Forze produttive, sanità pubblica, contrasto all’epidemia

di Adriano Ascoli e Ciro Brescia

* A distanza di due settimane dalla pubblicazione, e dopo oltre un anno dai precedenti articoli “Il Covid dà i numeri!” e “Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale“, oltre alla conferma del risultato cinese, del Vietnam e di altri Paesi, è interessante lo studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica The Lancet dove si evidenziano in forma comparativa gli effetti e le conseguenze, in termini di impatto sulla vita sociale, sulle conseguenze sanitarie, sulle conseguenze sul piano economico delle due vie: la via delle mezze misure seguita ad esempio dai paesi europei e la via di un contenimento stretto quanto delimitato nel tempo. Lo studio, sulla base di dati e raffronti tra i due differenti approcci, va nella direzione di confermare nella sostanza quanto qui affermato dal marzo 2020 nei suddetti precedenti articoli. *

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Scriviamo queste note esprimendo la nostra piena solidarietà alla compagna Pia Panseri e al compagno Gianfranco Fornoni del Comitato Popolare Verità e Giustizia per le vittime della Covid-19 di Bergamo[1], colpiti dalla repressione per il loro impegno sociale e politico al fine di far emergere la verità sui responsabili della strage quotidiana che stiamo vivendo, a causa della mala gestione della pandemia da parte dello Stato, delle istituzioni centrali e regionali, delle politiche antipopolari da essi attuate nel nostro paese. Con queste righe vogliamo dare il nostro contributo alla riflessione collettiva su un tema oggi centrale: troppo spesso prevale una lettura della nuova fase pandemica confusa, quindi subalterna e funzionale alle narrazioni delle classi dominanti. Una polarizzazione controllata, spinta tanto nel mainstream quanto nel suo lato oscuro, tende a confondere e intossicare la percezione ed i pensieri di gran parte della popolazione. Riteniamo esiziale fare concessioni a questa polarizzazione nella ricerca di facile e spicciolo consenso, quando invece la situazione richiede un ragionamento rigoroso.

 

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Come è possibile che alcuni paesi arretrati nel loro sviluppo infrastrutturale, come Cuba ed altri – nonostante siano colpiti dalle criminali sanzioni internazionali da parte dei paesi imperialisti – abbiano ottenuto apprezzabili risultati rispetto alla lotta contro la pandemia da Covid-19, al contrario di ciò che sta accadendo nel nostro paese in un contesto di maggiore sviluppo delle forze produttive e spesso con un sistema sanitario – dal punto di vista delle infrastrutture e delle risorse disponibili – assai più evoluto? Ciò è stato possibile perché questi paesi si sono dati gli strumenti adeguati per fare fronte all’emergenza grazie ad una differente organizzazione della società, e lo hanno dovuto praticare facendo di necessità virtù poiché sono paesi che non godono di forze produttive ed infrastrutture sviluppate, capillari ed articolate di cui invece sono dotati i paesi più ricchi, i paesi imperialisti come lo è l’Italia (nonostante i quarant’anni di tagli alla sanità pubblica e le concomitanti privatizzazioni, il sistema sanitario italiano continua ad essere tra i più avanzati). Nel caso dei paesi che hanno al loro attivo il compimento di un processo rivoluzionario – nelle differenti varianti di socialismo ed anti-imperialismo – abbiamo visto la mobilitazione di organizzazioni di massa strutturate nei diversi ambiti della vita sociale e lavorativa, politica e culturale; queste non hanno solo improvvisato ma in qualche misura hanno agito sulla base di decenni di esperienza e di lavoro teorico e pratico, combinandoli con i necessari livelli di mobilitazione e direzione determinanti per far fronte all’emergenza. Organizzazioni che rispondono ad un comando unitario, che fanno capo a una direzione politica tendenzialmente chiara e coerente, ad una linea politica non certo improvvisata ma che ha una continuità sviluppatasi in decenni di costruzione dopo il trionfo della Rivoluzione nel loro paese.

 

Una linea che nel caso cinese e di molti altri paesi che hanno seguito quell’esempio, ha posto al centro la tutela della salute collettiva e i criteri scientifici, quale pilastro per un contrasto immediato all’epidemia, minimizzando sia il danno sanitario sia quello socio-economico, con interventi precoci e limitati nel tempo. In questi paesi – è necessario sottolineare, ancora una volta, questo concetto – i loro dirigenti ed i loro popoli hanno dovuto fare di necessità virtù puntando principalmente sulla prevenzione, per evitare di dover agire poi con strumenti di cui in generale sono scarsamente dotati e per evitare di cadere in una crisi ingestibile. I paesi imperialisti dotati di strumenti in teoria più avanzati, in realtà hanno fallito sul terreno del contenimento dei contagi cacciandosi in un pantano. Non hanno attuato una strategia di contenimento del contagio, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Nella Repubblica Popolare Cinese, così come in altri paesi, non hanno aspettato che arrivassero medicine specifiche o vaccini (che ancora non sono pronti e sufficienti, visto che i paesi imperialisti se li sono accaparrati, a cominciare dagli USA, dalla GB e da Israele, e a ruota gli altri paesi della UE e che le capacità produttive su scala planetaria continuano ad essere limitate). In Cina si sono dati da fare confinando – attraverso una capillare mobilitazione ed organizzazione di massa – la popolazione dove, come, quanto e quando è stato necessario farlo; così ne è uscita la Cina, così ha fatto la Corea popolare, chiudendo ancora più ermeticamente i suoi confini, così ha fatto il Vietnam, così ha fatto Cuba, mantenendo viva l’esperienza accumulata in ambito epidemiologico dall’URSS nel secolo passato, investendo nella ricerca scientifica fino alla progettazione e realizzazione di vaccini e medicamenti specifici. Nei principali paesi imperialisti e diretti da governi neoliberisti, si è lasciato correre il virus più o meno liberamente e con misure ogni volta tardive, fino ad arrivare a perdere il controllo dei contagi e a registrare decine di migliaia, centinaia di migliaia di morti (come in USA o in Brasile, ma anche dalle nostre parti). Abbiamo visto i balletti delle zone colorate, con i dati occultati o addomesticati dagli amministratori al fine di evitare misure necessarie. Chi ha attuato un vero contenimento, invece che una relativa mitigazione cronica, ha fermato TUTTO quando necessario, ma per un periodo breve e poi ha riaperto quasi tutto, minimizzando tanto i danni umani quanto quelli economico-sociali. Bene ricordare come i paesi che hanno attuato questa strategia vincente hanno fermato quando necessario e per periodi molto limitati anche fabbriche e pendolarismo ed ogni attività non strettamente essenziale. In Italia al contrario le fabbriche nel cuore dei focolai padani non chiusero neppure nel marzo-aprile 2020 e l’epidemia dilagò così in mezzo mondo nel giro di pochi giorni, mentre tra i principali leaders politici andavano di moda aperitivi sui navigli e scaramantiche negazioni della tempesta che stava arrivando.

 

Per completezza va menzionato che persino alcuni paesi non certo socialisti, come Israele (da non tacere la negazione criminale dei vaccini alla Palestina, come i paesi occidentali con le sanzioni) o l’Australia, hanno ottenuto risultati positivi al proprio interno proprio contenendo la circolazione della popolazione per periodi limitati, al fine di garantirsi la possibilità di “ritornare alla normalità” o per affrontare in sicurezza la fase della vaccinazione massiva. Questo dimostra che non bisogna aspettare di diventare un paese socialista per attuare le necessarie misure di prevenzione basate su criteri scientifici confermati dall’esperienza; lo si può fare già da subito se c’è la necessaria volontà politica per farlo. Anzi, nella misura in cui i movimenti popolari riescono ad imporre l’applicazione delle necessarie misure di prevenzione, questi saranno utili trampolini di lancio per avanzare con più forza e determinazione verso l’instaurazione del Socialismo.  

Incrociando i dati sulla mortalità generale dei principali paesi si può con facilità evidenziare come i decessi conseguenti all’epidemia covid-19 sono stati ampiamente sottostimati, e lo sono ancora. I paesi come il nostro che non hanno optato per un rigido controllo dei contagi e con un distanziamento anticipato nel momento opportuno (all’inizio di ogni ondata epidemica, prima di ogni repentino balzo esponenziale dei contagi) hanno dovuto agire con successive misure ad ampio spettro e prolungate nel tempo, o con mezze misure che per non scontentare nessun settore politico o della popolazione hanno finito poi per scontentare praticamente tutti. Gli unici che non a caso ne hanno tratto invece grande giovamento sono stati i grandi speculatori finanziari e capitalisti loro affini, in particolare il settore dell’industria da Export, i quali in molti casi non hanno fermato la produzione neppure una settimana, ciò a scapito di ogni altro ambito sociale ed economico penalizzato da misure prolungate. Trasmissioni e talk-show hanno sezionato perfino le buone abitudini intime, ma fabbrica, call-center e pendolarismo non li hanno nominati neppure i vari decreti, eccetto nel primo ed unico lockdown della primavera 2020, dopodiché entrò in scena il dicktat del potere economico sintetizzato nello slogan “convivenza con il virus”. Per occultare la propria impreparazione non potevano fare altrimenti. Le misure prese in prossimità del picco epidemico attenuano solo gli esiti più catastrofici sul sistema sanitario, ma non evitano decine di migliaia di vittime ogni volta, quando invece sarebbe opportuno e necessario “fare come la Cina” per mettere sotto controllo la diffusione dei contagi: lockdown (con connessi test e tracciamento massivi) per un periodo limitato ma anticipato e coordinamento di tutti i settori e delle organizzazioni di massa – nel caso italiano si tratta di tutto il tessuto del terzo settore, associativo e del volontariato che esiste e stimolando la creazioni di reti di solidarietà popolare apposite, realtà queste che pure hanno cominciato a nascere per fare fronte all’emergenza. È mancata la volontà politica istituzionale, da una parte, tirata da ogni lato nella subalternità agli interessi dei grandi gruppi economici, e la capacità, autonomia e forza dei comunisti, dall’altra, di individuare e proporre a tempo le misure da mettere in campo, le decisioni tempestive da attuare, lasciandosi spesso influenzare da scelte opportunistiche e di comodo o dalla subalternità diffusa ed alimentata ad arte dai padroni tra le larghe masse (codismo). Le forze politiche o sindacali organizzate – con poche eccezioni – non hanno chiesto e rivendicato di prendere misure energiche di contenimento all’inizio e non a metà di ogni ondata di contagi. In questa fase – quella delle decisioni – hanno spesso prevalso mobilitazioni funzionali chiedendo aperture, quando era invece il momento di chiudere tutto anche per pochi giorni per ottenere risultati significativi e duraturi. Si è rimasti subalterni a chi non voleva misure di contenimento, col risultato che i danni sanitari in termini di morti e casi gravi, i contagi di lavoratori e delle loro famiglie, e i danni per l’economia diffusa e la vita sociale, sono stati ogni volta maggiori. Se da un lato la denuncia delle evidenti responsabilità di alcuni amministratori (vedi il caso dell’amministrazione Fontana della Lombardia palesemente subalterna alle linee dettate da Confindustria) nella diffusione del contagio fu oggetto di una positiva campagna alla fine della scorsa primavera, dall’altro non ne è seguita una politica ed una aggregazione conseguente nel periodo successivo, quando alcuni prezzolati parlavano di “virus scomparso”, o quando goffamente chi aveva responsabilità nel prendere decisioni negava l’inizio della seconda e della terza ondata, evitando così i necessari interventi tempestivi di contenimento.

In mancanza di una copertura vaccinale non c’è alternativa all’operare un contenimento basato sul controllo del contagio, con fermi rapidi e concentrati nel tempo, per evitare quella cronicità di mezze misure che tanto danno ha arrecato alla vita sociale senza risolvere gli aspetti sanitari. Tutto ciò non è conseguenza del caso, ma del calcolo di chi ha considerato quale aspetto centrale non la salute collettiva e la tutela delle condizioni materiali sociali ed economiche del popolo, ma piuttosto il PIL, il fatturato ed i profitti delle grandi imprese capitaliste che, a ben guardare, in molti casi non hanno perso neppure un giorno di attività, ma a chi ha perso la vita per questo cinico calcolo non hanno pagato neppure il funerale.

La magistratura dello Stato italiano, così solerte nell’indagare chi ha denunciato le conseguenze di questo massacro sociale e materiale (e qui di nuovo va reiterata tutta la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni inquisiti)[2], con oltre centomila decessi in più nel 2020 ed una aspettativa di vita calata di almeno un anno, poco si è occupata della mancanza di sicurezza e controlli nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nella rete della logistica; veri volani del contagio assieme ad un pendolarismo che ha visto scarsi interventi sulla rete del trasporto pubblico. I grandi luoghi di lavoro devono essere monitorati con test e tamponi a campione di tutto il personale e se necessario provvedere a chiusure per alcuni giorni. Necessario provvedere ai ristori e garantire il salario per i dipendenti nei luoghi di lavoro dove si verificano eventuali focolai che altrimenti si trasformano, come avvenuto, assieme al pendolarismo, in volano del contagio. Test su tutti i dipendenti e riapertura in sicurezza dovrebbero essere al centro delle rivendicazioni sindacali.

Su questo punto bisogna essere chiari ed espliciti: di fronte ad una epidemia il disciplinamento dei movimenti della popolazione in funzione degli interessi stessi delle larghe masse della popolazione, è imprescindibile e contro questa necessità cadono tutte le illusioni e le chiacchiere liberali fuori tempo massimo sulla presunta “libertà di movimento” come valore assoluto che non esiste in nessun paese socialista (e a ben vedere neppure nei paesi di tradizione liberale).

Su questi aspetti i comunisti non possono nicchiare, come sui vaccini che devono essere rivendicati come un diritto di ogni essere umano e non essere soggetti a mercificazione, benché attualmente i prezzi siano regolati non dalla “legge del libero mercato” ma da accordi tra stati (tra i quali è però in corso una partita geopolitica con evidenti venti di guerra). La priorità e l’accesso a questi strumenti bisogna che sia soggetta al più stretto controllo pubblico e popolare organizzato e cosciente, non perché altrimenti non siano attendibili i vaccini nel loro aspetto “merceologico” (quasi  tutti  gli strumenti che usiamo nella nostra vita, inclusi i medicinali, il computer di chi scrive e quello di chi legge, sono realizzati in regime capitalistico, il che non implica che non funzionino) ma perché, come vediamo, il meccanismo della competizione e del confronto geopolitico porta a rallentare ciò di cui ci sarebbe forte urgenza e necessità. I comunisti sono contro la globalizzazione capitalistica ed il “neoliberismo”, non sono contro la necessaria globalizzazione delle forze produttive, poiché questa è parte dello sviluppo del carattere collettivo di tali forze e della loro natura sociale. I comunisti non sono luddisti che si scagliano contro le macchine, contro la scienza e la tecnologia, contro la razionalità, ma lottano per sottrarre queste macchine, questa tecnologia e questa scienza al controllo delle attuali classi dominanti fino a metterle sotto la direzione di un governo che ne difenda autenticamente e coerentemente gli interessi popolari. Questi aspetti, proprio per non rimanere sospesi sulla nube dei massimi sistemi, è necessario che siano oggetto di un programma condiviso per un governo di emergenza popolare, raccogliendo le voci e le forze presenti non solo delle ristrette cerchie militanti, ma dei lavoratori organizzati sui proprio posti lavoro e della diffusa rete delle organizzazioni popolari e territoriali. Non bisogna alimentare letture irrazionalistiche e retrograde, come le psicosi contro i vaccini che razionalmente e scientificamente non hanno alcuna ragion d’essere, o altre tendenze reazionarie che pure si sono fortemente sviluppate in molti paesi, incluso il nostro.

Se tra le larghe masse della popolazione ci sono settori che in maniera del tutto legittima nutrono dubbi sui vaccini, o si mostrano subalterni ad alcune tendenze di tipo oggettivamente reazionario, bisogna trascinare loro con l’esempio non “a fare la guerra ai vaccini” ma indirizzare questo rifiuto verso le classi oggi dominanti (ma non più dirigenti), ossia verso chi è responsabile di speculazioni o giochi geopolitici per i quali la salute del popolo non vale nulla (non contro i centri vaccinali o le ambulanze o i lavoratori del sistema di salute pubblico!), ossia verso chi ogni volta ha compiuto la scelta calcolata di non agire tempestivamente nelle misure di contenimento per non toccare determinati interessi in tutta evidenza considerati – in questa società capitalistica – più importanti del bene supremo della tutela della salute collettiva e della vita di centinaia di migliaia di persone. Questo è il modo migliore per avere la certezza che cure e vaccini saranno utilizzati al meglio, nel pieno interesse nostro e non di chi specula su medicine e vaccini o su qualsiasi altra scoperta scientifica ed invenzione tecnologica, esattamente come avviene con ogni altra merce in regime capitalistico.

La situazione attuale in Italia ed in Europa è oggi coperta con una campagna di discredito della stessa strategia vaccinale, confondendo la normale prassi di sicurezza e farmacovigilanza con una propaganda terroristica circa l’uso dei vaccini, con le autorità europee che non sono in grado di garantire una vaccinazione in sicurezza lontano da continui picchi epidemici. Giochi di tipo geopolitico su aspetti che riguardano la tutela della salute collettiva – anche qui è bene rimarcarlo – frenano la possibilità di una più ampia disponibilità di dosi vaccinali (ad esempio ritardando la valutazione dei vaccini di produzione russa o cinese), limitano la massima disponibilità nel ricevere i necessari quantitativi di dosi dai differenti produttori, alzano barriere e campagne di discredito dettate dalla concorrenza tra differenti produttori, brevetti e stati, e frustrano ciò che dovrebbe essere al centro dell’interesse pubblico.

Sappiamo che i comunisti non sono riusciti sino ad oggi ad instaurare il socialismo in nessuno dei paesi compiutamente imperialisti, ossia in nessuno di quei paesi dove le forze produttive hanno raggiunto uno sviluppo più avanzato rispetto ai paesi (semi)feudali e/o (semi)coloniali. Assistiamo ad una innegabile marginalità politica e un sensibile ritardo nella comprensione della nuova fase pandemica. Il Movimento Comunista Cosciente ed Organizzato del secolo scorso è riuscito storicamente ad instaurare il socialismo solo in alcuni di questi paesi (semi)feudali e/o (semi)coloniali attraverso Rivoluzioni Antimperialiste, Guerre di Liberazione Nazionale e Rivoluzioni di Nuova Democrazia, trasformando la guerra imperialista in guerra civile contro la Borghesia Imperialista, durante la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale (grossomodo dal 1917 al 1976), dalla Russia che fu zarista alla Cina che fu feudale, da Cuba al Vietnam, dalla Corea popolare al Laos, dai paesi dell’est Europa fino ad alcuni paesi africani, oltre alle esperienze rivoluzionarie latinoamericane, dove per lunghi periodi le forze antimperialiste e comuniste hanno affermato un controllo territoriale, pur non riuscendo a conquistare il potere. Sappiamo che i limiti ideologici e gli errori dei comunisti nei paesi imperialisti non hanno consentito loro di avere il successo necessario per evitare che il Movimento Comunista Internazionale rifluisse. Ossia, la Rivoluzione Proletaria ha trionfato solo in quei paesi in cui le forze produttive e le infrastrutture non erano ancora pienamente sviluppate, come invece lo sono nei paesi imperialisti. Lenin stesso mise in evidenza che nei paesi oppressi sarebbe stato più semplice far trionfare la Rivoluzione Proletaria, ma era più difficile costruire il Socialismo; viceversa nei paesi imperialisti più difficile sarebbe stato far trionfare la Rivoluzione (cosa poi ancor più vera alla luce del successivo sviluppo dei regimi di controrivoluzione preventiva negli stati borghesi) e più facile costruire poi il Socialismo visto il più avanzato sviluppo del carattere collettivo delle forze produttive. Anche nei paesi imperialisti si fecero largo a più riprese tendenze revisioniste, non scientifiche, non rivoluzionarie, fino a sfociare nelle tendenze principali del revisionismo moderno, ma giusto cento anni fa, proprio in un contesto di crisi irrisolta post-bellica e post-pandemica presero corpo mobilitazioni di massa di tipo reazionario che le classi dominanti seppero indirizzare nel movimento fascista. Non sono mancati in questi mesi episodi e mobilitazioni dalle caratteristiche ambigue, quando non apertamente reazionarie, affermando l’inesistenza di una emergenza che ha accorciato di un anno l’aspettativa di vita in Italia, determinando oltre centomila morti in più nel numero di decessi annuale. Sono in errore coloro che hanno individuato come nemico le necessarie forme di tutela e di prevenzione sanitaria, o la ricerca dei vaccini, e non ad esempio il fatto che queste misure, se sono state scarsamente efficaci e di durata interminabile, è proprio perché la scelta è stata ogni volta quella di negare l’emergenza e l’intervento tempestivo, in favore dell’attività economica e produttiva immediata. Vediamo dopo un anno i risultati di questo approccio reiterato, fatto di ritardi e mezze misure. Risultati tragici sia sul piano sanitario sia su quello socio-economico.

 

Come afferma il compagno Fabrizio Chiodo – che dell’argomento in tutta evidenza se ne intende essendo collaboratore del centro Finlay de la Habana per la produzione dei vaccini cubani – la concezione stessa della vaccinazione contraddice gli interessi del capitalismo perché si basa sulla prevenzione più che sulla cura. È ormai noto, infatti, che prevenire è meglio che curare, ma curare invece che prevenire risulta in genere più redditizio per le speculazioni ed il parassitismo dei capitalisti, delle loro farmaceutiche, dei sistemi di salute privati. La prevenzione (e quindi anche gli strumenti della vaccinazione che ne sono parte imprescindibile) è la più efficace arma che l’organizzazione socialista della società può valorizzare al meglio. Il fallimento dell’ideologia del “libero mercato” e della crisi del modo di produzione capitalistico di fronte all’emergenza è oggi innegabile. Tutto ciò pone all’ordine del giorno la necessità dell’instaurazione del Socialismo come risposta a questa e alle grandi emergenze che affliggono l’umanità, in quanto modello di sviluppo calibrato sulle necessità umane. La prevenzione e la salute collettive valorizzate al meglio saranno al centro delle battaglie dei prossimi anni. Una sfida per i paesi socialisti ed antimperialisti ma anche nei paesi in cui il Socialismo non è stato ancora instaurato. Il Socialismo è prevenzione prima ancora che essere cura!

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[1]              Un Comitato Popolare non  addomesticato e che mette in evidenza pubblicamente le responsabilità di Confindustria e delle autorità istituzionali ad essa subalterne per la strage causata dalla male gestione della pandemia nella Bergamasca inevitabilmente finisce “attenzionato” e criminalizzato da chi ha tutto l’interesse a screditarlo (vedasi la omonima pagina fb del Comitato Popolare).

[2]              https://bgreport.org/procura-indaga-militanti-bergamaschi-lasciando-indisturbata-confindustria.html

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* A distanza di due settimane dalla pubblicazione, e dopo oltre un anno dai precedenti articoli “Il Covid dà i numeri!” e “Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale“, oltre alla conferma del risultato cinese, del Vietnam e di altri Paesi, è interessante lo studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica The Lancet dove si evidenziano in forma comparativa gli effetti e le conseguenze, in termini di impatto sulla vita sociale, sulle conseguenze sanitarie, sulle conseguenze sul piano economico delle due vie: la via delle mezze misure seguita ad esempio dai paesi europei e la via di un contenimento stretto quanto delimitato nel tempo. Lo studio, sulla base di dati e raffronti tra i due differenti approcci, va nella direzione di confermare nella sostanza quanto qui affermato dal marzo 2020 nei suddetti precedenti articoli. *

 

Su The Lancet un confronto tra i risultati della strategia di mezze misure di mitigazione (interventi graduali di mitigazione mirati a non sovraccaricare il sistema sanitario e senza impatto su quello produttivo) e quelli conseguiti tramite la strategia #zerocovid di eradicazione tramite contenimento stretto del contagio, test massivi, tracciamento, riaperture.

Dal confronto emerge tra l’altro:

– Sul piano sanitario, i decessi da COVID-19 per 1 milione di abitanti nei paesi OCSE che hanno optato per la strategia di contenimento e eradicazione (Australia, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud) sono stati circa *25 volte inferiori* rispetto ai paesi OCSE che hanno preferito la mitigazione delle mezze misure e la “convivenza con il virus”, tra cui l’Italia del dopo lockdown dello scorso anno.

– Chi pensa che la tattica di mezze misure sia servita a “tutelare l’economia” in generale, può vedere come nei cinque paesi che hanno optato per la strategia di contenimento ed eradicazione territoriale, la crescita del PIL è tornata ai livelli pre-pandemia già all’inizio del 2021, viceversa da noi la crescita è ancora negativa e così negli altri paesi OCSE che hanno seguito la via tortuosa delle mezze misure. In particolare ciò è avvenuto per non fermare produzione e grandi attività, anche solo due settimane all’inizio di ogni ondata, prima di una forte crescita numerica esponenziale. Si è sommato al costo in vite umane quello economico sociale, con un impatto disastroso sull’economia diffusa e sulle attività culturali. In pratica sull’altare del profitto da export si è sacrificata la vita di decine di migliaia di persone, oltre alle condizioni materiali di esistenza di milioni di lavoratori, con le piccole attività sul lastrico e con i licenziamenti alle porte.

– Chi ha abbaiato che “ci chiudono in casa” ai tempi del primo ed unico lockdown, incoraggiando le mezze misure prolungate, potrà constatare che per quanto riguarda le restrizioni, le libertà sono state più gravemente colpite nei paesi OCSE che hanno scelto la mitigazione e le mezze misure. Infatti le misure energiche di blocco rapide, adottate dai paesi che puntano al rapido contenimento, al controllo dei contagi fino alla eradicazione di ogni focolaio, la veloce soluzione del problema ha portato rapidamente alla normalità la vita sociale e l’economia diffusa, come del resto già dimostrato dal successo storico nella Repubblica Popolare Cinese sotto la direzione del PCC e delle locali autorità scientifiche e sanitarie.

Alcuni pensano che il dibattito tra la mitigazione delle mezze misure e la strategia di contenimento sia una questione accademica, priva di interesse politico o oggetto di una inutile polarizzazione, perché presto il vaccino risolverà ogni problema, o perché l’arrivo dell’estate farà dire ancora di virus clinicamente scomparso (ma non usciamo quest’anno dal lockdown di Conte, bensì dalla linea Bolsonaro di Draghi). In realtà, decenni di esperienza dicono che i vaccini da soli non sono risolutivi e non in tempi brevi, i vaccini possono mitigare ma non risolvere magicamente.

L’eradicazione del vaiolo ha significato una lotta decennale e la vaccinazione è stata accompagnata da campagne di comunicazione e impegno pubblico, test sulla popolazione, tracciamento, lo stesso con la polio. Ciò che si fa’ con le epidemie, deve essere fatto pure col covid se vogliamo levarcelo di torno, se non vogliamo restare condizionati e succubi per lunghi anni di questa situazione, esposti a tutti i rischi che comporta.

Chi dopo un anno, in ambito politico, insiste nel ritardo, non assume una posizione, non ha una linea sul da farsi per uscire dall’emergenza, resta accondiscende con le varie tesi minimizzatrici utili al capitale, quando non degne del regno di Q o di ByoBlu o altri propagandisti dell’irrazionalità, mostra incapacità di analisi della realtà concreta e/o malafede. Nei due casi tremenda subalternità ad una classe politica ed industriale tra le peggiori al mondo, dalle quali dipende una tragedia senza precedenti recenti, sia umana che sanitaria ed economica sociale.

Link The Lancet 28 Aprile 2021: thelancet.com

Grazie ad Alessandro Ferretti per le considerazioni e la segnalazione dell’articolo

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Potrebbe essere un meme raffigurante 1 persona e il seguente testo "IO ETERNAMENTE GRATO AI CUBANI CHE CI HANNO NEL MOMENTO DEL BISOGNO"

Italia: Reflexiones sobre la pandemia y la validez del distanciaminto social

L'immagine può contenere: una o più personepor Adriano Ascoli

Muchos creen que la cuarentena, el distanciamiento social y otras medidas de contención son el resultado de un engaño, como si el problema de una epidemia que está trastornando al mundo no fuera real. Sería una excusa, según otros, destinada a suprimir todos los derechos, los más imaginificos y conspiranoicos lo han considerado una conspiración para dañar a Italia y un invento sería el terrible número de muertes (tal vez el doble de lo declarado, con una mortalidad absoluta en algunas provincias más de cuatro veces el promedio estacional). Todo esto sería según ellos como cualquiera de las muchas “fake news”.

Intento explicar mi punto de vista y por qué todo esto no es una farsa o algo instrumental en absoluto.

Nessuna descrizione della foto disponibile.Por supuesto, la acusación contra los responsables de la masacre debe ser firme (principalmente por no haber cerrado la zona del entonces brodo de coltura de Europa en Lombardía, una de las zonas más industrializadas del país). Al horror de los ancianos que murieron en la RSA y al contagio culpable de miles de pacientes y trabajadores del sistema de salud, hay que añadir las otras víctimas -que ciertamente no son pocas- de un sistema de salud que se derrumbó y que, por lo tanto, no pudieron recibir una atención adecuada. Otra causa es la no aplicación de los protocolos de seguridad, la no búsqueda, chequeo y aislamiento de las personas infectadas y la no utilización de los dispositivos de protección, empezando por las máscaras que se suministran con casi dos meses de retraso. Un delito cometido, en particular en la región de Lombardía, en el altar de la máxima ganancia de los empresarios industrial y el entrelazamiento de los empresarios y administradores con la propiedad de instalaciones sanitarias privadas, algo que ha llevado a la propagación del virus en todo el país y más allá. Una terrible carga de dolor que todos estamos pagando sin saber cómo y cuándo terminará.

L'immagine può contenere: una o più personeLos científicos chinos que han estado advirtiendo sobre el peligro desde enero, y siguiendo a la OMS y a la comunidad científica mundial en su prevalencia, calculan un grado de contagio para este virus de aproximadamente uno a tres. Es un contagio rápido y, por lo tanto, alarmante (incluso si hay otros más altos como el sarampión, que es de uno a trece). Los expertos ahora dicen que un Coronavirus positivo infecta a un promedio de dos personas (2.5). Esto indica una tendencia numérica precisa, poniendo de uno a tres: 1, 3, 9, 27, 81, 243, 729, 2187, etc. Este crecimiento medio, confirmado por la tendencia tanto en China como en Italia, indica una progresión en sí misma que puede limitarse si interviene un espaciamiento, si se utilizan dispositivos de protección, si, en definitiva, se reducen drásticamente los contactos.

¿Funciona o no funciona el espaciamiento actual en Italia? Aunque es incompleto y parcial funciona, porque de lo contrario la progresión numérica, sobre todo en las regiones de contaminación reciente (donde no había habido anteriormente una mortalidad debida al virus en cuestión), ya sería visible con un aumento neto de enfermos y el consiguiente aumento del porcentaje de muertes, calculado en torno al 1,5% de letalidad (en China indicaba inicialmente un temible 3%). Parecen porcentajes bajos pero la influencia española en los años 1918-21 llevó una letalidad del 2% (2,04) sin embargo, golpeando a casi toda la población mundial, en tres años diezmó el planeta. También este virus podría infectar a miles de millones de personas en unos pocos meses. Este porcentaje, aparentemente pequeño, se traduciría entonces en una enorme cantidad de muertes, a las que habría que añadir millones de personas curadas, incluso en edad productiva, muchas de ellas con enfermedades pulmonares crónicas como la fibrosis pulmonar: un desastre para cualquier sistema sanitario y productivo que ha hecho correr a diferentes medidas, con retraso criminal, incluso a aquellos países que han jugado la propaganda de la “simple influencia” (la misma propaganda que llevan en Italia algunos grupos industriales del norte del país). De ahí la alarma generalizada. Es evidente que el capitalismo y, en particular, los regímenes neoliberales, que vemos en Lombardía, que vemos en Nueva York, empeoran las cosas al impedir un enfoque de contención, dada la ausencia de una vacuna y la prevalencia de intereses económicos estrechos e inmediatos, cuán miopes e inhumanos. Pero si, por ejemplo, viviéramos en condiciones similares a las de hace unos pocos siglos, el crecimiento numérico sería similar y en ausencia de medidas de aislamiento la humanidad se vería fuertemente afectada. Es decir que en ausencia de un tratamiento temprano adecuado o de una vacuna, en cualquier formación socioeconómica, la única respuesta adecuada a una epidemia de este tipo sería el distanciamiento, que es lo que hacían los antiguos. Otro ejemplo se refiere a algunos países como Viet Nam o Venezuela, donde las técnicas de aislamiento y contención inmediata han logrado resultados que han obstaculizado la propagación de la epidemia en su fase inicial, como lo ha reconocido la OMS (despertando la ira de la administracion de EE.UU.).L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e testo Ni siquiera Hong Kong y las dos Coreas permitieron que la epidemia se extendiera.

Es decir, también se puede observar cómo en algunos países, de forma espontánea, este tipo de epidemia se ha propagado por el momento en zonas económicamente desarrolladas, donde hay un intenso intercambio económico y social y en los barrios de vida nocturna; por el contrario, este desarrollo del contagio no parece favorecerse en los barrios populares, donde el estilo de vida predominante está más retraído y reducida es la propia actividad económica. Por ejemplo, el contagio se ha extendido a Montevideo en la zona de Carrasco y Pocitos, zonas bastante exclusivas típicamente frecuentadas y habitadas por la burguesía local, mientras que en los barrios populares hasta ahora no ha habido casos. Noticias similares llegan de Buenos Aires, donde la propagación se registra actualmente en el Barrio Norte, pero no en las zonas más populares de la ciudad, así como de Bolivia, donde la región contaminada es también la más moderna de la zona de Santa Cruz. Por último, en Ecuador las consecuencias más desastrosas, también por la inacción del gobierno de Traidor Moreno, han sido en Guayaquil una de las ciudades más ricas y turísticas del país. Todo esto parece confirmar que cuando hay una forma de distanciamiento objetivo, la propagación de la epidemia se reduce decididamente.

Por supuesto, hoy en día existen respiradores y cilindros de oxígeno, el enorme potencial del servicio de salud en los países más avanzados y algunas terapias experimentales, pero ningún país podría tener millones de respiradores y decenas de millones de médicos y enfermeras para tratar el alto porcentaje de la población que se infectaría en poco tiempo. Luego volvemos a las técnicas de aislamiento/distanciamiento sea cual sea el tipo de sociedad, a menos que lo dejemos ir a ese virus como inicialmente asumió el Primer Ministro británico (que entonces lo pasó mal en cuidados intensivos), o el Presidente yanqui Trump (con los EE.UU. ya en una situación desastrosa, luchando con fosas comunes donde disponer miserablemente de decenas y pronto cientos de miles de cuerpos, en su mayoría indigentes y marginados). 

También es cierto que la experiencia se desarrolla rápidamente y que, aunque no exista una vacuna, se están probando diariamente varias nuevas terapias de drogas, además de la prevención en el cumplimiento de la distancia y algunas normas de higiene (manos, cara y vías respiratorias). Un antiguo medicamento antipalúdico -la cloroquina- asociado a los antivirales, si se toma en una etapa temprana (o en dosis de heparina), podría reducir en gran medida las complicaciones pulmonares, con lo que se reducirían significativamente tanto las hospitalizaciones como las muertes. Es probable que en unos pocos meses estos tratamientos se estandaricen siguiendo un protocolo y que la situación mejore, quizás antes del proximo octubre. Pero las cifras, como decíamos, van demasiado deprisa y sin esperar, por lo que habrá que mantener la distancia si no queremos encontrarnos ante un genocidio y cualquier apertura tendrá que ser argumentada por las cifras (que por lo tanto se vuelven importantes, deben ser creíbles y debemos descifrarlas muy cuidadosamente, porque las decisiones políticas dependerán de ellas y no tenemos dejar que nos tomen el pelo) y por la capacidad de los servicios territoriales, en nuestro país muy reducida por las políticas insensatas de recortes y privatizaciones.L'immagine può contenere: 2 persone

Mientras tanto, en la Universidad Politécnica de Pavia, han desarrollado un tipo de prueba de anticuerpos que ahora afirman que es fiable; hasta ahora, las pruebas disponibles no se consideraban como tales. Se discute la posibilidad de comenzar pronto con el objetivo de hacer pruebas a la población italiana por categorías: podrían procesar quinientos mil pruebas al día. El mapeo indicaría las categorías de mayor riesgo porque no tienen anticuerpos e indicaría cuántas personas ya han tenido contacto con este virus. En otras palabras, no es como si no estuvieran haciendo nada a nivel de salud e investigación como alguien está solapando.

Me detengo aquí porque, en conclusión, soy consciente de lo que dicen generalmente los conocedores, ciertamente no más. Probablemente, si esto es así, dentro de unos meses muchas precauciones serán menos necesarias y podremos mirar los colores después de este paréntesis en blanco y negro y disfrutar la idea que se pueda salir de esta pesadilla, pero la situación no se aflojará muy pronto; reabrirán algunas actividades con medidas de seguridad, que hay que verificar en su eficacia real, lo que no puede sino afectar el ritmo y la forma de trabajar. Sobre todo, cualquier aflojamiento significativo, para no generar tremendas oleadas en los números, debe comenzar en una condición de crecimiento cero de los contagios y con una red territorial de personal sanitario encargado de la vigilancia, son necesarios para este un reclutamiento urgente de personal sanitario y social.

L'immagine può contenere: una o più persone e testoLa propia crisis económica impondrá muchos cambios y se plantea la cuestión de la necesidad de cubrir las necesidades de la población, los trabajadores, los trabajadores precarios, los desempleados y los jubilados (más que los apetitos de los grandes empresarios no pocas veces con sede fiscal en el extranjero, tal vez en Holanda), porque de lo contrario será imposible cumplir con las reglas del distanciamiento. También hay que afrontar muchos aspectos psicológicos y sociales relativos al malestar de las personas solas y aisladas, ya que ya no es cuestión de unos pocos días y podría haber actividades de bienestar social dirigidas y basadas en el hogar, siguiendo el ejemplo de lo que ocurrió en la República Popular China, donde la población tenía obligaciones muy estrictas pero también un apoyo y una asistencia constantes. Sabemos que estas medidas no serán adoptadas de manera consecuente por un gobierno de compromiso como el actual en Italia, y menos aún en la nociva hipótesis de un gobierno de “amplio entendimiento”, entre todas las actuales fuerzas parlamentarias, que probablemente vería prevalecer en todo el país una nueva y no menos criminal línea lombarda, con consecuencias desastrosas. Otra cosa sería un Gobierno de Emergencia Popular capaz de poner en práctica todas las medidas de protección y emergencia, sanitarias y económicas, poniendo en primer lugar la política y el interés común, sin tener que someterse, por ejemplo, al chantaje criminal de los industriales.

Aquí, sin embargo, mi intención era tratar la cuestión de si el método de distanciamiento es válido o no, y si podríamos prescindir de él, dada la actual emergencia, o no en una sociedad diferente, en el mundo nuevo que queremos.

Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e testodi Adriano Ascoli

Molti ritengono la quarantena, il distanziamento e altre misure di contenimento essere il frutto di un inganno, come se il problema di un’epidemia che sta sconvolgendo il mondo non fosse reale. Sarebbe una scusa, secondo altri, finalizzata a sopprimere ogni diritto, i più fantasiosi e ‘cospiranoici’ lo hanno ritenuto un complotto volto a danneggiare l’Italia e una invenzione sarebbe il terribile numero di decessi (forse doppio di quanto dichiarato, con mortalità assoluta in alcune province oltre quattro volte la media stagionale). Tutto ciò sarebbe secondo costoro alla stregua di una qualsiasi delle tante “fake news”.

Provo a spiegare il mio punto di vista e il perché non si tratta affatto di una farsa o una cosa strumentale.

Nessuna descrizione della foto disponibile.Naturalmente ferma deve essere la denuncia verso i responsabili della procurata strage (principalmente proprio per non aver chiuso la zona dell’allora più grande focolaio d’Europa in Lombardia, una delle zone più industrializzate del paese). Oltre all’orrore degli anziani deceduti nelle RSA e al colposo contagio di migliaia di pazienti e di lavoratori del sistema sanitario, bisogna aggiungerci le altre vittime – che di certo non sono poche – di un sistema sanitario finito al collasso e che non hanno potuto quindi ricevere le cure adeguate. Altra causa la mancata applicazione dei protocolli di sicurezza, la mancata ricerca, tracciamento e isolamento dei contagiati e il mancato utilizzo dei dispositivi di protezione dpi, a partire dalle mascherine fornite con quasi due mesi di ritardo. Un crimine commesso, in particolare nella regione Lombardia, sull’altare del massimo profitto padronale ed industriale e degli intrecci tra imprenditori ed amministratori con la proprietà delle strutture sanitarie private, qualcosa che ha comportato la diffusione del virus in tutto il Paese e non solo. Un terribile carico di dolore che stiamo tutti pagando senza sapere come e quando potrà finire.

Gli scienziati cinesi che già da Gennaio avvisavano del pericolo, e a seguire l’OMS e la comunità scientifica mondiale nella sua prevalenza, calcolano un grado di contagiosità per questo virus circa di uno a tre. È una contagiosità rapida e per questo allarmante (anche se ce ne sono di più alte come ad esempio il morbillo che è di circa uno a tredici). Gli esperti dicono adesso che un positivo da Coronavirus contagia mediamente due persone (2.5). Questo indica un preciso andamento numerico, ponendo uno a tre: 1, 3, 9, 27, 81, 243, 729, 2187, ecc. Questa crescita media, confermata dall’andamento sia in Cina e poi in Italia, indica una progressione in sé che può essere limitata se interviene un distanziamento, se si utilizzano dispositivi di protezione, se insomma i contatti sono drasticamente ridotti.

L'immagine può contenere: una o più personeL’attuale distanziamento in Italia funziona o non funziona? Nonostante sia incompleto e parziale funziona, perché altrimenti la progressione numerica, specialmente nelle regioni di recente contaminazione (dove non si era registrata prima una mortalità dovuta al virus in questione), già sarebbe visibile con un aumento netto di malati ed il conseguente aumento percentuale di decessi, calcolato intorno a 1,5% di letalità (in Cina indicavano inizialmente un pauroso 3%). Paiono percentuali basse ma “la Spagnola” negli anni 1918-21 fece registrare una letalità del 2% (2,04) tuttavia, colpendo quasi tutta la popolazione mondiale, in tre anni decimò il pianeta. Anche questo virus in pochi mesi potrebbe contagiare miliardi di persone. Questa percentuale, apparentemente piccola, si tradurrebbe allora in una enorme quantità di morti, ai quali sommare milioni di guariti, anche in età produttiva, molti con patologie polmonari croniche come la fibrosi polmonare: un disastro per qualunque sistema sanitario e produttivo che ha fatto correre ai ripari, con criminale ritardo, pure quei paesi che hanno giocato la propaganda della “banale influenza” (la stessa propaganda veicolata in Italia da alcuni gruppi industriali del nord del paese). Di qui l’allarme generalizzato. Chiaramente il capitalismo ed in particolare i regimi neoliberisti, vediamo in Lombardia, vediamo a New York, peggiorano le cose impedendo un approccio di contenimento, vista l’assenza di un vaccino ed il prevalere di gretti ed immediati, quanto miopi e disumani, interessi economici. Ma se ad esempio vivessimo in condizioni simili a qualche secolo fa, la crescita numerica risulterebbe simile ed in assenza di misure di isolamento l’umanità ne sarebbe pesantemente colpita. Questo per dire che in assenza di adeguate cure precoci o di un vaccino, in qualunque formazione economico sociale, l’unica adeguata risposta di fronte ad una epidemia di questo tipo sarebbe il distanziamento, che è ciò che infatti facevano gli antichi. Un altro esempio riguarda alcuni paesi come il Vietnam o il Venezuela, dove le tecniche di isolamento e contenimento immediato hanno ottenuto risultati ostacolando sul nascere la diffusione dell’epidemia, come riconosciuto dall’OMS (suscitando l’ira dell’amministrazione nordamericana). Anche Hong Kong e le due Coree non hanno permesso la diffusione dell’epidemia.

In altri termini è anche possibile osservare come in alcuni paesi, spontaneamente, questo tipo di epidemia si sia diffusa per ora nelle aree sviluppate economicamente, dove sono presenti intensi scambi economici e sociali e nei quartieri della movida; viceversa questo sviluppo del contagio non pare sia favorito nei quartieri popolari, là dove lo stile di vita prevalente è più ritirato e ridotta è la stessa attività economica. Ad esempio il contagio si è diffuso a Montevideo nella zona Carrasco ed in Pocitos, zone piuttosto esclusive tipicamente frequentate e abitate dalla locale borghesia, mentre nei barrios popolari finora non si sono registrati casi. Simili notizie giungono da Buenos Aires dove la diffusione al momento viene segnalata nel barrio Norte ma non nelle zone più popolari, così anche in Bolivia dove la regione contaminata è anche quella più moderna, nella zona di Santa Cruz. Infine in Ecuador le conseguenze più disastrose, anche a causa della inazione del governo del traidor Moreno, sono state a Guayaquil in una delle città più ricche e turistiche del paese. Tutto questo parrebbe confermare che dove è presente una forma di distanziamento oggettivo la diffusione dell’epidemia è decisamente ridotta.

Naturalmente oggi esistono i respiratori e bombole di ossigeno, le enormi potenzialità del servizio sanitario nei paesi più avanzati e alcune terapie in sperimentazione, ma nessun paese potrebbe disporre di milioni di respiratori e decine di milioni di medici e infermieri per curare l’alta percentuale della popolazione che verrebbe contagiata in poco tempo. Si ritorna allora a tecniche di isolamento/distanziamento qualunque sia il tipo di società, a meno di lasciar correre come ipotizzava inizialmente il primo ministro inglese (che poi se l’è vista brutta in terapia intensiva), o il presidente yankee Trump (con gli USA già adesso in una situazione disastrosa, alle prese con fosse comuni dove smaltire miseramente decine e presto centinaia di migliaia di corpi, per lo più indigenti ed emarginati).

L'immagine può contenere: una o più persone e testoVero anche che l’esperienza corre veloce e anche se non c’è un vaccino diverse nuove terapie farmacologiche sono in sperimentazione ogni giorno, sommandosi alla prevenzione nel rispetto del distanziamento e di alcune norme igieniche (mani, volto e vie respiratorie). Un vecchio farmaco antimalarico – clorochina – associato ad antivirali, se preso in fase iniziale (o dosi di eparina), potrebbe diminuire di molto le complicazioni polmonari, con ciò riducendo significativamente sia i ricoveri sia i decessi. È probabile che in alcuni mesi queste cure saranno standardizzate seguendo un protocollo e la situazione potrebbe dunque migliorare, forse dopo l’estate. Ma i numeri come dicevamo corrono troppo rapidi, dunque un distanziamento dovrà proseguire se non vogliamo trovarci a gestire un genocidio e ogni apertura dovrà essere argomentata dai numeri (che dunque diventano importanti, devono essere credibili e dobbiamo decifrarli con molta attenzione, perché da essi dipenderanno decisioni politiche) e dalle capacità dei servizi territoriali, nel nostro paese assai ridotti dalle dissennate politiche di tagli e privatizzazioni.

Nel frattempo al politecnico di Pavia hanno messo a punto un tipo di test degli anticorpi che ora dicono essere affidabile; finora i test disponibili non erano considerati tali. Si discute della possibilità di iniziare a breve con l’obiettivo di testare a tappeto e per categorie la popolazione italiana: potrebbero processare cinquecentomila test al giorno. La mappatura indicherebbe le categorie più a rischio perché prive di anticorpi e indicherebbe quante persone hanno già avuto un contatto con questo virus. In altri termini, non è che a livello sanitario e di ricerca non stiano facendo niente come qualcuno mormora.

L'immagine può contenere: 2 personeMi fermo qui perché in conclusione sono a conoscenza di quel che dicono generalmente gli addetti ai lavori, di certo non di più. Probabilmente, se le cose stanno così, in alcuni mesi molte precauzioni potrebbero essere meno necessarie e potremo rivedere i colori dopo questa parentesi in bianco e nero, ma la situazione non si allenterà molto di qui a breve; riapriranno alcune attività con misure di sicurezza, da verificare nella loro effettiva efficacia che non potrà non incidere sui ritmi e le modalità di lavoro. Soprattutto ogni allentamento significativo, per non generare impennate nei numeri, dovrebbe iniziare in una condizione di crescita zero dei contagi e con una rete territoriale di personale sanitario addetto al monitoraggio, servono per questo urgenti assunzioni di personale socio sanitario. La crisi economica stessa imporrà molti cambiamenti e c’è la questione della necessità di coprire i bisogni della popolazione, dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e dei pensionati (più che gli appetiti dei grandi imprenditori non di rado con sede fiscale all’estero, magari in Olanda), perché altrimenti sarà impossibile il rispetto delle norme di distanziamento.

Anche molti aspetti psicologici e sociali riguardo al disagio delle persone sole ed isolate devono essere affrontati, non trattandosi più di pochi giorni e potrebbero intervenire attività di tipo socio assistenziale mirate e domiciliari, sull’esempio di quanto avvenuto nella Repubblica Popolare Cinese, dove la popolazione ha avuto obblighi rigidissimi ma anche costante supporto e assistenza. Sappiamo che queste misure non le potrà prendere in modo coerente un governo di compromesso come l’attuale in Italia, ancora meno nell’ipotesi nefasta di un governo di larghe intese che probabilmente vedrebbe prevalere una nuova e non meno criminale linea lombarda in tutto il Paese, con conseguenze disastrose. Altro sarebbe un governo di emergenza popolare capace di attuare ogni misura di tutela e di emergenza, sanitaria ed economica, ponendo al primo posto la politica e l’interesse comune, senza dover sottostare ad esempio ai ricatti criminali degli industriali.

Qui però era mia intenzione trattare della questione se o meno sia valido il metodo del distanziamento, e se ne potremmo fare a meno, stante la attuale emergenza, oppure no in una società diversa, nel mondo che vogliamo.

L’economia dopo la catastrofe

La economía después de la catástrofedi Atilio Boron

La Grande Depressione degli anni Trenta trascinò a fondo, nella sua caduta, l’ortodossia liberale, i cui pilastri erano la divisione internazionale del lavoro tra i Paesi avanzati e la periferia capitalistica produttrice di materie prime; il gold standard e la dottrina del laissez-faire che sanciva il primato assoluto dei mercati e, di conseguenza, lo “Stato Minimo” che si limitava a garantire che quest’ultimi portassero sotto la sua orbita le più diverse componenti della vita sociale, instaurando, di fatto, una vera e propria “dittatura del libero mercato”. Ma sul finire del 1929 scoppia la Grande Depressione e il mondo che emerge dalle ceneri della crisi è molto diverso: la divisione internazionale del lavoro comincia a vacillare perché alcuni Paesi della periferia iniziano un vigoroso processo di espansione industriale. Il gold standard fu sostituito, dopo un turbolento interregno che si sarebbe concluso solo con la fine della seconda guerra mondiale, dal dollaro, che fu introdotto come moneta di scambio universale perché a quel tempo non c’era altra moneta che potesse competere con essa per le distruzioni causate dalla guerra. E soprattutto la cosa più importante: i mercati furono sottoposti ad una crescente regolamentazione da parte dei governi, il che portò a rovesciare un’asimmetria che se prima era stata molto favorevole ai mercati, per poi cominciare a spostarsi a favore degli Stati. Di conseguenza la spesa pubblica richiesta dalle nuove esigenze di una cittadinanza mobilitata e rafforzata dalle lotte contro la depressione e dalla ricostruzione post bellica fece crescere notevolmente la dimensione dello Stato in rapporto al PIL, come mostra la tabella seguente.


Debito totale dei governi, 1900, 1929, 1975
(% del Pil)


1900         1929         1975
__________________

Germania                     19.4          14.6          51.7

Regno Unito                 11.9          26.5          53.1

Stati Uniti                       2.9            3.7          36.6

Giappone                        1.1            2.5          29.6

Fonte: IMF Data, Fiscal Affairs Departmental Data, Public Finances in Modern History

 

Le cifre parlano da sole e ci risparmiano di dover ricorrere a complicate argomentazioni per dimostrare l’enorme portata del cambio di paradigma della governance macroeconomica del capitalismo dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. La Germania ha più che triplicato la spesa pubblica tra il 1929 e il 1975; il Regno Unito l’ha aumentata di poco più del doppio e gli Stati Uniti e il Giappone rispettivamente quasi di dieci e dodici volte! Più Stato che mercato per sostenere il processo di democratizzazione e di cittadinanza del dopoguerra. La salute, la sicurezza sociale, l’istruzione, l’abitare e tutti i beni pubblici che lo Stato deve garantire sono stati i motori della crescente centralità dello Stato nella vita economica e sociale.

Ma questo non è tutto: un altro aspetto da sottolineare è che una volta esaurito il ciclo keynesiano nel 1974/75 e realizzato il nefasto ritorno del liberalismo (ora addolcito con il prefisso “neo”, per indurre l’ingenuo a credere che si tratti di una formula innovativa) in nessuno di quei Paesi lo Stato si è ridotto al livello che aveva alla vigilia della Grande Depressione, stravolgendo il ruolo di centro gravitazionale ormai assunto nelle economie. Il ritmo di crescita conobbe un rallentamento e la spesa pubblica si ridusse, soprattutto in Gran Bretagna (sotto il Thatcherismo) e in Germania (con la truffa della “terza via”) e meno negli Stati Uniti e in Giappone. Ma anche così, nel 2010, questi quattro paesi erano ancora, in termini di peso dello Stato, ben al di sopra dei livelli esibiti durante il periodo di massimo splendore del liberalismo dei primi tre decenni del ventesimo secolo. Anche tenendo conto dei tagli avvenuti negli ultimi dieci anni, lo Stato ha un peso ancora superiore rispetto al 1929.

Quale sarebbe la conclusione da trarre da quest’analisi? Che la pandemia che oggi colpisce il pianeta, avrà un impatto pari o superiore a quello della Grande Depressione e della Seconda Guerra Mondiale. Il capitalismo europeo e americano, che aveva già dato chiari segnali di avvicinarsi a un’imminente recessione, sarà spazzato via dalle conseguenze economiche dell’attuale catastrofe sanitaria. E la via d’uscita da quella crisi avrà come uno dei suoi segni distintivi il fallimento ideologico del neoliberismo, con la sua stupida fede nella “magia dei mercati”, nelle privatizzazioni e nelle deregolamentazioni, e nella presunta capacità delle forze di mercato di allocare razionalmente le risorse. Questo costringerà ad una profonda revisione del paradigma delle politiche pubbliche a partire dall’assistenza sanitaria e, subito dopo, dalla previdenza sociale, come preludio a quella che sarà la battaglia decisiva: mettere sotto controllo il capitale finanziario e la sua rete globale che sta soffocando l’economia mondiale, causando recessioni, aumentando la disoccupazione e portando la disuguaglianza economica a livelli estremamente elevati. Un capitale finanziario ultra parassitario che finanzia e protegge le mafie dei “colletti bianchi” e che, con la compiacenza o la complicità dei governi dei capitalismi centrali e delle istituzioni economiche internazionali, crea “paradisi fiscali” che facilitano l’occultamento dei loro crimini e l’evasione fiscale che impoverisce gli Stati privandoli delle risorse necessarie per garantire una vita dignitosa ai propri popoli.

Questo è il mondo che verrà una volta che la pandemia sarà un triste ricordo del passato. Naturalmente, a quel punto le forze popolari dovranno essere molto ben organizzate e coscienti (e coordinate a livello internazionale) perché questi cambiamenti non saranno un regalo di una borghesia imperialista pentita dei suoi crimini e disposta ad abbandonare i suoi privilegi, ma dovranno essere conquistati attraverso grandi mobilitazioni e lotte sociali per imporre un nuovo ordine economico e sociale post-capitalista. Ci vorrà coraggio per combattere per la costruzione di quel nuovo mondo, ma anche intelligenza per stimolare la coscienza critica delle grandi masse popolari ed evitare che cadano, ancora una volta, nelle trappole che gli stregoni del neoliberismo stanno già preparando. Hanno un obiettivo molto chiaro: dopo la pandemia, che tutto rimanga uguale. Dobbiamo essere pronti ad affrontarli e ad assumerci la responsabilità di realizzare esattamente il contrario: che nulla rimanga uguale, illuminando con le nostre lotte e con la nostra coscienza i contorni della nuova società che sta lottando per nascere. Una società, insomma, dove la salute, la medicina, l’istruzione, la sicurezza sociale, l’abitare, i trasporti, la cultura, la comunicazione, la svago, lo sport e tutte le cose che fanno la vita dignitosa non siano più merci, ma acquisiscano il loro irrinunciabile status di diritti universali. E questa sarà una grande opportunità per cercare di farlo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

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