Fisk: «Davano per spacciato l’esercito siriano, ora è diverso»

da lantidiplomatico

Nel suo articolo su The Independent il noto reporter di guerra, Robert Fisk, analizza gli ultimi sviluppi in Siria dopo l’interventi russo. Fisk, pur ritenendo importante ruolo di Putin, ritiene che l’esercito siriano sarà decisivo per le sorti di questa guerra, nonostante in molti lo considerassero spacciato

Mentre il mondo con presunzione si infuria ancora con la Russia in Medio Oriente, perché è intervenuta in Siria invece di lasciare che gli americani la decisione su quali dittatori debbano sopravvivere o morire – tutti stavamo dimenticando l’unica istituzione in quella terra araba che continua a funzionare e proteggere lo stato e che Mosca ha deciso di conservare: l’esercito siriano. Mentre la Russia ha propagandato i suoi missili, l’esercito siriano, a corto di personale e senza munizioni qualche mese fa, si è improvvisamente portato all’offensiva. All’inizio di quest’anno, lo possiamo ricordare, questo stesso esercito era stato cancellato, si era detto che il governo Bashar al-Assad ormai aveva i giorni contati.

Abbiamo usato il nostro esercito di luoghi comuni per perorare la causa un cambio di regime. L’esercito siriano ha perso terreno – a Jisr al-Shugour e a Palmira – e quindi abbiamo previsto che Assad avesse raggiunto un “punto di non ritorno”.

Poi è arrivato Vladimir Putin con le sue flotte aeree e missilistiche e improvvisamente l’intero scenario si è trasformato. Mentre noi sbuffavamo e protestavamo sul fatto che i russi stavano bombardando i ribelli “moderati” – moderati che in precedenza avevano cessato di esistere secondo alti generali americani – abbiamo prestato nessuna attenzione per l’offensiva militare che gli stessi siriani, stanno ora attuando contro il Fronte Al Nusra(ramo di Al Qaeda in Siria ndt) intorno ad Aleppo e nella valle dell’Oronte.

I comandanti siriani stanno fissando le coordinate per quasi ogni attacco aereo russo. In origine stavano fornendo dalle 200 alle 400 coordinate a notte. Ora a volte la cifra raggiunge quota 800. I siriani hanno scoperto che i russi non vogliono sparare su bersagli nei centri abitati; non intendono lasciare gli ospedali in fiamme e colpire le feste di matrimonio come gli americani in Afghanistan. Questa politica potrebbe sempre cambiare, naturalmente. Nessun paese aviazione bombarda senza uccidere civili. Né senza attraversare frontiere di altri paesi.

Ma i russi sono ora comunicano ai turchi – e, per estensione logica, queste informazioni devono andare agli americani – le coordinate il loro volo. Ancora più rilevate, hanno istituito un sistema di comunicazione telefonica tra loro base sulla costa mediterranea siriana e il ministero israeliano della Difesa a Tel Aviv. Ancora più incredibile è che gli israeliani – che hanno l’abitudine di colpire siriani e iraniani nei pressi delle alture del Golan – sono improvvisamente scomparsi dai cieli. In altre parole, i russi sono coinvolti in una grande operazione, non deve quindi generare meraviglia quello che da un mese sta succedendo in Siria. Ed è probabile che continuerà per parecchio tempo.

I siriani erano in origine ansiosi di tornare a Palmyra, conquistata dall’Isis lo scorso maggio, ma i russi hanno dimostrato più interesse per la regione di Aleppo, in quanto credono che le loro basi costiere intorno a Lattakia siano vulnerabili. Al Nusra ha sparato parecchi missili verso Lattakia e Tartous e Mosca non ha alcun intenzione di avere la sua forza aerea colpita da terra. Ma l’esercito siriano ha ormai schierato le sue principali unità – la 1a e 4a Divisione, Guardia Repubblicana e le Forze Speciali – sui fronti di battaglia e si stanno muovendo molto vicino al confine turco.

Tutto questo è solo l’inizio dell’avventura di Putin. Lui sta dimostrando di essere un buon viaggiatore in Medio Oriente – e si è già fatto buon amico, un altro pilastro della regione, il Presidente-Feldmaresciallo che ha vinto con oltre il 96 per cento le elezioni e attualmente governa l’Egitto. Ma l’esercito egiziano, combattendo la sua piccola guerra nel Sinai, non ha quell’esperienza strategica di una grande guerra. Né, nonostante i loro combattimenti  in aria su Yemen, Libia, Siria e altri obiettivi, le autorità militari presenti in Arabia Saudita, Emirati e in  Giordania, hanno molta cognizione di come si combatte una vera e propria guerra. L’Esercito libico non esiste. L’esercito iracheno ha appena ottenuto qualche medaglia contro i suoi nemici islamici.

Ma c’è un fattore che non deve essere trascurato.

Se vince – e se resta compatto insieme nella sua forza operativa,  l’esercito siriano verrà fuori da questa guerra in corso come il più spietato, agguerrito e preparato alla guerra di qualsiasi esercito arabo della regione. Saranno guai per i suoi vicini se lo dimenticheranno.

Massacro di Palmyra: il reportage di Robert Fisk

da the independent

Il giornalista britannico Robert Fisk ha realizzato un reportage sugli abitanti di Tadmor, città siriana nel governatorato di Homs, nota con il nome di Palmyra, vittima nell’ultimo mese dell’invasione della milizia wahhabita takfirista Isis, Daesh in arabo.

È sorprendente che i media internazionali siano interessati solo ai monumenti. Fisk ha visitato la zona per raccogliere le testimonianze dei pochi che sono riusciti a sfuggire agli invasori, nella vicina città di Hayan, che si trova dalle parti dei giacimenti petroliferi e il gas del deserto siriano.

Il reporter racconta che dei 50 operai che lavoravano nello raffineria di petrolio e del gas Assad Sulieman, 25 sono stati uccisi, insieme ad almeno 400 civili – tra cui donne e bambini -. Essi stavano riposando e sono stati portati via dalle loro case. Sono stati semplicemente portati via e uccisi perché erano dipendenti governativi (settore pubblico).

Il direttore dello stabilimento ha rivelato che lui e i suoi collaboratori sono stati oggetto di minacce telefoniche da parte dei terroristi.

Egli è il fratello di un ingegnere petrolifero che Fisk ha incontrato a condizione di anonimato, ed è stato lui che ha raccolto le immagini dei corpi decapitati

Secondo Fisk, alcune foto sono troppo orribili per essere pubblicate, mostrano teste separate dai corpi contorti e il sangue che scorre a fiotti lungo la strada.

«Daesh ha costretto la gente a vedere i corpi nelle strade, rimossi dopo tre giorni. Si è dovuto attendere il loro permesso per raccogliere i corpi e seppellirli», ha detto l’ingegnere.

Inoltre, ha riferito che la sua famiglia gli ha parlato di due uomini Daesh che hanno ucciso tre infermieri, uno nella sua casa, un altro nella casa di suo zio, un terzo per la strada. «Forse perché avevano aiutato l’esercito [come infermieri]. Si diceva che erano stati decapitati, ma mio fratello ha detto che sono stati uccisi con una pallottola alla testa», ha aggiunto.

Si parla anche di persone che mettendosi in fuga frettolosamente sono rimaste uccise quando le loro auto sono passate sugli esplosivi piazzati dai terroristi nelle strade. Tra i morti, un generale siriano in pensione della famiglia al-Daas e sua moglie, un farmacista di 40 anni, e suo figlio di 12 anni. Secondo i rapporti successivi, sono avvenute esecuzioni anche nell’antico Teatro Romano, nel cuore dei resti dell’antica Palmyra.

Il giornalista britannico ha anche incontrato l’uomo che conosce meglio i pericoli della guerra in Siria, il generale Fouad.

Questo Ufficiale di carriera ha registrato la sua più grande vittoria sui ribelli in una montagna vicina, suo figlio è stato ucciso combattendo a Homs, ha confidato di aver sentito un “grande shock” quando Tadmor è caduta. Ha spiegato che i soldati che hanno combattuto molto tempo fa per difendere la città non si aspettavnoa un attacco di una tale forza. Secondo altri militari – non il generale – l’Isis in quel momento si è mosso su un ampio fronte di 75 km, che ha travolto l’esercito.

“Non andranno oltre,”, ha affermato Generale Fouad. «Li abbiamo spinti dietro quando hanno attaccato tre siti minerari lo scorso anno. I nostri soldati hanno preso e cercato alcuni nei loro covi nella montagna Shaer. Abbiamo trovato documenti sui nostri impianti di produzione, abbiamo trovato libri religiosi takfiri. E abbiamo trovato biancheria».

Fisk ha riferito di un problema che assilla il generale, così come quasi tutti gli ufficiali siriani che ha incontrato nel deserto e tutti i civili: «Gli americani che dicono di voler distruggere l’Isis sapevano bene, grazie ai loro satelliti, come migliaia di uomini armati si ammassavano per attaccare Palmyra. Perché non mettere in guardia i siriani? E anche se a Washington non piace Assad, perché non li hanno bombardati? Eppure erano un facile bersaglio per la forza aerea degli Stati Uniti nei giorni precedenti l’attacco a Palmyra. È una questione alla quale un giorno si dovrà dare una risposta».

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Robert Fisk: «L’Isis usa missili Usa contro l’Esercito Siriano»

da al manar

L’esercito siriano schierato tra le colline a nord-est di Latakia ha subito attacchi quotidiani con missili da parte dei terroristi affiliati al gruppo terroristico Isis o Daesh in arabo.

Ufficiali siriani, tra cui paracadutisti, hanno rivelato al quotidiano britannico The Independent che un cambiamento è avvenuto in termini di armi e attrezzature in mano ai terroristi dopo aver preso il controllo della città irachena di Mosul. Questi ufficiali ha svelato i dettagli nei cambiamenti dei sistemi a livello di comunicazione tra i ceceni, turcomanni e arabi che compongono questi gruppi.

Secondo il quotidiano britannico, un gruppo armato conosciuto come la “Brigata del Sahel”, legato all’Isis, ha cercato di accedere alla costa del Mar Mediterraneo, che si trova a circa 12 km dal luogo in cui si è dispiegato.

Il giornalista Robert Fisk osserva che “una grande battaglia” si sta preparando tra queste montagne coperte di pini.

Gli ufficiali siriani hanno affermato che i terroristi hanno missili sofisticati a guida termica, utilizzati nel mese di settembre contro un accampamento militare nella città siriana di Qastal Maaf. I resti dei missili rivelano il nome della società statunitense dove sono stati prodotti e il loro codice di fabbricazione.

Prodotti da Eagle Baishe, i missili trasportano una notevole quantità di elio e un avvertimento: «Contiene 6400 BSIJH fortemente esplosiva e proibito dalla legge federale, vietato qualsiasi trasferimento. Ogni infrazione comporterà una sanzione di 25.000 dollari e cinque anni di carcere».

Il codice completo del missile è il seguente: DOT-E7694 NRC6400 / 11109 / M1033 MFR 54080 39317 79294 ASSY.

Un missile simile è stato utilizzato il 4 ottobre scorso e porta come sigla di tipo di batteria il numero 32964. Batteria DATA MFG termica 12/90 LOTTO N. (numero indecifrabile quindi 912 S / N 005 959).

Fisk si è posto qualche domanda: «Come sono finiti questi missili nelle mani dei jihadisti? Attraverso il mercato mondiale “l’opposizione moderata” ha ricevuto queste armi dagli Stati Uniti e poi le ha vendute all’Isis?».

Le truppe siriane hanno anche osservato che i terroristi hanno utilizzato missili anticarro, mai usati prima, con un raggio di 5 km e le voci ascoltate attraverso i dispositivi di comunicazione sono di egiziani, libici, tunisini, marocchini e di altri paesi del Golfo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria: Obama e il gioco delle tre carte

ribelli tre carteda sibialiria.org

Lo Stato islamico, al Qaeda, gli Stati Nato/Golfo e i “ribelli moderati” in Siria e Libia.

PARTE PRIMA: ribelle “buono”, “ribelle cattivo”

Con il pretesto di colpire anche in Siria l’orrore che si autodefinisce Stato islamico e che si è ritagliata con il coltello una grande area fra Siria e Iraq chiamandola “Califfato”, Usa & C. cercheranno di realizzare un regime change. Così facendo giocheranno di fatto il ruolo di forza aerea di al Qaeda, come fu in Libia. Perché fra i ribelli “moderati” appoggiati dall’Occidente e i terroristi sedicenti islamici le porte sono girevoli, e lo affermano gli stessi protagonisti.

E’ concreto il rischio che i novelli Frankenstein Nato/Golfo riuniti nel gruppo degli “Amici della Siria (ora “Gruppo di Londra”; la loro breve ma perversa storia è raccontata qui) approfittino della mostruosa creatura uscita dalle loro guerre aperte o occulte, l’ormai famigerato Stato islamico (Isis) per passare da un intervento per procura a un “intervento umanitario” , occupando così la Siria e realizzando, finalmente, il loro tanto agognato regime change al quale hanno già dedicato tre anni costati al popolo siriano infiniti lutti. Tre anni costellati da bombardamenti effettuati da Israele e Turchia, dall’infiltrazione di uomini armati, da aiuti ai gruppi armati “dell’opposizione” operanti in Siria.

Washington, da suo canto, rassicura i sostenitori dell’opposizione armata non-Isis in Siria e conferma che non ha alcuna intenzione di coordinare con Damasco eventuali attacchi aerei contro l’Isis anche per non alienarsi i membri della coalizione anti-Assad – principalmente Turchia, Giordania, Arabia saudita, Qatar. In tal senso, il 25 giugno 2014, Obama ha presentato al Congresso (nel quadro del progetto Overseas Contingency Operations, OCO, per il 2015), la richiesta di destinare, fra l’altro, 500 milioni di dollari per formare ed equipaggiare elementi “verificati” dell’opposizione siriana “per aiutare a difendere il popolo siriano (…) e contrastare minacce terroristiche”. E’ la stessa richiesta reiterata – su esortazione Usa – dagli alleati locali del gruppo Nato/Golfo di “Amici della Siria”, ovvero la “Coalizione nazionale siriana” nata a Doha nel 2012, e il suo braccio armato, appunto “l’Esercito siriano libero”.

 Così come i “ribelli” libici, anche quelli siriani hanno fin dall’inizio richiesto l’appoggio dell’Occidente (cosa che non ha mai fatto l’opposizione interna non armata). E Mohammed Qaddah, vicepresidente della Coalizione di Doha, conclude così il suo discorso: “Lottare contro il terrorismo significa anche rafforzare l’Esercito libero siriano che si è dimostrato essere l’unico capace di contrastare il gruppo estremista nella regione”. Ovviamente, Mohammed Qaddah sorvola sulla circostanza che siano stati soltanto i curdi siriani dell’Ypd – e non certo l’Esl e compari – a fermare l’Isis in Siria e a proteggere le loro aree in Siria (come il Royava ai confini con la Turchia) attaccate da Isis, Jabhat al Nusra e anche dall’Esl. Eppure i curdi siriani sono stati esclusi dai negoziati di pace a Ginevra.

Di recente Hillary Clinton ha affermato che bisognava armare massicciamente i “ribelli moderati siriani” sin dall’inizio; il non averlo fatto – sostiene – ha dato modo ai jihadisti di riempire il vuoto e di “convertire” i ribelli in loro alleati; una dichiarazione sostanzialmente identica a quella dell’ex ambasciatore Usa in Siria Robert Ford. In realtà, la rapida ascesa di gruppi come al Nusra (al Qaeda in Siria) e Isis (ex al Qaeda), si spiega sia con l’inglobamento di combattenti prima appartenenti a gruppi “moderati”; sia con una crescita militare determinata sostanzialmente da ingenti finanziamenti e da appoggi logistici garantiti apertamente dalla Turchia e dai petromonarchi e – più o meno segretamente – dall’Occidente.

Se gli aiuti in armi, denaro e logistica sono stati dati direttamente ai gruppi qaedisti, questo la dice lunga sulle intenzioni degli “Amici della Siria”; altro che combattere l’Isis. Se invece sono stati dati ai “moderati” e poi sono finiti nelle mani “sbagliate”, è successo grazie al fatto che i “moderati” si sono spesso alleati agli islamisti. Ad esempio, secondo le mai smentite dichiarazioni di funzionari governativi giordani “gli Usa addestrarono in una base segreta in Giordania decine di futuri membri dell’Isis” (…) mentre “la Turchia, addestrava combattenti dell’Isis nelle vicinanze di Incirlik.

Va detto che un fondamentale trait d’union fra terroristi Nato/Golfo e terroristi Isis sono stati proprio loro: i ribelli” moderati”. Quelli “buoni”. Quelli dalla bandiera verde-nera-bianca nella quale volentieri si avvolgono i sostenitori in Italia di questi “partigiani rivoluzionari”, così come facevano con gli allora mitici, e oggi famigerati, “freedom fighters” libici.

Fra i “moderati” e gli al qaedisti o, peggio, l’Isis, c’è sempre stato un documentato sistema di “porte girevoli” e per loro stessa ammissione. I rapporti fra Esl, al Nusra e Isis sono un groviglio inestricabile e mutevole a seconda degli scenari e del periodo. Così riassume il giornalista dell’Independent Robert Fisk: “Chi sono questi ribelli ‘moderati’ che Obama vuole addestrare e armare? Egli non li nomina e non può perché i ‘moderati’ originali, ai quale gli Stati Uniti hanno promesso fondi – con l’aiuto della CIA, gli inglesi, Arabia Saudita, Qatar e Turchia – sono membri del cosiddetto ‘Esercito siriano libero’ composto principalmente da disertori delle forze armate siriane. L’Esl (…) si è dissolto. I suoi uomini si sono ritirati, si sono arruolati con Al Nusra o nell’Isis o sono tornati nell’esercito governativo” (…) “Si dice che i ‘combattenti per la libertà’ non hanno ricevuto abbastanza armi. Ora ne avranno di più. E non c’è dubbio che le venderanno, come hanno fatto prima. (…) Date ad un uomo dell’Esl – nel caso lo incontraste – un missile antiaereo e ve lo venderà al miglior offerente”.

Va da sé che anche davanti a documentazioni incontrovertibili del canale tra ribelli “buoni” e quelli “cattivi” c’è ancora chi si affanna a dichiarare che l’Esl è una organizzazione “autonoma e moderata” che bisogna continuare a finanziare e armare, contro il regime siriano e contro l’Isis. Un approccio cronologico aiuta a capire l’assurdità di queste affermazioni.

 

Dai jihadisti libici con amore

Dal febbraio 2011, in Libia, i paesi occidentali e del Golfo hanno collaborato dal cielo (bombardamenti Nato) e a terra (servizi segreti e corpi speciali) con i “ribelli”, fra i quali forze al qaediste (come spiega in un’intervista un ex prigioniero di Guantanamo che dopo la presa di Tripoli ne diventerà comandante militare:).

Dopo la caduta e uccisione del leader Muammar Gheddafi, grandi quantità di armi furono inviate dagli ex “ribelli” libici ai loro omologhi siriani, grazie alla collaborazione del Qatar (per i finanziamenti e il trasporto aereo) e della Turchia (per l’ingresso). E se anche il Supreme Military Council dell’Esl non distribuiva armi direttamente a gruppi qaedisti, questi comunque – secondo dichiarazioni di attivisti siriani – erano in grado di acquistarle dai gruppi che le avevano ricevute. Il premio Pulitzer Seymour Hersch ha di recente denunciato la rat line fra Cia, Turchia e ribelli siriani: una rete clandestina autorizzata nel 2012, usata per canalizzare armi e munizioni dalla Libia alla Siria attraverso la frontiera turca.

 Dall’inizio del 2012 arrivano in Siria milizie jihadiste di dottrina sunnita, finanziate soprattutto dai paesi del Golfo Persico, quali Arabia Saudita e Qatar. La Libia fornisce molti combattenti jihadisti.

 Nell’agosto 2012, tanto per dirne una ad Aleppo, allora sotto il controllo dell’Esl si applicava la Sharia anche nei tribunali, e le donne erano costrette ad uscire velate.

Via via cresce l’influenza delle fazioni “bin Laden”. Tra tutte, si distingue (anche per efferatezza il neocostituito Fronte al-Nusra, affiliato ad al Qaeda. A metà 2013 arriverà dall’Iraq lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis, Isil); formato da combattenti siriani in Iraq che tornano in patria con l’obiettivo di instaurare la Sharia. Al Qaeda di cui rappresentava il ramo iracheno lo rinnegherà nel 2014. Malgrado la reciproca scomunica, Isis e al Nusra hanno la stessa matrice ideologica e rappresentano la maggior parte dei combattenti dell’opposizione. Se Isis si è rivelato (ancor) più sanguinario, al Nusra ha spesso guidato le operazioni più efficaci dei “ribelli”.

Nel novembre 2012, con la rielezione di Obama iniziano le manovre Usa per plasmare le bande dell’opposizione siriana secondo i propri desideri. A Doha nasce la Coalizione nazionale siriana con un allargamento del precedente Consiglio nazionale ad altri ambienti e a Marrakech gli “Amici della Siria” incontrano il nuovo coordinamento dell‘opposizione.

Nello stesso tempo gli Usa pongono il fronte al Nusra nella lista dei gruppi terroristi. Significativamente, il leader della Coalizione siriana, al Khatib, dichiara: “Si tratta di un errore e cercherò di modificarlo”. Diversi esponenti e gruppi di ribelli “moderati” reagiscono con il motto “Siamo tutti al Nusra” rimarcando la collaborazione sempre più stretta tra Esl e al Nusra.

Fra febbraio e marzo 2013, il segretario di Stato Usa, John Kerry, annuncia che l’amministrazione Obama sostiene l’invio di armi ai gruppi siriani da parte delle nazioni mediorientali (leggi petromonarchie e Turchia) perché, del resto, negli ultimi mesi si è diventati fiduciosi sul fatto che queste armi vadano alla “gente giusta e all’opposizione moderata che può gestirle correttamente.

A quel punto la giornalista e analista basata in Libano Sharmine Narwani chiede all’ufficio stampa del Dipartimento di Stato Usa: “Per favore, indicatemi qualcuno dei gruppi armati moderati ai quali si riferisce Kerry”. Ma non riesce ad avere nemmeno un nome (qui il carteggio) dal portavoce di Kerry; solo considerazioni tipo questa: “L’opposizione ha una visione comune e un piano di transizione per la Siria che offre un’alternativa credibile al regime di Assad. Sosteniamo questa visione e lavoriamo per accelerare la transizione, fornendo sostegno non letale”.

Purtroppo i giornalisti stranieri scortati dai “ribelli” non hanno aiutato a capire. In genere si sono attenuti al copione (già collaudato in Libia) dei “partigiani”; la presenza di combattenti da altri paesi era paragonata alle brigate internazionali contro il fascismo in Spagna. Ma quella dei “vecchi e nuovi embedded” è una lunga storia tutta ancora da raccontare.

Nel marzo 2013 Raqqa è il primo capoluogo di regione siriano (con oltre un milione di abitanti nel 2010) a essere conquistato dai “ribelli”, in un’operazione congiunta che ha visto schierate fianco a fianco le forze dell’Esercito libero (Esl) e dei gruppi jihadisti e salafiti di Jabhat an Nusra e Ahrar ash Sham.

Nel giugno 2013, di sostegno ai ribelli siriani si parla molto al meeting del G8 in Irlanda del Nord. Gli Usa riescono allo scoperto annunciando il sostegno a “ribelli selezionati.. C’è chi scrive: “Adesso il sostegno ad al Qaeda è alla luce del sole”. Una esagerazione?

Forse no, perché, come rivelato di recente dall’ex ministro degli esteri Emma Bonino “Già nel maggio-giugno 2013 i moderati in Siria non c’erano più. (…) “Quello che so per certo è che all’epoca tra l’altro in cui in Siria vengono allo scoperto i tagliagole, era ormai chiarissimo, evidente e noto che i cosiddetti moderati e laici tra i ribelli siriani erano stati tutti epurati. Anche l’Esercito siriano libero era infiltrato da al Nusra e dall’Isis”.

Una verità questa ribadita anche dal colonnello Abdel Basset al Tawil, comandante del fronte settentrionale dell’Esl: “A proposito delle fazioni che l’Occidente vuole classificare come terroriste – il fronte al Nusra – possiamo tranquillamente avere un dialogo con loro, sul tipo di Stato che vogliamo creare, uno che vada bene a tutti (…) non è un segreto che abbiamo rapporti con tutti, anche con i fratelli di al Nusra, e cooperiamo su molti scenari”. E conclude: “Diamo tempo un mese alla comunità internazionale, e poi riveleremo quel che sappiamo sulle armi chimiche… credo che lei sappia che cosa voglio dire”. 

E come segno di obbediente adesione all’Isis, si possono usare anche gli ostaggi. Secondo alcune fonti, anche il giornalista James Foley, decapitato urbi et urbi dall’Isis, era stato rapito, in una zona occupata dai “ribelli”, poco dopo un video girato da sostenitori dell’Esl, e secondo fonti informate era finito nelle mani della relativamente moderata brigata Dawood, in precedenza allineata con l’Esl, poi passata all’Isis.

Nel marzo 2013, l’esperto di jihadismo Aaron Lund, dello Swedish Institute of Foreign Affairs – e nient’affatto pro-Assad, anzi – scriveva che “purtroppo” l’Esl non esiste: è stato un logo creato nel luglio 2011 dal colonnello Riad el Asaad e da pochi altri disertori, presto confinati nel campo di Apaydin in Turchia. Gruppi armati che nascevano in Siria adottavano questo logo, pur non avendo magari alcun collegamento con il comando d’oltrefrontiera. Ma alla fine del 2012 molti gruppi cancellavano i simboli dell’Esl. In seguito questo termine è stato usato semplicemente per separare l’opposizione non ideologica o solo moderatamente islamica, dalle fazioni salafite – quelle tipo Jabhat al Nusra o Ahrar al Sham non vi hanno mai fatto ricorso; ma all’inizio il marchio di fabbrica è stato usato da Liwa al Islam e Suqour el Sham. Insomma giusto un marchio, senza gerarchia. Dunque, spiega l’esperto, si usa il termine Esl (Fsa – Free Syrian Army in inglese) per indicare fra i combattenti anti-Damasco le fazioni che ricevono sostegno dal Golfo e dall’Occidente e sono aperte alla collaborazione con gli Usa e altre nazioni occidentali. Questo esclude i curdi dell’Ypg (troppo di sinistra) e quei salafiti che sono anti-occidentali – perché poi ci sono salafiti finanziati da Golfo e Occidente, e sono nel Syrian Liberation Front (Slf), che riunisce gruppi che in precedenza si definivano Esl. Non mancano gli Shields of the Revolution (affiliati ai Fratelli musulmani) e anch’essi a volte si definiscono Esl; o il raggruppamento Ansar-el-Islam, coalizione islamista a Damasco, i cui membri si definivano Esl, ma non più. I masters Nato/Golfo hanno più volte cercato di creare comandi unificati, nessuno dei quali però ha boots on the ground. Come la Coalizione di Doha, comandano (si fa per dire) per corrispondenza, da fuori. Gli uni dai campi in Turchia, l’altra (i “politici”) dagli hotel a 5 stelle del Golfo.

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Maggio 2013: foto rivelatrici (se ne parla qui), scattata in una località vicino a Idleb nel corso di una vista del senatore Usa John mc Cain (ambasciatore dei “rivoluzionari” libici, siriani e di Kiev), sembra mostrare oltre al brigadier generale Selim Idriss (con gli occhiali) dell’Esl, Ibrahim al-Badri, noto anche come Abu Du’a, figura dal 4 ottobre 2011 nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (Rewards for Justice, con una taglia di 10 milioni di dollari) e dal 5 ottobre 2011 nella lista stessa dal comitato per le sanzioni dell’Onu come membro di al Qaeda. Fondatore dell’Isis, con il nome di battaglia di al Baghdadi.

Nell’agosto 2013 il generale Salim Idriss, comandante in capo del Libero Esercito Siriano visita Latakia per “constatare gli importanti successi e le vittorie che i nostri rivoluzionari hanno ottenuto sul fronte costiero”. Ne da notizia “Repubblica” che dimentica, comunque un non trascurabile dettaglio; quelle operazioni sono state condotte direttamente dalle milizie del Fronte al-Nusra.

Sulla catena che dagli Usa porta all’Isis la dicono lunga alcune foto: nella prima, il segretario di Stato John Kerry ha dietro di sé l’ex ambasciatore Usa in Iraq Robert Ford; nella successiva, lo stesso Ford è ritratto nel nord della Siria, maggio 2013, insieme ad Abdul Jabbar Aqidi, a quel tempo capo dell’Aleppo Military Council; nell’ultima, Jabbar nell’agosto 2013 celebra insieme all’emiro dell’Isis Abu Jandar la presa di un aeroporto militare.

Lo stesso Abdul Jabbar, in questa intervista, concessa, a Orient TV a fine 2013, sostiene: “Sono buoni i rapporti con l’Isis. Comunico ogni giorno con i fratelli dell’Isis. Per risolvere problemi e dispute. I media esagerano le cose a proposito dell’Isil, li chiamano takfiri – quelli che accusano ogni altro di apostasia –ma la maggioranza di loro non lo sono”.

Certo le spine sono tante. Il 13 luglio 2013 Muhammad Kamal al Hamami, carismatico leader dell’Esl, viene a un vertice con i leader dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante in un posto segreto nel porto di Latakia. Con gli islamisti deve discutere delle strategie da adottare per contrastare la controffensiva dell’esercito governativo a Homs e Aleppo. Un piano comune, dopo mesi di divisioni che hanno indebolito il fronte dei ribelli. Ma il meeting è una trappola. Hamani, fra l’altro uno dei componenti del Supremo concilio militare degli insorti, viene ucciso. Per punire l’Esl che aveva abbandonato il campo di battaglia a Qusayr.

Ed ecco i rapporti fra Esl, islamisti e il fronte curdo laico e progressista dell’Ypg (che ha fra i suoi comandanti molte donne). Nell’agosto 2013 il manifesto riferisce: “Il 31 luglio 2013 gruppi islamisti hanno massacrato oltre cinquanta tra donne e bambini nei villaggi curdi di Tall Hassil e Tall Aran. La maggior parte dei bambini e delle donne uccise farebbe parte di famiglie di membri del fronte curdo alleato del Ypg (formato da uomini e donne) che combattono contro i gruppi vicini ad al Qaeda e contro l’ Esercito libero siriano (sostenuto dall’ Occidente ndr). Un comunicato del Pyd accusa Unione europea, Stati uniti e paesi arabi per il loro silenzio di fronte ai massacri e precisa che gruppi affiliati ad al Qaeda e Esl sono sostenuti da paesi esteri, soprattutto la Turchia che lascia passare uomini e armi per far la guerra ai curdi”.

La rottura all’ interno dell’opposizione di Assad sembra arrivare nell’estate 2013, ma non è auspicata. Una rottura da evitare secondo Padre Dall’Oglio che, nel suo ultimo articolo, così scriveva: “… Per noi siriani della rivoluzione, la riconciliazione tra forze islamiste radicali e forze democratiche è una necessità strategica. Le scaramucce dolorose e i crimini insopportabili avvenuti tra noi devono trovare soluzione, essere riassorbiti, per presentarci uniti di fronte al pericolo totale rappresentato dal regime, appoggiato direttamente o indirettamente da troppi. Favorire i partner più affidabili, incoraggiare le evoluzioni più auspicabili è buono. Spingerci ad ammazzarci tra di noi non può esserlo….” “Quando dieci mesi fa il Papa Benedetto visitò il Libano disse, sicuramente per effetto delle opinioni dei prelati mediorientali favorevoli al regime del clan Assad, che era peccato mortale vendere le armi ai contendenti nella guerra intestina siriana. In quell’occasione twittai che se era peccato vendercele, allora bisognava darcele gratis! Ci hanno spinto a muoverci promettendoci protezione e solidarietà e ci hanno vigliaccamente abbandonato; poi ci giudicano se ci siamo rivolti malvolentieri ai loro nemici per salvarci dal genocidio promessoci dagli Assad”.

A febbraio 2014 si annuncia che Susan Rice, consigliere per la Sicurezza Nazionale, ha incontrato i capi intelligence di Turchia, Qatar, Giordania raccomandando di non aiutare più i gruppi estremisti ma solo quelli “moderati”. Nel frattempo, comunque, Usa e petromonarchi aumentano gli aiuti a tutti i gruppi – islamisti e non – che dichiarano di voler combattere l’Isis. Come riferiscono fonti degli stessi ribelli la gara per accaparrarsi i soldi (oltre all’Esl), l’Army of Islam, Syrian Revolutionary Front, l’Esercito dei Mujahidin, il Fronte Islamico, il Fronte dei rivoluzionari.

Lo scontro vede (sempre secondo il sito favorevole all’opposizione siriana armata non jihadista: da un lato, l’Esercito siriano libero (Esl), l’Esercito dei Mujahidin (moderatamente islamista) e il Fronte Islamico (che vuol far diventare la Siria uno Stato islamico ma è moderatamente moderato; il suo atteggiamento è ancora ambiguo ma molte sue fazioni partecipano all’attacco) e il Srf di cui sopra. Dall’altro l’Isis (o Daesh) alleato con Jund al Aqsa. Anche alcune unità appartenenti ad al Nusra si sono unite nella campagna condotta contro l’Isis.

Pochi mesi dopo uno dei beneficiari di cui sopra, – Jamal Maaruf, leader del Syrian Revolutionary Front (organizzazione fino ad allora considerata “moderata” dagli USA) parlando ad Antakya, in Turchia, dichiara che: “La lotta contro al Qaeda in Siria non è il nostro problema”. E precisa che il suo gruppo – aiutato da Usa, sauditi e Qatar – anzi lavora insieme a Jabhat al Nusra, la branca siriana di al Qaeda, visto che l’obiettivo comune è abbattere Assad. Maaruf precisa: “Se chi ci sostiene ci dice di dare armi a un altro gruppo, gliele diamo, come è successo a Yabrud”. Con l’aiuto del Fronte islamico (salafita) e dell’Esercito islamista dei mujaidin di Aleppo, il Srf ha obbligato l’Isis a ritirarsi da Aleppo a Jarabalus. Ma se le atrocità dell’Isis sono troppo perfino per al Qaeda, certo nessuno nega che al Nusra sia responsabile di molte atrocità, comprese esecuzioni e sgozzamenti documentati dai loro stessi video.

Ancora nel marzo 2014, fazioni di ribelli più moderate e fazioni jihadiste con l’aiuto di combattenti radicali dall’Arabia saudita (il “green Battalion” di veterani sauditi in Afghanistan e Iraq) cooperano nella zona di Qalamun, vicino alla frontiera libanese, per respingere le forze governative. Lo dichiarano attivisti come Abu Omar al Homsi (che di lì a poco sarà arrestato in Libano come membro di al Nusra), spiegando che il tutto è coordinato da un centro operativo che fa capo ad al Nusra.

Il 9 giugno 2014, il capo dello staff del Supreme military council dell’Esl dichiara alla Reuters che gli Usa distribuiscono armi direttamente a gruppi difficili da controllare sul fronte nord e sud. Ciò potrebbe portare a un’altra Somalia.

Robert Fisk aveva ragione.

Robert Fisk: I “moderati” in Siria sono i terroristi che combattono in Iraq

da Al Manar

«Beh, Dio benedica Barak Obama. Ha trovato alcuni ribelli “moderati” in Siria. Così “moderati” da fornirgli armi, addestramento e 500 milioni di dollari. Il Congresso degli Stati Uniti vuole armare questi valorosi “combattenti per la libertà”, ha detto Robert Fisk, in un recente articolo sul quotidiano britannico The Independent.

«Chi sono questi ribelli “moderati”che Obama vuole addestrare e armare? Egli non li nomina e non può perché i “moderati” originali, ai quale gli Stati Uniti hanno promesso fondi (con l’aiuto della CIA, gli inglesi, Arabia Saudita, Qatar e Turchia) sono membri del cosiddetto “Esercito siriano libero” composto principalmente da disertori delle forze armate siriane. L’ESL, amato da John McCain fino a quando non si scoprì che uno dei suoi combattenti con il quale si fece una foto era un membro di Al Qaeda, si è dissolto».

«I suoi uomini si sono ritirati, si sono arruolati con Al Nusra o nell’Isis o sono tornati nell’esercito governativo ed hanno preso nuovamente le armi a sostegno di Assad».

«Si dice che i “combattenti per la libertà” non hanno ricevuto abbastanza armi. Ora ne avranno di più. E non c’è dubbio che le venderanno, come hanno fatto prima».

«Date ad un uomo dell’Esl – nel caso lo incontraste – un missile antiaereo e ve lo venderà al miglior offerente. In tutte le guerre civili che ho coperto non ho mai visto una pistola nelle mani di una milizia che non l’avesse acquistata da qualcun altro. In un’intervista umiliante per il nostro ministro della difesa a Channel 4, ha ammesso che le armi consegnate ai ribelli siriani erano finite nelle mani dei “cattivi”. Come si fa a controllare tutti quelli a cui viene consegnata un’arma? Si deve inviare un drone personale per controllare che non le venda?»

«I “moderati” siriani sono gli stessi che ora minacciano lo Stato iracheno. E per rendere le cose più confuse, Maliki ha ringraziato i ragazzi di Assad per gli attacchi aerei contro i nemici ribelli sul confine siro-iracheno, il che significa che la Siria e l’Iraq sono “amici”. L’esercito siriano utilizza aerei russi e sta combattendo lo stesso nemico dell’esercito iracheno che sarà presto rafforzato anch’esso da aerei russi».

«Alcuni siriani sospettano che Obama abbia cucinato un mezzo piano: armare i ribelli siriani per combattere i ribelli islamici pro-Al Qaeda… Il problema è che Obama deve fare questo senza rivelare che la battaglia di Siria e Iraq contro i wahhabiti è unica ed è la stessa», ha concluso Fisk.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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