Modo di produzione —> sistema segnico —> ideologia

di Vincenzo Paglione

La riproduzione sociale nella nostra società capitalistica flessibilizzata avviene in questi tre livelli sopra elencati. I sistemi segnici (linguaggio, scrittura, discorsi, numeri, statistiche, ecc.) occupano in prevalenza una posizione intermedia fra il modo di produzione capitalistico e le istituzioni ideologiche che lo legittimano, ma possono essere a loro volta mediati. Il modo di produzione capitalista e i sistemi segnici che esso produce sono impregnati d’ideologia. Infatti la parola e l’ideologia che la veicola, e che a sua volta è veicolata, partecipano al processo di produzione e alla sua riproduzione. I think tank cui si affidano gli economisti e i politici di tutto il mondo per influenzare governi e l’opinione pubblica, sono consapevoli di questo fatto. Chi avrebbe mai detto che l’attuale premier italiano, Matteo Renzi, avrebbe potuto promuovere le su riforme con un termine vecchio più di settecento anni fa? Nell’inglese del Trecento la parola “job” (“lavoro”) indicava qualcosa che poteva essere spostato nella sua totalità da una parte a un’altra. La flessibilità dei nostri giorni ha ripescato questo antico termine della parola “inglese” job, JOBS ACT, e applicato anziché alle cose, alle persone chiamate a svolgere pacchetti di lavoro, dove anche loro con questa pratica possono essere spostate all’improvviso a ricoprire altri incarichi.

I neocon venezuelani, coadiuvati dai centri del potere massmediologico internazionale, sono i divulgatori e i promotori di un pensiero che si pone come valore-realtà, anzi, per chi serba ancora dei dubbi, è la sola realtà, poiché fa perno a una visione totalizzante del mondo capitalista. Le menzogne sulle presunte violazioni della libertà di espressione, le libertà civili e politiche, il soffocamento dell’economia, ecc. da parte del governo chavista, danno origine a illusioni dialettiche e confusioni nell’opinione pubblica, diventando anche il punto di vista convenzionale tra i giornalisti. Da esperti manipolatori del linguaggio, i giornalisti delle principali testate internazionali hanno spostato la battaglia sul terreno dell’universo dei valori possibili (unici) dove poter definire la politica e l’economia venezuelana. I loro ragionamenti sono organizzati allo scopo di spiegare artificiosamente queste “violazioni” al fine di attivare una programmazione sociale dei comportamenti che ruota sul passato “glorioso” del Venezuela, di paese ricco, cioè di qualcosa che è stato e non si deve cambiare. Invece di fondarla non su ciò che è stato ma su ciò che potrà essere se si riuscisse a pensare una nuova progettazione sociale e a realizzarla per mezzo di programmazioni appropriate: “Socialismo del XXI secolo”. Ciò corrisponderebbe a una presa di coscienza sul fatto che la riproduzione sociale è il principio di tutte le cose e che le illusioni e gli atteggiamenti avventuristici di molti neocon venezuelani che sono all’interno e all’esterno del paese, così come quelle dei tanti Renzi che si succedono in Italia, sono favoriti dal sistema capitalista per impedire o ritardare la formazione di una opposizione programmata e consapevole, in modo tale da possedere non solo la furia ma anche la freddezza di ribaltarlo.

[Redatto per ALBAInformazione da Vincenzo Paglione]

Sciopero generale in Italia: il governo del PD contro i lavoratori

sciopero

LOTTA SINDACALE – Il giorno 12 dicembre, il 60% dei lavoratori italiani hanno incrociato le braccia. Più di 1,5 milioni di persone hanno partecipato alle 54 manifestazioni dello sciopero generale promosso dalla CGIL, dalla UIL e dalla FIOM.

 

di Achille Lollo, da Roma (Italia) —

In Italia, il 12 dicembre è di particolare importanza, perché è stato in questo giorno nel 1969, che i servizi segreti e la destra massonica hanno favorito i gruppi neo-fascisti per far esplodere la “strategia della tensione”, il primo passo per provocare un intervento golpista delle forze armate e inquadrare la sinistra e, soprattutto, il movimento sindacale nell’ordine conservatore della NATO.

Pertanto, i segretari confederali Susanna Camusso della CGIL e Carmelo Barbagallo della UIL, insieme a Maurizio Landini, segretario generale della Federazione dei metalmeccanici (FIOM / CGIL), hanno deciso che lo sciopero generale di 24 ore doveva tenersi il 12, per aderire al simbolismo politico della lotta contro il golpismo e il neo-fascismo, con la posizione ferma dei lavoratori contro la nuova Legge del Lavoro (Jobs Act), che attacca frontalmente il primo articolo della Costituzione, secondo il quale “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.

1,5 milioni in piazza

Questo sciopero generale – il primo ad essere realizzato dal 2006 contro un governo che sostiene di essere di centro-sinistra – ha realizzato 54 manifestazioni nelle principali città italiane, unendo lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, immigrati e movimenti sociali. Un’evidente realtà politica che dimostra la rottura di Matteo Renzi con la base del PD, che, in tal modo, non controlla più la principale confederazione sindacale, la Cgil, e la combattiva federazione dei metalmeccanici, la FIOM. Questo significa che d’ora il PD di Renzi non potrà più garantire al mercato la necessaria “pace sociale”.

Dopo questo sciopero, che è stato caratterizzato da scontri tra i battaglioni d’assalto della polizia e i movimenti sociali di Roma, Bologna, Torino e Milano sono diventate chiare le fratture tra il governo ed i sindacati e anche tra il PD e i lavoratori in generale. Questo perché i deputati e senatori del cosiddetto “PD di sinistra” e della “Tendenza Minoritaria” hanno cambiato il loro posizionamento politico nel votare la nuova Legge del Lavoro, come richiesto da Matteo Renzi.

Purtroppo, i parlamentari dissidenti del PD hanno dimenticato il bla bla bla da oppositori e hanno votato il Jobs Act, sostenendo il nuovo gruppo dirigente del Pd. Tuttavia, dobbiamo ricordare che prima di questo voto, Renzi è stato molto chiaro nel dire a deputati e senatori “dissidenti” che nelle prossime elezioni avrebbero dovuto cercare un altro partito – un ricatto politico ed emotivo che ha pesato abbastanza sulla coscienza e, soprattutto, sulla tasca della maggior parte dei parlamentari del PD.

Dilemma

Per molti di loro si è presentato il dilemma: cosa farò senza il ricco stipendio parlamentare? Posso rinunciare alla potente struttura elettorale dell’apparato partitico del PD e rinunciare alla possibilità di essere rieletto? Posso rinunciare ai benefíci materiali che riconosce il Parlamento, soprattutto ora che il PD è al governo, oltre a dirigere le principali regioni e comuni?
Naturalmente, la maggior parte dei parlamentari del PD, per mantenere la propria poltrona in Parlamento, ha preferito abbassare la testa di fronte al diktat di Renzi.

In realtà, solo un piccolo gruppo di senatori “dissidenti” del PD, legati all’ex direttore del notiziario di RAINEWS TV, Corradino Minneo, ha votato contro, insieme a altri deputati dissidenti, che hanno scelto di non assistere il giorno della votazione.

Un comportamento che ha messo fine alla polemica sull’espulsione dei dissidenti e la conseguente formazione di un nuovo partito, sotto la direzione di Massimo D’Alema. Per inciso, lo stesso, nel giorno dello sciopero generale, a Bari, è stato fischiato e chiamato “venduto”.

Un contesto che i grandi media, in particolare il quotidiano La Repubblica, ha accompagnato con titoli cubitali, dando sempre supporto a Renzi, che se n’è approfittato per sfidare con molta arroganza gli stessi dirigenti sindacali, nonostante questi avessero chiesto un incontro con il governo, per cercare di rivedere la nuova Legge del lavoro.

La risposta del governo è venuta presto, per dimostrare ai sindacati che non temeva lo sciopero generale. Pertanto, il ministro degli Interni, Angelino Alfano, ha ordinato ai dirigenti della polizia antisommossa di reprimere “qualsiasi manifestazione non autorizzata”.

Così, nella settimana prima dello sciopero generale si è avuta una brutta rappresentazione del “potere poliziesco” contro i picchetti dei lavoratori che, a Roma, Terni, Bologna, Napoli e Torino hanno protestato contro la chiusura delle loro fabbriche.

In questo contesto, Alfano ha ordinato la ritirata dei battaglioni anti-sommossa soltanto quando il segretario generale della FIOM-CGIL, Maurizio Landini, ha minacciato di occupare la capitale con i metalmeccanici per tallonare e chiamare in causa la responsabilità del governo – avendo partecipato a uno di questi picchetti e, quindi, avendo presenziato alle percosse violente con manganelli e agli attacchi con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni.

 

Di nuovo i metalmeccanici?

Lo sciopero generale è stato salutato da tre dirigenti sindacali: Susanna Camusso, della CGIL; Carmelo Barbagallo, della UIL e Maurizio Landini, della FIOM / CGIL. Tuttavia, è stato Landini a spiccare nella settimana prima dello sciopero generale e poi nella grande manifestazione di Roma. Una determinazione e un’audacia politica, che ha tutto a che fare con la storia della Federazione dei Metalmeccanici e la formazione politica di Landini, che, all’età di 15 anni ha iniziato a lavorare come saldatore in una “cooperativa rossa”, essendo già militante dei giovani del PCI e iscritto alla FIOM/ CGIL.

Di fatto, i discorsi della Camusso e di Barbagallo sono stati molto “leggeri”. Non hanno rischiato il confronto politico con il governo, per lasciare aperta una porta a possibili negoziati. Praticamente, al di là dei toni e di alcune frasi pronunciate con alterazioni verbali per calmare la massa dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, dei disoccupati, e in particolare delle donne, non vi era alcuna volontà politica specifica di litigare col governo, come è successo nel 2002 contro Berlusconi.

Il problema è che Camusso e Barbagallo hanno fatto bei discorsi, pieni di aggettivi colorati ma hanno criticato il governo solo perché, in quel momento, si sono sentiti obbligati a farlo, dal momento che, in caso contrario, tutto il comando politico dello sciopero generale sarebbe passato in mano ai metalmeccanici della FIOM / CGIL, guidata da Landini, che, a sua volta, ha sempre manifestato posizioni di sinistra.

Non possiamo dimenticare che questo sciopero generale arriva dopo anni e anni di conciliante “concertazione” da parte delle direzioni di CGIL e UIL che, per cercare di salvare la storica alleanza con la CISL e, quindi, mantenere la cosiddetta “unità nella lotta”, in realtà hanno limitato la difesa dei lavoratori ai minimi termini. Tanto che oggi, in Italia, il livello di disoccupazione ha raggiunto il 13%, anche a causa della “spirito conciliante con gli imprenditori” di queste tre confederazioni.

Per tutto ciò, i metalmeccanici – che sono stati i più colpiti con il “contra­tto FIAT” e con la delocalizzazione delle fa­bbriche all’estero – sono tornati as assu­mere nel movimento sindacale un ruolo di­rigente preponderante. Infatti, non possiamo­ dimenticare che lo Statuto dei La­voratori – che adesso il PD di Mat­teo Renzi ha finito di smontare – è stato una delle grandi conquiste che i me­talmeccanici e la FIOM/CGIL hanno realizzato nel 1970, dopo due anni di durissime lotte e scontri con i governi della Democrazia Cristiana.

 “Questa lotta ancora non è terminata”, dice Maurizio Landini

Brasil de Fato — Come giudichi questo sciopero generale che ha mobilizzato nelle piazze più di 1,5 milione di persone?

Maurizio Landini: “…È una ris­posta, soprattutto, a quelli che non credevano al successo dello sciopero e a quelli che non volevano uno scontro con il governo, per essere questo un go­verno del Partito Democratico. In rea­ltà, il successo dello sciopero generale è stato molto importante perché dimostra che solo con la lotta è possibile rappre­sentare gli interessi dei lavoratori e migliorare le condizioni di lavoro, rivendicando un sistema pensionistico più giusto e con la riduzione dell’età per ritirarsi, rivendicando, anche, l’impiego per chi non lo ha e, conseguentemente, combattere il lavoro precario e tutte le forme ne­faste di flessibilizzazione. Questo scioperp gene­rale è servito, pertanto, a ricollocare ques­te questioni all’ordine del giorno. È una battaglia che abbiamo cominciato e che continu­eremo a fare insieme…”.

Brasil de Fato — Quando Matteo Renzi, stimolato dal Banco Centrale Europeo e dalla FIAT di Marchionne, ha anticipato il progetto della nuova Legge del Lavoro (Jobs Act), tu hai subito assunto una posizione critica. Puoi spiegarne le ragioni?

 

Maurizio Landini: “…Le norme che il governo ha inserito nel Jobs Act sono errate e ingiuste. Sono nor­me che non servono a creare nuovi impieghi, non affrontano il problema dei lavoratori precari, non risol­vono l’altro grande problema che è la disoccupazione giovanile. Né tantomeno aiuteranno l’Italia a uscire dalla crisi economica che, in pratica, ha affossato la crescita del paese, a causa di spese inutili, della corruzione e delle molteplici illegalità nel mondo del lavoroo e nel sociale.”

Brasil de Fato — Per quale motivo i “media main-stream” limitano lo sciopero generale a una protesta contro la cancellazione dell’ Art. 18?

 

Maurizio Landini: “…In realtà, esiste una chiara posi­zione politica di chiusura per dividere i lavoratori e poterli sottomettere a tutto. Con questa nuova Legge del Lavoro, il governo ha optato per la riduzione dei diritti, dopo aver assunto le formule di chi trova che i nuovi impieghi si creano soltano licenziando. Tuttavia, questa gente ha dimenticato che il lavoro è la condizione fondamentale affinché gli uomini e le donne vivano e vivano con dignità.

Brasil de Fato — Lo sciopero generale ha concluso un ciclo di mobilitazioni?

 

Maurizio Landini: “…Niente di tutto ciò! Questa lotta ancora non è terminata. Con la votazione in Parlamento del Jobs Act, continueremo a lottare perché il governo dovrà ancora imple­mentare questa nuova legge e, prima o poi, dovrà anche deci­dere la direzione delle opzioni della propria politica economica…”.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Dietro gli spots mediatici di Renzi il programma neo-liberista di sempre

pupo

Italia — A maggio, per vincere le elezioni e fare sì che gli operai con contratto stabile desistessero  dal votare il Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico di Matteo Renzi, si è  inventato un’“integrazione per la spesa base” di R$ 250. Tuttavia, a luglio, gli Italiani hanno scoperto che le imposte sono triplicate.

di Achille Lollo*, da Roma (Italia)

Subito dopo le vacanze estive – che la maggioranza degli Italiani ha passato a casa propria per mancanza di soldi – si è concluso il primo semestre del governo di Matteo Renzi, che esprime una coalizione formata dal “Partito Democratico” (PD, ex-PDS ed ex-PCI) e tre piccoli partiti del centro-destra: il “Nuovo Centro Destra” (NCD), che Angelino Alfano ha creato nel novembre 2013 dopo aver rotto con Berlusconi e l’ala post-fascista di Forza Italia, i “Popolari per l’Italia-UDC” e “Scelta Civica”, che è la formazione politica dell’ex-primo ministro Mario Monti.

In questi primi 15 giorni di settembre, il giornale indipendente Il Fatto Quotidiano ha pubblicato una serie di articoli incentrati sulle promesse del primo ministro, Matteo Renzi, e le poche prospettive che il governo aveva per realizzare in pratica le riforme promesse. Per questo, solamente il giornale del PD, Europa, con L’Unità – che in altri tempi fu il giornale del PCI creato da Antonio Gramsci – oggi, esaltano l’impegno istituzionale del governo Renzi, giustificando in mille modi il ritardo e l’inesistenza nel Parlamento di vere proposte di legge per votare le tanto annunciate riforme.

Un contesto che, improvvisamente, si è acceso, provocando l’intervento di tutti i mezzi di informazione italiani, subito dopo che Renzi, nel partecipare al programma di TV Porta a Porta, si è inventato una nuova formula istituzionale per rimanere in carica senza affrontare nuove elezioni, col dire che ha bisogno di “ancora 1.000 giorni per fare le riforme”.

Di fronte a questo fatto, che è una conseguenza delle macchinazioni della lobby massonica alla quale appartiene Renzi e all’arroganza delle eccellenze del mercato che manovrano gran parte dei ministri, il co-direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha scritto tre editoriali che, in pratica, hanno smascherato l’identità politica del suo governo, dimostrando che il nuovo PD di Renzi, in pratica, avrebbe abbandonato gli ideali del centro-sinistra, per trasformarsi in un partito di centro, potenzialmente volto a stringere alleanze con gli altri partiti di centro-destra e della stessa destra di Berlusconi.

Non dovendo rendere conto né alla lobby dell’economia, né ai “circoli delle eccellenze della politica” e nemmeno ai servizi di intelligence, Marco Travaglio, nel partecipare al programma TV Servizio Pubblico, senza mezzi termini ha dichiarato: “Ormai è finito il festival delle bugie del governo Renzi. Dopo tante parole, tanti obiettivi da raggiungere, tanti programmi e proposte, alla fine, dopo tanto blá blá blá, nessuna riforma strutturale è stata realizzata e nessuna misura seria è stata presa per fare uscire l’economia italiana dal pantano della crisi, una crisi tipicamente italiana che è esplosa a causa delle misure imposte dalla Germania e dalla triade, cioè, dall’FMI, dal Banco Mondiale e dal Banco Centrale Europeu (BCE)”.

Riforme o privatizzazioni?

È proprio vero che, negli ultimi 20 anni, tutti i governi, quelli di destra, capeggiati da Berlusconi, o di centro-sinistra, guidati da Prodi o D’Alema, non hanno fatto nulla in termini di innovazione, permettendo che le istituzioni (governo nazionale, governi regionali, giunte provinciali e governi municipali) si trasformassero in autentici banchi di prova per affari sporchi o illegali, per eccesso di asineria o di corruzione.

Uno scenario che, già nel 2008, quando è esplosa la crisi della bolla finanziaria, presentava, con ogni evidenza, tutte le problematiche che, oggi, stanno spingendo il paese sempre più nella direzione di una recessione davvero tenebrosa.

E per quale motivo Berlusconi, Prodi o D’Alema non hanno fatto nulla per impedire la crescita della disoccupazione? Per quale motivo non è stato fatto nulla per stabilizzare la situazione del debito pubblico e, in particolare, per ridurre i costi della politica o della macchina statale?

La verità è che, oggi come ieri, è il “potere” che impedisce e ostacola qualsiasi tipo di cambiamento istituzionale, soprattutto le riforme che potrebbero modificare la dipendenza che lo Stato italiano presenta verso la triade FMI, Banco Mondiale e BCE in ambito finanziario, con la Germania/Unione Europea in termini di pianificazione dell’economia e con gli Stati Uniti/Nato, in ciò che riguarda le questioni geo-strategiche.

Diciamo che l’Italia, da 20 anni, vive in uno status quo imperativo che ha impedito allo stesso PD di essere un vero partito social-democratico, trasformandosi, sempre più, in un partito che ha rinnegato la sua storia e i suoi ideali, per convergere con più rapidità e dinamismo al centro, cioè, in direzione del potere, per essere accettato dal mercato a governare.

È evidente che il processo di trasformazione politica che i partiti italiani, in particolare il PD e Forza Italia, hanno accettato e stimolato ha avuto conseguenze tragiche, nel senso che il cosiddetto “consenso politico popolare”, in realtà, è sparito. Oggi, i partiti si muovono seguendo le regole del marketing elettorale, per portare avanti programmi di governo che, in realtà, sono state definiti da differenti “centri di eccellenza”. In questi programmi, l’imperativo sono le formule che i politici devono implementare per garantire il “controllo sociale”, permettendo, così, sempre più il lucro di certi tipi di gruppi impresariali e la stabilità finanziaria per specifici strati della società.

In questo senso, le riforme sociali ed economiche sono totalmente esautorate e manipolate. Per esempio, la riforma dell’insegnamento universitario (Riforma Gelmini) non è stata fatta per incentivare la ricerca nelle università o per elevare i livelli d’insegnamento. In realtà, questa riforma è servita a trasformare le università pubbliche in “scuolone”, facendo ritirare da esse gli studenti-lavoratori con la riduzione dei corsi universitari da cinque a tre anni. Allo stesso tempo veniva introdotto un processo selettivo di “elitizzazione” con i dottorati di specializzazione, che si sono trasformati in un’esclusività delle facoltà private.

Tuttavia, i problemi più gravi dell’Italia sono nei settori che si rapportano allo sviluppo industriale e che hanno molto a che vedere con l’ampliamento della disoccupazione e con l’uscita dal mercato del lavoro dei lavoratori che sono nella fascia d’età tra i 45 e i 60 anni. Uomini e donne che sono disoccupati non per essere vecchi, ma perché i loro costi lavorativi sono maggiori di quelli che gli impresari pagano per un giovane di 20 anni, che lavora con contratti flessibilizzati o perfino nel mercato nero (senza contratto).

Di fronte a tutto questo e con molta ragione, Marco Travaglio  ha denunciato che: “le riforme di Renzi sono diventate un sogno per gli Italiani, qualcosa che serve per non entrare nella disperazione. Ed è stato con questo sogno che Renzi e i politici del suo gruppo, adesso, pretendono di continuare a sedurre i suoi elettori”.

La denuncia di Travaglio, purtroppo, ha senso, visto che il governo Renzi non ha trovato resistenze nella società, tanto nel proporre la vendita delle ultime imprese pubbliche quanto nel tentare di annullare il peso politico dei referendum popolari, che impediscono la privatizzazione delle imprese pubbliche dell’acqua.

Non c’è dubbio che nei prossimi “1000 giorni di Matteo Renzi” quasi tutte le imprese pubbliche saranno vendute per permettere al governo di fare cassa, dato que, il giorno 30 agosto, il primo ministro ha firmato un decreto che vieta gli aumenti di salari per i dipendenti pubblici, i quali rimangono congelati dal 2007.

Un decreto che è stato fatto, semplicemente, perché il Ministro del Tesoro ha detto che “gli aumenti salariali dei dipendenti ostacolano gli obiettivi e i costi fissati dal governo nel bilancio del 2015 e in quello dei prossimi anni”. Vuol dire che l’Italia è a un passo dalla bancarotta!

 

 

Un PD neo-liberista?

Durante la presidenza di Pierluigi Bersani e prima di lui di Massimo D’Alema e Walter Veltroni c’è sempre stata una lotta in seno al PD, nella quale la parte maggoritaria del partito pretendeva di adeguare alla logica social-democratica la nuova realtà del paese, mentre un’accanita minoranza voleva fare il salto in avanti, tagliando il passato di sinistra per assumere il neo-liberismo, come ha fatto Tony Blair.

La pressione elettorale della destra e dello stesso Berlusconi, in realtà, hanno impedito che in seno al PD si arrivasse a un vero dibattito sul futuro del partito. Per questo, la falsa unità partitica del PD e la degenerazione della propria storia politica hanno generato in seno al partito una serie di contraddizioni che, nel 2012, sono state saggiamente raccolte da nuovi gruppi politici che mai si sono identificati con la storia dell’antico PCI o con la politica della social-democrazia.

Erano i gruppi “progressisti” della Democrazia Cristiana, che, dopo lo smantellamento di questo partito nel 1999, avevano trovato nel PD una nuova “chiesa politica dove organizzare il loro futuro politico”.

Renzi, i ministri del suo governo e i membri della nuova segreteria del PD, come anche i principali dirigenti regionali di questo partito, appartengono a questo nuovo flusso, che non vede nessun problema a negoziare con Berlusconi o a convivere con partiti di destra.

Per questo, molti italiani, oggi, mettono in discussione il PD e lo stesso primo ministro, chiedendo loro di sapere che futuro stanno preparando per l’Italia, dal momento che il paese sta correndo il rischio di essere “commissariato” da parte dell’Unione Europea e sommerso da imposte e tagli di bilancio, per soddisfare gli obiettivi finanziari fissati a Bruxelles.

Tuttavia,  bisogna dire che il successo di Matteo Renzi in seno al PD ha finalmente fatto sì che il Partito Democratico perdesse tutte le ambiguità e le fascinazioni che Massimo D’Alema e Walter Veltroni avevano mantenuto in piedi per non perdere il voto dell’elettorato tradizionale di sinistra e, pertanto, per non alienarsi la simpatia delle nuove generazioni, che hanno creduto nella necessità di trasformare il PCI in PDS (Partito Democratico della Sinistra) e poi in semplice Partito Democratico, senza perdere le sue connotazioni di sinistra. Purtroppo, è andato tutto storto.

* giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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