La Libertadora del Libertador

di Romina Capone

L’analisi della corrispondenza epistolare amorosa tra Simón Bolívar e Manuela Sáenz. 

Capitolo 1: Manuela Sáenz e l’immaginario Bolivariano

È affascinante leggere la corrispondenza amorosa tra Manuela Sáenz e Simón Bolívar ma è ancora più travolgente comprendere attraverso lo studio di Silvia López, dottoressa in Letteratura Comparata all’Università del Minnesota e docente di Letteratura Latino americana presso il Carleton College, il ruolo dell’amore e allo stesso tempo della donna nella prima metà del 1800 in America Latina.

Tutto comincia nel 2007 quando il Ministero del Potere Popolare della Repubblica Bolivariana del Venezuela pubblica una parte delle lettere d’amore tra Manuela Sáenz e Simón Bolívar. All’interno del prologo di questa particolare edizione viene descritto Simón Bolívar come l’audace, il poeta, el Libertador dall’anima innamorata il quale si è lasciato riempire dall’unico sentimento che ci libera e ci salva: l’amore.

A lui le corrisponde la descrizione di Manuela Sáenz la coraggiosa, la dama, la regina […] colei dalle sublime parole che accarezzano la tempesta, la libertadora del Libertdor, l’unica che può permettersi di attraversare il cuore di sua eccellenza.

Questo epistolario si pone al centro di un nuovo immaginario collettivo in piena rivoluzione d’Indipendenza. Infatti nel breve incipit si invitano i lettori a ricordare che l’amore vince sempre: sia prima della vita, sia dopo la morte.

Per la prima volta si fondono gli affetti a un nuovo modo di fare politica.

Analizzando il materiale pervenuto si può notare che la struttura di questa corrispondenza è tipica delle lettere d’amore le quali racchiudono retorica ed estetica, caratteristiche tipiche del discorso epistolare amoroso. Un insieme di convenzioni ma allo stesso tempo di invenzioni.

La scrittura ha un carattere strettamente intimo; i due amanti si avvalgono di un linguaggio fortemente codificato; nel corpo del testo si risconta il ripetersi di parole appartenenti ad un contesto di idee e situazioni proprie dell’immaginario collettivo. Questa corrispondenza non fa eccezione. Il ricorso ai luoghi comuni è una continua, perpetua e rinnovata prova d’amore.

Scrive Bolívar a Sáenz il 29 ottobre 1823: “…Mi deseo es que usted no deje a este hombre su hombre por tan pequeña e insignificante cosa. Líbreme Ud. misma de mi pecado, conviniendo conmigo en que hay que superarlo… ¿Vendrá pronto? Me muero sin Ud. Su idolatrado, SB”

[Trad: Il mio desiderio è che non lasciate quest’uomo, il tuo uomo, per una cosa così piccola e insignificante. Liberatemi voi stessa dal mio peccato, concordando con me che deve essere superato… Verrai presto?

Sto morendo senza di te, il tuo idolo, SB.]

Il 16 giugno 1825: “…Todo esto es una obsesión, la más intensa de mis emociones. ¿Qué he de hacer? Tu ensoñación me envuelve el deseo febril de mis noches de delirio. Soy tuyo del alma, SB.”

[trad: Tutto questo è un’ossessione, la più intensa delle mie emozioni. Cosa dovrei fare? Il tuo sogno mi circonda con il desiderio febbrile delle mie notti di delirio. Sono tuo dall’anima, SB.]

Il 9 ottobre 1825: “Mi pasión hacia tí se aviva con la brisa que me trae tu aroma y tu recuerdo. Existes y existo para el amor, ¿o no? Ven para deleitarme con tus secretos. ¿Vienes? Tu amor idolatrado de siempre, SB”

[trad: La mia passione per te è ravvivata dalla brezza che mi porta il tuo profumo e il tuo ricordo. Tu esisti ed io esisto per amore, vero? Vieni a deliziarmi con i tuoi segreti, vieni anche tu? Il tuo amore idolatrato di tutti i tempi, SB.]

Scrive così invece Manuela in un’appassionante conclusione di una lettera dell’8 febbraio 1826 per Bolívar:

“Me reanima el saberlo dentro de mi corazón. Lejos de mi Libertador no tengo descanso, ni sosiego; solo espanto de verme tan sola sin mi amor de mi vida. Usted merece todo; yo se lo doy con mi corazón que palpita al pronunciar su nombre. Quien lo ama locamente, MS”

[Trad: Mi incoraggia saperlo nel mio cuore. Lontano dal mio Libertador non ho riposo, non ho pace; ho solo paura di vedermi così sola senza il mio amore per la mia vita. Tu meriti tutto; te lo do con il cuore che batte al pronunciare il tuo nome. Chi lo ama alla follia, MS].

Frasi, richieste, gesti comuni a tutti gli amanti. L’Amore è, all’interno di questi brevi periodi, puramente figurativo che continuamente non smette di avvolgere l’oggetto dei suoi desideri. Nel caso dei nostri due amanti possiamo azzardare a dire che il gesto del redigere le lettere si sostituisce all’atto amoroso in una visione romantica dove la pelle raffigura la carta e dove il desiderio sboccia dal contatto della piuma con essa. È un gesto di supplica che richiede soprattutto reciprocità. “Conteste Ud. aunque sea una sola línea” [Rispondete anche con una sola riga] chiede Sáenz ad alla cui preghiera Bolívar risponde: “contésteme, al menos ésta, que lleva la fiebre de mis palabras” [rispondetemi, almeno questo, che porta la febbre delle mie parole].

La rappresentazione scenica di questi due amanti in queste lettere obbedisce alle regole della scrittura epistolare amorosa e mostra una struttura stilistica che non va oltre un paragrafo, all’interno del quale compare come unico punto centrale il desiderio, l’evocazione o la promessa di rincontrarsi nel prossimo destino.

Ma l’interesse verso queste lettere non affonda le radici unicamente nel discorso amoroso.

È importante capire che la centralità della verità in queste dichiarazioni; una comunicazione legata alle dichiarazioni di Sáenz vista come soggetto politico-militare. Ruolo vietato alle donne dell’epoca. In questo caso l’amore nei confronti di Bolívar e per la causa libertaria coesistevano in una relazione reciproca.

La figura di Manuela si va a definire man mano iniziando dalle costanti dichiarazioni d’amore fino allo svelarsi una donna patriota che cerca il suo posto all’interno della lotta d’Indipendenza. Il desiderio di stare accanto al suo amato è lo stesso desiderio di provargli la sua lealtà per la causa.

Vedremo nel corso della lettura come l’amore in questa corrispondenza è inteso come amore per la patria, per la libertà, per la rivoluzione. Simón Bolívar la amerà anche e soprattutto come patriota; tutti gli interventi di Manuela all’interno delle campagne politiche-militari lo hanno condotto alla vittoria. La sua lealtà, la sua amicizia e la sua complicità gli sono indispensabili sul terreno politico. Sáenz riesce a mantenere la sua posizione nel campo dell’intelligence e avverte più volte Bolívar sulle cospirazioni nemiche:

Tengo a la mano todas las pistas que me han guiado a serias conclusiones de la bajeza en que ha ocurrido Santander, y los otros en prepárarle a Ud. un atentado. Horror de los horrores, Ud. no me escucha; piensa que solo soy mujer” (7 de agosto de 1828).

[Trad. Ho a portata di mano tutti gli indizi che mi hanno portato a conclusioni serie sul degrado che Santander ha raggiunto con gli altri nel preparare un attacco contro di te. Orrore degli orrori, non mi ascolti, pensi che io sono solo una donna”.] Con l’intensificarsi dello scambio di lettere Sáenz cerca di convincerlo che il desiderio dei loro corpi si accompagna al desiderio di affrontare insieme le sfide della campagna militare. La retorica dell’amore, della lealtà e dell’amicizia politica esige di essere confermata in lettere e azioni che lo salvino dai tradimenti dei suoi rivali. Il più mitico di questi interventi è stato quando lei gli ha salvato la vita aiutandolo a fuggire da una finestra da qui l’appellativo che la ritrae come la libertadora del libertador. Amare Bolívar è amare una causa ed esserne protagonisti, sempre sotto il segno dell’estasi amorosa. Bolívar, riconoscendo la sua lealtà e la sua capacità militare, alla fine la nomina a Capitano di Húzares, mettendola a capo delle truppe, e alla fine le chiede di diventare segretaria della sua corrispondenza nonché dei suoi documenti personali, accompagnandolo nella sua campagna.

[…] visto su coraje y valentía de usted; de su valiosa humanidad en ayudar a planificar desde su columna las acciones que culminaron en el glorioso éxito de este memorable día, me apresuro, siendo las 16:00 horas en punto en otorgarle el grado de Capitán de Húzares; encomendándole a usted las actividades económicas y estratégicas de su regimiento […]

[Trad: vedendo il suo coraggio e la sua valorosità, la sua preziosa umanità nell’aiutare a pianificare dalla sua colonna le azioni che sono culminate nel glorioso successo di questa giornata memorabile, mi affretto, essendo le 16:00 in punto per conferirvi il grado di Capitano degli Húzares; affidandovi le attività economiche e strategiche del suo reggimento.]

L’ostacolo principale di questa unione sul campo di battaglia era la condizione di Manuela Sáenz come donna sposata. Il matrimonio ha dato alle donne il loro posto nell’ordine patriarcale, ponendole sotto la tutela dei loro mariti e trattandole come minorenni secondo la legge spagnola. Non potevano, quindi, partecipare pienamente alla società o essere incluse nella vita civile o pubblica delle colonie. Ma a differenza delle donne in Francia e in Europa, in questi primi decenni del XIX secolo, le donne delle province ispano-americane godevano di una certa libertà nel poter mantenere la propria identità legale, essendo riconosciute come separate e distinte dai loro mariti, senza l’obbligo di rimanere in casa o di dedicarsi esclusivamente alla sfera domestica. Anche se erano sotto la tutela legale dei loro mariti, avevano il permesso di redigere il proprio testamento, di testimoniare in tribunale e di accettare l’eredità senza il consenso del coniuge. E, sebbene Bolívar temesse lo scandalo che Sáenz lasciasse il marito, lei sembrava molto sicura di quello che stava facendo. Come moglie di un ricco straniero, Sáenz aveva goduto di poteri legali per gestire gli affari e le proprietà del marito quando era in viaggio. Era stata una donna d’affari, che prendeva decisioni finanziarie e gestiva il personale. L’insolita libertà di movimento di Sáenz, come quella di altre donne ricche di Lima, ha sorpreso gli uomini europei. Robert Proctor osserva nel suo viaggio del 1823/24 a Lima che non era insolito osservare donne rispettabili parlare in pubblico e socializzare in piazza, disdegnando le faccende domestiche, e in generale regolando il loro comportamento, arrivando persino a nominarle come i principali attori della città. Se leggiamo tutte le lettere tra Sáenz e Bolívar, Manuela non solo afferma di voler stare al fianco del suo amante ma di essere lì per unirsi alla campagna militare; ritrae sé stessa come un’amante che è soprattutto un’amica fedele, una donna fedele e quindi essenziale come suo consigliere politico. Mostra così una chiara consapevolezza del suo ruolo storico nelle società in cui la partecipazione aperta delle donne alla sfera politica era limitata, ma dove le donne godevano anche di un’insolita libertà di movimento.

Capitolo 2: La corrispondenza come mezzo di soggettivazione

In questa peculiare selezione possiamo ricostruire come attraverso la loro corrispondenza amorosa si inverte e si riconfigura la lettura del privato e del pubblico. Il discorso epistolare è un discorso ambiguo porta in scena i suoi affetti privati con la proiezione pubblica: l’amore dalla sua fedeltà alla causa politica.

Una volta affermatasi nel suo ruolo pubblico e privato a fianco del Libertador, Sáenz rivendica un ruolo politico dopo la morte prematura di Bolívar. Lei visse un altro quarto di secolo dopo la morte di Bolívar esiliata nel porto di Paita in Perù, dove morì in povertà. Vista come una minaccia politica in Colombia, in Ecuador e accusata di essere una Madame de Staël, si rifugiò in un luogo sperduto al confine tra Perù ed Ecuador dove prestò servizio come spia del generale Juan José Flores. E, sebbene molti storici considerino quel lungo periodo della sua vita come un epilogo, la corrispondenza di questi decenni con Juan José Flores, presidente dell’Ecuador, così come con altri personaggi politici e letterari che l’hanno visitata anche in quella remota località (Herman Melville, Giuseppe Garibaldi, e persino Ricardo Palma) rivela il suo impegno attivo nella politica ecuadoriana, anche se l’esilio ne ha limitato la portata. La sua attività politica e intellettuale è documentata anche nel suo Diario di Paita. Come soggetto epistolare continua a costruirsi soprattutto come amica fedele e al servizio del Paese, distinguendosi dagli uomini di potere cospiratori e ambiziosi che difendevano le loro riserve di potere lontano dalla passione liberatrice di Bolívar e dai generali che erano seguaci fedeli come il presidente ecuadoriano Juan José Flores.

L’importanza delle lettere come mezzo di espressione politica e il loro significato per i posteri è qualcosa che Sáenz ha sperimentato in prima persona essendo stata responsabile della corrispondenza di Bolívar e di cui ha curato l’archivio fino alla sua morte.

La sua corrispondenza con Flores affronta questioni di politica, strategia e intelligence sui movimenti delle truppe peruviane, chiedendo spesso che le sue lettere fossero distrutte dopo essere state lette per paura di essere identificato come informatore. Come nelle sue lettere a Bolívar, si affretta ad avvertire Flores di chi lo tradisce e si rammarica che non reagisca in tempo a possibili cospirazioni.

Alla morte di Bolívar si è già consolidata come fedele amica del progetto bolivariano in ambito sociale, raggiungendo la credibilità politica acquisita per la prima volta nell’ambito di una passione amorosa. In una lettera a Flores, chiarisce la sua lealtà al di là delle condizioni partigiane: “Non ho un partito, sono solo un’amica degli amici del Liberatore, e siccome tu sei uno di loro, sono tuo amica”.

Non esita a spiegare a Flores che il suo interesse per la politica di un Paese è legato solo al rapporto che la politica ha con lei e con i suoi amici, poiché una donna “non può prendere le armi, né comprare armi, tanto meno avere influenza”, ma può “avere amici, uomini e donne”.

L’amicizia e la fedeltà alla causa bolivariana, una riserva propria degli uomini che potevano sacrificare interessi privati per il bene pubblico, divenne lo spazio soggettivo da cui si costituì Sáenz.

Alla fine della sua vita, le lettere dell’esilio sono la prova della sua continua costituzione come soggetto politico attraverso la scrittura epistolare. Un ruolo che mai l’allontana dalla legittimità della passione, perché come afferma nella lettera a Giuseppe Garibaldi del 25 luglio 1840, a Bolívar:

lo amé en vida con locura; ahora que está muerto lo respeto y lo venero”

Trad: [lo amai in vita follemente e ora che è morto io lo venero]

Questa affermazione, forse la più citata di Sáenz, è il segno che anche dopo la morte la storia d’amore con Bolívar è ciò che legittima il suo posto. Un luogo insolito per una donna che fino alla fine dei suoi giorni rinuncia ad avere una casa, alla riproduzione della specie ed alla tutela di qualsiasi uomo che non sia stato suo compagno di cause e di passioni. Alla fine della sua vita, nel suo Diario di Paita, le sue riflessioni indicano un’altra coscienza di sé.

Ci dice: “All’inizio, oh amore desiderato, … ho dovuto recitare il ruolo di una donna, di una segretaria, di uno scriba, di un soldato Húzar, di una spia, di un inquisitore e anche di un intransigente. Ho meditato sui piani. Sì, mi sono consultata con lui, quasi imponendomi; ma si è lasciato portare via dalla mia follia di amante, e lì è rimasto tutto.”

Ma una volta consolidato il suo posto nella lotta militare non esita ad assicurarlo:

Yo le dí a ese ejército lo que necesitó: ¡valor a toda prueba! Y Simón igual. El hacía más por superarme. Yo no parecía una mujer. Era una loca por la Libertad, que era su doctrina […] Difícil me sería significar el porqué me jugué la vida unas diez veces. ¿Por la patria libre? ¿Por Simón? ¿Por la gloria? ¿Por mi misma?

[Trad: Ho dato a quell’esercito ciò di cui aveva bisogno: coraggio infallibile! E Simón lo stesso. Stava facendo di più per superarmi. Non sembravo una donna. Ero una fanatica della libertà, che era la sua dottrina …

Sarebbe difficile per me dire perché ho messo a rischio la mia vita dieci volte.

Per il paese libero? Per Simón? Per la gloria? Per me stessa?]

Nel suo diario esplicita che, sebbene “fummo amanti dagli spiriti superiori”, lo fummo perché “vivemmo nella stessa posizione di gloria davanti al mondo, perché vivemmo nello stesso sacrificio e nello stesso modo di vedere le cose e nella stessa diffidenza verso tutti”.

Il suo amore-passione non era solo un comportamento o un linguaggio leggibile e legittimo, anche per Bolívar stesso, ma la codificazione di una passione personale che superava quella di donna innamorata. La raccolta di lettere pubblicata dal Governo Bolivariano del Venezuela in omaggio al Libertador e alla sua Libertadora si intitola “Le più belle lettere d’amore tra Simón e Manuela“. Quello che abbiamo davvero tra le mani è un raro e prestigioso mezzo di comunicazione; ci invita a pensare al discorso epistolare amoroso come a un importante dispositivo di soggettivazione politica, uno strumento che combina le vuote enunciazioni proprie del discorso amoroso ai contesti enunciativi propri del riconoscimento pubblico delle virtù private.

Fucecchio (FI) 4feb2020: Simón Bolívar, il Vangelo e Gramsci

L'immagine può contenere: il seguente testo "BOLIVAR, VANGELO E GRAMSCI Marxismo la Teologia della Liberazione nel processo rivoluzionario venezuelano nelle lotte contro liberismo in America Latina. MARTEDÌ 4 FEBBRAIO, ALLE ORE 21. 15 PRESSO IL CIRCOLO VIA ROMA N°66 FUCECCHIO INCONTRO DIBATTITO Introducono: Sandro Scardigli (Resp. Esteri Comitato Regionale Toscana) Livia Acosta (Teologa. Ex diplomatica venezuelana espulsa dagli USA) Conclude coordina: Fabrizio Pedone (Comitato Centrale PCI) DALLE 19:30 RICCA CENA A CON CUCINA CASALINGA AL PREZZO DI 10 € Gradita la prenotazione n. 3927812361 PCITOSCANA ilpci.it"

Simón Bolívar e la Carta di Giamaica tra i banchi di scuola

WhatsApp Image 2019-06-11 at 17.21.39(1)di Romina Capone

Passano i secoli ma le idee del Libertador sono sempre attuali. L’incontro ha visto impegnato il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Napoli e gli studenti di quarta I ed L del liceo Scentifico Artuto Labriola. Il tema: La carta di Giamaica. Tra le mura di Palazzo Reale, presso la Biblioteca Nazionale di Piazza del Plebiscito – sezione Venezuela per il ciclo di incontri tematici.

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La Carta di Giamaica è una missiva di risposta redatta da Simón Bolívar il 29 Agosto 1815 in Giamaica come risposta ad Henry Cullen. Una lettera considerata a tutti gli effetti un vero e proprio saggio politico-economico e sociale. In essa el libertador venezuelano risponde dettagliatamente, alle provocazioni del commerciante giamaicano; con minuziosa cura espone la situazione politica di tutta l’America Latina e la sottomissione spagnola. Possiamo affermare che con questa lettera si innesca il processo denominato Rivoluzione Bolivariana; processo che è ancora vivo. 

Simón Bolívar nel 1815 rivendicava quei princìpi fino ad allora violati dalle barbarie degli spagnoli: libertà, uguaglianza, fratellanza. In Europa, si lottava per gli stessi ideali. A trentadue anni denunciava l’imperialismo e cercava a gran voce un sistema repubblicano per il proprio paese.  Lungimirante confronta la situazione dell’America Latina con quella degli altri popoli del mondo e osserva la passività in cui si trova sommerso il continente prigioniero da molto tempo dal dominio spagnolo.  Un popolo quello campesino martoriato. Uomini, donne e bambini trucidati, decapitati ed impalati come trofei di guerra. Simón Bolívar voleva tagliare il cordone ombelicale da una madre infetta. Voleva che ogni paese del continente fosse unito sotto un’unica lingua e un’unica cultura. Ogni nazione doveva avere un proprio governo, organizzato, competente e repubblicano, dove fossero rispettati e riconosciuto i diritti dell’Uomo a tutte le razze.

WhatsApp Image 2019-06-11 at 17.21.39Bolívar analizza la situazione politica del Rio de la Plata in Argentina, del Cile, del Perù fino a quella della Nuova Granada. Viene passata in rassegna con la disamina che la rivoluzione ha di trionfare. Esso ha una visione continentale della guerra di indipendenza ed è evidente la volontà di generalizzare il problema a tutta l’America Latina la cui unità è il fine ultimo di tutta la sua strategia. La Carta di Giamaica contiene anche un implicito appello all’Inghilterra, all’epoca prima potenza marittima del mondo ed in piena espansione commerciale; si pensava fosse la più interessata a stringere rapporti economici e quindi la più interessata alla libertà delle colonie spagnole. Già nella prima metà dell’800 Bolívar comprende la necessità di un  riequilibro del mondo per un futuro migliore.

 

Napoli 14dic2016: Simón Bolívar e i sogni d’integrazione

Il Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli
e la Biblioteca Nazionale Sala “Simón Bolívar”

invitano all’incontro letterario

Sogni d’Integrazione: Simón Bolívar

“Io desidero, più di tutti gli altri vedere formarsi in America la più grande nazione del mondo meno per la sua estensione e ricchezza che per la sua libertà e gloria. È un’idea grandiosa pretendere di formare di tutto il nuovo mondo una sola nazione con un solo vincolo che leghi le parti tra loro. Poiché hanno una sola origine, lingua, costumi e religione, dovrebbe di conseguenza avere un solo governo che confederi i differenti Stati che la formano; di più non è possibile perché situazioni diverse, interessi opposti, caratteri diversi dividono l’America. Che bello sarebbe che l’istmo di Panama fosse per noi ciò che quello di Corinto era per i greci.”. (Lettera di Jamaica, Kingston 1815)

L’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi è stata pensata per la prima volta da Francisco de Miranda, successivamente da José de San Martin (il liberatore del Cile e del Perù) e infine da Simon Bolivar, El Libertador. I suoi sogni d’integrazione sono stati portati avanti nel divenire della storia da altre nazione latinoamericana e caraibiche come Venezuela e Cuba, prendendo corpo attraverso l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della nostra America (ALBA) e il Mercato Comune del Sur (MERCOSUR)e altre istituzione, fondata anche sulla condivisione culturale e solidale.

Con la Partecipazione di:
Amarilis Gutiérrez Graffe, Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli
Condotto da: Antonio Cipolletta, ALBAinformazione – ANROS Italia
Biblioteca Nazionale di Napoli
Sezione Venezuelana – Sala Simón Bolívar
Mercoledì 14 dicembre alle 16,00

Roma 17dic2015: 185° anniversario della morte del Libertador

Manuela Sáenz e la sua lotta per la libertà dell’America

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Il 27 dicembre 1797 nasceva a Quito (Ecuador) Manuela Sáenz, eroina che ha combattuto per la libertà dell’America. Nella lotta contro l’impero spagnolo la sua partecipazione fu attiva, da protagonista.

Manuela Sáenz ha combattuto nella battaglia di Pichincha che sancì la libertà dell’Ecuador (1822), così come nella battaglia di Ayacucho, dove fu raggiunta la completa sovranità del Perù e dell’America del Sud. Antonio José de Sucre, in una lettera del 10 dicembre 1824, ha riconosciuto l’importanza di Manuela Sáenz nelle gesta indipendentiste:

«Si è distinta particolarmente per il suo coraggio doña Manuela Sáenz; incorporata sin dall’inizio nella divisione Húzares e successivamente nella Vencedores; ha organizzato e ottimizzato i rifornimenti alle truppe, assistito i soldati feriti, battuta sotto il fuoco nemico, salvato numerosi feriti (…) Doña Manuela merita un tributo speciale per il suo compartamento».

Manuela Sáenz è stata definita da Simón Bolívar come la Libertadora del Libertador perché nel 1828, lo salvò da un attentato a Santa Fe Bogotà. Sáenz ha descritto nel suo ‘Diario de Paita’ l’amore e l’impegno per la libertà dell’America, una lotta che unì la sua vità a quella di Bolívar.

Esiliata dalla Colombia dopo la morte di Simón Bolívar si stabilì a Paita (Perù), dove morì il 23 novembre 1856 per un’epidemia di difterite. Il suo corpo fu cremato e le ceneri depositate in una fossa comune.

Nel luglio 2010, i resti simbolici di Manuela Sáenz furono traslati al Pantheon Nazionale del Venezuela (Caracas), luogo dove riposa il Libertador Simón Bolívar.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Socialismo e Venezuela: per ora, e per il domani

di Gianmarco Pisa

Quando, nel 1973, un golpe politico-militare, messo in atto da pezzi della gerarchia militare, orchestrato dalla CIA e dal Dipartimento di Stato e sostenuto da ampia parte della borghesia compradora e dall’oligarchia locale, sconfisse la resistenza di Salvador Allende e pose fine alle speranze alimentate dal governo di Unità Popolare e dall’orientamento al socialismo del Cile dell’epoca, la sensazione fu gigantesca. Mobilitazioni internazionali, campagne di solidarietà messe in campo da partiti socialisti e comunisti (anche in Italia e alle più varie latitudini), e certo, insieme con queste, alla metà degli anni Settanta, l’impressione che le oligarchie e l’imperialismo l’avevano avuta vinta ed una più ampia unità popolare basata su un rinnovato blocco sociale andava ricostituita. Una vittoria temporanea ed un processo da rigenerare. Per ora.

Certo, erano quelli gli anni della ridefinizione su scala internazionale del conflitto di classe e della rinnovata contrapposizione ideologica, di una nuova strategia eversiva e golpista da parte del Dipartimento di Stato, del “Plan Condor” e della “dottrina Breznev”, insomma, degli avamposti della concatenazione tra liberismo ed imperialismo e della concreta separazione del mondo per blocchi contrapposti ed aree di influenza. La luminosa resistenza di Cuba socialista e il crollo delle pretese statunitensi in quella che era stata l’aggressione yankee al Vietnam segnalavano, tuttavia, l’esistenza di visioni e di tendenze altre, di popoli che non rinunciavano alla prospettiva della propria emancipazione e che liberamente perseguivano ragioni nuove e rinnovate ispirazioni nella loro avanzata verso la democrazia e il socialismo. Per ora.

Oggi, a quarant’anni e passa di distanza, il copione minaccia di ripetersi qualche migliaio di chilometri più in là. Anche qui si tratta di una transizione al socialismo, del percorso di costruzione di un’alternativa ispirata ai valori della giustizia sociale, dell’uguaglianza e dell’emancipazione; anche qui monta e diventa sempre più attiva l’iniziativa eversiva di quella borghesia legata al capitale euro-atlantico (che una volta si chiamava compradora) e dei suoi padrini ed ispiratori politici e militari (che ancora oggi prendono il nome di CIA e Dipartimento di Stato). Certo, il contesto e lo scenario sono diversi, il socialismo non si concepisce più “in un solo Paese” e altri attori animano la scena, le forze della società civile trans-nazionale e gli interessi neo-imperialistici della UE. Caracas è oggi l’epicentro delle trame eversive. Per ora.

Tra inchieste di giornalisti indipendenti e operazioni della polizia locale, solo negli ultimi mesi il mercato nero scambia il dollaro a 180 bolivares, quando il tasso ufficiale di cambio è ad uno contro 6, o giù di lì; sui siti della contro-informazione golpista, le cifre che vengono date e i parametri di cambio che vengono offerti non sono quelli legali, ma quelli illegali del cambio clandestino; si susseguono le requisizioni di ingenti quantitativi di alimenti sequestrati per svuotare i negozi, incrementare la campagna sulla “penuria di generi di prima necessità” e diffondere il panico tra le persone in coda ai negozi; qualcuno che ha interesse a farlo organizza i camion per il sequestro dei beni (8 ton. di caffè sottratte nello Stato di Zulia) ed i camion per ingrossare le code agli sportelli (un po’ di inchieste giornalistiche a riguardo). Certo, per ora.

Dieci anni dopo il golpe in Cile e l’esordio della giunta Pinochet, un gruppo di ufficiali delle forze armate venezuelane fonda, il 24 luglio 1983, il Movimento Bolivariano Rivoluzionario MBR 200, ispirato agli ideali delle “tre radici”, Simón Bolivar, Simón Rodriguez e Ezequiel Zamora, con un orizzonte politico chiaramente alternativo a quello del consociativismo predatorio del regime venezuelano dell’epoca: sovranità ed emancipazione nazionale, pedagogia liberatrice e creatrice, difesa del popolo, dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni. L’insurrezione civico-militare del 4 febbraio 1992 fallisce, ma aggrega un consenso popolare su cui sarebbe maturata l’esperienza bolivariana e la leadership politico-militare di Hugo Chávez. Sarebbe stato necessario un ulteriore accumulo di forze, i tempi non erano, nel 1992, ancora maturi. “Per ora”, disse Chávez, per la prima volta di fronte alle telecamere e a milioni di venezuelani e venezuelane.

Nel Venezuela di oggi, sedici anni dopo l’esordio del bolivarismo al potere e l’innesco della trasformazione in senso socialista della società venezuelana (1999), personaggi che sembrano usciti dal Sudamerica della guerra fredda vorrebbero portare l’America Latina indietro di quarant’anni. La notizia del giorno non è quella che a tre ex capi di stato viene negato, dalle autorità venezuelane, l’accesso alle prigioni del Paese, ma quella che, a parlare, su invito della opposizione golpista, di “democrazia e diritti umani” a Caracas vengano chiamati “campioni” del calibro di Andrés Pastrana (Colombia), Felipe Calderón (Messico) e Sebastian Piñera (Cile). Di quest’ultimo, sono acclarate le simpatie e le collusioni con il regime sanguinario di Augusto Pinochet, all’epoca del golpe cileno e della giunta del 1973. Sono ombre del passato, questi vecchi campioni e i loro giovani accoliti dell’eversione e del golpismo. “Per ora”, e per il domani, non riusciranno a portare indietro di quarant’anni il corso della storia e delle conquiste sociali del Venezuela e dell’America Latina.

Di questo, nel contesto dello scenario internazionale e della politica di pace del Venezuela Bolivariano, si parlerà in occasione del Convegno:

“Venezuela Bolivariano: lotta per la pace e la solidarietà internazionale, contro la guerra e l’imperialismo”
Mercoledì 4 Febbraio, ore 16.00
presso la Sala Multimediale “G. Nugnes”
in Via Verdi 35
con il Patrocinio del Comune di Napoli.

Verso il II Incontro Nazionale di Solidarietà Italiano con la Rivoluzione Bolivariana della Rete Caracas ChiAma
Napoli 10-12 Aprile 2015

Los diarios de Manuela Sáenz

por Pedro Ibáñez*

La imposibiliad del olvido abrigó los últimos años de Manuela Sáenz, quien falleció el 23 de noviembre de 1856, para legar a las posteriores luchas latinoamericanas la inspiración que ofrece su archivo epistolar, con influjos literarios y políticos, donde están patentes, especialmente, el amor y la lucha por la independencia.

Documentos como el Diario de Quito, Diario de Paita y otras cartas de la correspondencia entre Manuela y el Libertador Simón Bolívar evidencian las emociones, pasiones y ansias que signaron una relación de amor rayana en lo poético y verdaderamente heroica.

“Hoy se me hace preciso escribir por la ansiedad. Estoy sentada frente de la hamaca que está quieta como si esperara a su dueño. El aire también está quieto; esta tarde es sorda. Los árboles del huerto están como pintados”, expresa con melancolía un fragmento del diario escrito en el puerto de Paita, Perú, donde vivió desde 1835 luego de su exilio.

Su permanencia en el norte de Perú, fue resultado del destierro de Colombia y la confiscación de sus bienes, —por considerarla conspiradora al manifestar su apoyo al pensamiento bolivariano—, luego de la muerte de Simón Bolívar en 1830, situación que la llevó a Jamaica, país donde planificó su retorno a Ecuador, que no le fue permitido.

La “Libertadora del Libertador”, quien nació en Quito el 27 de diciembre de 1797, reflexionó en sus últimos años sobre la obra de Bolívar, a quien refería como Su Excelencia (S.E), y pudo caracterizar lo que fueron sus vidas. “Los dos escogimos el más duro de los caminos”, y de éstos comprende cuáles fueron los factores que condicionaron su propia historia.

“A más del amor, nuestra compañía se vio invadida por toda suerte de noticias; guerra, traición, partidos políticos, y la distancia, que no perdonó jamás nuestra intimidad”, escribe con fecha domingo 27 de agosto de 1843.

No con la misma melancolía, pero sí con mucho rubor y alegría, Manuela en su Diario de Quito, narra cómo la vio por vez primera el Libertador, en su entrada triunfante el 16 de junio de 1822 a la mencionada ciudad, momento en el que ocurre la anécdota de la corona de rosas que le lanza ella desde un balcón.

“La arrojé para que cayera al frente del caballo con tal suerte que fue a parar con toda la fuerza de la caída, a la casaca, justo en el pecho (…) Me ruboricé de la vergüenza, pues el Libertador alzó su mirada y me descubrió aún con los brazos estirados (…) esto fue la envidia de todos, familiares y amigos, y para mí, el delirio y la alegría de que S.E. me distinguiera de entre todas, que casi me desmayo”.

En aquellos años previos antes de morir de difteria, Manuela se dedicó a la venta de tabaco, recordaba aquellas luchas y traiciones que plasmó en su diario y recibió las visitas de Simón Rodríguez, el militar y político italiano Giussepe Garibaldi y Herman Melville, autor de la novela Moby Dick.

La bella dama que incendió el corazón del Libertador

“Mi estimada señora, ¡Si es usted la bella dama que ha incendiado mi corazón al tocar mi pecho con su corona! Si todos mis soldados tuvieran esa puntería, yo habría ganado todas las batallas”, le dijo Simón Bolívar a Manuela, luego de recibir sus disculpas y mirarla “fijamente con sus ojos negros, que querían descubrirlo todo”.

Ese todo lo halló el Libertador en su compañera, quien se incorpora a la guerra, haciéndose jinete e incluso servirse de armamento para acompañarlo en la campaña, lo que evidenció su arrojo y cualidades muy distintas a las que se esperaban, por parte de la sociedad de entonces, de una mujer. “Nada había en las mujeres que no fuera hablar, coser cadenetas y bordados de encajes. Yo, mientras tanto, leía”.

Sin embargo, la distancia se impuso de forma intermitente y definitiva. Primero durante una permanencia en Lima y luego en Bogotá, donde Manuela salva a Bolívar de un asesinato (1828) al facilitarle la huida por una ventana del Palacio de Gobierno, acción por la que le llama “La Libertadora del Libertador”.

Se verían por última vez el 11 de mayo de 1830, despedida registrada en una carta del Libertador. “Tengo el gusto de decirte que voy muy bien, lleno de pena, por tu aflicción y la mía, por nuestra separación”.

Gran parte de esta correspondencia junto a las pertenencias de Manuela fueron incineradas junto a su cuerpo hace 158 años para evitar la propagación de la enfermedad, luego puestas las cenizas en una fosa común, de la que traerían sus restos simbólicos a Caracas, el 5 de julio de 2010, en una ceremonia histórica con los presidentes de Venezuela, Hugo Chávez, y Ecuador, Rafael Correa.

Juntos otra vez, Manuela y Simón reposan en el Panteón Nacional, cumpliéndose así una vez más el perenne anhelo de Bolívar de estar con su Libertadora, como lo dice una de las tantas cartas sin fecha escrita en aquellas intermitencias de la guerra que los separaron eventualmente:

“Yo no puedo estar sin ti, no puedo privarme voluntariamente de mi Manuela. No tengo tanta fuerza como tú para no verte: apenas basta una inmensa distancia; te veo aunque lejos de ti. Ven, ven, ven luego”.

*Periodista venezolano. Editor jefe en la Agencia Venezolana de Noticias (AVN)

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