Iran: «L’Economia della Resistenza è una preziosa esperienza per la Siria»

da hispantv

Il vice ministro degli Esteri iraniano per gli affari arabi e africani, Amir Hussein Abdolahian, ha affermato che l’economia della Resistenza è una preziosa esperienza per la Siria, al fine di trovare una soluzione alle sanzioni imposte e raggiungere l’autosufficienza economica.

Abdolahian Amir lo ha dichiarato durante un incontro di carattere politico ed economico con una delegazione siriana in cui ha fatto riferimento alle sanzioni economiche imposte alla Siria e al fallimento di tutte le misure anti-siriane a livello regionale e internazionale.

Il funzionario iraniano ha elogiato il modello economico della resistenza del popolo siriano ribadendo che le sanzioni e le pressioni economiche contro la Siria, nonostante i danni che comportano, sono considerate un’importante opportunità per raggiungere l’auto-convinzione e l’autosufficienza nel paese arabo .

Ha, inoltre, elogiato la resistenza della Siria di fronte alla pressione estera e dei terroristi, sottolineando che viene dalla pazienza e dalla resistenza del popolo, del governo e dell’esercito, così come dalla leadership consapevole e coraggiosa di questo paese.

[trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Putin: «Vogliamo vivere con dignità come l’America Latina»

resizeda lantidiplomatico.it

Il presidente risponde alle domande dei cittadini russi

«Non siamo stati noi che abbiamo rovinato il rapporto. Ogni volta noi sosteniamo la cooperazione con tutti, sia l’Occidente e l’Oriente», ha dichiarato il presidente russo durante il giro di domande nell’ambito del programma ‘Linea Diretta’, in cui il leader del Cremlino ha risposto alle domande dei cittadini. Secondo gli organizzatori ne sono arrivate tre milioni da tutte le regioni del paese.

«Gli Stati Uniti non cercano alleati, ma vassalli», ha proseguito Putin.
Sulla possibilità di tensioni tra Mosca e paesi occidentali, Putin ha sottolineato che la condizione obbligatoria deve essere il rispetto per la Russia e i suoi interessi. Allo stesso tempo, il presidente russo ha sottolineato che Mosca non considera «nessuno dei partecipanti sullo scacchiere internazionale» un nemico. «I nemici della Russia sono i terroristi internazionali e la criminalità organizzata», ha sottolineato.

«Noi non consideriamo nessuno il nostro nemico e noi non consigliamo a nessuno di considerarci il loro nemico. (…) Siamo un paese con un enorme potenziale di sviluppo, con vaste risorse naturali e, senza dubbio siamo una grande potenza nucleare», ha dichiarato.


«La Russia non ha ambizioni imperiali, vuole solo vivere dignitosamente come l’America Latina»
, ha detto il presidente russo.
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«Non stiamo cercando di far rivivere l’impero, non abbiamo questi obiettivi che costantemente cercando di attribuirci (…), non abbiamo ambizioni imperiali, inoltre in tutto il mondo si stanno producendo processi di integrazione naturali», ha detto il presidente, che ha anche sottolineato le relazioni positive tra la Russia e i paesi dell’Unione economica eurasiatica.

In riferimento alla decisione di Mosca di dare seguito alla vendita all’Iran di cinque batterie dei sistemi anti-missile S-300, congelata nel 2010, in osservanza delle sanzioni Onu per il controverso programma nucleare di Teheran, Putin ha dichiarato che «Non c’è ragione per mantenere l’embargo. Oggi i partner iraniani mostrano un sacco di flessibilità e il desiderio di raggiungere un accordo. Tutti i partecipanti al processo negoziale hanno annunciato che un accordo è stato raggiunto e che solo i dettagli tecnici saranno decisi a giugno», ha detto il presidente russo.

«I sistemi S-300 sono apparecchi costosi. Il costo è di circa 900 milioni di dollari.  Perché dovremmo perdere questi soldi?», ha ribattuto Putin.

Il presidente russo ha spiegato che la fornitura di sistemi di difesa aerea S-300 a Teheran non si traduce in una sospensione unilaterale delle sanzioni anti-iraniane da parte della Russia. «Questo tipo di arma non è inserita nella lista delle sanzioni ONU. Abbiamo sospeso unilateralmente il contratto, quindi possiamo riattivarlo unilateralmente. Per quanto riguarda la lista delle Nazioni Unite, la Russia le rispetterà alla lettera», ha insistito Putin.

Sulle lamentele presentate dal primo ministro incaricato israeliano Netanyahu, Putin ha sottolineato che «Mosca agisce con molta cautela per quanto riguarda le forniture di armi a paesi del Medio Oriente, considerando la situazione nella regione. E i sistemi S-300 sono armi difensive che non minacciano in alcun modo Israele».

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Obama firma le sanzioni contro Caracas

di Geraldina Colotti – il manifesto

19dic2014.- Barack Obama ha firmato: le sanzioni Usa contro il Venezuela, approvate dal Congresso, diventano così esecutive. Sono dirette ai «funzionari responsabili di violazioni ai diritti umani» e contemplano il congelamento dei beni e il rifiuto dei visti. Obama assume dunque appieno la posizione delle destre venezuelane, i cui rappresentanti hanno più volte fatto ricorso alle istanze internazionali per chiedere sanzioni contro il proprio paese. Tra i più accaniti, i due ex golpisti Maria Corina Machado (grande amica di George W. Bush) e Leopoldo López, in carcere in attesta di giudizio con l’accusa di aver diretto le proteste violente scoppiate a febbraio (43 morti e centinaia di feriti).

La maggioranza delle vittime è stata provocata dalle guarimbas, barricate di chiodi, detriti e fil di ferro, messe in atto nei quartieri bene della capitale e in quegli stati (soprattutto al confine con la Colombia) in cui si sono verificati gli attacchi più cruenti. Violenze durate mesi a seguito di una campagna lanciata da Machado, Lopez e dal sindaco della Gran Caracas, Antonio Ledezma per chiedere l’espulsione dal governo del presidente venezuelano Nicolás Maduro (la salida).

Un piano preordinato dall’esterno, secondo il governo bolivariano, volto al controllo delle risorse petrolifere e a quello del contrabbando di frontiera (un business di molto superiore a quello del traffico di droga). Un tentativo già messo in atto nel 2002 con il golpe contro l’allora presidente Hugo Chávez, riportato in sella a furor di popolo dopo la breve parentesi dell’imprenditore Carmona Estanga e la sospensione delle garanzie istituzionali. Anche allora, in primo piano c’erano Machado, Lopez e l’ex candidato alla presidenza Henrique Capriles Radonski.

Durante le proteste, le autorità venezuelane hanno pubblicato un tariffario in base al quale venivano pagati paramilitari per provocare morti di piazza oppure omicidi mirati. Una lunga indagine e le intercettazioni video di un gruppo di estrema destra, attivo durante le proteste, hanno portato all’estradizione dalla Colombia di due leader dell’organizzazione Javu e alla conferma di quell’interpretazione. I due pianificavano attentati nelle discoteche e omicidi selettivi, come quello che ha poi portato alla morte del giovane deputato chavista Robert Serra.

Le conversazioni intercettate fanno esplicito riferimento sia al paramilitarismo dell’estrema destra colombiana, capitanata dall’ex presidente Alvaro Uribe che alle relazioni con Machado e i leader dell’opposizione oltranzista venezuelana. Obama si è già espresso pubblicamente per chiedere la liberazione di López e così hanno fatto le destre europee e quelle di opposizione nei paesi del Latinoamerica in cui governa la sinistra, come in Brasile.

Anche il Comi­tato vit­time delle guarimbas si è rivolto agli organismi per i diritti umani delle Nazioni unite e ha chiesto udienza al Parlamento europeo: «Vogliamo che il mondo conosca la verità sui fatti violenti accaduti nell’aprile del 2013 e poi da febbraio a giugno del 2014», scrive il Comitato, denunciando di essere stato «oscurato» dalle iniziative delle destre venezuelane. Nell’aprile del 2003, dopo l’elezione di Maduro a presidente (di misura ma regolare, secondo gli osservatori internazionali), Capriles incitò le piazze «a sfogare l’arrabbiatura» e il saldo fu di 11 chavisti uccisi.

Tra le persone colpite dalle sanzioni vi sarebbero l’ex ministro degli Interni, Miguel Rodriguez Torres e la Procuratrice generale Luisa Ortega Díaz, insieme ad alcuni governatori degli stati in cui più acuti sono stati gli scontri (come Gregorio Vielma Mora, che governa il Tachira) e anche al presidente dell’Assemblea Diosdado Cabello. Come già nel 2011, potrebbe essere presa di mira la Citgo, la società di raffinazione venezuelana con sede negli Usa, dipendente dall’impresa petrolifera di stato, Pdvsa. E il Venezuela potrebbe vendere la Citgo.

Lunedì scorso, il popolo chavista ha manifestato numeroso contro le sanzioni. «Voglio essere inclusa anch’io nell’elenco», ha detto la ministra delle Carceri, Iris Varela. E tutti i leader del chavismo hanno rispedito al mittente le sanzioni: «Misure insolenti — ha commentato Maduro — prese dall’élite imperiale Usa, non hanno funzionato per Cuba, figuriamoci da noi». Sanzioni che, per il ministro degli Esteri Rafael Ramírez «non hanno niente a che vedere con i diritti umani, perché altrimenti gli Stati uniti dovreb­bero rivolgerle prima di tutto a loro stessi, ma che sono dirette contro chi osa levare la bandiera del socialismo e costruire nuove alleanze». Nel 2015 — ha aggiunto Ramírez — il Venezuela assumerà la presidenza dei Paesi non allineati, «e continueremo a smascherare la politica degli Stati uniti».

I leader di opposizione hanno accolto con favore o cercato di minimizzare le sanzioni, quelli dei paesi socialisti latinoamericani hanno protestato contro «un insopportabile atto di arroganza». «L’abbassamento del petrolio è provocato dagli Usa per colpire Venezuela e Russia, Obama sbaglia, farebbe meglio ad abolire la pena di morte», ha detto il presidente boliviano, Evo Morales.

Intanto, «il governo di strada» non si ferma. Giovedì i lavoratori delle fabbriche recuperate hanno presentato il nuovo piano di crescita economica, sostenuto dallo stato.

(VIDEO) Putin: «La Russia con l’America Latina, la UE fuori dal mercato russo»

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Dopo il veto sulle importazioni dei prodotti alimentari provenienti da quei paesi che hanno imposto sanzioni alla Russia, Mosca ha rafforzato la cooperazione con l’America Latina, ha ricordato il presidente russo Vladimir Putin, precisando che per i «produttori tradizionali» potrebbe essere difficile tornare ad avere accesso al mercato russo.

«Adesso stiamo lavorando con altri produttori, i paesi dell’America Latina, Brasile, Argentina, Cile, e partner orientali come la Cina», ha dichiarato il presidente russo all’emittente di stato Perviy Kanal.

«È stato strano sentire che i colleghi europei hanno chiesto loro (ai paesi orientali e dell’America Latina) di non fornire prodotti alimentari alla Russia, questo è semplicemente ridicolo. Risulta difficile immaginare che i rappresentanti del commercio non sfruttino quest’opportunità per entrare nel nostro mercato».

«In seguito sarà difficile o quasi impossibile, scalzare quei fornitori che si saranno consolidati nel nostro mercato», ha spiegato Putin in relazione ai fornitori europei, che, secondo lui, hanno compreso la situazione e sono delusi dai loro governi.

Russia e Kiev hanno deciso di inviare carichi umanitari attraverso la ferrovia

Putin ha anche sottolineato che lui e il suo omologo ucraino hanno accettato «il piano di distribuzione degli aiuti proposto dal presidente Poroshenko», con gli aiuti che verranno trasportati in Ucraina orientale attraverso la ferrovia.

«Prevedere quando terminerà la crisi ucraina è impossibile. Tutto dipende dalla volontà politica delle autorità del paese», ha dichiarato Putin alla televisione russa Perviy kanal, secondo quanto riportato dall’agenzia RIA Novosti.

Putin ha anche sottolineato la necessità di «fermare immediatamente le azioni militari e cominciare a ripristinare le infrastrutture» nel sud-est dell’Ucraina. «Sarebbe irrealistico – ha aggiunto il presidente russo – aspettarsi che le forze di autodifesa si mantengano tranquille in attesa dei negoziati promessi, vedendo come le città del sud-est in Ucraina sono state martoriate».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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Correa: «L’Ecuador non chiederà il permesso per vendere alimenti alla Russia»

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Il presidente Rafael Correa ha dichiarato questo martedì che l’Ecuador non chiederà a nessuno il permesso di vendere prodotti alimentari alla Russia, nazione che ha imposto sanzioni commerciali agli Stati Uniti e all’Unione Europea per le azioni derivanti dal conflitto in Ucraina.

In riferimento al presunto disagio di alcuni settori dell’Unione Europea di fronte alla posizione dell’America Latina decisa a vendere prodotti alla Russia, riferito dal quotidiano spagnolo ‘El Pais’, il presidente dell’Ecuador ha sottolineato di non aver ricevuto finora alcuna comunicazione ufficiale.

«Speriamo di ricevere un reclamo ufficiale in maniera da inoltrare la relativa risposta, ma posso dire che non dobbiamo chiedere a nessuno il permesso di vendere cibo ai paesi amici. Per quanto ne sappiamo l’America Latina non fa parte dell’Unione europea», ha dichiarato il presidente ecuadoriano nel corso di un colloquio con i giornalisti nella città portuale di Guayaquil.

Il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato di vietare o limitare per un anno le importazioni di prodotti agricoli, materie prime e prodotti alimentari provenienti da quei paesi che hanno sostenuto le sanzioni contro la Russia per il suo ruolo nel conflitto ucraino.

Questa situazione è valutata come un’opportunità per i paesi latino-americani che aspirano ad introdurre i loro prodotti, specialmente alimentari, nel mercato russo dove vi sono 140 milioni di consumatori.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

 

Gli Usa annunciano: «Sanzioni a Caracas, ma escludiamo l’intervento militare»

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

Caracas, 27mar2014.- San­zioni eco­no­mi­che sì, ma nes­sun inter­vento mili­tare in Vene­zuela. Parola di Roberta Jacob­son, sot­to­se­gre­ta­ria di Stato Usa per l’Emisfero occi­den­tale: «Se non c’è movi­mento, se non c’è pos­si­bi­lità di dia­logo, se non c’è spa­zio demo­cra­tico per l’opposizione, è chiaro che dovremo pen­sare alle san­zioni, e ci stiamo pen­sando — ha affer­mato Jacob­son -, ma nes­suno sce­na­rio include azioni militari».

Una pro­po­sta di legge bipar­ti­san per chie­dere a Obama san­zioni al Vene­zuela è stata pre­sen­tata alle due camere. Intanto il Con­so­lato Usa ha già ridotto i visti turi­stici ai vene­zue­lani, addu­cendo dif­fi­coltà di per­so­nale: dovuta all’espulsione di tre fun­zio­nari con­so­lari Usa, accu­sati di orga­niz­zare piani ever­sivi, e alla suc­ces­siva ritor­sione di Washing­ton nei con­fronti dell’ambasciatore vene­zue­lano. Cara­cas ne ha nomi­nato un altro, chie­dendo la nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti «su un piano di rispetto reci­proco», ma Jacob­son ha rin­viato la deci­sione «a quando si sarà con­so­li­dato il dia­logo fra tutte le parti».

Ha anche espresso pre­oc­cu­pa­zione per la deci­sione delle auto­rità vene­zue­lane di togliere l’immunità par­la­men­tare a Maria Corina Machado e ha defi­nito «deplo­re­vole» che la set­ti­mana scorsa la depu­tata di oppo­si­zione non abbia potuto inter­ve­nire alla sezione pub­blica dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa), boc­ciata dalla maggioranza.

Il Panama, che ha richie­sto l’invio di una mis­sione Osa con­tro il governo Maduro, ha pro­vo­cato la rot­tura degli accordi diplo­ma­tici e com­mer­ciali con Cara­cas. E in seguito ha ceduto il suo diritto di parola a Machado, grande spon­sor degli Usa nel suo paese, attiva nel golpe con­tro Cha­vez del 2002. Secondo il pre­si­dente dell’Assemblea, Dio­sdado Cabello, Machado ha vio­lato la costi­tu­zione accet­tando di rap­pre­sen­tare un paese stra­niero senza l’autorizzazione del par­la­mento. E per que­sto è stata destituita.

Non ha però smesso di isti­gare le piazze alle “gua­rim­bas” — bar­ri­cate di chiodi, cemento e spaz­za­tura incen­diata — che hanno già pro­vo­cato 36 morti e milioni di dol­lari di danni: pensa di vin­cere così lo scon­tro per il potere in corso nella Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) ege­mo­niz­zato dalle com­po­nenti più oltran­zi­ste. Su di lei pende però una denun­cia e la deci­sione della magi­stra­tura, che potrebbe por­tarla in car­cere come Leo­poldo Lopez (lea­der del par­tito di estrema destra Volun­tad popu­lar) e a due sin­daci di oppo­si­zione che hanno diretto, incap­puc­ciati, gli scon­tri violenti.

Il governo man­tiene il con­trollo poli­tico e mili­tare del paese, ma in alcune zone (soprat­tutto alla fron­tiera e nei quar­tieri agiati della capi­tale), i gruppi vio­lenti (e anche armati) con­ti­nuano i bloc­chi stra­dali e gli attac­chi ai mili­tanti cha­vi­sti e alle strut­ture pubb­bli­che: case popo­lari, cen­tri medici, biblio­te­che, uni­ver­sità, tra­sporti gratuiti…

Dal ’99 a oggi, il socia­li­smo boli­va­riano ha desti­nato ai pro­getti sociali circa 623.508 milioni di dol­lari: la cifra più alta di tutto il Suda­me­rica. Uno spreco, secondo l’opposizione che ha salu­tato la pro­po­sta del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale di tor­nare nel paese, da cui è stato espulso durante il governo Cha­vez: per «aiu­tare» l’economia venezuelana.

Ieri, la com­mis­sione della Una­sur, a Cara­cas per age­vo­lare il pro­cesso di pace, ha incon­trato i rap­pre­sen­tanti stu­den­te­schi della destra, finora sordi agli inviti al dia­logo rivolti dal pre­si­dente Nico­las Maduro. Il governo ha intanto deciso di instal­lare un Con­si­glio nazio­nale per i diritti umani per rac­co­gliere «ogni tipo di denuncia».

E per domani è pre­vi­sta una mani­fe­sta­zione ambien­ta­li­sta, orga­niz­zata dal cha­vi­smo per denun­ciare i danni all’ambiente pro­vo­cati dalle vio­lenze e riba­dire le linee pro­gram­ma­ti­che dell’eco-socialismo appro­vate dall’Assemblea nazio­nale «per pre­ser­vare la natura attra­verso uno svi­luppo respon­sa­bile, equi­li­brato, ecologico».

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