L’arte e le forme di resistenza nei racconti di Terezin

terezin_01-1536x1024di Romina Capone

Sono trascorsi settantacinque anni dalla liberazione dei campi di concentramento nazisti di Auschwitz Birkenau da parte dell’Armata Rossa. Il Giorno della Memoria lo chiamano. Come se bastasse ricordare per addolcire, per un paio di giorni l’anno, il male che i nazisti hanno impresso nell’animo umano. C’è un concetto fondamentale attinente il capitolo Shoah della storia dell’uomo su cui è importante soffermarsi: l’arte e le forme di resistenza nei campi di concentramento. Perchè esistono infiniti modi di fare resistenza ed i deportati sopravvissuti ma anche quelli che morirono magistralmente ce lo insegnano. Il 27 gennaio si parla molto dell’Olocausto. Per non dimenticare. E per non dimenticare, come testimone di seconda generazione, Maria Teresa Iervolino compie un lavoro esemplare; lei è un’insegnate, unica traduttrice italiana ufficiale di Ivan Klíma ed attraverso i suoi libri parla alle nuove generazioni: lo ha fatto in due istituti scolastici rispettivamente il 28 e il 29 gennaio: al Liceo Scientifico Statale “Arturo Labriola” di Napoli sotto la presidenza di Luisa Vettone e al Liceo linguistico-classico e scientifico “Alfonso M. De’ Liguori” di Acerra accolti dal dirigente scolastico Giovanni La Montagna. Entrambe le scuole hanno aperto le porte a temi profondi. Insieme agli alunni ed al corpo docente si è discusso e riflettuto molto sulle barbarie compiutesi nel campo di concentramento di Terezin.84478453_10157345364241843_967412705927364608_n

Il campo degli artisti e dei bambini dove lo scrittore ceco Klíma fu deportato. Ed è proprio in questo campo di concentramento, non di sterminio, che la resistenza divenne attiva seppur passiva. Theresienstadt si trova a sessanta chilometri da Praga; è nota per aver concentrato nel campo i maggiori artisti, il fior fiore degli intellettuali ebrei mitteleuropei, pittori, scrittori, musicisti e con una forte presenza di bambini. Le SS utilizzarono a scopo di propaganda il campo. Quando un Capo di Stato faceva visita in quel campo tutto doveva apparire nelle migliori condizioni. Uno spettacolo terrificante. Venivano distribuite, solo a pochi eletti per il macabro show, doppie razioni di “pappa”. Solo per pochi eletti la doccia con l’acqua calda e abiti puliti. Solo per pochi eletti la vetrina finta del benessere. Loro, gli sfortunati pochi eletti immediatamente concluso il tour sarebbero partiti per l’Est. Senza mai più ritorno. Ad Est di Terezin vi è Auschwitz. La musica fu bandita ovunque quindi divenne clandestina, tranne a  Theresienstadt dove furono eseguiti centinaia di concerti con un pubblico misto di ebrei ed SS. Il repertorio proposto era infinito. I tedeschi non si resero conto di aver innescato una macchina inarrestabile di resistenza. Il maestro Angelo Branduardi introducendo un suo lontano concerto afferma che la musica crea una sensazione di ondeggiamento lontano, si muove in una sorta di magia, di sogno: è la sua tipicità. Trasporta. La musica non è qui e ora, trascende il concetto dell’oltre. Il musicista vede al di là del muro. La musica – spiega – è l’unica attività umana che riesce a conciliare l’inconciliabile. Si suona con l’anima, con la mente e con il corpo. La musica esprime sempre la potenza della vita e della gioia di vivere perché sconfigge la paura.

83485585_2979311488753711_2567585213949411328_oPer un secondo provate a contestualizzare: immaginate; usate la fantasia e non serviranno parole. 

Secondo l’Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti il fermento musicale di Theresienstadt fu dovuto al fatto che molti artisti imprigionati cercarono di mantenere la loro identità musicale attraverso la prosecuzione delle loro attività precedenti e non solo: la musica diventa arma di ribellione, ed è usata come strumento per infondere sia la speranza in una possibile liberazione dal tiranno, sia la forza morale per poter agire in una tale condizione di dolore e disperazione. La fiaba offriva pertanto ai detenuti una via per allontanarsi dalla realtà e rifugiarsi in un altro mondo, per dare sfogo alle fantasie e ai desideri collettivi, identificando in quel malvagio, il tiranno invisibile della loro storia, Hitler, che finalmente erano riusciti, anche se “virtualmente”, a rovesciare. L’opera musicale Brundibar ha infuso nei prigionieri di Theresienstadt, seppur per breve tempo, la speranza, la voglia di continuare a vivere e a sperare in tutta una serie di cose che difficilmente essi avrebbero potuto immaginare di nuovo e rivivere. L’arte, più in particolare la musica, nel nostro caso assume dunque una funzione “catartica”, di purificazione dei traumi vissuti attraverso la rievocazione tragica degli stessi che quasi va sfumando nel comico, nel grottesco, spiga l’ANED. 

A Terezin vennero deportati  i bambini di età compresa tra 7 e 13 anni. Dall’analisi dei loro disegni si evince che non compare mai la figura umana (le uniche figure umane raffigurano deportati e sono stati disegnati sotto l’ordine imposto dalle SS di “disegnare cosa vedi”). Il disegno libero invece ritrae il più delle volte la natura (animali, fiori) o la propria abitazione. Pertanto considerando che il disegno della figura umana rappresenta l’espressione di sé, o del corpo, nell’ambiente, e l’immagine composita che costituisce la figura disegnata è intimamente legata al Sé in tutte le sue ramificazioni pertanto l’obiettivo dell’annullamento della persona voluto dai tedeschi nazisti stava funzionando. Storie di bambini sono contenuti nel nuovo libro di Maria Teresa Iervolino “Un Bambino a Terezin” Iod edizioni. 

terezin_imagefullwideLa resistenza nei campi di concentramento non è una resistenza armata partigiana. questa è una vera e propria resistenza della specie umana. Entra in gioco l’istinto di sopravvivenza: consapevolmente o meno i meccanismi psicologici e cognitivi si sono armati per resistere e lottare contro qualcosa che anche per l’uomo stesso è inconcepibile.

L’equiparazione tra comunismo e nazismo è una distorsione storica

6e6602074b8c8f13d373084e0c9cb973-kck-U10402801423635O1G-700x394@LaStampa.itda marx21.it

Intervista a John Foster, del Partito Comunista della Gran Bretagna

Come ha dichiarato il professore John Foster del Partito Comunista della Gran Bretagna a Russia Today, la nuova legge ucraina che impedisce la propaganda del comunismo e del nazismo mette sullo stesso piano più o meno questi due regimi, il che rappresenta una totale distorsione della storia.

Il Partito Comunista dell’Ucraina ha appena sofferto un duro colpo, dopo che il Parlamento ha approvato una legge che bandisce i regimi totalitari comunista e nazista e l’uso di qualsiasi dei loro simbolo nel paese. Il regime che ha guidato il paese fino agli anni ’90 è ora dichiarato illegale.

RT : Questa legge porterà alla fine effettiva del Partito Comunista in Ucraina?

John Foster : Sono sicuro che tutto questo non sarà la fine del Partito Comunista, poiché questo ha o ha avuto fino a 2 anni fa più di 100’000 militanti. E migliaia di comunisti hanno lavorato per il Partito Comunista durante le ultime elezioni che si sono tenute solo qualche mese fa. E anche in una situazione in cui ci sono stati attacchi alle persone e sedi bruciate, comunque il Partito Comunista ha ottenuto il 4% dei voti, cioè centinaia di migliaia di voti. Quindi il Partito Comunista non sparirà, ma dovrà lavorare in condizioni molto dure.

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Obama ammette la partecipazione degli Stati Uniti al golpe in Ucraina

1033494903da mundo.sputniknews.com

Il presidente statunitense, Barack Obama, in un’intervista conferma che gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nel cambio di potere avvenuto in Ucraina all’inizio dello scorso anno

«Putin ha preso determinate decisioni circa la Crimea e l’Ucraina non a seguito di una stategia precisa, ma perché colto di sorpresa dalle manifestazioni del Maidan e dalla fuga di Yanukovich (l’allora presidente ucraino Viktor) dopo che noi decidemmo di mediare nel cambio di potere», ha dichiarato il presidente Usa alla Cnn.

Il 21 novembre 2013, il governo ucraino annunciava la sospensione dei preparativi per la firma di un accordo di associazione e libero scambio con l’UE, provocando un’ondata di proteste conosciute con il nome di Euromaidan, che produssero un cambio di regime da Mosca qualificato come «golpe».

Il 22 febbraio 2014, la Rada Suprema (Parlamento) depose il presidente Viktor Yanukovich per abbandono dell’incarico, modificò la costituzione e convocò il 25 di maggio elezioni presidenziali anticipate, in cui Petro Poroshenko risultò vincitore al primo turno.

Il 16 marzo si è celebrato un referendum in Crimea dove il 96% dei votanti ha sostenuto l’annessione alla Russia.

Kiev da parte sua non riconobbe né i risultati del referendum né l’adesione della penisola alla Russia e lanciò nell’aprile del 2014 un’operazione speciale contro le milizie indipendentiste del Donbass che rifiutarono di riconoscere il cambio di potere.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Auschwitz, a 70 años de la liberación


“El genocidio puede ocurrir cuando ignoramos las señales de advertencia y no queremos actuar”, Eliasson en el acto celebrado en la sede de la ONU, víspera del 70° aniversario de la liberación del campo de Auschwitz-Birkenau convocado por la Misión Permanente de Polonia.
 
Por alguna razón siempre se habla de conmemorar el aniversario de la liberación de Auschwitz, no así con Dachau, liberado el 29 de abril de 1945; Bergen Belsen, liberado a mediados de abril de 1945; y los otros campos de concentración nazi.

Tampoco se suele recordar a otras víctimas del nazismo, como por ejemplo los gitanos; es que a la teoría de la pureza racial se añade el componente socioeconómico, según Hans F. K. Günter, uno de los ideólogos raciales nazis. Los gitanos, quienes de hecho descienden de los arios, procedían de las clases más pobres que se habían mezclado con razas consideradas “inferiores” que encontraron en su paso errante. Éstos fueron señalados para ser exterminados en la misma forma que a los judíos, ya que también eran considerados inferiores racialmente. El destino de ambos grupos era similar. Estaban sujetos a encarcelación, trabajos forzados, deportación a los campos de exterminio. Varios cientos de miles fueron encerrados en los campos de concentración de Bergen Belsen, Sachsenhausen, Buchenwald, Dachau, Mauthausen y Ravensbrück. Los “Einsatzgruppen”, grupos de operaciones nazis, mataron a miles de gitanos en las regiones orientales de Europa ocupados por los alemanes: Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Bełżec, Chelmno y Sobibor.

El 21 de septiembre de 1939, Reinhard Heydrich, jefe de la Oficina principal de seguridad del Reich, se encontró con oficiales de la policía de seguridad y del Servicio de Seguridad, en Berlin, y decidió deportar a 30.000 gitanos alemanes y austríacos del Gran Reich alemán al gobierno general, un territorio dentro de la Polonia ocupada por los alemanes. En abril y mayo de 1940 fueron enviados a Polonia unos 2.500 gitanos. La mayoría al ser privados de comida, murieron como consecuencia del trabajo forzado, los que enfermaban o quedaban incapacitados terminaron siendo fusilados. Otros 5.000 gitanos fueron deportados a Lodz, donde acabaron detenidos en un área separada dentro del ghetto de Lodz, para ser finalmente llevados al campo de exterminio de Chelmno donde murieron en camiones de gas.

La decisión de priorizar las deportaciones de judíos y la oposición de Hans Franck, gobernador general nazi de la Polonia ocupada, hizo fracasar el plan. Sin embargo, tiempo después continuaron las deportaciones de gitanos.
En preparación para su eventual alejamiento de Alemania todos los gitanos hubieron de ser confinados en campos. Con la suspensión de deportaciones de gitanos en 1940, estos lugares se convirtieron en campos de concentración de largo plazo para los zíngaros. Mahrzan en Berlin, junto con Lackenbach y Salzburg en Austria eran de los peores de estos campos; cientos de romaníes murieron a consecuencia de las condiciones horrendas. Irónicamente los alemanes de la zona se quejaban constantemente de los campos, exigiendo la deportación de los gitanos internados ahí para “proteger la moralidad y la seguridad pública”.

La policía del barrio usó estas quejas como apelación oficial a Heinrich Himmler, el jefe de las SS, para que reanudara la expulsión de los gitanos al este. Es así que en diciembre de 1942 firmó una orden para la deportación, permitiendo algunas excepciones que a menudo fueron ignoradas a nivel local. Incluso gitanos que formaban parte del ejército alemán, Wehrmacht, y se encontraban en sus casas con licencias temporarias, fueron capturados y deportados a Auschwitz, donde un campo especial fue establecido para ellos en Auschwitz-Birkenau, el campo de las familias gitanas, el cual estaba plagado de epidemias, tifus, viruela y disentería que redujeron severamente a la población. Familias enteras fueron encarceladas juntas. Los mellizos y enanos eran separados y sujetos a experimentos médicos seudocientíficos conducidos por el SS capitán Dr Joseph Mengele. Aunque no sólo en Auschwitz usaban prisioneros gitanos en los experimentos médicos, sino también en los campos de Ravensbrück, Struthof-Natzweiler y Sachsenhausen.


En mayo de 1944 los alemanes decidieron liquidar el campo de los gitanos. Al rodear los SS el campo, encontraron a los gitanos armados con tubos de hierro y otras armas improvisadas. Los alemanes se retiraron y aplazaron la liquidación. Después, ese mismo mes las SS transfirieron alrededor de 1.500 gitanos que eran todavía capaces de trabajar fuera del campo de las familias. Casi 1.500 más fueron transferidos en agosto. Los gitanos restantes, alrededor de 3.000, fueron asesinados. Sólo en la noche del miércoles 2 de agosto al jueves 3 de agosto de 1944 en Auschwitz exterminaron 2.897 romaníes, bajo órdenes de Heinrich Himmler, en la tristemente recordada Zigeunernacht, la Noche de los gitanos. A la mañana siguiente un oficial de las SS de Auschwitz escribió después del envío de los gitanos a la cámara de gas, “Misión cumplida. Tratamiento especial ejecutado”. “Tratamiento especial”, peor todavía que el que sufrieron judíos, minusválidos, enfermos mentales, homosexuales, comunistas o los miembros de la resistencia, y en resumen sólo en Alemania perecieron entre 500.000 y 600.000. En Dachau los asesinaban el mismo día que llegaban o al día siguiente, simplemente porque habían nacido gitanos.

En los campos de concentración nazis los gitanos fueron literalmente masacrados. Por lo menos 19.000 de los 23.000 gitanos llevados a Auschwitz murieron ahí.

En las áreas de Europa ocupadas por los alemanes el destino de los gitanos variaba de país a país, dependiendo de las circunstancias locales. Los nazis por lo general encarcelaban a los roma y luego los transportaban a Alemania o Polonia para hacer trabajos forzados o para ser exterminados. Muchos gitanos de Polonia, Holanda, Hungría, Italia, Yugoslavia, Albania fueron fusilados o deportados a los campos de exterminio y matados. En los Estados Bálticos y en las áreas de la Unión Soviética ocupadas los einzangruppen, equipos móviles de matanza, mataban roma al mismo tiempo que a los judíos y a los líderes comunistas. Miles de hombres, mujeres y niños gitanos murieron en estas acciones; por ejemplo muchos gitanos fueron fusilados junto con los judíos en Babi Yar, cerca de Kiev. En Francia las autoridades pusieron en práctica medidas restrictivas contra los gitanos incluso antes de la ocupación alemana del país. Las deportaciones de los romaníes empezaron desde la Francia ocupada hacia fines de diciembre de 1941. En la zona no ocupada los oficiales del gobierno de Vichy bajo la supervisión de Xavier Vallat y el Ministerio de los Asuntos judíos, internaron a alrededor de 3.500 roma, la mayoría de ellos fueron enviados a campos en Alemania como Buchenwald, Dachau y Ravensbrück.

Los rumanos no pusieron una política de exterminio sistemática de los gitanos; no obstante en 1941 entre 20.000 y 26.000 gitanos del area de Bucarest fueron deportados a Transnistria en la Ucrania ocupada por los rumanos, donde miles murieron de enfermedades, inanición y el tratamiento brutal. En Serbia en el otoño de 1941 los pelotones de ejecución del ejército alemán, werchmart, mataron a casi toda la población adulta de gitanos junto con la mayoría de los hombres adultos judíos como represalia por la matanza de soldados alemanes realizada por los luchadores serbios de la resistencia. En Croacia los ustachas, los fascistas croatas aliados con los fascistas alemanes, mataron a unos 28.000 gitanos. Muchos gitanos fueron internados y murieron en el campo de concentración de Jasenovac.

No se sabe precisamente cuántos gitanos murieron en el porraimos. Los historiadores calculan que los alemanes y sus aliados mataron entre el 25 y el 50 % de todos los gitanos europeos. Antes de la guerra dicen algunas estadísticas que habían alrededor de 1.000.000 de gitanos en Europa , aunque esto no es muy seguro ya que muchos no estaban empadronados y no había forma de contabilizarlos, por lo tanto el número podía ser muy superior.

Como los judíos, los gitanos fueron víctimas de la ideología nazi, de la política racista que pretendía regenerar la sangre alemana y de la política de crear el espacio para una gran Alemania liberada de elementos impuros extranjeros e inferiores. ¿No suena eso familiar en la actualidad, “impuro, extranjero, inferior”? La eliminación de los gitanos sería mejor aceptada porque ya estaban señalados desde hacía mucho tiempo. La discriminación hacia ellos continúa aún hoy. Ninguna voz se levanta para defender la causa de los gitanos discriminados, esterilizados, perseguidos y exterminados. Ninguna memoria, ninguna indemnización, ninguna conmemoración. En todos estos años muy pocas veces hubierondisculpas. En Rumania sólo una vez, y esto fue después de haber llamado a una periodista “gitana apestosa” en mayo de 2007. El 23 de octubre de 2007 el presidente rumano Traian Basescu se disculpó públicamente por el papel desempeñado por su nación en el Porraimos, genocidio gitano.

Después de la guerra la discriminación contra los gitanos continuó cuando la República Federal de Alemania decidió que todas las medidas tomadas contra los gitanos antes de 1943 eran políticas legítimas del Estado y los gitanos no tenían derecho a restitución. La encarcelación, la esterilización y hasta la deportación fueron consideradas como políticas legítimas. Además la policía criminal de Bavaria asumió los archivos de Robert Ritter, incluyendo sus registros sobre gitanos en Alemania. Ritter el experto racial nazi sobre los gitanos retuvo sus credenciales y volvió a su trabajo anterior en psicología de niños. Los esfuerzos por someter a juicio a Ritter por su complicidad en la matanza de los gitanos terminaron con su suicidio en 1950. El canciller alemán Helmut Kohl reconoció el genocidio contra los gitanos en 1982; para ese momento la mayoría de los gitanos que hubieran tenido derecho a la restitución bajo la Ley alemana ya habían muerto.

En 2012 se inauguró un monumento en Alemania en homenaje a las víctimas gitanas del porraimos, en una esquina del parque Tiergarten, entre las Puertas de Brandemburgo y el edificio del Reichstag.

Sin embargo, no mucho ha cambiado en la Europa de hoy con respecto a la de los años 30 del pasado siglo. Sólo para dar un ejemplo, en la república Checa el 12 de julio de 2013 se realizaron manifestaciones antigitanas en České Budějovice. Los niños de la comunidad gitana checa siguen siendo asignados a escuelas para discapacitados mentales, a pesar de que una sentencia del Tribunal de Derechos Humanos hace siete años haya declarado la práctica como ilegal.

De ninguna manera debemos olvidar la masacre contra los judíos, pero también debemos recordar que hubieron otras víctimas de la locura y la barbarie, y que hoy esa barbarie se está viendo otra vez en la situación actual en Ucrania, con los grupos nazis que masacraron gente en Odessa el 2 de mayo de 2014 y los bombardeos del gobierno de Kiev sobre Donetsk y Lugansk “casualmente” recrudecidos después de los acontecimientos en París; las políticas antiinmigratoriastanto en Europa como en EEUU; las constantes acusaciones infundadas a la comunidad musulmana residente en los países occidentales. México y los países latinoamericanos no se quedan muy atrás, no olvidemos los asesinatos a miembros de la comunidad Quom en Argentina en 2013, grupo que dicho sea de paso en los últimos días ha sufrido nuevas amenazas y golpes.

Me gustaría terminar diciendo “Que la historia no se repita”. Lamentablemente se está repitiendo.
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Bibliografía:

 

Norman Finkelstein: «Charlie Hebdo non è satira, è sadismo»

di Norman Finkelstein

Nella Germania nazista, c’era un settimanale antisemita “Der Stürmer”. Diretto da Julius Streicher, era conosciuto come uno dei sostenitori più accesi della persecuzione degli ebrei nel corso degli anni ‘30. Tutti ricordano le caricature morbose di Der Stürmer sugli ebrei, popolo che in quegli anni doveva affrontare diffuse discriminazioni e persecuzioni.

Le vignette evidenziavano tutti gli stereotipi comuni sugli ebrei: naso storto, l’avidità, l’avarizia.

«Immaginiamo che in mezzo a tutta questa morte e distruzione, due giovani ebrei avessero fatto irruzione nella sede del giornale Der Stürmer e avessero ucciso tutto il personale che li aveva umiliati, degradati, avviliti, insultati», si chiede Norman Finkelstein, professore di scienze politiche e autore di numerosi libri, tra cui “L’Industria dell’Olocausto”. Riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza ebraica e Metodi e demenza [dedicato all’aggressione israeliana contro Gaza].

«Come potrei reagire a questo?», si chiede Finkelstein, che è figlio di sopravvissuti all’Olocausto.

Finkelstein si è soffermato in un’analogia tra un ipotetico attacco contro il giornale tedesco e l’attacco fatale del 7 gennaio scorso, presso la sede di Parigi della rivista satirica Charlie Hebdo, che ha ucciso 12 persone, tra cui il suo direttore e alcuni dei suoi maggiori vignettisti. Il settimanale è noto per il suo contenuto polemico, tra cui le degradanti caricature del profeta Maometto, nel 2006 e nel 2012.

L’attacco ha innescato una massiccia protesta globale, con milioni di persone in Francia e in tutto il mondo che sono scesi in piazza a sostegno della libertà di stampa dietro il grido di battaglia: «Je suis Charlie».

Le vignette del profeta Maometto che Charlie Hebdo ha realizzato «non è satira» e non hanno sollevato un “dibattito”, secondo Finkelstein.

«La Satira genuina si esercita contro di noi, per portare la nostra comunità a pensare due volte le proprie azioni e parole, o contro le persone che hanno potere e privilegio», ha aggiunto.

«Ma quando le persone sono infelici e sconsolate, senza speranza, impotenti, allo stesso modo se voi prendeste in giro una persona senza fissa dimora, non si tratta di satira», ha affermato Finkelstein.

«Questo non è altro che sadismo. C’è una grande differenza tra satira e sadismo. Charlie Hebdo è il sadismo. Questa non è satira».

La «comunità disperata e disprezzata» di oggi, sono i musulmani, ha precisato, citando il gran numero di paesi musulmani in preda a morte e distruzione, come la Siria, l’Iraq, Gaza, il Pakistan, l’Afghanistan e lo Yemen.

«Allora due giovani disperati esprimono la loro disperazione contro questa pornografia politica che non è diversa da quella di Der Stürmer, che in mezzo a tutta questa morte e tutto questa distruzione, dichiarò che era nobilitato a degradare, avvilire, umiliare e insultare i membri di questa comunità. Mi dispiace, può essere molto politicamente scorretto dire questo, ma non ho alcuna simpatia per questi [la redazione di Charlie Hebdo]. Dovevano essere uccisi? Ovviamente no. Ma, naturalmente, Streicher non avrebbe dovuto essere impiccato. Io non ho sentito dire questa cosa da molte persone», ha sottolineato Finkelstein.

Streicher era uno di quelli che sono stati accusati e giudicati al processo di Norimberga dopo la seconda guerra mondiale. Egli è stato impiccato per le sue caricature.

Finkelstein ha fatto riferimento anche al fatto che alcune persone sosterranno il loro diritto di prendere in giro tutti, anche le persone disperate e bisognose, e probabilmente hanno questo diritto, «Ma hai anche il diritto di dire: “Io non voglio pubblicarlo sul mio giornale…”. Quando si pubblica, ci si assume la responsabilità».

Finkelstein ha confrontato le vignette controverse di Charlie Hebdo alla dottrina dei “propositi incendiari”, una categoria di propositi passibili di condanna nella giurisprudenza statunitense.

Questa dottrina si riferisce ad alcune dichiarazioni che probabilmente porteranno la persona contro cui sono diretti a commettere un atto di violenza. Si tratta di una categoria di proposito che non sono protetti dal Primo Emendamento.

«Tu non hai il diritto di emettere propositi incendiari, perché sono l’equivalente di uno schiaffo sul viso e chi li pubblica cerca guai», secondo Finkelstein.

«Beh, le vignette di Charlie Hebdo non sono l’equivalente dei propositi incendiari? La chiamano satira. Questa non è satira. Questi sono solo epiteti, non c’è niente di divertente a riguardo. Se lo trovate divertente, quindi rappresentate gli ebrei con grandi labbra e il naso storto».

Finkelstein ha sottolineato le contraddizioni nella percezione occidentale della libertà di stampa facendo l’esempio della rivista pornografica Hustler, il cui editore, Larry Flynt, fu colpito e restò paralizzato nel 1978 da un serial killer che predicava la supremazia della razza bianca, dopo aver pubblicato foto di sesso interrazziale.

«Non mi ricordo che tutti abbiano lanciato lo slogan “Siamo Larry Flynt” o “Noi siamo Hustler”. Merita di essere attaccato? Ovviamente no. Ma nessuno ha improvvisamente trasformato questo evento in un qualsiasi principio politico».

Per Finkelstein, l’adesione occidentale alle vignette di Charlie Hebdo deriva dal fatto che i disegni mettono in ridicolo i musulmani.

«Il fatto che i francesi descrivano i musulmani come barbari è ipocrita alla luce delle uccisioni di migliaia di persone durante l’occupazione coloniale francese dell’Algeria, e la reazione dell’opinione pubblica francese sulla guerra in Algeria dal 1954 al 1962».

La prima manifestazione di massa a Parigi contro la guerra, «ha avuto luogo nel 1960, due anni prima della fine della guerra», ha ricordato. «Tutti hanno sostenuto la guerra francese di annientamento in Algeria».

Lo scrittore di origine ebraica ha citato il filosofo francese Jean Paul Sartre, il cui appartamento è stato attaccato due volte, nel 1961 e nel 1962, così come gli uffici della sua rivista, “Les Temps Modernes”, dopo aver dichiarato la sua assoluta contrarietà alla guerra.

Finkelstein, che è stato descritto come un “americano radicale”, ha ribadito che le affermazioni occidentali al codice di abbigliamento islamico mostrano notevole contraddizione rispetto all’atteggiamento dell’Occidente verso gli indigeni ai quali hanno occupato le terre durante il periodo coloniale.

«Quando gli europei arrivarono in America del Nord, quello che dicevano circa gli indiani è che erano davvero barbari, perché camminavano nudi. Le donne europee indossavano tre strati di vestiti. E ora camminiamo nudi e proclamiamo che i musulmani sono indietro perché indossano così tanti vestiti».

«Potete immaginare qualcosa di più barbaro di questo? Escludere le donne che indossano il velo?» Si è chiesto, riferendosi al divieto di indossare il velo negli impieghi di pubblico servizio francese emanato nel 2004.

Il lavoro di Finkelstein, che accusa i sionisti di sfruttare la memoria dell’Olocausto per fini politici e denuncia Israele per la sua oppressione dei palestinesi, lo hanno reso una figura controversa, anche all’interno della comunità ebraica.

La sua nomina a professore presso la De Paul University nel 2007, è stata annullata dopo un querelle molto pubblicizzata con il suo collega accademico Alan Dershowitz, un forte sostenitore di Israele. Dershowitz avrebbe fatto pressione sull’amministrazione De Paul, una università cattolica di Chicago, per evitare la sua nomina. Finkelstein, che attualmente insegna all’Università di Sakarya in Turchia, ha dichiarato che questa decisione si è basata su «ragioni chiaramente politiche».

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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