Capote: «Sono stato un agente cubano infiltrato nella Cia»

raul-razones-de-cubaIntervista. Raul Capote: «la mia doppia vita di reclutato dall’agenzia per la sovversione a Cuba»

di Geraldina Colotti – il manifesto

29mag2015.- «Venni reclu­tato dalla Cia per pre­pa­rare la sov­ver­sione politico-ideologica con­tro il mio paese». Il pro­fes­sor Raul Capote comin­cia così il suo rac­conto al mani­fe­sto. In mano ha il libro «Un altro agente all’Avana», appena pub­bli­cato in Ita­lia da Zam­bon. Un’ampia scheda di Ales­san­dro Pagani, il cura­tore, rica­pi­tola ter­mini e tappe della «guerra psi­co­lo­gica degli Stati uniti con­tro Cuba». L’introduzione di Ser­gio Mari­noni, pre­si­dente dell’Associazione nazio­nale di ami­ci­zia Italia-Cuba, trac­cia la mappa delle prin­ci­pali «con­tro­mosse» messe in campo dal governo cubano per parare i colpi. Il primo a met­tere in gioco la sua vita per infil­trarsi tra i gruppi anti­ca­stri­sti, fu Alberto Del­gado y Del­gado, nella prima metà degli anni ’60. Del­gado venne sco­perto dai ban­di­dos che lo tor­tu­ra­rono sel­vag­gia­mente prima di impic­carlo a un albero vicino a Tri­ni­dad e la sua sto­ria è rac­con­tata in un film del 1973, «El hom­bre de Mai­si­nicu». Capote, il primo cubano a infil­trarsi nella Cia, ha rischiato la vita molte volte, ma è ancora qui, a rac­con­tare quella sto­ria anche in Ita­lia, in un giro di pre­sen­ta­zioni che lo ha por­tato a Roma, dove lo abbiamo incontrato.

Com’è comin­ciata la sua avventura?

Ero un gio­vane scrit­tore spe­ri­men­tale, docente uni­ver­si­ta­rio, impe­gnato nell’Unione nazio­nale degli scrit­tori e degli arti­sti di Cuba. La Cia mi ha con­tat­tato per lavo­rare a un pro­getto chia­mato Gene­sis, diretto soprat­tutto ai gio­vani uni­ver­si­tari cubani. Si pro­po­neva di for­mare i lea­der «del cam­bio» e creare una orga­niz­za­zione di falsa sini­stra che in un futuro avrebbe dovuto pre­di­sporre il cam­bia­mento poli­tico nel paese. Per la Cia, ero l’agente Pablo, per il governo cubano, ero Daniel.

Ero e sono un comu­ni­sta fedele ai suoi ideali, uno dei tanti cubani che amano il pro­prio paese. Vivere una dop­pia vita non è facile senza una con­vin­zione pro­fonda: quando ti sba­gli o ti attac­cano o vogliono com­prarti, sei solo e l’unica tua arma è la moti­va­zione. Ho fatto il mio dovere fino al giorno in cui avrei dovuto com­piere atten­tati e il mio governo ha deciso di rive­lare pub­bli­ca­mente l’operazione.

Negli ultimi incon­tri tra rap­pre­sen­tanze Usa e quelle di Cuba, una gior­na­li­sta ha chie­sto alla dele­ga­zione sta­tu­ni­tense se Washing­ton modi­fi­cherà la sua stra­te­gia di inge­renza per pro­muo­vere “la tran­si­zione” a Cuba ora che sono riprese le rela­zioni tra i due governi. Le è stato rispo­sto che, in sostanza, l’obiettivo resta il mede­simo. Lei che ne pensa? E il suo libro è ancora attuale?

Quel che descrive il libro resta ancora molto attuale. L’attuale stra­te­gia di smart power degli Usa — san­zioni da una parte e dia­logo dall’altra, che ora stiamo vedendo nei con­fronti del Vene­zuela — si può rias­su­mere nel pro­po­sito di distrug­gere la rivo­lu­zione cubana seguendo altri metodi, con­si­de­rati più effi­caci di quelli più mar­ca­ta­mente aggres­sivi impie­gati durante la guerra al «peri­colo rosso»: for­mando, alle­nando, finan­ziando lea­der per il cam­bia­mento, infil­trando o creando gruppi alter­na­tivi finan­ziati dalle agen­zie gover­na­tive sta­tu­ni­tensi. Tutto que­sto all’insegna di rela­zioni nor­mali tra i due paesi che con­sen­tano di agire a Cuba in un con­te­sto di legalità.

Que­sti erano gli obiet­tivi del pro­getto Gene­sis. Gli Usa hanno dovuto pren­dere atto del loro fal­li­mento: per 56 anni hanno ten­tato di met­tere in ginoc­chio Cuba pren­den­doci per fame, allet­tando il popolo con ogni tipo di biso­gno indotto affin­ché si sol­le­vasse con­tro la sua rivo­lu­zione. Tut­ta­via, né l’aggressione mili­tare, né il ter­ro­ri­smo, né la guerra bio­lo­gica, né il blocco eco­no­mico hanno pie­gato Cuba. Per que­sto, ora ricor­rono alla poli­tica del buon vici­nato. Cre­dono che, rista­bi­lendo le rela­zioni diplo­ma­ti­che, togliendo pro­gres­si­va­mente il blo­queo pos­sano vin­cere: attra­verso una intensa guerra cul­tu­rale, semi­nando nell’isola i valori del capi­ta­li­smo, impa­dro­nen­dosi della nostra eco­no­mia, cor­rom­pendo fun­zio­nari, impre­sari, mili­tari e poli­tici. In pochi anni, con un pro­cesso sot­tile ma inar­re­sta­bile, senza che pos­siamo accor­ger­cene, Cuba ritor­ne­rebbe al capitalismo.

I più insi­diosi com­plici delle scelte neo­li­be­ri­ste o mode­rate dei governi euro­pei sono gli intel­let­tuali. Lei rac­conta nel libro la dif­fi­coltà per resi­stere a quelle sirene quand’era un gio­vane e ambi­zioso scrit­tore. I gio­vani cubani sono più espo­sti di quelli della sua generazione?

Non credo, anzi. I gio­vani cubani sono molto più pre­pa­rati, cono­scono i modelli occi­den­tali, hanno una cul­tura gene­rale supe­riore alla nostra, un impe­gno grande con il socia­li­smo cubano e hanno modo di fre­quen­tare i nostri nemici più di noi. Il fatto che Cuba abbia un livello di cul­tura gene­rale molto più ele­vato rispetto a quello di altri paesi della regione e a quello di molti paesi del mondo svi­lup­pato, non è da sottovalutare.

La prima grande opera della rivo­lu­zione è stata quella di ele­vare l’educazione e la cul­tura del popolo e que­sto ha dato i suoi frutti. Cuba ha un pro­getto cul­tu­rale alter­na­tivo e ecce­dente la cul­tura glo­bale del capitalismo.

Difen­dere que­sto pro­getto richiede uomini e donne for­mati in que­sta cul­tura dif­fe­rente, capaci di andare in qual­siasi parte del mondo a edu­care, a curare, a costruire, a sal­vare vite umane come fanno i nipo­tini della rivo­lu­zione in Africa, in Vene­zuela, in Bra­sile. Que­sto non lo fa il capi­ta­li­smo. Sul piano poli­tico, il paese è molto più forte di prima.

Il Potere popo­lare si con­so­lida, cre­sce il livello della par­te­ci­pa­zione popo­lare nelle deci­sioni, si sta per­fe­zio­nando il sistema elet­to­rale, si attua­liz­zano le leggi. Il nostro par­tito di avan­guar­dia — che non è un par­tito elet­to­rale come molti cre­dono — è diretto per oltre l’80% da qua­dri poli­tici gio­vani e di alto livello cul­tu­rale. L’unità del par­tito con il popolo è più forte di prima, la gente si sente par­te­cipe e giu­dice di quel che accade nel paese.

Bertha Soler: i “bisnes” sono “bisnes” e le menzogne restano menzogne

berta-solerdi Raúl Antonio Capote – eladversariocubano

La Habana, 16 Maggio 2015

Nuova denuncia di #Cuba

Durante la celebrazione della VII Conferenza delle Americhe svoltasi recentemente a Panamá, una fonte attendibile mi si è avvicinata per informarmi di un possibile piano orchestrato dalla signora Bertha Soler, rappresentante delle Donne in Bianco, attraverso il quale, la leader di siffatto gruppo mercenario, perseguendo un piano elaborato dall’estrema destra di Miami, starebbe cercando di sabotare la prossima visita del Papa Francesco a Cuba.

Il noto intellettuale cubano, Esteban Morales, ha scritto un articolo che è stato pubblicato nel blog La Pupilla Insomne, a sua volta riprodotto nel blog El Adversario Cubano, nel quale afferma: “La controrivoluzione cubana non è mai esistita. La cosiddetta controrivoluzione cubana di oggi, non ha alcuna legittimità e mai ce l’avrà. Questo perché coloro che la inscenano, non portano avanti nessuna rivendicazione storica, essendo spinti da interessi squisitamente personali. E proprio per ragioni puramente personali, infatti, che si arriva ad uccidere, organizzare rivolte, corrompere processi, senza mai riuscire nell’intento di creare organizzazioni reali, piattaforme di lotta; senza riuscire ad articolare movimenti politici contestatari del potere, della Rivoluzione; senza riuscire a costruire una piattaforma politica, una strategia, un benché minimo discorso”.

Alla fine degli anni Ottanta, da Washington, è diventata normale prassi la strategia che era stata utilizzata contro i progetti socialisti nell’Europa dell’Est, attraverso la quale si fabbricavano, si organizzavano e si finanziavano gruppi che si presentavano come “difensori” dei diritti umani – gruppi di artisti e intellettuali “dissidenti” – sindacati paralleli, il tutto nel mezzo di un ambiente nefasto dovuto ai non pochi errori commessi dai governi socialisti di quei paesi, e che resero possibile il dispiegarsi di quei progetti. Cuba, non poteva rimanere un eccezione, per questo si cercò di riprodurre nel nostro paese lo stesso modello utilizzato in Polonia.

Le cosiddette Donne in Bianco, sorgono precisamente allorché questa strategia comincia a fare acqua da tutte le parti e i cosiddetti “golpes suaves” e le “rivoluzioni colorate” diventavano una moda. Ora, se a Cuba non sono riusciti a realizzare ciò che invece è andato in porto in Polonia, questo è dovuto alla risposta decisa del popolo e del suo governo, che, di fatto, frenarono i vari tentativi di tutti quei gruppuscoli ben pagati, ma infine inconsistenti, poiché mancavano di quella coscienza necessaria per lottare; fattore che caratterizza il mercenario tipo presente in ogni scenario.

Nell’aprile del 2003 vengono fermati, arrestati, processati e condannati 75 mercenari. Fin dalle prime udienze del processo era chiaro chi erano costoro, a quali attività si dedicavano e a quale pericolo – sempre per interessi puramente economici – era incorsa la nostra patria. Organizzazioni come la National Endovment for Democracy (NED), la USAID, la Fondazione Panamericana per lo Sviluppo, non erano nient’altro che agenzie del governo statunitense utilizzate come copertura dalla CIA. Esse furono denunciate durante quel processo. Le testimonianze degli agenti degli Organi della Sicurezza di Stato, che si erano infiltrati nelle attività di quelle agenzie e gruppuscoli, svelavano ancora una volta i piani del governo degli Stati Uniti per abbattere la Rivoluzione.

In questo contesto, utilizzando l’esperienza delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, nella fattispecie quella applicata in Serbia attraverso il gruppo Otpor, viene creato ad hoc un nuova struttura “dissidente”. Alcuni studi di marketing sulle relazioni pubbliche e sociologiche, fecero pensare alla CIA che un progetto di quel genere, in un paese come Cuba, dove la cultura predominante riflette l’amore e il rispetto verso la donna, e nello specifico nei confronti della propria madre o della propria sposa, avrebbe avuto un esito senz’altro positivo.

Cosicché, si decise di optare per il colore bianco per via del suo riferimento religioso e per il suo senso di purezza; di pace. Si decise di utilizzare anche il gladiolo, un fiore che viene utilizzato nel paese come regalo alle madri, e che rappresenta, inoltre, la resistenza pacifica delle cosiddette “rivoluzioni colorate”. Il gruppo doveva essere integrato unicamente da donne, vale a dire dalle spose, dalle madri e dalle figlie dei 75 condannati nel 2003.

Si pose in essere una grande campagna mediatica, i principali mezzi di comunicazione internazionali diedero parecchio risalto alla “lotta” di quelle donne che rivendicavano la libertà per i loro padri, figli e mariti.

La USAID, la NED, la FUPAD, la Fondazione Nazionale Cubano-Americana fecero pervenire a tale gruppo ingenti finanziamenti, con lo scopo di promuovere il “lavoro” di quelle nuove figure controrivoluzionarie. Secondo questi, la strategia del colpo di stato “non violento” si sarebbe realizzato a Cuba attraverso le Donne in Bianco. Ciò nonostante, di fronte al rifiuto del popolo, questi cominciarono a insegnare a quelle nuove “dissidenti” la loro vera missione.

Ebbene, nonostante la possibilità di poter organizzare rivolte, inscenare provocazioni, utilizzare tutto il denaro a loro disposizione, costoro non riuscivano ad ottenere la legittimità e il riconoscimento da parte del popolo.

Questo piano ebbe fine quando, attraverso un processo di dialogo tra il governo cubano, la chiesa cattolica e il governo spagnolo, quest’ultimo si impegnò per accogliere i mercenari processati nel 2003 nel loro territorio. Una volta che se ne andarono dall’isola con le loro famiglie, non rimasero più prigionieri politici a Cuba; come del resto ha dichiarato la stessa chiesa cubana.

Ora, se i familiari della Donne in Bianco sono da parecchi anni liberi, perché continuano le loro provocazioni? Se i familiari dei prigionieri controrivoluzionari se ne sono andati in Spagna, dove attualmente vivono, perché continuano le proteste delle Donne del Dollaro (secondo il soprannome che viene utilizzato dal popolo per identificarle)? se non ci sono più prigionieri politici cosa sta farneticando, allora, la portavoce delle Donne in Bianco, Bertha Soler?

La risposta è semplice, i “bisnes” sono “bisnes”, in ballo ci sono, infatti, un mucchio di soldi, e cosa importa raccontare menzogne, quando ormai si è perso tutti i più elementari principi etici e morali?

Insomma, la signora Bertha Soler, che ha chiesto a Washington, di incrementare il Blocco economico, finanziario e commerciale contro Cuba, non solo si oppone tenacemente al processo di ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Cuba e Stati Uniti, ma è anche la stessa che vuole mandare in fumo la visita del Papa Francesco nell’isola a settembre.

La donna dei Dollari adesso cerca di trasformare i carcerati per crimini comuni in prigionieri politici, un esempio è quello di Danilo Maldonado e Yasser Rivero, presentati come prigionieri di coscienza, come combattenti per la libertà, e arrestati – secondo la stessa – solo per pensarla diversamente. Questi sono anche gli stessi che vengono utilizzati strumentalmente durante quelle provocazioni, ogni volta sempre più aggressive, inscenate da quella nuova generazione di controrivoluzionari diretti dalla signora Soler.

Nessuno di questi signori si trova in carcere per ragioni politiche, trattasi nientemeno di delinquenti comuni, che vengono utilizzati strumentalmente come bandiera, e che sono capaci di mentire per soldi, infischiandosene del danno che provocano a Cuba con tale comportamento. Costoro non hanno principi, e rispecchiano ancora una volta la vera essenza di questa controrivoluzione prefabbricata; una controrivoluzione costituita da mercenari nemici della propria terra. Essi non sono dei convinti controrivoluzionari, non sono dei prigionieri politici, essi sono nient’altro che dei mercenari che per soldi sono disposti a mentire sul loro paese.

Dietro a questo piano, troviamo le forze oscure dell’estrema destra fascista annidata a Miami, delle forze della destra yankee più troglodita, che si oppongono in ultima istanza al processo di dialogo tra i due paesi con la ratio di porre il nostro popolo in ginocchio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani]

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