Lo sgombero del campo rom di via del Riposo: niente di nuovo sul fronte orientale

di Marco Nieli

Come da copione, martedì scorso (11 marzo), la questione dello sgombero, dalla baraccopoli di via del Riposo, di circa 450 persone di etnia rom rumena, in larga maggioranza spoitorii (=quelli che si lavano) di Călăraşi, moldoveni di Iaşi e Suceava, madjarskaja (di origine ungherese) di Cluj Napoca e turceți di Costanza, è stata “risolta” in maniera sbrigativa da parte dell’istituzione locale, probabilmente con il concorso sostanziale di manovalanza di alcune famiglie camorristiche della zona, come già avvenuto nel 1999 a Scampia e nel 2008 a Ponticelli.

Un’accusa di molestia sessuale nei confronti di una sedicenne napoletana della zona (in alcuni articoli trasformata in accusa di tentato stupro), seguita da una rissa tra Napoletani e Rom, la sassaiola con lancio di bombe carta, l’incendio, l’intervento delle Forze dell’Ordine e la fuga dei presunti “nomadi”, non si sa dove (o meglio, si finge di non saperlo: nelle altre baraccopoli ancora in giro per la città, tipo Barra e Gianturco).

Tutto, ripetiamolo, come da copione, già visto un’infinità di volte negli ultimi 15 anni, tanto che verrebbe quasi voglia di dire: ma ogni tanto, cambiate un po’, inventatevi qual cosina di un po’ più originale, altrimenti rischiate di apparire monotoni.

Sui principali quotidiani locali campioni di disinformazione sistematica sulla questione rom (penso a Il mattino, al Roma, a La repubblica o al Corriere del Mezzogiorno), come già all’epoca dei fatti di Ponticelli nel 2008, nulla deve trapelare di questo sotto-testo che si insinua a tratti tra le pieghe della narrazione ufficiale dei fatti, incentrata intorno alla rivolta spontanea degli autoctoni contro i comportamenti scorretti dei “nomadi”.

Intendiamoci: nessuno intende negare che un insediamento spontaneo e senza infra-strutture (acqua, luce, gas, fogne) di 450 persone possa causare dei disagi in termini di impatto ambientale sui territori in cui insiste, ma bisogna considerare che i primi a subire questi disagi sono i propri abitanti del campo, che, fuggendo da gravi situazioni di marginalizzazione sociale e pauperizzazione in Romania, preferiscono vivere in quelle condizioni di degrado estremo, alle periferie delle nostre società (una volta) opulente, piuttosto che morire letteralmente di inedia al paese loro.


In quanto alle accuse di tentato stupro o di tentata sottrazione di minore, appare quanto meno anomalo che sorgano sempre con una tempistica singolare, quando la tensione su di un determinato territorio segna il punto di massima escalation. Come se servisse cogliere uno spunto qualsiasi, montato e presentato ad hoc come casus belli, come occasione pretestuosa per mettere in scena i poteri forti del territorio, municipalità o camorra (in funzione spesso, ahimè, intercambiabile), che intervengono a sgombrare laddove l’istituzione centrale latita o temporeggia.

Una considerazione, che vado esponendo da tempo in varie sedi e occasioni e che costituisce anche il leit-motiv del mio libro del 2011 “A nuie ce dispiace sul’p’’e zoccole – Dieci anni di pogrom ed emergenze umanitarie tra i Rom di Napoli e della Campania”, sul rapporto tra istituzione e potere camorristico locale, mi sembra a questo punto d’obbligo.

Le amministrazioni del centro-sinistra, a Napoli, si sono contraddistinte storicamente per una sostanziale ambiguità e cedevolezza, sulla questione rom, nei confronti dei poteri forti del territorio, la camorra e i comitati anti-nomadi in primis, monopolizzati spesso dalla destra più becera ma anche da un PD a caccia di consensi elettorali, in frenetica rincorsa delle destre sul terreno scivoloso delle fobie xenofobe.


Il ruolo nella vicenda specifica dell’Amministrazione Centrale, la Giunta De Magistris, conferma questa linea di lettura. Un’amministrazione di centro-sinistra che si era proposta come promotrice di una vera e propria rivoluzione civile e democratica a Napoli, fatte salve tutte le ben note difficoltà di rientro dal deficit ereditate dalle passate gestioni, avrebbe dovuto cogliere le numerose sollecitazioni e istanze poste dalla parte sana della società civile sull’esigenza di riconquista dei territori dagli artigli famelici della camorra (chi si ricorda delle promesse elettorali di re-istallare la legalità dello Stato democratico a Ponticelli, dopo la vittoria totale della camorra nel 2008?).

Presentandosi con un volto apparentemente dialogante e rassicurante, il sindaco De Magistris, il vice-sindaco Sodano e l’Assessore alle Politiche Sociali Gaeta, hanno, invece, attraverso il loro colpevole temporeggiamento e impreparazione, prestato il gioco alla canea xenofoba di via del Riposo, sobillata dai soliti quattro fogliacci cittadini, ben sapendo ed essendo stati informati in tempo sulle conseguenze previste e prevedibili della loro mancanza di decisionismo, in merito alle possibili alternative, tutte da costruire, al respingimento in strada dei 450 Rom.

Si è parlato di aree da attrezzare dove riallocare le comunità in questione, si sono incontrati i Rom in ripetute occasioni, strumentalizzando la loro ingenuità e buona fede nei confronti dei nostri buoni propositi illuminati e democratici, ma alla fine l’esito, già scritto in partenza, ha avuto luogo inesorabilmente ed esattamente come da copione.


L’importante era che si sgombrasse l’area, non contava da parte di chi e a che prezzo (addirittura, questa volta, una ditta locale, tale Edilveloce, aveva offerto alla IV Municipalità, nella persona del Presidente A. Coppola, le ruspe gratis et amore Deo, per rimuovere le casupole dall’area abbandonata “spontaneamente” dai Rom nella notte dell’11 marzo scorso).


Ma, e i diretti interessati? Voglio dire quelle persone, quei volti pieni di espressività e di spessore/dolore umano che avevamo imparato a conoscere dal loro arrivo a Napoli, nel 2002-2003? Quei tanti Cristian Iancu, Silvia Costache, Gheorghe Giorgiu, Lupu Marin e compagnia bella, che fine hanno fatto, i diretti interessati? Qualcuno se l’è forse chiesto e ha tentato di darsi una risposta, per quanto parziale e provvisoria?

Parrebbe comico se non fosse in realtà grottesco e surreale sapere che, oggi, mentre l’Amministrazione Centrale e la Municipalità di Poggioreale scandalosamente litigano, rivendicando l’onere e l’onore di buttare giù la baraccopoli fantasma, i nostri compagni e fratelli Rom, lungi dall’essersi volatilizzati nell’atmosfera, si aggirano come animali braccati nei campetti di Napoli e della provincia, vittime di un respingimento invisibile, meno pubblicizzato di quelli aventi luogo nel canale di Sicilia, ma sicuramente non meno doloroso e tragico nelle sue conseguenze umane e sociali.

Sappiamo già come proseguirà la vicenda: abbiamo già assistito a questo spettacolo. Da domani, cioè da quando l’area comincerà a essere bonificata, di quelle persone con le loro storie umane intense e dolenti, non si parlerà più, come se non fossero mai esistite in quella zona. I defunti del vicino cimitero di Poggioreale hanno più diritto a essere ricordati di queste fugaci apparizioni di vivi senza diritto di cittadinanza sul nostro territorio.


Poi pian piano, nel corso dei prossimi mesi e anni, cominceranno ad arrivare le segnalazioni di altri insediamenti spontanei di “nomadi” venuti da chissà dove, in altri quartieri della città. Lentamente sorgeranno anche lì comitati locali anti-nomadi, che solleciteranno la prossime giunta a intervenire drasticamente, per intervenire a rimuovere la baraccopoli. La Giunta, ovviamente, si farà trovare impreparata, dovrà studiare, prendere tempo, etc. etc. Fino a quando l’escalation di tensione raggiungerà il suo acme e allora si ricorrerà a un nuovo episodio pretestuoso per mettere in atto un nuovo sgombero. Fino ad allora, tuttavia, i sinceri (ma sprovveduti e alquanto auto-referenziali) liberals che governano la città, potranno dormire sonni tranquilli: la patata bollente del campo rom di via del Riposo non costituirà più la pietra d’inciampo per i loro velleitari vagheggiamenti di un’utopia completamente sganciata dalla realtà dei fatti: quella di Napoli città accogliente e capitale dei diritti (che, si badi bene, sono sempre universali: o per tutti o per nessuno).


Intanto, a noi, macabri e tristi uccellacci della distopia realizzata (quella sì, concretamente) sui nostri territori dalle devastazioni dell’affarismo criminale, con l’avallo dell’immonda farsa del teatrino borghese della politica, rimane la magra consolazione di evocare il solito e ormai stra-abusato spettro della falsa coscienza, che corrode sempre più dalla base la nostra volontà e capacità di concepirci come una società “civile” nel vero senso della parola.

 

Democrazia Virtuale Vs Democrazia Reale: un confronto Società Civile-Istituzioni sul caso Rom

di Marco Nieli

Un gran numero di partecipanti, tra cui diverse famiglie rom degli insediamenti di via del Riposo e di Barra, esponenti delle associazioni, del Movimento 5 Stelle e della società civile napoletana ha preso parte all’iniziativa di assemblea-dibattito pubblico tenutasi ieri 19 febbraio presso i locali del Centro Culturale “La Città del Sole” di Napoli.

In rappresentanza della Giunta, è intervenuta l’assessore alle Politiche Sociali Gaeta; assenti, invece, il Sindaco e il vice-sindaco, nonché l’Assessore al Patrimonio Sandro Fucito.

L’occasione è stata messa in piedi allo scopo di tallonare le istituzioni della Giunta de Magistris sulla questione dell’ordinanza sindacale del 29 gennaio scorso, che prevede in maniera alquanto ambigua -“orwelliana”- il così definito «accompagnamento fuori dal campo» di via del Riposo di circa 430 Rom rumeni di Calaraşi e Iaşi, fatti salvi i casi di comprovata «indigenza e/o bisogno». Criterio, questo, che andrebbe esteso secondo noi a tutti gli abitanti dell’insediamento, i quali fuggono situazioni di grave esclusione sociale e discriminazione nel loro paese e certamente non hanno alternative abitative e/o lavorative rispetto al soffrire i disagi della vita in una bidonville, seppure ai margini delle nostre (una volta, almeno) opulente società dei consumi.

Nella fatiscente baraccopoli di cui sopra, mancano le condizioni minime di vivibilità: dall’acqua corrente alla luce elettrica, per non parlare dall’emergenza sanitaria rappresentata dalla vicinanza di discariche a cielo aperto che alimentano la proliferazione di ratti e parassiti vari. Sui numerosi interrogativi e dubbi espressi da padre Alex Zanotelli, dai Rom stessi, dallo scrivente, dall’editore Manes, da Jamal Quaddarah della CGIL e dalla Consigliera Comunale Simona Molisso, l’Assessore ha fornito formali rassicurazioni sul fatto che il Comune non intende sgombrare in malo modo la suddetta comunità (come, invece, ha continuato a fare in modo diretto o indiretto negli ultimi dieci anni al Frullone, alla Sanità, a Ponticelli, alla Marinella, etc.) ma che invece sta lavorando a un piano di ri-allocazione in un’area segreta, area che andrebbe attrezzata alla bisogna per una prima accoglienza con fornitura di acqua, luce e un minimo di infrastrutture.

In ogni caso, il percorso di ri-allocazione dovrà essere concordato con i diretti interessati dall’intervento istituzionale, per non riprodurre soluzioni ancora una volta dettate dall’emergenza e del tutto inadeguate, indegne e irrispettose degli standards richiesti dall’UE per l’accoglienza dei Rom e Sinti sui nostri territori. A questo proposito, la proiezione del video Terra promessa (di L. Romano e M. Leombruno) sui Rom bosniaci di Giugliano trasferiti nell’area altamente contaminata di Masseria del Pozzo ha costituito un monito a non ripetere gli incredibili errori di un passato anche recente ma a cercare di guardare avanti, utilizzando al meglio l’enorme patrimonio di know-how socio-urbanistico ed architettonico che si è accumulato negli ultimi anni, in riferimento alla necessità di superare la politica di ghettizzazione portata avanti con i commissariamenti (decreto “Emergenza nomadi” del 2008-2009) e di inserire in casa i Rom, per permettere una reale integrazione sociale degli stessi.

In ogni caso, dovrebbe essere oggi abbastanza metabolizzata anche da parte dell’istituzione locale l’evidenza che gli sgomberi senza alternativa, oltre che condannati dall’Europa (ricorso dell’ERRC contro l’Italia in merito a ripetute violazioni della Carta Sociale Europea), sono perfettamente inutili, in quanto che i Rom sgombrati dai campi di Ponticelli dalla camorra nel 2008, insistono oggi in buona misura nel campo di via del Riposo nel 2014.

A conclusione dell’incontro, si è voluto presentare un esempio di buona pratica da seguire, quello della Gran Misión Vivienda Venezuela, citata anche dal Plan Patria 2013-2019, che si è posta come obiettivo la realizzazione di 3 milioni di nuove case da assegnare a refugiados o baraccati dei principali insediamenti urbani venezuelani entro l’anno 2019.

Si tratta di un modello diverso di democrazia, protagonica e partecipativa, dove gli impegni assunti dalla legislazione nazionale e da quella locale si realizzano con interventi puntuali e concreti, volti ad assicurare percorsi di dignificazione umana e sociale degli strati sociali più esclusi e derelitti. Siamo fermamente convinti che, se anche la città di Napoli si decidesse una buona volta a mettere in pratica i tanto decantati percorsi di democrazia partecipata e di priorità assegnata ai “beni comuni” -magari partendo una buona volta dagli ultimi tra gli ultimi, Rom e Napoletani delle fasce più deboli – sicuramente avremmo tutti da guadagnare in termini di qualità collettiva della vita, di sicurezza e di benessere sociale diffuso. L’iniziativa di ieri con i Rom è stata un buona ri-partenza in questa direzione e, sebbene molta strada resti ancora da fare collettivamente, siamo fiduciosi che, incalzando opportunamente le istituzioni locali, si riesca a passare sempre più dal piano virtuale delle delibere e delle ordinanze a quello reale e tangibile dei diritti assicurati per tutti indistintamente.

Napoli: dopo 10 anni di sgomberi a quando l’accoglienza?

Questione rom a Napoli: la giunta de Magistris a un bivio: accogliere o sgomberare?

pogromdi Marco Nieli

Con l’ordinanza sindacale dello scorso 29 gennaio, il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris stabilisce, rifacendosi a una precedente delibera comunale (la 174 del 21.03.2013), il principio dell’accoglienza delle comunità rom sui nostri territori metropolitani, all’interno del più generale discorso dell’accoglienza delle comunità migranti, all’interno di una visione di “città accogliente e capitale dei diritti”. Non a caso, nella Premessa di tale Ordinanza vengono ricordati i gravi ritardi del nostro paese nel recepire le direttive europee in merito agli standards minimi di vivibilità e di diritti umani e sociali da garantire a questa significativa minoranza presente in tutti i paesi dell’Unione (si parla di 12 milioni di presenze in tutt’Europa; in Italia di circa 200.000 persone).

La stessa Ordinanza, emessa sulla base di una sentenza della Magistratura, prevede nell’ambito del piano complessivo di intervento comunale, lo sgombero coatto e la bonifica di un’area di proprietà dello stesso Comune, in cui da circa 8 anni si è creata un’enorme baraccopoli di Rom rumeni, la maggior parte di Călărăşi. Il campo spontaneo è conosciuto come via del Riposo e insiste sulla Municipalità di Poggioreale. Al nucleo originale di Spoitorii (il sottogruppo di Rom Vlax cui appartengono gli abitanti di Călărăşi: paradossalmente il nome indica nella loro lingua “quelli che si lavano”) di circa 400 persone, si sono aggiunte negli ultimi anni diverse famiglie di Moldoveni (Rom della zona agricola di Iasi e Suceava, Moldavia), di Madjarskaja (Rom di origine ungherese, della zona di Cluj Napoca) e qualche famiglia di Constanţa. Non esiste allo stato attuale un censimento aggiornato delle presenze di questo “campo”, ma si può presumere tranquillamente che si arrivi alle 7-800 presenze.

L’esistenza umana in un ghetto “spontaneo” di questo tipo è quanto mai precaria: la convivenza con la discarica di rifiuti adiacente, la presenza di topi e altri parassiti, l’aria irrespirabile a causa dei roghi tossici e delle stufe usate dai Rom nelle baracche, la presenza di amianto e altri materiali pericolosi nei tetti e tra i rifiuti non costituiscono certamente un ambiente ideale per la crescita dei numerosi minori presenti nell’insediamento e nemmeno una garanzia per il loro futuro. Tra l’altro, la scolarizzazione dei minori è andata avanti a singhiozzo per ritardi vari e per oggettive difficoltà logistiche. I padri e le madri rom, non riuscendo a trovare un lavoro regolare in città, si arrangiano con il mangel (l’elemosina da strada), il lavaggio dei vetri ai semafori, la compravendita in vari mercatini improvvisati di cianfrusaglie riciclate dai cassonetti, la raccolta dei metalli e, qualcuno, con il busking (musica in strada o sulla metro). C’è anche da dire che queste comunità di Rom rumeni, pur non costituendo affatto un pericolo per la pubblica sicurezza (come invece sbandierato demagogicamente dalla destra locale e nazionale, ma abbondantemente smentito dalle Forze dell’Ordine locali) hanno subito negli ultimi anni sui nostri territori una repressione durissima quanto silente, sotto le forme più svariate: dal sequestro dei mezzi per la raccolta del metallo e di altri materiali, alla sottrazione di minori da parte della Polizia Municipale e relativi decreti del Tribunale Minori, con applicazione sulla scala di un intero popolo del principio razzista che la cultura rom sia di per sé una cultura non accudente nei confronti dei minori.

Verso questa comunità già notevolmente provata dagli sgomberi degli ultimi anni (ricordiamo Casoria, la Sanità, il Frullone, la Marinella), per non parlare dell’ignominioso pogrom organizzato dalla camorra a Ponticelli nel 2008 – nei confronti del quale le istituzioni napoletane hanno dimostrato una passività a dir poco oscena – si paventa oggi un’ulteriore sgombero coatto, presentato però come un intervento a favore della comunità.

Ovviamente, non siamo tra quelli che intendono fasciarsi la testa prima di averla rotta. Un’équipe tecnica è, attualmente, al lavoro a Palazzo S.  Giacomo per trovare delle possibili soluzioni alternative allo sbattere vecchi, donne incinte e bambini in pieno inverno in mezzo alla strada. Si parla di edifici dismessi da riattare con l’aiuto dei Rom stessi – sull’esempio dell’ex-scuola G. Deledda di Soccavo, oggi diventata l’unico Centro di Prima Accoglienza per Rom rumeni a Napoli, tra l’altro nato proprio come risultato della “chiusura” civile di una baraccopoli a viale Cinzia nel 2004 – di prima accoglienza in hotel sequestrati alla camorra, di percorsi di inserimento mirato di famiglie in piccoli comuni della Provincia e della Regione, il tutto in vista di un “accompagnamento” graduale e mirato in casa. Tutti ottimi propositi, che vanno sicuramente nella direzione giusta e per i quali oggi il Comune di Napoli ha anche ingenti finanziamenti a disposizione – in particolare, i fondi stanziati dal Ministero degli Interni all’epoca del Commissariamento (2008-2009) per interventi strutturali a favore degli insediamenti “nomadi” (???) a Napoli.

Se non fosse che la volontà politica di affrontare con serietà e senza demagogia questo problema non si vede ancora all’orizzonte. Tutte queste soluzioni alternative andavano programmate in tempo e non, ancora una volta, sull’onda dell’emergenza. Il fatto che questa volta si tratti di emergenza ambientale – e non securitaria, come portato impunemente avanti dalle destre nella fumosa e deleteria politica dei commissariamenti – non necessariamente deve portarci a essere tranquilli. Di fronte alla facilità di uno sgombero coatto, che oltretutto potrebbe servire a risollevare l’immagine in crisi di un’Amministrazione sotto assedio, la tentazione potrebbe essere più forte dei buoni propositi.

In termini puramente elettoralistici, infatti, l’esperienza italiana e napoletana dimostra che, se è vero che segregare costa, sgombrare rende molto di più e costa molto di meno. Salvo poi ritrovarsi sullo stesso territorio metropolitano o della Provincia altre dieci baraccopoli tra una settimana, con l’aggravante della dispersione della comunità e della perdita di quei pur minimi legami di solidarietà e cooperazione stretti con  quartiere attraverso l’associazionismo. Basti pensare, a titolo di esempio, alla scolarizzazione dei minori e al monitoraggio sanitario.

Avrà la Giunta de Megistris il coraggio e la forza di perseguire la strada della civiltà e della dignità, raccomandata anche ripetutamente dall’UE riguardo ai Rom, Sinti e Camminanti e quasi del tutto inattuata nel nostro paese a causa dell’imperante demagogia destrorsa del Berlusconismo e dei ricatti leghisti? Si riuscirà una buona volta a riallacciare i fili di una linea di intervento sulla questione rom a Napoli che, passando per i Patti di Cittadinanza e il superamento della politica dei campi, porti a significativi passi in avanti nella linea indicataci dall’Europa dei diritti e dell’inclusione delle minoranze? O si indulgerà, ancora una volta, al metodo sbrigativo e facilone dello sgombero coatto, magari in chiave ipocrita e “buonista”, usato qualche anno fa a Casoria e a Ercolano?

Solo le prossime settimane ci daranno una risposta. Comunque vadano le cose, sappia il Sindaco e tutta la sua Giunta che una parte della società civile e dell’associazionismo napoletano – penso in particolare al Comitato Cittadino per i Diritti dei Rom, di cui uno dei pilastri è costituito dal padre missionario Alex Zanotelli – sta vigilando attentamente sulle sue mosse e che non tollererà altri dannosi giochi di demagogia portati avanti, ancora una volta, sulla pelle dei più deboli.

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