A un anno dall’assassinio di Orlando Figuera

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Esattamente un anno fa la “pacifica” e “democratica” opposizione venezuelana prima accoltellava e poi bruciava vivo Orlando Figuera, un giovane di 21 anni.

Il 4 luglio Orlando sarebbe poi morto. Non ce l’ha fatta a resistere alle ferite riportate.

Orlando fu bruciato vivo perché portava in sé una colpa che in Venezuela può essere fatale: sembrava chavista. Vale a dire che era nero. E nero, in Venezuela come in tanti altri paesi, significa essere tra gli “ultimi”. E gli ultimi a Caracas si sa che sono chavisti. Perché il chavismo gli ha restituito il diritto ad esistere, un’identità, una storia, dignità e valore, oltre a saldare il debito storico che il Venezuela aveva nei confronti di questi suoi figli: sanità, istruzione, casa, acqua, cibo.

E allora devi morire. Letteralmente. Senza fronzoli. Senza scrupoli. Bruciato vivo.

Muori, pezzente.

Muori, ultimo che ti sei rifiutato di continuare a rimanere al tuo posto.

Muori, straccione che hai osato alzare la testa e sfidare chi da sempre comanda.

Muori.

Brucia, perché hai peccato di un peccato grave: lesa maestà.

Oggi, 20 maggio 2018, un anno dopo, si è votato ancora una volta – strana dittatura quella che costruisce processi elettorali così numerosi! Nessuno ci restituirà Orlando. Ma una nuova elezione di Maduro, una nuova vittoria del chavismo, sono l’unica possibilità di continuare sul difficile cammino intrapreso di emancipazione e di transizione al socialismo. L’alternativa è la barbarie. Il Venezuela ce lo mostra con chiarezza. E dovunque la barbarie esca sconfitta non possiamo che gioirne. Perché anche noi lottiamo contro di essa, ogni fottuto giorno delle nostre fottutissime esistenze.

A Orlando.
Ai dannati della terra.

Da Caracas a Napoli di razzismo si muore: Giustizia per Ibrahim!

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da Ex-OPG – Napoli

Ieri abbiamo appreso della morte di Ibrahim Manneh, un giovane ragazzo ivoriano di 24 anni che ormai da cinque anni viveva a Napoli. Ibrahim è morto perché le cure e gli aiuti gli sono stati negati da troppi e quando sono giunti era ormai troppo tardi. Ibrahim è morto di mala sanità e di razzismo.

Perché di razzismo si muore e non solo qui in Italia. Abbiamo tutti negli occhi le immagini delle diverse scene riprese in tante – purtroppo – città statunitensi in cui cittadini neri sono stati uccisi da coloro che sarebbero preposti al mantenimento dell’ordine, le forze di polizia.

Meno noti, perché difficilmente arrivano sulle pagine e sui video dei media mainstream (o, quand’anche arrivano, fanno capolino in maniera del tutto distorta e fuorviante), i casi di razzismo che si sono verificati nelle ultime settimane in Venezuela. Nel paese, settori dell’opposizione al governo del presidente Maduro sono stati protagonisti di violenze di strada di cui sono stati vittime tanti uomini e tante donne, spesso per il colore della pelle. Come per il caso di Orlando Figuera, un giovane cui manifestanti dell’opposizione hanno appiccato il fuoco – sì, lo hanno bruciato vivo in strada – per il solo fatto di esser stato riconosciuto come “chavista”, proprio perché nero. E il suo caso è forse solo il più eclatante, ma non certo l’unico.

Sì, perché in Venezuela, per questi settori violenti dell’opposizione, esser nero significa quasi automaticamente essere chavisti. Vorrebbero probabilmente ricacciarli nella marginalità e nell’esclusione cui erano costretti all’epoca della IV Repubblica, quando a governare erano le oligarchie locali in combutta con l’imperialismo statunitense. Oggi invece i neri sono cittadini a tutti gli effetti perché 19 anni di governi bolivariani, prima del comandante Chàvez e oggi di Nicolàs Maduro, hanno prodotto inclusione e partecipazione, due parole d’ordine della rivoluzione bolivariana.

Anche per questo sentiamo il dolore per la morte di Ibrahim nel profondo dei nostri cuori. È una morte che ci addolora e che ci fa capire, ancor più chiaramente, che in questo sistema non esistono purtroppo isole felici. Che dobbiamo impegnarci, ognuno a partire dal luogo in cui si trova, affinché non si possa più morire in queste condizioni.

Oggi ci stringiamo agli amici di Ibrahim e a tutti quelli che si stanno impegnando affinché la sua morte non cada nel dimenticatoio.

Verità e giustizia per Ibrahim! 

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