluzionarie ha posto molto l’accento sulla lotta contro la corruzione: quali misure ha assunto il governo in questi primi mesi?
Il Presidente ha appena sollecitato poteri speciali per combattere la corruzione. I poteri speciali sono previsti dalla Costituzione, che consente al potere esecutivo di chiedere al parlamento il conferimento della facoltà di legiferare su una materia specifica in un momento determinato (in questo caso per un anno). La previsione riguarda situazioni di emergenza, di urgenza, di estrema gravità. Fino a questo momento abbiamo aperto processi, sollecitando il potere giudiziario e il potere cittadino perché cooperino nel garantire la sicurezza del paese. Abbiamo colpito interessi interni, anche nella sfera del governo, gente che ha utilizzato denaro pubblico e la propria posizione nell’amministrazione per arricchirsi notevolmente. Gli accusati vengono giudicati in questo momento e il paese sta vedendo come si stia tentando di creare una nuova etica pubblica. Io sono avvocato e sono cosciente che non necessariamente le leggi risolvono questi problemi; tuttavia ci si appresta a discutere e varare varie leggi. Credo che per combattere questo genere di fenomeni siano necessari vari elementi: innanzitutto la volontà politica e efficienza dei poteri pubblici – e in particolare in quello giudiziario – perché i crimini commessi non restino impuniti. Ma è necessario soprattutto un alto grado di coscienza collettiva. I cittadini devono accompagnare le istituzioni, giudicarle, anche decidendo di allontanarsi da chi le rappresenta e di non condividere quello che si sta facendo, fino a denunciarlo, se è il caso. I meccanismi della società devono rafforzare il consenso alla lotta contro la corruzione e l’impunità. In ciò giocano un ruolo importante i mezzi di comunicazione, le università, le scuole, tutto quel che serve a rafforzare moralmente una società. L’appello che si sta facendo, le sanzioni che si stanno infliggendo a settori dello stesso governo sono un segnale importante. E se c’è necessità che le sanzioni si estendano a dirigenti dell’opposizione, per quanto possano essere importanti, penso non ci si debba trattenere. Se si permette che qualcuno costituisca un’eccezione all’applicazione della legge, si tratti di un avversario o di un alleato, si lascia un fianco scoperto perché la gente perda fiducia nelle decisioni che vengono assunte.

Il Plan de la Patria 2013-2019 pone ambiziosi obiettivi di trasformazione strutturale della società venezuelana in senso socialista, ponendo l’accento anzitutto sulla pianificazione come metodo per armonizzare, sviluppare e dirigere democraticamente l’economia. A quali principi s’ispira la pianificazione bolivariana? Quali passi si sono già fatti in questo senso?
Uno dei fattori più difficili da gestire nel processo di transizione politica verso una società diversa dal capitalismo è trovarsi circondati dal capitalismo da tutte le parti. Non ci si può trasformare in un’isola socialista, pena restare bloccati per effetto delle proprie stesse scelte. La nostra pianificazione in questo senso tende a che le grandi imprese strategiche del paese siano in mano statale: telefonia, elettricità, siderurgia, la terra controllata dallo Stato in funzione della sua produttività. Ancora non ci siamo posti il problema delle banche. Lavoriamo per creare coscienza tra i lavoratori affinché sentano, nelle imprese nazionalizzate da loro dirette, che la responsabilità della direzione del processo non è semplicemente dello Stato venezuelano, che è necessario parteciparvi tutti con onore, capacità, efficienza e spirito di servizio e con un acuto concetto di sovranità. La Costituzione già dispone che petrolio e gas siano patrimonio inalienabile dello Stato. Questo ci ha fino ad ora garantito le risorse per organizzare la risposta agli attacchi del capitalismo e dell’imperialismo che vogliono schiacciarci. Dunque in primo luogo abbiamo riservato alla mano dello Stato le imprese strategiche, di servizio e d’interesse pubblico: ecco il primo elemento della nostra pianificazione. In secondo luogo stiamo lavorando affinché il Venezuela non sia un paese mono-produttivo: fino ad ora la gran debolezza del Venezuela è stata proprio questa. Il controllo del petrolio non è nelle mani dei paesi che lo esportano, come alcuni pensano. Le fluttuazioni del suo prezzo dipendono in realtà dai paesi che commerciano con il petrolio: essi acquistano opzioni sulla produzione futura e giocano sulla domanda e sull’offerta per speculare e incrementare i profitti. Dobbiamo guardarci dal credere di poter avere un margine di manovra garantito dal petrolio, perché questo non è sicuro. Per di più oggi si vuole sostituire il petrolio con le fonti di energia rinnovabili, e questo pone le condizioni perché un giorno ci ritroviamo con il petrolio ormai inutile come accadde in passato all’Inghilterra con il carbone. Infine, per quanto innegabilmente il petrolio sia una benedizione, esso è stato per il Venezuela anche una maledizione. Il petrolio produce tanta ricchezza che parte di essa arriva fino agli strati più poveri della società, e in Venezuela si sono fatti pochi sforzi per costruire un’economia diversificata grazie al lavoro. Per questo abbiamo pensato che dobbiamo creare alternative. Stiamo incentivando l’industria mineraria di base: ferro, alluminio. Stiamo sviluppando il turismo e stiamo lavorando per sviluppare il settore agroalimentare, la coltivazione della terra con sistemi moderni per renderla produttiva. Abbiamo terra fertile, acqua sufficiente, un clima che ci permette di produrre per tutto l’anno e uno dei grandi fattori di debolezza che abbiamo è che la nostra è un’economia fondata sulle importazioni: importiamo quasi il 90% di quello che consumiamo. Per questo, creare un’alternativa al petrolio per evitare che il Venezuela sia un paese monoproduttore, e in secondo luogo aprirci perché il paese conquisti la sua sovranità economica. Con la sovranità economica potremo affrontare questa come qualunque altra situazione futura creata dall’attacco da parte dei paesi imperialisti.

Ciò suppone un cambiamento della natura dello Stato, a partire dalla sua concezione fino all’organizzazione delle istituzioni. Nella ripartizione del Poder Público Nacional, accanto ai tre poteri tipici dello Stato liberale trovano posto il potere cittadino, di cui lei stesso è stato figura preminente come Fiscal General, e il potere elettorale. In cosa si sostanzia il potere cittadino? Che ruolo svolge nell’assetto costituzionale rivoluzionario?
Effettivamente abbiamo rotto con la tradizione dei tre poteri e ne abbiamo cinque. Non è stato né un capriccio né un atto di superbia, ma una scelta che corrisponde al nostro processo storico. Bolívar concepì il potere cittadino nel congresso di Angostura del 1819 come un potere di controllo sugli altri poteri e sul paese. Lui lo chiamò “potere morale”, ispirandosi alle istituzioni greche e ad alcuni aspetti del parlamentarismo britannico per stabilire un meccanismo che conferisse unità al paese. Occorre ricordare che noi siamo una società che non è né europea, né africana, né aborigena, ma un miscuglio di tutte e che con questa mescolanza ha creato una sorta di nuovo essere umano che ha bisogno di avere punti di riferimento che gli diano unità, equilibrio e armonia. Nelle intenzioni di Bolívar il potere cittadino, il “potere morale”, doveva essere la fonte di tale unità ed equilibrio. Nel congresso di Angostura la proposta di Bolívar non passò, non perché fu respinta ma semplicemente perché i deputati la ritennero troppo avanzata per essere applicata in quel momento storico. Questa esperienza del Libertador l’abbiamo raccolta nella Costituzione del 1999. Il Ministerio Público, la Controloria General de la República e la Defensoría del Pueblo si riuniscono in determinati momenti, conservando la loro autonomia, per formare il Consejo Moral Republicano. L’adunanza può assumere decisioni e in questo si sostanzia il potere cittadino. Oggetto di tali decisioni è il controllo sull’etica: possono venire sottoposti a giudizio i magistrati del Tribunale supremo e qualunque altro funzionario pubblico sottomesso alla competenza del Consejo Moral Republicano. Possono essere definite modalità per modificare o proporre politiche pubbliche finalizzate a rafforzare, unificare, dare credibilità al paese, a evitare i rischi nella società.

E per quanto concerne il potere elettorale?
Nel 1826 Bolívar incluse nella costituzione della Bolivia anche il potere elettorale. Noi abbiamo trasferito anch’esso nella Costituzione del 1999. Nella nostra Costituzione esso ha ancora più rilevanza che in quella di Bolívar. Abbiamo stabilito una quantità di procedure referendarie. Tramite referendum revocatorio, il Presidente può essere revocato, come i deputati, i governatori, i sindaci. Per via referendaria si possono annullare le decisioni del potere legislativo e proporre progetti di legge. Ogni referendum suppone una votazione di tutto il paese. Durante il governo del Presidente Chávez si sono avute quattordici elezioni: referendum, elezioni amministrative, parlamentari, quattro elezioni presidenziali, quella dell’Assemblea costituente, quella per approvare la Costituzione – la nostra è una delle poche costituzioni al mondo, non so se l’unica, ad essere stata approvata dal paese per via referendaria. Per questo il potere elettorale è indispensabile. La sua efficienza è comprovata e si tratta di un’istituzione il cui prestigio è riconosciuto in tutto il mondo. In questo momento, ad esempio, stiamo assistendo la Russia per attualizzarne il sistema elettorale. I nostri avversari sostengono che questo potere si presti ai brogli, ma non hanno mai potuto dimostrarlo.

Nel quadro del progetto di transizione al socialismo, il Plan de la Patria pone l’obiettivo di “propiziare la democratizzazione dei mezzi di produzione e dare impulso a nuovi modi di articolare le forme di proprietà, collocandole al servizio della società”. Che ruolo si attribuisce, in questo quadro, ai lavoratori organizzati?
Nella storia della Rivoluzione bolscevica, la prima decisione assunta da Lenin fu il decreto mediante il quale si regolava la produzione e si stabiliva il controllo di Stato su di essa. Di fronte a ciò, il settore privato si oppose e si procedette alla confisca. L’iniziativa non ebbe successo, vi furono delle restituzioni e si produsse una situazione conflittuale tra settore pubblico e privato che perdurò fino alla fine dell’Unione Sovietica. La stessa situazione l’hanno sperimentata successivamente altri sistemi socialisti: Cina, Vietnam, Cuba. Occorre apprendere dai pregi e dai difetti di quelle esperienze. Nel nostro caso, la Rivoluzione è ancora troppo giovane per affrontare il nodo fino in fondo. La nostra stessa Costituzione garantisce la proprietà privata. In Venezuela essa è rispettata, malgrado quanto dicono gli avversari della Rivoluzione. Se lo Stato espropria un’azienda privata paga l’indennizzo corrispondente, ma non la confisca. Il proprietario ha sempre il diritto di sollecitare un arbitrato giudiziario sul valore dell’indennizzo. A fronte di ciò, le imprese strategiche sono come già detto controllate dallo Stato. Nell’industria petrolifera, che è la nostra produzione più remunerativa, abbiamo realizzato associazioni di partecipazione in cui lo Stato ha sempre una percentuale maggiore che il settore privato. Ma ci sono imprese che funzionano con capitale privato: i mezzi di comunicazione. Noi non abbiamo nazionalizzato nessun mezzo di comunicazione, al punto che sappiamo che la maggioranza di essi avversa il governo. È avvenuto che ci siamo resi conto di tentativi di sabotaggio del processo rivoluzionario da parte di alcune imprese. Ad esempio nel fondamentale settore delle cartiere. Quell’industria cominciò a dare segni di disequilibrio, a diminuire la produzione, a richiedere sempre più denaro. Lo Stato l’ha nazionalizzata e consegnata ai lavoratori. La consegna di questa e altre industrie ai lavoratori risponde a una concezione strategica del processo rivoluzionario, molto legata all’esperienza italiana. Il Partito comunista italiano negli anni ’20 ha avuto in Antonio Gramsci un luminoso segretario generale, uno dei fari fondamentali del socialismo, che si propose di attualizzare i concetti classici del socialismo. Durante le lotte operaie torinesi egli giunse alla conclusione che i lavoratori, per essere l’elemento trainante della costruzione di una nuova società, dovessero essere presenti nel processo di produzione non solo come produttori, ma anche per capire il funzionamento della produzione e della distribuzione e per trovare le forme attraverso cui rompere con la divisione del lavoro e interconnettersi, non solamente tra loro come lavoratori ma con la società. Insomma essi dovevano trovare le forme per farsi costruttori di fatto, tramite l’azione, di un processo sociale stabile e nuovo che si potesse vedere e toccare. Apparvero così i “consigli di fabbrica”, che noi abbiamo riprodotto in Venezuela come “consigli operai”. Lo stiamo facendo nelle imprese strategiche e nazionalizzate, ma non ancora nel settore privato. Essi possono apparire nel settore privato su iniziativa degli stessi lavoratori. Bisogna essere consapevoli che i consigli dei lavoratori non devono essere appendice di nessun partito, nemmeno del partito di governo, ma nemmeno devono rispondere alla strategia del governo: devono esprimersi autonomamente, senza essere nemici del governo. Devono stabilire un equilibrio a livello sociale, perché sono di fatto loro i promotori della nuova società: questa è la forma della nuova società ed è in ciò la sua prima manifestazione. È quanto stiamo sviluppando in Venezuela e abbiamo avuto alcuni risultati interessanti. In primo luogo abbiamo distinto i consigli operai dai sindacati. Il sindacato è un organismo rivendicativo, mentre i consigli operai sono organi formativi della società ed hanno il compito di dare contenuto ideologico alla lotta. Naturalmente ciò ha prodotto conflitti tra sindacati e consigli operai. Abbiamo fatto in modo che i consigli operai si articolassero socialmente, anche uscendo dall’impresa per appropriarsi di uno spazio territoriale più ampio. Insomma: la competenza dei consigli non è ristretta alla fabbrica, ma a tutto il territorio nazionale, e stiamo lavorando perché la loro strutturazione cresca fino ad articolarsi in modo uniforme in tutto il paese, anche integrandosi con i consigli comunali che sono gli organismi politici della società. Essi rappresentano per noi un fronte di massa: non semplicemente un luogo in cui i lavoratori discutano i problemi della fabbrica, ma dove si occupino di tutti i problemi del paese. In questo senso essi devono assumersi compiti politico-culturali. Gli aspetti produttivi sono importanti, ma occorre che i consigli si facciano carico anche della distribuzione e del consumo dei beni. Essi devono essere organismo di controllo, non isolarsi dentro la fabbrica o nell’ambito locale, ma ampliare il raggio d’azione a tutta la società, anche a livello internazionale. La nostra concezione s’ispira fondamentalmente a Gramsci, che è chi per primo ha indicato questa direzione di marcia, perché qualcosa di simile non è esistito nemmeno nell’Unione Sovietica. È questa una delle esperienze che ci permettono di dire che Gramsci è stato recepito dal processo bolivariano per sviluppare il nostro socialismo. Gramsci affermava la necessità di un socialismo che fosse internazionale, ma che affondasse le radici nella realtà nazionale da cui necessariamente sorge e da cui non può distaccarsi. È quanto stiamo mettendo in pratica.

Il 22 maggio scorso il Presidente Maduro ha annunciato la creazione delle milizie operaie, ponendo l’accento sul ruolo centrale da attribuire alla classe operaia nella fortificazione di un’alleanza civico-militare per portare avanti la costruzione del socialismo bolivariano. Si sono fatti passi avanti su questo terreno?
Una delle caratteristiche del nostro processo è di aver avuto origine da un’alleanza civico-militare resa possibile dal fatto che il Presidente Chávez provenisse dal settore militare, senza avere alle spalle un partito organizzato. Egli sviluppava un pensiero non militare, un pensiero sociale coltivato nel solco del marxismo, ma veniva dall’ambiente militare. Evidentemente i suoi amici, il gruppo che creò nelle caserme per accompagnarlo, si è unito a lui al momento della sua ascesa al potere. Successivamente si è andato sviluppando un parallelismo tra società civile e militare, che sono andate integrandosi a poco a poco, nella misura in cui si sviluppava il processo. I nemici della rivoluzione hanno favorito tutto questo. Il colpo di Stato del 2002, per esempio, ha avuto come conseguenza che si rafforzasse l’alleanza civico-militare, perché si trattò di un golpe militare maturato in settori delle forze armate utilizzati dagli Stati Uniti e dall’oligarchia venezuelana per abbattere il governo democratico. Ciò ha ripulito l’esercito da una buona parte – io direi un ottanta per cento – di quei settori di destra. Ma ha anche spinto altri settori all’interno delle forze armate ad unirsi al processo rivoluzionario. È stato interessante notare come ad esempio sia stato compito specifico dei militari risolvere problemi come quelli dell’aiuto all’alimentazione. Tutti i militari di ogni rango si sono incaricati di provvedere, organizzare, supervisionare il processo di aiuto all’alimentazione. Tramite i cosiddetti “mercati popolari” dove si comprava a metà prezzo, dove le persone avevano accesso a beni di consumo che non si trovavano perché i nemici li nascondevano o li incettavano, i militari hanno conquistato una nuova vicinanza al popolo, che li ha visti sotto una luce diversa. Oltre a ciò, dal punto di vista sociologico i nostri soldati sono, dalla guerra d’indipendenza, di estrazione popolare. Per accedere al servizio militare, in Venezuela, non è necessario far parte delle classi privilegiate. Al contrario, gli oligarchi disprezzano i militari. Ciò ci ha favoriti, perché i soldati sono gente del popolo, le cui famiglie patiscono i problemi delle classi popolari. L’alleanza civico-militare non è stata quindi un trauma, ma al contrario un modo di unirci, e ogni giorno quest’alleanza si fa più forte, limpida e sicura. Civili e militari si riconoscono reciprocamente come difensori di un processo che li inorgoglisce, dà loro dignità, li riafferma come cittadini. In questo contesto sono nate le milizie, che sono un’istituzione tipica di tutti i paesi rivoluzionari: la milizia dà disciplina, senso della patria, stimola l’impegno, organizza, permette anche di creare uno spirito di corpo per combattere i nemici del processo, ed è questo che si sta facendo con i lavoratori. Si stanno creando le milizie operaie. Noi non pensiamo che possa prodursi un’invasione del nostro paese, ma in quel caso saremmo preparati e non faremmo come a Masada, dove gli zeloti si suicidarono in massa per non capitolare al nemico, ma lasciando di fatto a quest’ultimo il controllo della città. Noi ci batteremmo fino in fondo.

Un fatto nuovo rilevante degli ultimi mesi è stato la presentazione del Plan Mamá Rosa, finalizzato all’eguaglianza e all’equità di genere e allo sradicamento del patriarcato. Quali sono i contenuti della politica della Rivoluzione per la liberazione della donna?
Le donne hanno svolto un ruolo fondamentale nella nostra Rivoluzione. Un ruolo che definirei più importante di quello degli uomini. Le donne sono state più leali al processo rivoluzionario che gli uomini, si sono spese più a fondo per esso. Sin dalla Costituente, uno degli obiettivi che ci siamo posti è stato agire perché la dominazione secolare sulle donne cominciasse a scomparire in Venezuela. Alcuni hanno messo in discussione la nostra Costituzione perché rispetta il genere: “Il presidente/la presidente”, “il procuratore/la procuratrice”, ecc. L’intera nostra Costituzione è pensata per sottrarsi all’uso del linguaggio come forma di dominazione sulla donna. In questo momento la maggior parte dei nostri poteri pubblici sono presieduti da donne: a presiedere il potere elettorale è una donna, così come avviene per il potere giudiziario e per il potere cittadino. Restano il legislativo e l’esecutivo, ma non è difficile immaginare che un giorno possiamo avere tutti e cinque i poteri presieduti da donne. Nella nostra lotta d’indipendenza le donne hanno avuto un ruolo fondamentale, sicché la nostra è una Storia non fatta solo dagli uomini. Nel parlamento venezuelano c’è sempre stata una presenza femminile molto importante, sicché abbiamo dato vita in primo luogo a una legge che perseguisse severamente la violenza contro le donne in tutti i sensi: non solo la violenza nella coppia, ma anche nelle strade e sul lavoro. Si è stabilita una proporzionalità nel processo elettorale per fare in modo che la partecipazione delle donne fosse più o meno paritaria rispetto a quella degli uomini: le nostre donne elette negli organismi pubblici si trovano in situazione più o meno di equilibrio rispetto agli uomini. Ancora non ci siamo riusciti nei sindacati e nei consigli operai. Ma nelle istituzioni, dove lo Stato può esercitare un controllo, abbiamo spinto con fermezza in questa direzione. I settori più creativi, l’anima intellettuale del paese sono certamente le donne, che si sono organizzate. Credo che in questo momento vi sia maggiore organizzazione tra le donne che tra gli stessi lavoratori, malgrado la tradizione sindacale sia molto più lunga. Sono nati gruppi femministi, ma non è il movimento femminista a dirigere il processo di liberazione della donna: i gruppi femministi fanno parte di quel processo, ma esistono una pluralità di gruppi che lo dirigono, legati o meno che siano alla tradizione femminista. La situazione della donna nella Rivoluzione è forse una delle maggiori conquiste che abbiamo realizzato. Dicevo all’inizio che una delle cose che più ci inorgogliscono è sapere che c’è coscienza politica e sociale nel paese: ebbene, questa coscienza, l’impegno, il lavoro in tutti gli strati della società ha più consistenza tra le donne che tra gli uomini.

La Rivoluzione bolivariana ha fatto del vostro paese uno dei principali protagonisti nella costruzione di un mondo multipolare. Il Venezuela ha intense relazioni con la Russia ed è notizia recentissima la firma di nuovi protocolli con la Cina per il rafforzamento della cooperazione bilaterale. Come valuta il vostro governo la situazione attuale?
Il Presidente Chávez, con una concezione strategica della lotta antimperialista, ha sviluppato varie direttrici che ci sono state molto utili per sostenere e stabilizzare il nostro processo a livello nazionale e internazionale. Una di queste è l’integrazione regionale tramite l’ALBA, la CELAC, la UNASUR, ecc. La CELAC è uno strumento per creare un centro di discussione, senza la presenza di Stati Uniti e Canada, dove le nazioni latinoamericane possano avere più libertà per decidere dei propri problemi. Prima ancora abbiamo creato UNASUR, che ha giocato un ruolo molto importante nel caso dei tentativi di colpo di Stato in Bolivia ed Ecuador perché essi non avessero successo. Dunque l’integrazione latinoamericana è la nostra prima direttrice per la creazione di un equilibrio multipolare. Ma a partire dal piano economico Chávez ha visto più lontano, pensando all’Europa, alla Russia, alla Cina. Con la Russia abbiamo realizzato un’alleanza strategica che va molto oltre il terreno economico, finalizzata a stabilire un equilibrio multipolare nel mondo, che si è manifestata ora nel caso della Siria: il ruolo della Russia è stato determinante per evitare una nuova guerra mondiale. L’occupazione da parte degli Stati Uniti della Siria avrebbe destabilizzato la regione e, come effetto di ciò, avrebbe dato luogo a una serie di conseguenze che avrebbero senza dubbio investito la stessa Europa. Fortunatamente nove paesi d’Europa hanno fatto causa comune con la Russia e lo stesso parlamento britannico ha bloccato l’alleanza sciagurata con Obama sostenuta dal Primo ministro. La Cina ha la sua propria strategia a livello mondiale. Sarebbe ingenuo dire che i nostri rapporti con la Cina corrispondano a una visione strategica condivisa. La Cina deve alimentare un miliardo e trecento milioni di abitanti, praticamente un quarto della popolazione mondiale. Essa ha cercato il modo di avvicinarsi all’America Latina, un continente pacifico, con risorse idriche abbondanti e terre fertili, con risorse naturali intatte, soprattutto per quanto riguarda la vegetazione, perché quelle principalmente sfruttate fino ad ora sono state i minerali. La Cina ha lavorato per intessere forti relazioni con l’America Latina come spazio per relazioni commerciali ed economiche. Noi abbiamo il petrolio e alla Cina interessa il petrolio. Da questo punto di partenza abbiamo sviluppato con loro una relazione che ha beneficiato entrambi. In questo momento esportiamo vero la Cina circa un milione di barili di petrolio al giorno. Poco, se si considera che verso gli Stati Uniti esportiamo tre milioni di barili. La Cina ci sta aiutando nel settore agroalimentare e in generale nella politica di sviluppo della nostra economia. Esiste un fondo cinese per il Venezuela, garantito con petrolio, che ammonta a venti miliardi di dollari. Questo permette di lavorare con tranquillità, soprattutto dal momento che stiamo combattendo una guerra finalizzata a piegare il paese e a liquidare il processo rivoluzionario, condotta dagli Stati Uniti e dai paesi che ad essi sono subordinati, e tra questi la maggioranza dei paesi europei, alcuni attivamente e altri passivamente. Ad essi si aggiungono anche alcuni paesi americani: non molti, tre o quattro. In ogni caso, per contrastare gli effetti di questa politica di destabilizzazione della Rivoluzione, la Cina ci ha teso la mano e noi crediamo di poter essere, insieme alla Cina, un fattore di equilibrio per l’America Latina. Anche la Cina ha giocato un ruolo importante in Siria, sebbene non attivo come quello della Russia, come pure è accaduto nel caso Snowden: la Cina è stata la prima a proteggere Snowden prima del suo passaggio in Russia. Insomma, credo vi siano una quantità di mosse nella scacchiera politica internazionale in cui la Cina, la maggiore economia del mondo in questo momento, non può essere ignorata né da noi, né dagli Stati Uniti, né dall’Europa, né da nessuno.

Dall’ALBA alla CELAC, il chavismo ha dedicato molti sforzi all’integrazione latinoamericana, restituendo vitalità al progetto bolivariano di Patria grande e dando vita a una molteplicità di organismi di grande importanza. A che punto si è giunti e quali obiettivi si pone il Venezuela per il prossimo futuro?
Abbiamo cominciato costruendo l’ALBA, che abbiamo concepito come un laboratorio e ci ha dato eccellenti risultati. S’incontrano in questa esperienza una quantità di aspetti positivi non solo per giustificare il progetto, ma soprattutto per capire che l’unità dei popoli dell’America Latina è assolutamente necessaria se fatta lealmente, senza trappole né tentativi di creare una gerarchia tra i partecipanti. L’ALBA è apparsa come reazione all’ALCA, il sistema dei trattati di libero commercio degli Stati Uniti con i paesi latinoamericani. L’ALCA stabiliva varie condizioni. La prima era che tutte le controversie fossero sottoposte ai tribunali nordamericani. Ciascun paese che sottoscriveva gli accordi perdeva la propria sovranità giuridica. Oltre a questo, i contraenti erano sottoposti alle politiche protezioniste degli Stati Uniti, che creano uno sbilanciamento nelle economie degli altri paesi. Firmando l’ALCA si accettavano queste due diseguaglianze: la rinuncia alla giurisdizione e il diritto degli USA di mantenere una diseguaglianza economica a favore della loro produzione. L’ALBA è stata il frutto di una proposta lanciata da Fidel Castro e Chávez ed iniziata da Cuba e Venezuela, che col tempo si è estesa fino all’Honduras. Quando essa è arrivata all’Honduras, gli Stati Uniti vi hanno visto una seria minaccia e hanno orchestrato il golpe contro Zelaya, arrestandone la crescita. Allora si è creata Petrocaribe, un’ALBA concreta, solo per il petrolio. Abbiamo acconsentito a un interscambio di petrolio a prezzo diverso da quello di mercato, accettando pagamenti rateali e anche in merce. Abbiamo creato un meccanismo perché il petrolio circolasse in America Latina, grazie al Venezuela, senza che ciò costituisse un onere maggiore per gli altri paesi della regione. Petrocaribe si è consolidata ormai grazie alla partecipazione della grande maggioranza dei paesi del continente. ALBA e Petrocaribe funzionano su principi nuovi: la solidarietà in primo luogo, ma anche la complementarietà. Gli scambi possono essere effettuati tramite la soddisfazione delle rispettive necessità. Abbiamo insomma recuperato il metodo del baratto delle società aborigene. Cuba ad esempio riceve petrolio e paga con servizi medici, sportivi, educativi, l’Uruguay paga con i formaggi, il Nicaragua con carni e fagioli. Un terzo principio, fondamentale, è quello dell’eguaglianza, contrariamente a quanto avviene nel caso dell’Unione Europea in cui ciascun partecipante ha un peso diverso nelle votazioni in funzione del volume della propria economia. Nelle nostre istituzioni regionali ciascun paese ha lo stesso peso degli altri. Abbiamo creato un esperimento di moneta unica: il Sucre. Si tratta di una moneta virtuale che serve a sostituire il dollaro, ma che non dà luogo alla cessione della sovranità monetaria a un “centro” come avviene qui con l’Euro. C’è anche la CELAC, cui facevo riferimento prima: uno spazio politico la cui funzione è in certo modo di sostituire l’Organizzazione degli Stati Americani su basi più democratiche, senza la presenza di Canada e Stati Uniti. E infine c’è Mercosur, un organismo d’importanza capitale in questo momento. Inizialmente vi aderivano Paraguay, Argentina, Brasile e Uruguay: due giganti e due nani. Noi siamo entrati a farne parte, e questo ha dato all’istituzione maggiore equilibrio: noi non siamo né nani né giganti, ma la nostra adesione ha aperto uno spazio democratico di discussione. Siamo entrati con il petrolio e stiamo lavorando per far aderire Ecuador, Bolivia e chiunque volesse entrare, anche per sostituire il vecchio Mercato andino costituito da Colombia, Perù, Venezuela ed Ecuador. Ma vogliamo anche fare del Mercosur un centro di negoziazione della regione, per non negoziare isolati ma invece come polo regionale e modificare le relazioni doganali per evitare di continuare a essere sfruttati grazie a meccanismi dettati dagli Stati Uniti e dalle altre potenze. Tutto ciò sta già dando risultati importanti.

Il consolidarsi dell’Alleanza del Pacifico tra Messico, Colombia, Perù e Cile può mettere in discussione il processo d’integrazione latinoamericana?
L’ Alleanza del Pacifico è ciò che resta dell’ALCA. I quattro paesi che ne fanno parte hanno probabilmente fatto una scelta che ritengono più vantaggiosa dal punto di vista politico e in considerazione della loro vicinanza agli Stati Uniti. Non credo che ci danneggeranno.

[Si ringrazia per la segnalazione Leonardo Landi – *articolo originalmente pubblicato in liberazione.it]

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