Barcellona, una okupa al potere: «sarà una rivoluzione»

da il manifesto

Ada Colau ha saputo mettere insieme Podemos, Izquierda Unida, i rosso-verdi catalani di Icv e altri movimenti cittadini. Il suo raggruppamento «Barcelona en comú» oggi sarebbe il partito più votato con circa il 26% dei voti

Una okupa al potere. Se voles­simo tro­vare un titolo a effetto per le ele­zioni ammi­ni­stra­tive in Spa­gna del 24 mag­gio su cui si gioca il futuro poli­tico del paese, baste­rebbe con­cen­trarsi sul fatto che Ada Colau potrebbe diven­tare sin­daco della seconda città spa­gnola, Bar­cel­lona. Colau è diven­tata famosa dopo essere apparsa in Par­la­mento due anni fa a difen­dere la legge di ini­zia­tiva popo­lare, poi affos­sata dal Pp, che chie­deva una cosa sem­plice: che alle ban­che bastasse ritor­nare in pos­sesso della casa per estin­guere il debito dei morosi.

Nel paese della più grande bolla spe­cu­la­tiva immo­bi­liare euro­pea, dove, per dire, nel 2005 si costrui­vano più case che Ger­ma­nia, Fran­cia e Ita­lia assieme e si sti­mano più di 5 milioni di case vuote, mezzo milione di per­sone sono state but­tate fuori di casa ma man­ten­gono il loro debito con le banche.

E, nel più asso­luto disin­te­resse delle isti­tu­zioni, sono state aiu­tate dalla «Piat­ta­forma vit­time del mutuo» (Pah, dalla sigla in spa­gnolo), nata dalle ceneri del 15M a Bar­cel­lona e dif­fusa in tutto il paese. Che li ha aiu­tati a affron­tare le ban­che e soprat­tutto ha dato un tetto, occu­pando le case vuote delle ban­che, a migliaia di per­sone. Colau ne è stata la por­ta­voce e oggi, secondo alcuni son­daggi, la sua Bar­ce­lona en comú (Bar­cel­lona in comune) sarebbe il par­tito più votato (con circa il 26% dei voti, con­tro i 19% dell’attuale sin­daco, della demo­cri­stiana Con­ver­gèn­cia i Unió e con un con­si­glio comu­nale fram­men­ta­tis­simo). L’abbiamo incon­trata all’una di notte, instan­ca­bile, in chiu­sura di un comi­zio alla Barceloneta.

La sua can­di­da­tura mette insieme vari fram­menti della sini­stra: da Pode­mos, ai rosso-verdi cata­lani di ICV, a Izquierda Unida, oltre a vari movi­menti cit­ta­dini. Un’impresa unica forse votata al suc­cesso. Come ha fatto?

Viviamo un momento di ecce­zio­na­lità, e cose impos­si­bili fino a poco tempo fa stanno diven­tando pos­si­bili. Da un lato c’è una truffa chia­mata crisi che sta intac­cando i diritti fon­da­men­tali, un’assenza di demo­cra­zia, una cor­ru­zione gene­ra­liz­zata, una crisi eco­no­mica e una crisi poli­tica del paese. Dall’altro, c’è un’eccezionalità in senso posi­tivo: sono già anni che il paese si sta mobi­liz­zando: il 15M, le maree per la sanità e l’educazione, la Pah. Il pro­cesso elet­to­rale nasce in que­sto con­te­sto di «rivo­lu­zione demo­cra­tica». Dob­biamo esserne orgo­gliosi: in altri paesi la rispo­sta è stata di tutt’altro segno. Il muni­ci­pa­li­smo poi è sto­ri­ca­mente un luogo di rot­tura dal basso, dove la poli­tica è più vicina alle persone.

C’entra la città di Bar­cel­lona in que­sto successo?

Bar­cel­lona non è una città come le altre. Ma qui c’è una mag­gio­ranza sociale pro­gres­si­sta, la città è stata pio­niera di pro­cessi di rot­tura (si rife­ri­sce al periodo repub­bli­cano, ndr) ed è una città dove più che in altri posti si può vin­cere; di posi­zioni testi­mo­niali ne esi­stono già abba­stanza. Il primo obiet­tivo era di mobi­liz­zare quel 50% di asten­sio­ni­sti che non ave­vano mai par­te­ci­pato. Aggiun­gendo sia chi stava facendo poli­tica da tempo, come Icv o Iu, sia i più nuovi, come Pode­mos. A tutti abbiamo detto la stessa cosa: i cit­ta­dini ci chie­dono gene­ro­sità e ampiezza di vedute per dare prio­rità agli obiettivi.

E il fatto che sia lei a gui­dare la can­di­da­tura ha aiu­tato più che in altri casi?

Ogni città è una realtà diversa. Qui esi­ste un tes­suto sociale più orga­niz­zato che in altre città. La mia figura visi­bile e di con­senso aiuta alla tra­sver­sa­lità e a unire per­sone diverse. Ma ce ne sono altre meno visi­bili dei movi­menti per la casa, per la povertà ener­ge­tica, del mondo acca­de­mico. Non è un caso che il nostro lavoro abbia ispi­rato più di 40 altre can­di­da­ture in altre città di tutta la Spagna.

Mi rac­conti come avete costruito pro­grammi e liste?

Ci siamo detti che se face­vamo que­sto pro­cesso non era solo per met­tere altre per­sone al posto di quelle che ci sono, ma per cam­biare il modo di fare poli­tica. E non pote­vamo aspet­tare il giorno dopo le ele­zioni per farlo. Abbiamo pun­tato sul pro­ta­go­ni­smo dei cit­ta­dini, sulla tra­spa­renza, e sull’indipendenza finan­zia­ria (con una cam­pa­gna di cro­w­d­fun­ding, ndr).

Tutti quelli che hanno voluto par­te­ci­pare al pro­cesso deci­sio­nale sui grandi temi l’hanno potuto fare, senza nes­suna «tes­sera» di Bar­ce­lona en comú — che peral­tro non esi­ste. Il primo passo è stato quello di farci «vali­dare» dai cit­ta­dini. In piena estate e in poche set­ti­mane, abbiamo rac­colto 30mila firme per assi­cu­rarci di non essere un gruppo di fuori di testa senza nes­suno die­tro. Poi, in un momento di discre­dito della poli­tica, abbiamo appro­vato un codice etico. Da qui è sorta la limi­ta­zione del sala­rio, del numero dei man­dati, la resa dei conti, la pub­bli­ca­zione dell’agenda e una serie di cose per eli­mi­nare pri­vi­legi e cat­tive pratiche.

A volte per­sino un po’ dema­go­gi­che. Un sala­rio di 2200 euro netti per un sin­daco (con­tro i 12mila dell’attuale) forse è fin troppo basso…

Guardi, oggi come oggi più della metà delle per­sone a Bar­cel­lona ne gua­da­gna meno di mille. E noi stiamo esi­gendo esem­pla­rità a chi occupa cari­che pub­bli­che.
Anche se evi­den­te­mente come can­di­data alla carica io non ho par­te­ci­pato a que­sto dibat­tito, ne accetto le con­clu­sioni. In gene­rale credo che se par­te­ci­pano molte per­sone in una discus­sione, si impone l’intelligenza col­let­tiva e il senso comune. Se no, non par­te­ci­pe­reb­bero in tanti e non si sareb­bero unite tante nuove per­sone al pro­getto. Io stessa, come molti altri, se ci fos­sero state pro­po­ste senza senso o dema­go­gi­che non mi sarei prestata.

Con­ti­nuiamo con il pro­cesso di for­ma­zione del programma.

Dopo que­sti passi, abbiamo fatto le pri­ma­rie e poi il pro­gramma, a par­tire dai gruppi di quar­tiere dove sono state rac­colte più di 2000 pro­po­ste che abbiamo diviso per assi pro­gram­ma­tici. Un’esperienza incre­di­bile. Cen­ti­naia di per­sone super esperte di mobi­lità, urba­ni­stica, eco­lo­gia, eco­no­mia. Un livello incre­di­bile di com­pe­tenza. Più di 5000 per­sone hanno par­te­ci­pato alla reda­zione del programma!

E poi il nostro pro­gramma è aperto: la nostra idea è che il pro­gramma non si chiuda mai. Dovrà con­ti­nuare a essere inte­grato. Quando comin­ce­remo ad appli­care le misure, le dovremo valu­tare e se non fun­zio­nano cam­biarle. Tutto que­sto pro­cesso deve con­ti­nuare dopo il 25 maggio.

Che cosa le ha inse­gnato la Pah?

È l’esperienza da cui ho impa­rato più di tutte, senza con­tare la mater­nità. E sono loro infi­ni­ta­mente grata. La Pah mi ha dimo­strato che l’impossibile è pos­si­bile. Che la sto­ria di David con­tro Golia non è mito­lo­gia. Che la gente con meno potere e appa­ren­te­mente più mar­gi­na­liz­zata della società, cri­mi­na­liz­zata per i suoi debiti, ridi­co­liz­zata, se non si arrende e si uni­sce può muo­vere le montagne.

Quelli che hanno perso tutto, che si sono uniti, senza ras­se­gnarsi, con enormi sforzi (per­ché i primi anni sono stati duris­simi), men­tre tutti ci dice­vano che era impos­si­bile affron­tare le ban­che, ce l’hanno fatta. Per me è stata una lezione di vita: l’unica cosa che non otter­remo è quella per cui non lot­tiamo. Magari ci vorrà più o meno tempo, ma qual­cosa otter­remo. E poi mi ha inse­gnato l’importanza delle pic­cole vit­to­rie. Dell’importanza di avere obiet­tivi ambi­ziosi, che magari non dipen­dono solo da noi, ma senza essere mas­si­ma­li­sti. Come nel caso di quelli che abbiamo ora: demo­cra­zia reale, finirla con la cor­ru­zione, ricon­qui­stare i diritti sociali, instau­rare un’economia giu­sta. Sapendo qual è la dire­zione, biso­gna met­tere obiet­tivi a corto, medio e lungo ter­mine e accu­mu­lare pic­cole vit­to­rie che dimo­strano che una vit­to­ria grande è pos­si­bile. È così che si otten­gono cose che sem­bra­vano impossibili.

Lei ha un figlio di 4 anni. Come vive la con­ci­lia­zione fami­liare, e come pensa di poterla miglio­rare in una città come Barcellona?

Non è facile, la società attuale non è fatta per con­ci­liare, si imma­gini i periodi elet­to­rali. Per­so­nal­mente, cerco di tro­vare il tempo sotto le pie­tre e ho la for­tuna di avere un com­pa­gno che mi aiuta. Come città, una cosa molto con­creta si può fare dal primo giorno: creare un sigillo di qua­lità con­trat­tuale che si appli­chi prima ai 12mila dipen­denti del comune e poi a tutte le imprese con cui lavora. Come con­di­zione per lavo­rare con il comune, ci devono essere salari degni con orari che per­met­tano la con­ci­lia­zione. Il comune deve essere esem­plare e que­sto cam­bie­rebbe molte dina­mi­che nella città. Oltre al tema degli orari, c’è anche quello dell’incorporazione dei bam­bini nella vita pub­blica, dove dovreb­bero avere più pro­ta­go­ni­smo e più voce.

Nel migliore dei casi dovrete comun­que scen­dere a patti. Con chi lo farete?

I risul­tati sono molto aperti e con i son­daggi biso­gna essere cauti (in un altro son­dag­gio pub­bli­cato ieri, si dà per vin­ci­tore l’attuale sin­daco, ndr). Detto que­sto, se saremo la lista più votata la poli­tica di patti si farà in base a pro­gramma, obiet­tivi, prio­rità. Scar­tiamo quindi i popo­lari e CiU, che incar­nano un modello con­tro cui abbiamo com­bat­tuto. In ogni caso, io non posso deci­dere da sola la poli­tica dei patti. Una volta visti i risul­tati, deci­de­remo in modo demo­cra­tico. Di certo, non scen­de­remo a patti sulle pri­va­tiz­za­zioni per­ché sono con­tra­rie al bene comune e al nostro modo di essere. Sono otti­mi­sta, tro­ve­remo il modo, anche se doves­simo inclu­dere più di un partito.

Il punto è che stiamo facendo bene il pro­cesso da prima delle ele­zioni, e dal 25 mag­gio spe­riamo si aggiunga ancora più gente e lo fac­cia suo. Abbiamo mobi­li­tato mol­tis­sima gente per fis­sare le prio­rità della poli­tica pub­blica, anche gli altri par­titi si vedranno obbli­gati ad ascol­tare la voce dei cittadini.

Stato Spagnolo: pagato per vincolare Chávez-PODEMOS

da actualidad.rt.com

«Mi hanno proposto un assegno di quattro cifre”, afferma Santiago Donaire, fotocronista spagnolo, «Mi avrebbero dato molti soldi se avessi trovato prove che avrebbero vincolato Chávez e PODEMOS»

 27apr2015.- «Perché tutto deve essere bianco o nero?» si domanda un fotocronista spagnolo che, da ormai tre anni, lavora a Caracas, mentre interpreta l’approccio con il quale si vuole presentare il Venezuela nei mass-media spagnoli.

«Quando in Spagna si parla del Venezuela, tutto deve essere bianco o nero», ha affermato Santiago Donaire. Ha raccontato che il suo lavoro per alcuni mezzi spagnoli ed europei consiste in «una costante battaglia per non accettare di dire quello che ti ordinano, ma di raccontare quello che realmente sta accadendo».

Il fotocronista ha aggiunto che in mezzo a questa battaglia ha ricevuto delle proposte che mettevano in dubbio l’etica e la professionalità di alcuni mass-media spagnoli. «Mi hanno offerto moltissimo denaro per elaborare dei reportage mezzo assemblati o mezzo manipolati al fine di stabilire una relazione diretta tra il governo venezuelano e PODEMOS, a partire da prove che non esistono», ha evidenziato Donaire.

«Mi hanno proposto un assegno di quattro cifre, dicendomi che se avessi trovato – “frugato”, sono state le parole testuali -, un documento che dimostra il finanziamento illegale di PODEMOS da parte del governo del Venezuela, mi avrebbero pagato profumatamente. È una mancanza di etica l’infantilismo di chi pensa che esista un documento nel quale si affermi: «Io, Hugo Chávez, verso questa cifra a PODEMOS».

Nello stesso tempo Doanire ha raccontato che la crisi economica è stata la causa che l’ha spinto a uscire dal suo paese. Vista la situazione attuale, considera che per lui e i suoi colleghi, lavorare in Spagna è diventato un obiettivo impossibile. «Non è una conclusione pessimista ma realista», commenta.

Per quanto concerne la situazione del Venezuela, afferma che richiede un’analisi più approfondita e non si può «giudicare allegramente una realtà lontana 8.000 chilometri». Nel frattempo ha aggiunto che evita di parteggiare su alcuni dei parametri con i quali si osserva il Venezuela. «Perché tutto deve essere bianco o nero?», si domanda.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

(VIDEO) Podemos: «La Spagna è assetata di democrazia»

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«L’Europa e la Spagna devono affrontare il totalitarismo finanziario (…) Possiamo sognare, possiamo vincere» ha dichiarato Pablo Iglesias

Il leader del partito spagnolo Podemos, Pablo Iglesias, ha affermato durante la mobilitazione di massa tenutasi a Madrid per la trasformazione sociale e politica del paese europeo, che «la Spagna è assetata di democrazia» e per questo «dobbiamo lavorare per vincere le elezioni del 2015».

Nell’emblematica cornice della piazza di Puerta del Sol nella capitale spagnola, Iglesias ha spiegato che con il partito «sogna un paese migliore (…) Vogliamo un paese dove nessuno sia lasciato fuori, e dove tutti possano godere degli stessi diritti».

Il portavoce ha poi sottolineato la necessità di un «piano di soccorso per i cittadini, in cui venga tesa la mano ai settori più vulnerabili ed esclusi», e che al contempo si adotti l’economia verde «cancellando il modello precario e instabile basato sul mattone che ha portato solo perdite».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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Monedero, impulsor de Podemos: “Es evidente que vamos a gobernar este país”

"Es evidente que vamos a gobernar este país"por Pablo Batalla Cueto – asturias24.es

07 de julio de 2014.- Juan Carlos Monedero (Madrid, 1963) es un tipo peculiar, y no sólo, ni principalmente, por ese aspecto físico suyo de autor o de personaje de novela soviética, de cruce entre Vasili Grossman y el camarada Strélnikov de Doctor Zhivago, sino sobre todo por una manera de hablar difícil de describir si no es con un oxímoron, con una etiqueta que sea algo así como “histrionismo tranquilo”. Monedero habla despacio, ni muy alto, ni muy bajo, masticando cada palabra, cada sílaba, casi que cada letra de frases pronunciadas en un tono didáctico y aderezadas con el número justo de referencias intelectuales, sin cruzar la delgada línea de la pedantería. Al mismo tiempo, sus gestos son afectados, teatrales. Juan Carlos Monedero, más que hablar, declama. Lo hace pese a estar agotado: sus apenas tres días en Gijón, a donde viene invitado por la Semana Negra, son una maratón de charlas, conferencias, encuentros, baños de masas y entrevistas. A nosotros nos recibe media hora antes de una asamblea en el colegio Jovellanos. En apenas veinte minutos, nos habla de revisar relatos, de patriotismo, de cómo evitar que este nuevo socialismo por vías democráticas acabe como el de Allende y de cómo frenar la partición de España. Ni la palabra “casta”, ni la palabra “bolivariano”, ni la palabra “ETA” son pronunciadas en ningún momento por este impulsor de Podemos, ni por su entrevistador.


¿Estoy ante el próximo vicepresidente del Gobierno?

¡Ups! (risas) Fíjate que cuando decidí ser uno de los impulsores de Podemos también decidí en ese momento que yo no me iba a presentar a las elecciones, porque el mensaje que queríamos dar es que no estábamos aquí por los cargos. Era obligatorio que Pablo [Iglesias] se presentara, pero al mismo tiempo, ni Íñigo [Errejón], ni Carolina Bescansa, ni yo nos presentábamos, porque entendíamos que si todas las caras visibles del proyecto, al mismo tiempo, nos presentábamos como cargos, desvirtuábamos el contenido ciudadano que queríamos trasladar. Es verdad que esto ha crecido mucho, ¿no?, y debiéramos pensar cuál es el papel que nos va a corresponder en el futuro a algunas personas. Pero ahora mismo yo estoy mucho más dedicado a que el proyecto se consolide, con los círculos, con mayor número de ciudadanía implicada en el proyecto… Y al mismo tiempo, también, quiero seguir haciendo la crítica de las contradicciones del régimen del 78. Somos una grieta abierta en una pared. La grieta marca la tendencia, pero todavía hay mucha pared. Acabamos de ver en Europa cómo una gran coalición entre el PSOE y el PP europeos ha repartido entre los dos partidos la presidencia de la Comisión y la del Parlamento. Y eso también se traslada a nuestro país. Por tanto, más que pensar ahora mismo en cargos, a mí me sigue preocupando más generar conciencia para entender la absoluta necesidad de superar los consensos rotos del régimen del 78 y crear nuevos consensos.

¿Va a llegar Podemos al poder? ¿Se ve como algo real, posible, en sus análisis internos?

Es absolutamente evidente que vamos a gobernar este país en sus diferentes niveles. Absolutamente evidente. Todas las encuestas los dicen y, cuando nosotros salimos, dijimos que no veníamos a empatar, que veníamos a ganar el partido. Y ahí somos coherentes. Salimos a por todas.

Ése es un discurso nuevo en la izquierda.

La izquierda, la izquierda real, ha estado durante mucho tiempo acomplejada. Ha estado durante mucho tiempo siendo rehén de su pasado. Nosotros hemos querido superar muchos de esos cuellos de botella, entre ellos el de seguir hablando de derecha e izquierda cuando eso induce más a confusión que a claridad. Hemos, igualmente, superado los candados de tener que cargar el lastre de las medallas del papel de nadie durante la Transición. Y hemos superado un tercer lastre esencial, que era un lastre generacional. Ha habido muy poca generosidad en la izquierda, y hay gente que ha estado marcando la pauta desde hace treinta años sin ningún atisbo de generosidad para dejar el paso a nuevas generaciones. Sólo lo ha hecho cuando ya no había más remedio. En Podemos, siendo cierto que no salimos de la nada, que caminamos sobre senderos que otros han trazado previamente, nos hemos calzado unas botas nuevas.

La izquierda, la izquierda real, ha estado durante mucho tiempo acomplejada

Se les acusa de mesianismo, de que en sus discursos parece como si hubieran inventado la izquierda, de que desprecian el trabajo de quienes estuvieron antes que ustedes.

Fíjate que, antes de que me hicieras esta pregunta, te he afirmado que no venimos de la nada. En mi caso concreto, yo he militado más de dos décadas en Izquierda Unida. Las cosas que ahora estoy intentando en Podemos las he intentado antes sin éxito en IU. Mi sensación de fracaso cuando he intentado poner en marcha, dentro de Izquierda Unida, ciertas cuestiones, ha sido clamorosa. Y es verdad que he dicho muchas veces que, cuando yo decidí marcharme, el 80% de mi tiempo lo dedicaba a las peleas internas y a las discusiones de politiquería, y no a las discusiones políticas, que parece que brillaban por su ausencia. Además, soy profesor de ciencias políticas, y sé no hay saltos. Hay puntos de bifurcación, pero no hay saltos. Sí que es verdad que, como plantean algunos físicos, como [Ilya] Prigogine, cuando se fractura el hielo, puede tomar direcciones insospechadas, pero no un salto repentino.

¿Podemos no es, entonces, un salto repentino?

No, somos muy conscientes de dónde venimos. Es más, fíjate que uno de los elementos centrales en nuestra reflexión es la recuperación de la Historia. Hay dos libros sin los cuales yo no estaría en Podemos; uno es La Transición contada a nuestros padres, donde hago un repaso de mi propio país, de la Transición y de todo lo ocultado anterior que no me permitía entender dónde estamos ahora mismo. Y, después, el Curso urgente de política para gente decente, que era un poco el análisis de la política del siglo XXI. Sin el libro de la Transición, yo no me podría explicar cómo es mi país. Mi país, fíjate, me he tenido que ir fuera para entenderlo, porque tuve que ir a hacer la tesis a Alemania y luego me tuve que ir a la periferia, a América Latina, a mirar. A mirar nuestro propio país reflejado también en la herencia colonial que dejamos en América Latina. Sin la recuperación de la Historia es imposible que nosotros estuviéramos aquí. Por tanto, nadie va a escucharnos jamás decir que venimos de la nada. Nunca. Nunca. En absoluto.

¿Pero…?

Pero sí que es verdad que hemos tenido que plantear discursos nuevos. Hemos tenido que revisitar los relatos de nuestro país. Aquí había una serie de relatos que eran profundamente mentirosos, y o revisitábamos esos relatos, o no podíamos avanzar. Teníamos en mente lo ocurrido en Alemania. En Alemania, los nietos del fascismo, sobre todo a raíz del libro de Daniel Goldhagen Los verdugos voluntarios de Hitler, revisitaron su propio pasado, porque había una mentira nacional que quería dejar de lado la historia del nazismo y echarle la culpa a cuatro miembros de la Gestapo, cuando fue todo un pueblo el que cayó rehén de esa locura. Y los nietos de ese pueblo, para construir una sociedad más sana, tuvieron que revisitar su pasado. En Portugal, tienen que revisitar todo lo que fue la Revolución de los Claveles para poder avanzar. En Italia, tienen que revisitar toda la construcción de la posguerra y ver cómo todos los partidos se unen para evitar que el PCI avance. En Grecia, Syriza tiene que retrotraerse a la guerra civil después de la segunda guerra mundial, cuando el bloque occidental tiene que machacar a la izquierda porque a Grecia le ha tocado en los repartos de Yalta y Potsdam estar en el bloque occidental. Tú en Grecia no puedes montar Syriza si no haces una revisión de la historia griega. Eso, aquí, lo hemos hecho nosotros.

¿En qué ha consistido esa revisión?

En entender los cuellos de botella de nuestro país: el papel de la Iglesia, nuestra supeditación a Europa, las diferencias territoriales que hay en España… Fíjate que el relato centralista nacionalcatólico nos impide entender en buena parte de España qué ocurre en Cataluña, o en el País Vasco, o aquí mismo, en Asturias. No puede ser que alguien en Cáceres le pregunte a un catalán si es verdad que en su casa habla catalán con sus hijos, porque eso implica un vacío de comprensión de tu propio país. Pero eso es porque nadie te lo ha explicado, porque no está en los libros de historia, porque no está en el relato oficial de un país cuyo relato oficial es el relato de los vencedores.

El PP es una fábrica de independentistas; el PSOE, un boxeador noqueado

La propuesta de Podemos parece una especie de nuevo allendismo, con esa idea de alcanzar el socialismo por vías democráticas. Pero sabemos cómo acabó Allende, sabemos cómo reaccionan las élites cuando se las trata de despojar de sus privilegios y sabemos que Podemos va a molestar a mucha gente, a sectores muy poderosos, si hace lo que dice que va a hacer. ¿Cuál es el plan de contingencia? ¿Qué van a hacer para no acabar como Allende?

[Piensa unos segundos] Apelar a las mayorías. Decir a la gente que si nos vota simplemente para que les demos lo que ya no les da ni el PSOE ni el PP, que no nos voten; que si nos votan sea porque al día siguiente estén dispuestos a estar en la calle defendiendo el proyecto que nosotros significamos. Tener un proyecto de país, y dejar claro a sectores para los cuales esto es muy sensible, como el Ejército o la Policía, que han regalado España; que aquéllos a quienes se les llena la boca de patria han vendido el territorio a bancas extranjeras, a multinacionales… Hemos visto, por ejemplo, cómo querían hacer un paraíso fiscal para instalar en España Eurovegas.

Hay un curioso discurso patriótico en Podemos, una apropiación del vocabulario del enemigo para volverlo en su contra.

Sí, afirmamos que la patria son los ciudadanos y las ciudadanas. No queremos dejar a los defensores de esta almoneda de España, de esta venta de nuestro país, la reivindicación de la patria. Los que están rompiendo España son ellos. El Partido Popular es una fábrica de independentistas, y el PSOE un boxeador noqueado que se abraza al PP para no caer en la lona, y se convierte igualmente en una fábrica de descreídos, de descontentos y de independentistas por su falta de convicción en el federalismo, que llega tarde y mal. En consecuencia, yo estoy convencido de que los únicos que podemos salvar a España por nuestra convicción federal somos nosotros, porque somos una fuerza federalista sincera y creíble. Las dos cosas. Sincera, porque entendemos que podría perfectamente el Tribunal Constitucional estar en Barcelona, y podría estar perfectamente la Comisión Nacional del Mercado de Valores en Vigo. Mientras no entendamos eso, no entenderemos una España federal. Somos sinceros y somos creíbles, porque en Cataluña o el País Vasco, los sitios donde hay una identidad más fuerte, saben que nosotros estamos a favor del derecho a decidir, y sabemos que los pueblos diferentes que configuran España no pueden estar en este encuentro que llamamos España sin su propia voluntad.

¿Qué haría un Podemos en el poder ante una declaración unilateral de independencia de Cataluña o el País Vasco?

Cuando tu pareja no te quiere, tú no puedes hacer que te quiera a golpes, ni puedes apelar a una Constitución hecha cuando había ruido de sables en España. Quienes quieren solventar estos problemas de convivencia con amenazas, o recurriendo simbólica o realmente a la violencia, no han entendido nada. Son independentistas y son los que están rompiendo España. De todas maneras, las cosas no son blanco o negro casi nunca. No te despiertas un día y se ha declarado la independencia. Yo creo que la independencia de Cataluña sería un desastre, para ellos y para el resto del Estado, porque no es gestionable, porque generaría demasiados problemas de muy difícil solución. Habría que pactar, por ejemplo, las deudas. Hay que pactar las cuencas hidrográficas… Es que es muy complicado, y también hay un decantado histórico de esto que llamamos España que no se puede ignorar a no ser que, como ocurre en Cataluña con Artur Mas, tu declaración de independencia sea un nicho electoral, que eso genera muchos problemas. Al final nos encontramos a la derecha haciendo un nicho electoral del odio a los catalanes y a Artur Mas haciendo un nicho electoral de la declaración de independencia. Me interesa mucho más el sustrato de fondo que hay en la sociedad catalana y el sustrato de fondo que tenemos que crear en el resto de la sociedad española para hacerles entender que basta que sinceramente creamos en el derecho a decidir para que los catalanes no quieran marcharse. Una de las cosas más hermosas que me han pasado durante la campaña es gente que me escribe diciéndome que “si España es Podemos, yo no quiero irme de España”.

¿Cómo evitarán, cuando estén en el poder, que se acerquen a Podemos esos advenedizos que en cada momento histórico se acercan al sol que más calienta, y corrompan el partido al hacerlo? ¿Qué filtros se establecerán a fin de evitar eso?

Un código ético, que está ahora mismo en discusión, en el cual establezcamos las líneas rojas que no se pueden traspasar. Al mismo tiempo, la… ¿cómo se dice? Ay… [Toma un sorbo de café] La… La capacidad máxima de decisión que tienen las asambleas. El advenedizo tiene que convencer a todo el círculo, y es más complicado que todo un círculo sea víctima de las argucias de un arribista.

Hay gente muy astuta…

Claro, claro (risas). Pero hay problemas que entonces, ¿sabes?, no tienen solución, ¿no? Claro, a no ser que ese arribista rompa las líneas rojas que están en los estatutos de Podemos, que tenemos que aprobar en otoño. Si alguien de repente es racista, fascista, tiene una serie de cuestiones que claramente se alejan de nuestro ideario, estará fuera de Podemos. La comisión de garantías, o como se llame, que exista, tomará cartas en el asunto. ¡Pero tenemos que confiar en la gente! Es que si no confiamos en la gente, no hay solución. No hay soluciones mágicas. Tienes dos, o tienes tres: confiar siempre, plenamente, en las asambleas; confiar en una vanguardia o buscar un mecanismo entre ambos lados, que es lo que nosotros estamos intentando. Pero en este tipo de cuestiones es la inteligencia social la que los tiene que solventar. Y también, hombre, estamos en 2014, y a quien le toque ser la dirección, o la portavocía, de Podemos en otoño, le puede llegar un correo electrónico o un whatssap diciendo: oye, en tal sitio hay un tipo que está haciendo tal cosa, y ahí la dirección puede actuar rápido, porque los mensajes, ahora, no tardan dos meses en llegar, no hay mensajeros, sino que la posibilidad de responder en tiempo real es mucho más alta. Ahora bien, te reconozco que tenemos que estar muy, muy atentos, y que tenemos una reflexión pendiente acerca del riesgo terrible de que lleguen muchos arribistas a Podemos. La política atrae a lo mejor y a lo peor. Y lo bueno es que lo sabemos. Por lo tanto, estableceremos las vacunas previas para evitar esa epidemia.

La lucha armada tiene sentido, como reconocen algunas constituciones, cuando se está acabando con la democracia

¿Cuál es su posición con respecto a la lucha armada?

Radical oposición. No tiene sentido. Si no tiene sentido en América Latina, que tiene en algunos países tasas de pobreza del 60%, no te digo ya en Europa, donde la situación no es en absoluto comparable. La lucha armada tiene sentido, como reconocen algunas Constituciones del mundo, cuando se está acabando con la democracia. El derecho de resistencia está hasta en la Constitución alemana. Si de repente hay alguien que da un golpe de Estado, tienes derecho a levantarte en armas contra esa gente que quiere subvertir la democracia. Ahora bien, salvo en esos casos, la lucha armada es un anacronismo en Europa. No tiene legitimidad, no tiene apoyo popular, y una lucha armada que no tiene apoyo popular, que no tiene el reconocimiento ciudadano, se llama terrorismo.

¿Es realmente posible poner en práctica lo que proponen sin romper violentamente el sistema?

Lo que sabemos es que es necesario. Y cuando sabes que algo es necesario, tienes que ver cómo se hace posible. Yo creo que el sistema está expulsando a demasiada gente a los bordes del camino. ¿Puede sobrevivir una sociedad con la mitad de la población en estado de pobreza? Sí. Lo vemos en América Latina ahora mismo. Y también vemos que en Europa es posible que nos retrotraigamos a situaciones de los años veinte. Pero aún así, lo veo complicado, porque tenemos poblaciones mucho más formadas, tenemos medios de comunicación alternativos que nos permiten un nivel de comunicación que no hemos tenido en otros momentos de la historia, también en lo que respecta al transporte… Creo que todo eso construye una esfera pública más virtuosa, y en ese sentido soy pesimista, pero soy un pesimista esperanzado, porque ellos tienen los bancos, los medios de comunicación, el Ejército, las universidades, las editoriales…, pero también, como decía al comienzo, veo muchas grietas, y las grietas marcan la tendencia. De repente, vemos aquí en Asturias a empresas en lucha que están obteniendo victorias, vemos el propio ascenso de Podemos, vemos el creciente anhelo en Europa de una alternativa… Por tanto, sí, soy un pesimista esperanzado.

Asturias es la joya de la corona para Podemos.

Asturias es un sitio donde la conciencia que implica Podemos es muy alta, y es muy hermosa. Venir al acto de la Semana Negra, ver la Carpa del Encuentro abarrotada y que nada más subirme al estrado la gente rompiera a aplaudir, es muy hermoso. A la gente se le está saliendo el corazón con Podemos. La gente está identificando que somos una oportunidad de cambiar una sociedad que no nos está gustando. Es un desafío lleno de alegría, y como decía Víctor Hugo en una frase que repetía mucho Marx, nada tiene más fuerza que una idea cuando le ha llegado su hora. 

Establishment español libra una guerra contra el líder de Podemos

Pablo Iglesias

Madrid, 4 Jul (Pilar Casanova, Novosti)

El establishment político español ha lanzado una ofensiva sin precedentes y sin ningún tipo de disimulo contra Podemos y su carismático líder Pablo Iglesias, el joven político de la coleta que ha irrumpido con una fuerza inusitada en las elecciones del 25 de mayo al Parlamento Europeo.

El partido consiguió cinco diputados con los votos de 1.250 miles de españoles que optaron por una alternativa que prácticamente acababa de nacer, y cuyo ideario progresista es un torpedo contra la denominada, por ellos mismos, “casta política”.

Las críticas durísimas recibidas por Iglesias antes de lograr los cinco escaños ya presagiaban el terremoto que se avecinaba. Una de las últimas operaciones antiIglesias ha sido el show montado por un barman madrileño, que boicoteó un acto del líder de Podemos en pleno hotel Ritz de Madrid gritando contra la Venezuela de Maduro.

Dirigentes del Partido Popular (PP), del Partido Socialista (PSOE), periódicos como El País o El Mundo, opinadores, tertualianos… ninguno de ellos ha ahorrado críticas, insultos, descalificaciones, insinuaciones o posibles conspiraciones… contra un puñado de profesores reconvertidos en políticos.

La desproporción entre la representación política de Podemos y su repercusión mediática es abrumadora. La famosa “casta” que denuncia Podemos parece tener el miedo metido en el cuerpo y reparte mandobles en un intento desesperado de frenar la pujanza de este partido alternativo.

Después de que el responsable de organización del PP, Carlos Floriano, se mostrara “preocupado” porque “más de un millón de personas haya votado a un partido que tiene como modelo a la Venezuela de Maduro”, ahora los ataques son más descarados. El portavoz del PP en el Congreso de los Diputados, Alfonso Alonso, ha calificado de “personaje inexplicable” a Iglesias, mientras Esperanza Aguirre, la lideresa rebelde del PP, le ha acusado de “estar con el chavismo, con el castrismo y con ETA”.

El mensaje de Aguirre a Pablo Iglesias es claro: “Dice que soy una impresentable, que soy una ladrona, que estoy en Gürtel (un importante caso de corrupción destapado en las comunidades autónomas gobernadas por el PP), toda una serie de descalificaciones. Pero él se ha dejado en el tintero si ha asesorado al régimen de Venezuela. No dijo que sacaran sangre a los niños, pero ¿ha recomendado que motoristas vayan ametrallando a los estudiantes? Tampoco ha explicado lo de Cuba. ¿Son casta los Castro? Y tampoco ha aclarado lo de ETA”.

Previamente, en su blog en la web del PP, Aguirre había escrito que Podemos “está con el chavismo, con el castrismo y con ETA” y que lo demás es “palabrería”.

Bajo el título “Lo que hay que saber de Podemos”, Aguirre explicaba que la banda terrorista lleva “casi 900 asesinatos que han llenado de dolor a todos los españoles de bien con su terror” tratando de “imponer su proyecto totalitario” a los vascos y los españoles en general y que el dirigente de Podemos, Pablo Iglesias, “quizás colabora con la red de apoyo a sus presos”. “Esto hay que saberlo”.

Según Aguirre, el régimen venezolano, que “controla la Justicia”, los medios de comunicación y permite que en la Asamblea los diputados sean “apaleados impunemente”, “ha pagado a Podemos 3,7 millones de euros”.

“Este régimen es el que admiran los dirigentes de Podemos y este es el modelo que quieren para España”, señalaba Aguirre, que añadía que la formación de Iglesias tiene también como modelo la “dictadura comunista de la dinastía de los Castro, que lleva 55 años oprimiendo a los cubanos, obligando a exiliarse al 20%, arruinado el país”.

Y es que algunos lectores de El País no daban crédito cuando el pasado 18 de junio el diario dedicara página y media –y una llamada en portada–, a la fundación Centro de Estudios Políticos y Sociales (CEPS), con este titular: “La fundación relacionada con Podemos cobró 3,7 millones de Chaves en 10 años”.

Poco importaba que esos millones se hubieran cobrado, como explicaba después en el cuerpo de la información, en diez años (de 2002 a 2012) por encargos de asesoría política y sociológica, como figura en las cuentas depositadas por CEPS en el Ministerio de Cultura español. La misma fundación, de la que Iglesias es miembro de la dirección, también ha tenido como clientes al Gobierno español y a la Generalitat valenciana.

Hasta se ha recuperado una foto de internet de 2007 en la que se ve a Iglesias saludando protocolariamente al entonces príncipe Felipe, al lado de Miguel Blesa, ex presidente de Caja Madrid e imputado por el escándalo de las preferentes que ha acabado con los ahorros de miles de jubilados españoles, en un acto reparto de becas de Caja Madrid.

Gracias a su currículo y sus méritos, Iglesias obtuvo una beca (de 15.476,53 euros) para cursar estudios latinoamericanos en la Universidad de Cambridge entre 2007 y 2008. Ahora se le echa en cara que ataque a los bancos, pero que se beneficie de sus becas.

Pero eso no es todo. Pocos días después el diario El Mundo acusaba al eurodiputado de “ayudar” a una asociación de presos de la banda terrorista, Herrira, ilegalizada posteriormente por la Audiencia Nacional, ya que este grupo tenía su correo electrónico y su móvil y le invitó a cenar en Madrid.

Un ex integrante de Herrira, Sergio Labayen, desmontó la campaña con tuits en los que aclaraba que ese mismo día se reunieron con muchos grupos políticos y periodistas y mostraba su sorpresa porque la Guardia Civil “solo filtre” el nombre de Iglesias.

De entre todas las críticas contra Podemos llama la atención la del ex presidente socialista Felipe González. Primero, porque no es un ataque que llegue desde la derecha convencional y segundo, por su virulencia ideológica. “Temo que prendan, durante cierto tiempo, propuestas que llamaremos, si quiere que se lo diga con sinceridad, utopías regresivas. Creo que una alternativa bolivariana para España o para Europa sería una catástrofe sin paliativos.”

Con estas palabras valoraba, tres días después de las elecciones europeas, el éxito de Podemos y de Iglesias, quien acostumbra a referirse despectivamente a González como “el consejero”, en alusión a su cargo en el consejo de administración de Gas Natural. González cerraba así su reflexión: “Ojalá no llegue (la alternativa bolivariana), pero si llega, bueno, por lo menos uno tendría el consuelo de decir que ya lo dije.”

Los dirigentes de Podemos se frotan las manos ante tanto ataque, conscientes de que esta guerra no hace más que sumar votos a su partido. En un comunicado, la organización asevera que “la ola de insinuaciones, difamaciones e insultos desatada por algunos contra Podemos, sus portavoces y sus votantes, es una muestra del nerviosismo de la casta y sus círculos afines y sus intentos de evitar la confrontación de ideas sobre los principales problemas de los españoles: desempleo, recortes y desahucios, secuestro de la democracia y corrupción, sobre los que no tienen nada que decir.”

Appello internazionale a sostegno di Podemos

A pochi giorni dalle ultime elezioni europee del 25 maggio 2014, come firmatari di questo manifesto, vogliamo diffondere la dirompente entrata nel panorama politico spagnolo dell’iniziativa “Podemos”, che ha ottenuto in poco piú di quattro mesi di esistenza un impressionante sostegno popolare dell’8% dei sufragi, diventando la terza forza politica in 20 delle 40 principali cittá del paese. Davanti al paesaggio desolato che le politiche di austerità hanno dipinto nel Sud d’Europa, è incoraggiante il sorgere di alternative disposte a lottare per la democrazia, i diritti sociali e la sovranità popolare. Ancora più incoraggiante è il fatto che queste alternative provino, contemporaneamente, a fare politica attraverso formule innovative, aldilà del ricatto che condanna tali paesi a dipendere dalle misure di austerità dettate dall’elite politica e finanziaria dell’Unione Europea.

Podemos è riuscito a raccogliere l’eredità del ciclo di mobilitazioni popolari che, dal 2011, sono sorte in tutto il pianeta, per rivendicare una democrazia degna di questo nome. Lo ha fatto favorendo la partecipazione della cittadinanza attraverso primarie aperte e la redazione di un programma partecipativo, grazie alla costituzione di circoli di appoggio e assemblee popolari, rinunciando al finanziamento attraverso prestiti bancari e adottando un fermo compromesso con la revocabilità delle cariche e la limitazione degli stipendi.

Il programma politico di Podemos, costruito in maniera partecipativa da migliaia di cittadini, è riuscito a materializzare il desiderio condiviso da milioni di persone nel mondo in un progetto politico concreto: la frattura con la logica neoliberale dell’austericidio e la dittatura del debito; la distribuzione equitativa del lavoro e della ricchezza; la democratizzazione di tutte le istanze della vita pubblica; la fine della corruzione e dell’impunità che hanno trasformato il sogno europeo di uguaglianza, libertà e fraternità nell’incubo di una società ingiusta, disuguale, oligarchica e cinica.

Come hanno dimostrato queste ultime elezioni, la disaffezione e il disagio che provocano le politiche imposte dalla Troika, sono un terreno fertile per il ritorno e la crescita della xenofobia e del fascismo. Urge, quindi, che la speranza germinata con Podemos si estenda a tutti i paesi: la resistenza di un popolo che si rifiuta di accettare l’assoggettamento passivo e rivendica per sé quel potere che, nella sua essenza, appartiene solo a lui: la democrazia, la capacità di decidere tra tutti ciò che é di tutti.

Manifestiamo, per questo, il nostro sostegno a questa iniziativa e al suo metodo aperto e partecipativo, con la speranza che il suo impegno sia fruttifero e si sparga in modo inarrestabile in tanti luoghi dell’Europa e del mondo.

Gilbert Achcar
Jorge Alemán
Cinzia Arruzza
Étienne Balibar
Brenna Bhandar
Wendy Brown
Bruno Bosteels
Hisham Bustani
Judith Butler
Fathi Chamkhi
Noam Chomsky
Mike Davis
Erri De Luca
Costas Douzinas
Eduardo Galeano
Michael Hardt
Srećko Horvat
Robert Hullot-Kentor
Sadri Khiari
Naomi Klein
Chantal Mouffe
Aristeidis Mpaltas
Yasser Munif
Antonio Negri
Jacques Rancière
Leticia Sabsay
Mixalis Spourdalakis
Nicos Theotocas
Alberto Toscano
Slavoj Žižek

(VIDEO) Podemos si incunea nel sistema spagnolo

di Ciro Brescia

Alle ultime elezioni europee una nuova forza politica si impone in Spagna, si tratta di Podemos, il cui volto visibile è quello del giovane (classe 1978) professore dell’Università Complutense di Madrid, Pablo Iglesias Turrión, scrittore e presentatore televisivo.

I suoi avversari politici più accesi, tanto del PP quanto del PSOE, l’hanno qualificato con una grande quantità di epiteti e accusato di essere connivente di crimini, o presunti tali, più o meno indicibili, tacciandolo di essere, a seconda dei casi e delle convenienze, un seguace di Hitler, un pupazzo in mano agli iraniani, un populista, un antisistema, un bolivariano, un terrorista, un capellone fuori tempo massimo, un bolscevico redivivo, la longa manus della dittatura castro-comunista che prova ad infiltrasi nel Regno Spagnolo.

Podemos nasce 4 mesi fa circa, dalla proposta di attivisti e militanti internazionalisti, legati all’Università Complutense di Madrid come Juan Carlos Monedero, professore di Scienze politiche. Monedero con ogni probabilità è l’europeo che meglio conosce la realtà della Rivoluzione bolivariana essendo stato dal 2005 al 2010 consigliere politico del Governo venezuelano, dello stesso Presidente Chávez, del Ministero della Pianificazione diretto da Jorge Giordani e del CIM (Centro Internazionale Miranda) diretto da Luis Bonilla.

Podemos non ha avuto la pretesa di rappresentare il movimento degli Indignados, delle mobilitazioni del 15M, ma si è proposto come uno strumento ulteriore al servizio delle mobilitazioni popolari e ne ha raccolto ampiamente il consenso, lavorando, gramscianamente, sul senso comune espresso da queste mobilitazioni: «Non è questione di destra o sinistra, è questione di democrazia o dittatura», «La casta dei politici ha subito una prima batosta con queste elezioni», questo il tono delle dichiarazioni di Pablo Iglesias in questi mesi.

Gli accademici di Podemos, a differenza degli accademici progressisti tradizionali non storcono il naso di fronte alle espressioni del comune “buon senso”, non tacciano di “populismo” e con sussiego le forme espressive di chi spontaneamente si indigna di fronte alla crisi in corso, non prendono sotto gamba la necessità di costruire “un senso comune” più avanzato, più cosciente, e sembrano aver capito che per farlo, è necessario costruire “connessione sentimentale” con le larghe masse, non solo limitarsi al discorso politico, ma capendo che anche ciò che non è apparentemente “politico” va valorizzato, a partire dalla rete dei movimenti sociali e delle organizzazioni popolari.

Secondo Juan Carlos Monedero, i popoli dello Stato spagnolo stanno vivendo un processo simile a quello sperimentato in America latina e in Venezuela un paio di decenni fa; il neoliberismo scatenato ha prodotto un disastro sociale fatto di privatizzazioni, svendite del patrimonio pubblico, perdita di sovranità popolare, frantumazione sociale, segnato da marginalizzazione, disoccupazione e povertà crescenti e l’esperienza del Venezuela bolivariano è di grande aiuto quale “exit strategy”; può essere disegnata oggi un’Europa per mettere freno alle logiche perverse del dominio dell’odierno capitalismo.

Monedero accusa la sinistra spagnola di essersi «fatta regime», cosa che non riguarda solo il PSOE, sempre più difficilmente distinguibile dal PP, con il quale ormai da tempo fa sistema in una sorta di bipartitismo in salsa iberica, che riguarda, almeno in una certa misura, anche la stessa IU (Izquierda Unida), di cui lo stesso Monedero ha esperienza diretta. C’è bisogno, quindi, di rompere concretamente questo consociativismo che, in tutta evidenza, approfondisce in questi giorni la sua crisi con le dimissioni del Re Juan Carlos che abdica, spingendo il movimento popolare, chiedendo il referendum per dare la parola ai popoli dello Stato spagnolo, e fare in questo modo decidere loro se intendono continuare a mantenere in piedi il regno e la famiglia reale o finalmente instaurare la terza repubblica.

Non è un caso che le dimissioni del Re sono state presentate dopo il risultato elettorale delle europee che hanno visto ulteriormente comprimersi il consenso per il PP ed il PSOE e conquistare un risultato non di poco conto per la nuova formazione. Podemos intende che le mobilitazioni di piazza sono necessarie ma non sufficienti, che i popoli hanno bisogno di comprendere nella pratica la necessità di organizzarsi e costruire insieme una direzione mettendo in tensione e a sistema le spinte che provengono dall’alto e quelle dal basso, in un progressivo e dinamico equilibrio che per sua natura non può prescindere da contraddizioni e confronti permanenti e che ciò che conta è far avanzare la risultante di queste forze.  Il contributo di questa forza politica può apportare non poco alla costruzione di una nuova Europa dei popoli in lotta per liberarsi dai dogmi del liberismo e in prospettiva di una autentica alternativa di sistema. 

 

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