Forze produttive, sanità pubblica, contrasto all’epidemia

di Adriano Ascoli e Ciro Brescia

* A distanza di due settimane dalla pubblicazione, e dopo oltre un anno dai precedenti articoli “Il Covid dà i numeri!” e “Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale“, oltre alla conferma del risultato cinese, del Vietnam e di altri Paesi, è interessante lo studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica The Lancet dove si evidenziano in forma comparativa gli effetti e le conseguenze, in termini di impatto sulla vita sociale, sulle conseguenze sanitarie, sulle conseguenze sul piano economico delle due vie: la via delle mezze misure seguita ad esempio dai paesi europei e la via di un contenimento stretto quanto delimitato nel tempo. Lo studio, sulla base di dati e raffronti tra i due differenti approcci, va nella direzione di confermare nella sostanza quanto qui affermato dal marzo 2020 nei suddetti precedenti articoli. *

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Scriviamo queste note esprimendo la nostra piena solidarietà alla compagna Pia Panseri e al compagno Gianfranco Fornoni del Comitato Popolare Verità e Giustizia per le vittime della Covid-19 di Bergamo[1], colpiti dalla repressione per il loro impegno sociale e politico al fine di far emergere la verità sui responsabili della strage quotidiana che stiamo vivendo, a causa della mala gestione della pandemia da parte dello Stato, delle istituzioni centrali e regionali, delle politiche antipopolari da essi attuate nel nostro paese. Con queste righe vogliamo dare il nostro contributo alla riflessione collettiva su un tema oggi centrale: troppo spesso prevale una lettura della nuova fase pandemica confusa, quindi subalterna e funzionale alle narrazioni delle classi dominanti. Una polarizzazione controllata, spinta tanto nel mainstream quanto nel suo lato oscuro, tende a confondere e intossicare la percezione ed i pensieri di gran parte della popolazione. Riteniamo esiziale fare concessioni a questa polarizzazione nella ricerca di facile e spicciolo consenso, quando invece la situazione richiede un ragionamento rigoroso.

 

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Come è possibile che alcuni paesi arretrati nel loro sviluppo infrastrutturale, come Cuba ed altri – nonostante siano colpiti dalle criminali sanzioni internazionali da parte dei paesi imperialisti – abbiano ottenuto apprezzabili risultati rispetto alla lotta contro la pandemia da Covid-19, al contrario di ciò che sta accadendo nel nostro paese in un contesto di maggiore sviluppo delle forze produttive e spesso con un sistema sanitario – dal punto di vista delle infrastrutture e delle risorse disponibili – assai più evoluto? Ciò è stato possibile perché questi paesi si sono dati gli strumenti adeguati per fare fronte all’emergenza grazie ad una differente organizzazione della società, e lo hanno dovuto praticare facendo di necessità virtù poiché sono paesi che non godono di forze produttive ed infrastrutture sviluppate, capillari ed articolate di cui invece sono dotati i paesi più ricchi, i paesi imperialisti come lo è l’Italia (nonostante i quarant’anni di tagli alla sanità pubblica e le concomitanti privatizzazioni, il sistema sanitario italiano continua ad essere tra i più avanzati). Nel caso dei paesi che hanno al loro attivo il compimento di un processo rivoluzionario – nelle differenti varianti di socialismo ed anti-imperialismo – abbiamo visto la mobilitazione di organizzazioni di massa strutturate nei diversi ambiti della vita sociale e lavorativa, politica e culturale; queste non hanno solo improvvisato ma in qualche misura hanno agito sulla base di decenni di esperienza e di lavoro teorico e pratico, combinandoli con i necessari livelli di mobilitazione e direzione determinanti per far fronte all’emergenza. Organizzazioni che rispondono ad un comando unitario, che fanno capo a una direzione politica tendenzialmente chiara e coerente, ad una linea politica non certo improvvisata ma che ha una continuità sviluppatasi in decenni di costruzione dopo il trionfo della Rivoluzione nel loro paese.

 

Una linea che nel caso cinese e di molti altri paesi che hanno seguito quell’esempio, ha posto al centro la tutela della salute collettiva e i criteri scientifici, quale pilastro per un contrasto immediato all’epidemia, minimizzando sia il danno sanitario sia quello socio-economico, con interventi precoci e limitati nel tempo. In questi paesi – è necessario sottolineare, ancora una volta, questo concetto – i loro dirigenti ed i loro popoli hanno dovuto fare di necessità virtù puntando principalmente sulla prevenzione, per evitare di dover agire poi con strumenti di cui in generale sono scarsamente dotati e per evitare di cadere in una crisi ingestibile. I paesi imperialisti dotati di strumenti in teoria più avanzati, in realtà hanno fallito sul terreno del contenimento dei contagi cacciandosi in un pantano. Non hanno attuato una strategia di contenimento del contagio, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Nella Repubblica Popolare Cinese, così come in altri paesi, non hanno aspettato che arrivassero medicine specifiche o vaccini (che ancora non sono pronti e sufficienti, visto che i paesi imperialisti se li sono accaparrati, a cominciare dagli USA, dalla GB e da Israele, e a ruota gli altri paesi della UE e che le capacità produttive su scala planetaria continuano ad essere limitate). In Cina si sono dati da fare confinando – attraverso una capillare mobilitazione ed organizzazione di massa – la popolazione dove, come, quanto e quando è stato necessario farlo; così ne è uscita la Cina, così ha fatto la Corea popolare, chiudendo ancora più ermeticamente i suoi confini, così ha fatto il Vietnam, così ha fatto Cuba, mantenendo viva l’esperienza accumulata in ambito epidemiologico dall’URSS nel secolo passato, investendo nella ricerca scientifica fino alla progettazione e realizzazione di vaccini e medicamenti specifici. Nei principali paesi imperialisti e diretti da governi neoliberisti, si è lasciato correre il virus più o meno liberamente e con misure ogni volta tardive, fino ad arrivare a perdere il controllo dei contagi e a registrare decine di migliaia, centinaia di migliaia di morti (come in USA o in Brasile, ma anche dalle nostre parti). Abbiamo visto i balletti delle zone colorate, con i dati occultati o addomesticati dagli amministratori al fine di evitare misure necessarie. Chi ha attuato un vero contenimento, invece che una relativa mitigazione cronica, ha fermato TUTTO quando necessario, ma per un periodo breve e poi ha riaperto quasi tutto, minimizzando tanto i danni umani quanto quelli economico-sociali. Bene ricordare come i paesi che hanno attuato questa strategia vincente hanno fermato quando necessario e per periodi molto limitati anche fabbriche e pendolarismo ed ogni attività non strettamente essenziale. In Italia al contrario le fabbriche nel cuore dei focolai padani non chiusero neppure nel marzo-aprile 2020 e l’epidemia dilagò così in mezzo mondo nel giro di pochi giorni, mentre tra i principali leaders politici andavano di moda aperitivi sui navigli e scaramantiche negazioni della tempesta che stava arrivando.

 

Per completezza va menzionato che persino alcuni paesi non certo socialisti, come Israele (da non tacere la negazione criminale dei vaccini alla Palestina, come i paesi occidentali con le sanzioni) o l’Australia, hanno ottenuto risultati positivi al proprio interno proprio contenendo la circolazione della popolazione per periodi limitati, al fine di garantirsi la possibilità di “ritornare alla normalità” o per affrontare in sicurezza la fase della vaccinazione massiva. Questo dimostra che non bisogna aspettare di diventare un paese socialista per attuare le necessarie misure di prevenzione basate su criteri scientifici confermati dall’esperienza; lo si può fare già da subito se c’è la necessaria volontà politica per farlo. Anzi, nella misura in cui i movimenti popolari riescono ad imporre l’applicazione delle necessarie misure di prevenzione, questi saranno utili trampolini di lancio per avanzare con più forza e determinazione verso l’instaurazione del Socialismo.  

Incrociando i dati sulla mortalità generale dei principali paesi si può con facilità evidenziare come i decessi conseguenti all’epidemia covid-19 sono stati ampiamente sottostimati, e lo sono ancora. I paesi come il nostro che non hanno optato per un rigido controllo dei contagi e con un distanziamento anticipato nel momento opportuno (all’inizio di ogni ondata epidemica, prima di ogni repentino balzo esponenziale dei contagi) hanno dovuto agire con successive misure ad ampio spettro e prolungate nel tempo, o con mezze misure che per non scontentare nessun settore politico o della popolazione hanno finito poi per scontentare praticamente tutti. Gli unici che non a caso ne hanno tratto invece grande giovamento sono stati i grandi speculatori finanziari e capitalisti loro affini, in particolare il settore dell’industria da Export, i quali in molti casi non hanno fermato la produzione neppure una settimana, ciò a scapito di ogni altro ambito sociale ed economico penalizzato da misure prolungate. Trasmissioni e talk-show hanno sezionato perfino le buone abitudini intime, ma fabbrica, call-center e pendolarismo non li hanno nominati neppure i vari decreti, eccetto nel primo ed unico lockdown della primavera 2020, dopodiché entrò in scena il dicktat del potere economico sintetizzato nello slogan “convivenza con il virus”. Per occultare la propria impreparazione non potevano fare altrimenti. Le misure prese in prossimità del picco epidemico attenuano solo gli esiti più catastrofici sul sistema sanitario, ma non evitano decine di migliaia di vittime ogni volta, quando invece sarebbe opportuno e necessario “fare come la Cina” per mettere sotto controllo la diffusione dei contagi: lockdown (con connessi test e tracciamento massivi) per un periodo limitato ma anticipato e coordinamento di tutti i settori e delle organizzazioni di massa – nel caso italiano si tratta di tutto il tessuto del terzo settore, associativo e del volontariato che esiste e stimolando la creazioni di reti di solidarietà popolare apposite, realtà queste che pure hanno cominciato a nascere per fare fronte all’emergenza. È mancata la volontà politica istituzionale, da una parte, tirata da ogni lato nella subalternità agli interessi dei grandi gruppi economici, e la capacità, autonomia e forza dei comunisti, dall’altra, di individuare e proporre a tempo le misure da mettere in campo, le decisioni tempestive da attuare, lasciandosi spesso influenzare da scelte opportunistiche e di comodo o dalla subalternità diffusa ed alimentata ad arte dai padroni tra le larghe masse (codismo). Le forze politiche o sindacali organizzate – con poche eccezioni – non hanno chiesto e rivendicato di prendere misure energiche di contenimento all’inizio e non a metà di ogni ondata di contagi. In questa fase – quella delle decisioni – hanno spesso prevalso mobilitazioni funzionali chiedendo aperture, quando era invece il momento di chiudere tutto anche per pochi giorni per ottenere risultati significativi e duraturi. Si è rimasti subalterni a chi non voleva misure di contenimento, col risultato che i danni sanitari in termini di morti e casi gravi, i contagi di lavoratori e delle loro famiglie, e i danni per l’economia diffusa e la vita sociale, sono stati ogni volta maggiori. Se da un lato la denuncia delle evidenti responsabilità di alcuni amministratori (vedi il caso dell’amministrazione Fontana della Lombardia palesemente subalterna alle linee dettate da Confindustria) nella diffusione del contagio fu oggetto di una positiva campagna alla fine della scorsa primavera, dall’altro non ne è seguita una politica ed una aggregazione conseguente nel periodo successivo, quando alcuni prezzolati parlavano di “virus scomparso”, o quando goffamente chi aveva responsabilità nel prendere decisioni negava l’inizio della seconda e della terza ondata, evitando così i necessari interventi tempestivi di contenimento.

In mancanza di una copertura vaccinale non c’è alternativa all’operare un contenimento basato sul controllo del contagio, con fermi rapidi e concentrati nel tempo, per evitare quella cronicità di mezze misure che tanto danno ha arrecato alla vita sociale senza risolvere gli aspetti sanitari. Tutto ciò non è conseguenza del caso, ma del calcolo di chi ha considerato quale aspetto centrale non la salute collettiva e la tutela delle condizioni materiali sociali ed economiche del popolo, ma piuttosto il PIL, il fatturato ed i profitti delle grandi imprese capitaliste che, a ben guardare, in molti casi non hanno perso neppure un giorno di attività, ma a chi ha perso la vita per questo cinico calcolo non hanno pagato neppure il funerale.

La magistratura dello Stato italiano, così solerte nell’indagare chi ha denunciato le conseguenze di questo massacro sociale e materiale (e qui di nuovo va reiterata tutta la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni inquisiti)[2], con oltre centomila decessi in più nel 2020 ed una aspettativa di vita calata di almeno un anno, poco si è occupata della mancanza di sicurezza e controlli nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nella rete della logistica; veri volani del contagio assieme ad un pendolarismo che ha visto scarsi interventi sulla rete del trasporto pubblico. I grandi luoghi di lavoro devono essere monitorati con test e tamponi a campione di tutto il personale e se necessario provvedere a chiusure per alcuni giorni. Necessario provvedere ai ristori e garantire il salario per i dipendenti nei luoghi di lavoro dove si verificano eventuali focolai che altrimenti si trasformano, come avvenuto, assieme al pendolarismo, in volano del contagio. Test su tutti i dipendenti e riapertura in sicurezza dovrebbero essere al centro delle rivendicazioni sindacali.

Su questo punto bisogna essere chiari ed espliciti: di fronte ad una epidemia il disciplinamento dei movimenti della popolazione in funzione degli interessi stessi delle larghe masse della popolazione, è imprescindibile e contro questa necessità cadono tutte le illusioni e le chiacchiere liberali fuori tempo massimo sulla presunta “libertà di movimento” come valore assoluto che non esiste in nessun paese socialista (e a ben vedere neppure nei paesi di tradizione liberale).

Su questi aspetti i comunisti non possono nicchiare, come sui vaccini che devono essere rivendicati come un diritto di ogni essere umano e non essere soggetti a mercificazione, benché attualmente i prezzi siano regolati non dalla “legge del libero mercato” ma da accordi tra stati (tra i quali è però in corso una partita geopolitica con evidenti venti di guerra). La priorità e l’accesso a questi strumenti bisogna che sia soggetta al più stretto controllo pubblico e popolare organizzato e cosciente, non perché altrimenti non siano attendibili i vaccini nel loro aspetto “merceologico” (quasi  tutti  gli strumenti che usiamo nella nostra vita, inclusi i medicinali, il computer di chi scrive e quello di chi legge, sono realizzati in regime capitalistico, il che non implica che non funzionino) ma perché, come vediamo, il meccanismo della competizione e del confronto geopolitico porta a rallentare ciò di cui ci sarebbe forte urgenza e necessità. I comunisti sono contro la globalizzazione capitalistica ed il “neoliberismo”, non sono contro la necessaria globalizzazione delle forze produttive, poiché questa è parte dello sviluppo del carattere collettivo di tali forze e della loro natura sociale. I comunisti non sono luddisti che si scagliano contro le macchine, contro la scienza e la tecnologia, contro la razionalità, ma lottano per sottrarre queste macchine, questa tecnologia e questa scienza al controllo delle attuali classi dominanti fino a metterle sotto la direzione di un governo che ne difenda autenticamente e coerentemente gli interessi popolari. Questi aspetti, proprio per non rimanere sospesi sulla nube dei massimi sistemi, è necessario che siano oggetto di un programma condiviso per un governo di emergenza popolare, raccogliendo le voci e le forze presenti non solo delle ristrette cerchie militanti, ma dei lavoratori organizzati sui proprio posti lavoro e della diffusa rete delle organizzazioni popolari e territoriali. Non bisogna alimentare letture irrazionalistiche e retrograde, come le psicosi contro i vaccini che razionalmente e scientificamente non hanno alcuna ragion d’essere, o altre tendenze reazionarie che pure si sono fortemente sviluppate in molti paesi, incluso il nostro.

Se tra le larghe masse della popolazione ci sono settori che in maniera del tutto legittima nutrono dubbi sui vaccini, o si mostrano subalterni ad alcune tendenze di tipo oggettivamente reazionario, bisogna trascinare loro con l’esempio non “a fare la guerra ai vaccini” ma indirizzare questo rifiuto verso le classi oggi dominanti (ma non più dirigenti), ossia verso chi è responsabile di speculazioni o giochi geopolitici per i quali la salute del popolo non vale nulla (non contro i centri vaccinali o le ambulanze o i lavoratori del sistema di salute pubblico!), ossia verso chi ogni volta ha compiuto la scelta calcolata di non agire tempestivamente nelle misure di contenimento per non toccare determinati interessi in tutta evidenza considerati – in questa società capitalistica – più importanti del bene supremo della tutela della salute collettiva e della vita di centinaia di migliaia di persone. Questo è il modo migliore per avere la certezza che cure e vaccini saranno utilizzati al meglio, nel pieno interesse nostro e non di chi specula su medicine e vaccini o su qualsiasi altra scoperta scientifica ed invenzione tecnologica, esattamente come avviene con ogni altra merce in regime capitalistico.

La situazione attuale in Italia ed in Europa è oggi coperta con una campagna di discredito della stessa strategia vaccinale, confondendo la normale prassi di sicurezza e farmacovigilanza con una propaganda terroristica circa l’uso dei vaccini, con le autorità europee che non sono in grado di garantire una vaccinazione in sicurezza lontano da continui picchi epidemici. Giochi di tipo geopolitico su aspetti che riguardano la tutela della salute collettiva – anche qui è bene rimarcarlo – frenano la possibilità di una più ampia disponibilità di dosi vaccinali (ad esempio ritardando la valutazione dei vaccini di produzione russa o cinese), limitano la massima disponibilità nel ricevere i necessari quantitativi di dosi dai differenti produttori, alzano barriere e campagne di discredito dettate dalla concorrenza tra differenti produttori, brevetti e stati, e frustrano ciò che dovrebbe essere al centro dell’interesse pubblico.

Sappiamo che i comunisti non sono riusciti sino ad oggi ad instaurare il socialismo in nessuno dei paesi compiutamente imperialisti, ossia in nessuno di quei paesi dove le forze produttive hanno raggiunto uno sviluppo più avanzato rispetto ai paesi (semi)feudali e/o (semi)coloniali. Assistiamo ad una innegabile marginalità politica e un sensibile ritardo nella comprensione della nuova fase pandemica. Il Movimento Comunista Cosciente ed Organizzato del secolo scorso è riuscito storicamente ad instaurare il socialismo solo in alcuni di questi paesi (semi)feudali e/o (semi)coloniali attraverso Rivoluzioni Antimperialiste, Guerre di Liberazione Nazionale e Rivoluzioni di Nuova Democrazia, trasformando la guerra imperialista in guerra civile contro la Borghesia Imperialista, durante la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale (grossomodo dal 1917 al 1976), dalla Russia che fu zarista alla Cina che fu feudale, da Cuba al Vietnam, dalla Corea popolare al Laos, dai paesi dell’est Europa fino ad alcuni paesi africani, oltre alle esperienze rivoluzionarie latinoamericane, dove per lunghi periodi le forze antimperialiste e comuniste hanno affermato un controllo territoriale, pur non riuscendo a conquistare il potere. Sappiamo che i limiti ideologici e gli errori dei comunisti nei paesi imperialisti non hanno consentito loro di avere il successo necessario per evitare che il Movimento Comunista Internazionale rifluisse. Ossia, la Rivoluzione Proletaria ha trionfato solo in quei paesi in cui le forze produttive e le infrastrutture non erano ancora pienamente sviluppate, come invece lo sono nei paesi imperialisti. Lenin stesso mise in evidenza che nei paesi oppressi sarebbe stato più semplice far trionfare la Rivoluzione Proletaria, ma era più difficile costruire il Socialismo; viceversa nei paesi imperialisti più difficile sarebbe stato far trionfare la Rivoluzione (cosa poi ancor più vera alla luce del successivo sviluppo dei regimi di controrivoluzione preventiva negli stati borghesi) e più facile costruire poi il Socialismo visto il più avanzato sviluppo del carattere collettivo delle forze produttive. Anche nei paesi imperialisti si fecero largo a più riprese tendenze revisioniste, non scientifiche, non rivoluzionarie, fino a sfociare nelle tendenze principali del revisionismo moderno, ma giusto cento anni fa, proprio in un contesto di crisi irrisolta post-bellica e post-pandemica presero corpo mobilitazioni di massa di tipo reazionario che le classi dominanti seppero indirizzare nel movimento fascista. Non sono mancati in questi mesi episodi e mobilitazioni dalle caratteristiche ambigue, quando non apertamente reazionarie, affermando l’inesistenza di una emergenza che ha accorciato di un anno l’aspettativa di vita in Italia, determinando oltre centomila morti in più nel numero di decessi annuale. Sono in errore coloro che hanno individuato come nemico le necessarie forme di tutela e di prevenzione sanitaria, o la ricerca dei vaccini, e non ad esempio il fatto che queste misure, se sono state scarsamente efficaci e di durata interminabile, è proprio perché la scelta è stata ogni volta quella di negare l’emergenza e l’intervento tempestivo, in favore dell’attività economica e produttiva immediata. Vediamo dopo un anno i risultati di questo approccio reiterato, fatto di ritardi e mezze misure. Risultati tragici sia sul piano sanitario sia su quello socio-economico.

 

Come afferma il compagno Fabrizio Chiodo – che dell’argomento in tutta evidenza se ne intende essendo collaboratore del centro Finlay de la Habana per la produzione dei vaccini cubani – la concezione stessa della vaccinazione contraddice gli interessi del capitalismo perché si basa sulla prevenzione più che sulla cura. È ormai noto, infatti, che prevenire è meglio che curare, ma curare invece che prevenire risulta in genere più redditizio per le speculazioni ed il parassitismo dei capitalisti, delle loro farmaceutiche, dei sistemi di salute privati. La prevenzione (e quindi anche gli strumenti della vaccinazione che ne sono parte imprescindibile) è la più efficace arma che l’organizzazione socialista della società può valorizzare al meglio. Il fallimento dell’ideologia del “libero mercato” e della crisi del modo di produzione capitalistico di fronte all’emergenza è oggi innegabile. Tutto ciò pone all’ordine del giorno la necessità dell’instaurazione del Socialismo come risposta a questa e alle grandi emergenze che affliggono l’umanità, in quanto modello di sviluppo calibrato sulle necessità umane. La prevenzione e la salute collettive valorizzate al meglio saranno al centro delle battaglie dei prossimi anni. Una sfida per i paesi socialisti ed antimperialisti ma anche nei paesi in cui il Socialismo non è stato ancora instaurato. Il Socialismo è prevenzione prima ancora che essere cura!

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[1]              Un Comitato Popolare non  addomesticato e che mette in evidenza pubblicamente le responsabilità di Confindustria e delle autorità istituzionali ad essa subalterne per la strage causata dalla male gestione della pandemia nella Bergamasca inevitabilmente finisce “attenzionato” e criminalizzato da chi ha tutto l’interesse a screditarlo (vedasi la omonima pagina fb del Comitato Popolare).

[2]              https://bgreport.org/procura-indaga-militanti-bergamaschi-lasciando-indisturbata-confindustria.html

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* A distanza di due settimane dalla pubblicazione, e dopo oltre un anno dai precedenti articoli “Il Covid dà i numeri!” e “Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale“, oltre alla conferma del risultato cinese, del Vietnam e di altri Paesi, è interessante lo studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica The Lancet dove si evidenziano in forma comparativa gli effetti e le conseguenze, in termini di impatto sulla vita sociale, sulle conseguenze sanitarie, sulle conseguenze sul piano economico delle due vie: la via delle mezze misure seguita ad esempio dai paesi europei e la via di un contenimento stretto quanto delimitato nel tempo. Lo studio, sulla base di dati e raffronti tra i due differenti approcci, va nella direzione di confermare nella sostanza quanto qui affermato dal marzo 2020 nei suddetti precedenti articoli. *

 

Su The Lancet un confronto tra i risultati della strategia di mezze misure di mitigazione (interventi graduali di mitigazione mirati a non sovraccaricare il sistema sanitario e senza impatto su quello produttivo) e quelli conseguiti tramite la strategia #zerocovid di eradicazione tramite contenimento stretto del contagio, test massivi, tracciamento, riaperture.

Dal confronto emerge tra l’altro:

– Sul piano sanitario, i decessi da COVID-19 per 1 milione di abitanti nei paesi OCSE che hanno optato per la strategia di contenimento e eradicazione (Australia, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud) sono stati circa *25 volte inferiori* rispetto ai paesi OCSE che hanno preferito la mitigazione delle mezze misure e la “convivenza con il virus”, tra cui l’Italia del dopo lockdown dello scorso anno.

– Chi pensa che la tattica di mezze misure sia servita a “tutelare l’economia” in generale, può vedere come nei cinque paesi che hanno optato per la strategia di contenimento ed eradicazione territoriale, la crescita del PIL è tornata ai livelli pre-pandemia già all’inizio del 2021, viceversa da noi la crescita è ancora negativa e così negli altri paesi OCSE che hanno seguito la via tortuosa delle mezze misure. In particolare ciò è avvenuto per non fermare produzione e grandi attività, anche solo due settimane all’inizio di ogni ondata, prima di una forte crescita numerica esponenziale. Si è sommato al costo in vite umane quello economico sociale, con un impatto disastroso sull’economia diffusa e sulle attività culturali. In pratica sull’altare del profitto da export si è sacrificata la vita di decine di migliaia di persone, oltre alle condizioni materiali di esistenza di milioni di lavoratori, con le piccole attività sul lastrico e con i licenziamenti alle porte.

– Chi ha abbaiato che “ci chiudono in casa” ai tempi del primo ed unico lockdown, incoraggiando le mezze misure prolungate, potrà constatare che per quanto riguarda le restrizioni, le libertà sono state più gravemente colpite nei paesi OCSE che hanno scelto la mitigazione e le mezze misure. Infatti le misure energiche di blocco rapide, adottate dai paesi che puntano al rapido contenimento, al controllo dei contagi fino alla eradicazione di ogni focolaio, la veloce soluzione del problema ha portato rapidamente alla normalità la vita sociale e l’economia diffusa, come del resto già dimostrato dal successo storico nella Repubblica Popolare Cinese sotto la direzione del PCC e delle locali autorità scientifiche e sanitarie.

Alcuni pensano che il dibattito tra la mitigazione delle mezze misure e la strategia di contenimento sia una questione accademica, priva di interesse politico o oggetto di una inutile polarizzazione, perché presto il vaccino risolverà ogni problema, o perché l’arrivo dell’estate farà dire ancora di virus clinicamente scomparso (ma non usciamo quest’anno dal lockdown di Conte, bensì dalla linea Bolsonaro di Draghi). In realtà, decenni di esperienza dicono che i vaccini da soli non sono risolutivi e non in tempi brevi, i vaccini possono mitigare ma non risolvere magicamente.

L’eradicazione del vaiolo ha significato una lotta decennale e la vaccinazione è stata accompagnata da campagne di comunicazione e impegno pubblico, test sulla popolazione, tracciamento, lo stesso con la polio. Ciò che si fa’ con le epidemie, deve essere fatto pure col covid se vogliamo levarcelo di torno, se non vogliamo restare condizionati e succubi per lunghi anni di questa situazione, esposti a tutti i rischi che comporta.

Chi dopo un anno, in ambito politico, insiste nel ritardo, non assume una posizione, non ha una linea sul da farsi per uscire dall’emergenza, resta accondiscende con le varie tesi minimizzatrici utili al capitale, quando non degne del regno di Q o di ByoBlu o altri propagandisti dell’irrazionalità, mostra incapacità di analisi della realtà concreta e/o malafede. Nei due casi tremenda subalternità ad una classe politica ed industriale tra le peggiori al mondo, dalle quali dipende una tragedia senza precedenti recenti, sia umana che sanitaria ed economica sociale.

Link The Lancet 28 Aprile 2021: thelancet.com

Grazie ad Alessandro Ferretti per le considerazioni e la segnalazione dell’articolo

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Potrebbe essere un meme raffigurante 1 persona e il seguente testo "IO ETERNAMENTE GRATO AI CUBANI CHE CI HANNO NEL MOMENTO DEL BISOGNO"

Venezuela sin hambre y sin analfabetos

por Luis Britto García

1

El capitalismo invierte en negocios, el socialismo en la gente.  La inversión social con respecto al PIB era de 11,3% en 1998, y casi se duplica elevándose al 19,2% en 2013. Dicha inversión social con respecto al Ingreso Nacional era del 37,2% en 1988, y para 2013 asciende al 60,7%. El gobierno  ataca la pobreza coyuntural y estructural mediante el Sistema Nacional de Misiones y Grandes Misiones, establecido en agosto de 2013 para  satisfacer necesidades de empleo, salud, educación, vivienda y mejoramiento del hábitat con el apoyo de organizaciones del Poder Popular

2

Para 1998 el 21% de la población padecía de subnutrición. Entre 1999 y 2001, cuatro millones de personas sufrían de hambre en el país. Para 2014 la subnutrición disminuye  19 puntos, y sólo aqueja al 3,37% de la población, superando ampliamente la Meta del Milenio de 5%. El 95,4% de los Venezolanos comen 3 y más veces al día. Más de 4 millones de niños y niñas consumen dos comidas y una merienda en las escuelas Bolivarianas. 900 mil personas reciben al menos una comida  diaria en 6.000 casas de alimentación. Según la Encuesta Nacional de Consumo de Alimentos, los venezolanos están consumiendo en promedio 2.285 Kcal diarias. En 2014 se ajustó el Ticket de alimentación a la Unidad Tributaria máxima, es decir de 0,50 U.T a 0,75 U.T, por día laboral. De acuerdo con la Organización de las Naciones Unidas para la Alimentación y la Agricultura (FAO), en Venezuela 4.717.372 personas han dejado de padecer hambre. Estos resultados han sido autenticados por la FAO, y sin embargo un diario de circulación nacional miente el 23 de abril de 2015 en primera plana que  “80 de cada cien venezolanos no pueden comer completo”. Por el contrario, la mejora alimenticia determina que un 37% de los venezolanos presenten sobrepeso.

3

En la Venezuela actual la tasa de alfabetización es de 98,8%  para ciudadanos entre 15 y 24 años, lo cual significa la erradicación del analfabetismo, reconocida por la UNESCO. Durante los años escolares 1990-91 a 1999-00 la tasa neta de escolaridad se ubicó en alrededor del 87%. Sólo 70 de cien niños culminaban la educación primaria. Pero la matrícula en primaria para el período escolar 2011-12 se eleva significativamente hasta  92,20%.  Para el período escolar 2005-06 al 2010-12 , 85% de los alumnos  culminaron la educación primaria en el tiempo reglamentario. Al considerar los que culminan este nivel educativo en siete u ocho años, esta proporción se incrementa hasta llegar a 97 de cada 100 niños y niñas. 

4

Entre 1998 y 2014, la política educativa presentó los siguientes resultados:
Aumento de la Matrícula de Educación Inicial de 43% (737.967 personas) al 77% (1.605.391 personas). Aumento de la Matrícula de Educación Primaria de 86% (3.261.343) a 93% (3.473.886). Aumento de la Matrícula de Educación Media de 48% (400.794) a 76% (1.620.583). La Educación Universitaria se incrementó de 862.862 estudiantes el año 2000, a 2.629.312  en 2013. Casi uno de cada diez venezolanos cursa educación superior. En líneas generales, estas cifras indican que uno de cada tres venezolanos está estudiando.

5

La asistencia escolar de personas entre los 3 y 16 años, pasó de 84,4% en 1997/1998 a 91.3% para 2013/2014. Los años de escolaridad promedio de la población de 25 años y más aumentaron de 7,35 años en 1998 a 9,57 en el 2014. En el mismo período, Venezuela creó 16 nuevas universidades de acceso gratuito, entre ellas una de las Artes y otra de la Seguridad.

6

Mejoras educativas mejoran los hábitos culturales. Según encuesta del Centro Nacional del Libro en 2012, el 82% de los venezolanos lee cualquier tipo de materiales;  50,2% de ellos libros, que ahora son abundantes y accesibles, lo cual nos convierte en el tercer país lector de América Latina. En Venezuela funcionan unos 29.000 planteles educativos en las diversas ramas de la educación, en su mayoría públicos y gratuitos. El gobierno ha repartido unos tres millones y medio de Canaimitas, computadoras con los programas educativos incorporados, e instaló wi fi gratuito en todos los planteles públicos. Se levanta una generación cada vez más informada e informatizada, mejor preparada para las pruebas del sabotaje interno y la agresión imperial.

Osorio: «L’unità dell’America Latina ha sconfitto il modello unipolare»

resizeda lantidiplomatico.it

di Alessandro Bianchi e Marinella Correggia

Ana Elisa Osorio. Deputata per il Parlatino (Parlamento latinoamericano) ed ex ministro dell’ambiente in Venezuela

– Dopo diverse settimane di lotte e milioni di firme raccolte in tutto il mondo, alla fine Obama si è dovuto arrendere e ha dichiarato come il Venezuela non rappresenti più una “minaccia”. Quanto dovremmo aspettare prima che arrivi anche la deroga del decreto presidenziale?

E’ stata chiaramente una buona notizia l’ammissione di Obama che il Venezuela non rappresenti una minaccia per la loro sicurezza. Ora il presidente americano deve derogare questo decreto che ha portato alla mobilitazione di massa nel mondo con oltre undici milioni di firme raccolte. Lo deve fare non solo per il Venezuela, ma per il processo anti-imperialista in corso nel sud America. La minaccia sta altrove, sta in chi vuole imporre un impero.

 

– Da questo punto di vista, è stata molto significativa la VII Cumbre de las Américas a Panamá che ha ribadito il sostegno del continente al Venezuela. Cosa rappresenta oggi l’America Latina rispetto al modello unipolare neo-liberista che gli Stati Uniti vogliono ad esempio imporre in Europa attraverso il TTIP?

L’incontro di Panama è stato molto importante. Si è avuta la dimostrazione di come l’America Latina sia oggi unita nella diversità, con paesi molto diversi tra loro – alcuni si definiscono socialisti, altri progressisti, altri di destra – ma uniti in un blocco, il Celac, che riproduce in parte il progetto originario di Simón Bolívar, che sognava una grande nazione di Repubblica unita.

A Panama è stato accolto questo messaggio. Un’esigenza nata con Chávez, con Lula, con Fidel, con Kirchner e che si sta materializzando attraverso uno spazio di unità, di integrazione dove la solidarietà e la condivisione vengono prima dei bisogni economici. Il mondo unipolare voluto dagli Stati Uniti, e dall’Europa, su tutto il pianeta, per questo, non esiste già più.


Nel suo progetto politico, Chávez voleva un sistema multipolare per la pace, non solo per la “Nuestra América” ma per tutto il mondo, per il rispetto dei diritti umani, per la lotta alla povertà. Oggi tutto questo non è un’esigenza solo dell’America latina unita, ma anche di Russia e Cina, ad esempio. Si va verso quella multipolarità importante per mantenere l’equilibrio del pianeta e che di fatto segna la sconfitta dell’idea unipolare dell’impero.
– 
– Recentemente alla Camera dei deputati, il Movimento Cinque Stelle ha organizzato un convegno sull’organizzazione solidale e compensativa ALBA-TCP dove ha partecipato anche il Segretario Generale Bernardo Álvarez. E’ giunto il momento di pensare per l’Europa del sud un modello di integrazione similare per non divenire il cortile di casa della Troika?
L’idea di un’Alba mediterranea è meravigliosa. I modelli non sono esportabili di per sé, perché l’ALBA-TCP ha delle caratteristiche tipiche dell’America latina, è stata la nostra seconda indipendenza, che ha raccolto poi un’esigenza comune di Venezuela, Ecuador, Bolivia e altri paesi. Si tratta di un’integrazione solidale in cui il petrolio viene scambiato per cibo, il petrolio viene scambiato per servizi medici ed educazione, etc… E’ una relazione in cui guadagnano tutti i paesi e che va contro le logiche del profitto del capitalismo dove uno domina sull’altro. Noi abbiamo dimostrato che è possibile. Ed è straordinario che di tutto questo si discuta anche in Europa del sud: è un salto qualitativo per l’Europa quello che sta accadendo in Grecia, in Spagna e anche in Italia. E può essere un esempio in un continente dove il modello di integrazione è quello della logica economica tedesca della disuguaglianza e di un paese che domina sugli altri. Simón Bolívar diceva che l’unità è la forza. Anche nell’Europa del sud si deve comprendere come il potere risiede nei popoli, i popoli devono prendere coscienza di questo e assumersi le responsabilità storiche.
– Lei è stata ministro dell’ambiente nel governo Chávez. Ci può spiegare come si combina la cosiddetta visione di “Ecosocialismo” in un paese estrattivo come il Venezuela?
 
Il Venezuela è stato il primo paese di tutta l’America Latina ad istituire negli anni ’70 un ministero dell’ambiente, il terzo paese al mondo a farlo. Con l’annuncio del “Piano della Nazione” da parte di Chávez, il ministero ha fatto un salto qualitativo enorme con l’obiettivo di attuare l’”ecosocialismo”. Partendo dal presupposto che il modello di sviluppo capitalista è predatorio, si scaglia sui più poveri e sta determinando disastri all’ambiente come il cambiamento climatico e il fracking, l’ecosocialismo si compone di diversi aspetti tutti volti al rispetto della Madre terra, come enunciato nelle costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador, e al rispetto della donna. Noi in Venezuela abbiamo vigente un diritto che garantisce alla donna di vivere una vita libera da violenze. Questo non avviene in Spagna o in Italia.
Per costruire la via verso il socialismo, tuttavia, dobbiamo superare la nostra dipendenza dal petrolio e costruire un’economia che sappia diversificare la ricchezza con un’idea di economia che sappia valorizzare le piccole imprese, le imprese sociali, le cooperative contro l’appropriazione del grande capitale, dei monopoli finanziari, proteggendo l’ambiente, le famiglie, la nostra libertà e i nostri diritti.

[Intervista rilasciata a Napoli sabato 11 aprile in occasione del Secondo Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana]

Solidaridad Comunicacional con Venezuela

por Fernando Buen Abad

Si tuviese el poder necesario, bregaría afanosamente por asegurarnos un acuerdo Latinoamericano de Solidaridad Comunicacional con la Misión 7 de octubre/Batalla de Carabobo. Reuniría en Caracas, de inmediato, a 100 (al menos) referentes fundamentales de la acción revolucionaria en comunicación y propondría un acuerdo de 100 acciones cada uno. Desde ahora y hasta el 7 de octubre. Acuerdos firmados, seriados y planificados. 

 Si tuviese esa fuerza, propondría que fuese la Red de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad quien organizara, con sus equipos -y experiencia probada-, semejante logística y pediría que se expidiera un documento final ordenador y de combate capaz de alentar “tres R” (esta vez añadiendo con la R derapidito) para la Política Comunicacional Revolucionaria. Expresión de la lucha de clases y del avance del proletariado. 

 Si tuviera semejante fuerza, insistiría en que esa reunión, fuse antesala política para volver a insistir en la Necesidad de la Cumbre de Presidentes en Materia de Comunicación y que los países del ALBA acogieran de inmediato acciones, no sólo en defensa ante la Guerra de IV Generación, sino especialmente, hacia el diseño de un ALBA comunicacional emancipadora. 

 Si tuviera los medios y las fuerzas, no permitiría que escapara la oportunidad histórica de impulsar una acción Internacionalista en Comunicación, que dejara bien en claro la jerarquía del triunfo socialista el 7 de octubre en una geopolítica en la que nada es más importante que el triunfo de la Revolución venezolana. Por Venezuela y por todos los países del continente. Si pudiera extendería luego, y de inmediato, semejante convenio al servicio de los países del ALBA, blanco concreto de las ofensivas imperialistas en el corto plazo. 

 En una reunión así, en la que lo deliberativo cediera el paso a lo organizativo, pudiéramos, acaso, poner en manos del presidente de Venezuela y de su pueblo, una herramienta más de lucha que ayudara a romper los cercos mediáticos con acciones planificadas para el plazo corto. Pudiéramos poner en manos de Venezuela un conjunto de acciones solidarias que hiciera saber al mundo todo lo importante que es su lucha para un continente que sigue sus ejemplos con esperanza. Pudiéramos dejar, bien en claro, que Otra Comunicación es posible y es Urgente y que los episodios electorales sirven también para inspirar tareas de más largo plazo y mayor profundidad en la construcción del Socialismo.

Bien pudiéramos, incluso, sentar las bases de la Unidad estratégica que en materia de comunicación nos urge para lograr la Soberanía de los Contenidos que nos son indispensables para pactar, de una buena vez, tareas continentales que respondan al clamor de Unidad que suena en la voz de los pueblos. Unidad en sus medios alternativos y comunitarios… en los medios públicos de vocación democrática y en el canto revolucionario que nace en un continente harto del capitalismo y su infierno degradante.

Y bien pudiéramos, para lograr una idea así, superar los lastres del sectarismo, de la desconfianza a ultranza, de los oportunismos y de todo aquello que impide consolidar la Unidad (o que la hace fracasar sistemáticamente) en las tareas más urgentes, en las acciones más estratégicas y en las más exigentes. No hay que hacer esfuerzos grandes para entender la dimensión de la asimetría que padecemos en la Guerra Mediática, declarada por las oligarquías contra los pueblos democráticos. No hace falta mucho para entender el grado de los peligros que sobrevuelan a los países del ALBA. No hace falta mucho para entender la importancia de las fuerzas unidas y no hace falta mucho esfuerzo para saber que el tiempo corre y que las oportunidades no deben desperdiciarse. 

 Es un consenso mundial, es un clamor, la denuncia contra el papel delincuencial y aberrante que juegan las oligarquías mediáticas en todo el orbe. Cada día se cometen atropellos y canalladas -impúdicas e impunes- que ya suman bajas incontables y demenciales. A diario rumiamos rabia e impotencia ante el espectáculo degenerado de las máquinas de guerra ideológica burguesas. Todos reconocemos su accionar golpista y su tufo magnicida con pestilencia y necrofilia. ¿Qué podemos hacer juntos?

 Si yo tuviese las fuerzas y los recursos, bregaría sin cansancio para que una iniciativa así, internacionalista y revolucionaria en materia de Comunicación, abonara lo suyo en la construcción del Socialismo basado en la fortaleza de la clase trabajadora, del poder comunal y en la urgencia de ganar la Batalla de las Ideas para derrotar a la Ideología de la Clase Dominante, ¡cuanto antes! ¿Será tan difícil?

Uno stato sociale, democratico e giusto è possibile solo nel socialismo

ARREAZA2da Correo del Orinoco

Jorge Arreaza: «Il capitalismo mette il capitale, il denaro, al di sopra della società, dell’essere umano»

«Lo stato che contempla la nostra Costituzione: democratico, sociale, di diritto, giusto, è possibile solo nel socialismo», ha affermato attraverso il proprio account Twitter, il vicepresidente esecutivo del Venezuela Jorge Arreaza.

«Prima il sociale, non il capitale» afferma il vicepresidente, per poi spiegare che «il capitalismo mette il capitale, il denaro, al di sopra della società, dell’essere umano. Il nostro popolo e le nostre istituzioni hanno carattere socialista».

A tal proposito Arreaza ha osservato che «la destra non capisce che il nostro popolo si è impadronito dei valori e dell’essenza del socialismo».

Dall’arrivo al potere del Comandante Hugo Chávez, la Rivoluzione Bolivariana ha destinato una parte importante delle entrate del paese allo sviluppo sociale. Per l’anno 2014 l’investimento si è attestato al 65%.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Napoli, 19dic2014: Insegnamenti di Gramsci tra Italia e Venezuela

[…] nel periodo romantico della lotta, dello Sturm und Drang popolare, tutto l’interesse si appunta sulle armi più immediate, sui problemi di tattica, in politica e sui minori problemi culturali nel campo filosofico. Ma dal momento in cui un gruppo subalterno diventa realmente autonomo ed egemone suscitando un nuovo tipo di Stato, nasce concretamente l’esigenza di costruire un nuovo ordine intellettuale e morale, cioè un nuovo tipo di società e quindi l’esigenza di elaborare i concetti più universali, le armi ideologiche più raffinate e decisive. […] Si può così porre la lotta per una cultura superiore autonoma; la parte positiva della lotta che si manifesta in forma negativa e polemica con gli a‑ privativi e gli anti‑ (anticlericalismo, ateismo, ecc.). Si dà una forma moderna e attuale all’umanesimo laico tradizionale che deve essere la base etica del nuovo tipo di Stato.

(Antonio Gramsci, Q 11, nota 70)

La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.

(Antonio Gramsci, Scritti politici, 1910-1926)

Gramsci è vivo. In che senso lo spiega lui stesso in una lettera alla cognata del 24 luglio 1933 dove racconta di avere parlato per una intera notte “dell’immortalità dell’anima in un senso realistico e storicistico, cioè come una necessaria sopravvivenza delle nostre azioni utili e necessarie e come un incorporarsi di esse, all’infuori della nostra volontà, al processo storico universale […]”. Un materialista obietterebbe schiettamente che chi è morto è morto, ma, dice Marx, il difetto di ogni materialismo fino a oggi “è che l’oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente.” (Marx, Tesi su Feuerbach). È il fare che è reale, dice Marx.

La realtà di questo fare si incorpora nel processo storico universale, dice Gramsci, nel senso che diventa parte integrante e organica del movimento comunista, perché il movimento comunista è il “processo storico universale”, perché il senso della storia procede verso la realizzazione del comunismo.

Riprendere Gramsci, allora, gli obiettivi da questi perseguiti, i metodi indicati, capirli, (ri)pensarli alla luce dell’attuale crisi generale del capitalismo, significa guadagnarsi a coscienza pratica del processo storico di trasformazione rivoluzionaria, avanzare nella costruzione di una rivoluzione che non scoppia se non la si costruisce, far rinascere, più che recuperare, la partitura teorica e pratica della rivoluzione, inedita, nei paesi imperialisti. È in questo processo che Gramsci vive, rinasce. Perciò si parla non semplicemente di recupero, ma di rinascita di Gramsci.

Il parto – è noto – è cosa delicata oltre che gloriosa. La mano che guida la testa del nascituro ad affacciarsi al mondo vuole scienza e sensibilità innanzitutto. Fuor di metafora, gli strumenti che Gramsci fornisce sono indispensabili. Iniziamo a utilizzarli. È “La rinascita di Gramsci”, per l’appunto.


Costruire la rivoluzione in Italia e America Latina
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Il 19 dicembre, la Commissione Rinascita Gramsci del Partito dei CARC, organizza l’incontro “Gli insegnamenti di Gramsci. Costruire la rivoluzione in Italia e in America Latina”, a Napoli, dalle 16 alle 20, all’ex Asilo Filangieri, (vico Giuseppe Maffei 4, zona San Gregorio Armeno) con la partecipazione del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, l’Associazione Trisol del ALBA e L’Associazione Nazionale delle Reti e le Organizzazioni Sociali (ANROS – Italia).L’iniziativa è momento della cooperazione tra il Partito dei CARC e le forze che rappresentano e sostengono la rivoluzione bolivariana in Italia e che avrà seguito nell’incontro italiano di solidarietà con la rivoluzione bolivariana che si terrà nell’aprile del 2015, anch’esso a Napoli e in ogni altra occasione possibile.

Interverrà il Primo Segretario dell’Ambasciata a Roma della Repubblica Bolivariana del Venezuela, la Console a Napoli ed esponenti della Commissione a discutere di quali sono gli insegnamenti di Gramsci nel procedere nella costruzione della rivoluzione socialista con maggiore scienza e determinazione, con fermezza e fiducia. Si parlerà del contributo che Antonio Gramsci porta al movimento per il progresso dei popoli in America Latina, della sua rinascita e del completamento dell’opera da lui intrapresa per fare dell’Italia un paese con un governo fondato sulla partecipazione delle masse popolari, il cui fine è la realizzazione piena degli interessi e delle aspirazioni delle masse stesse.

Sarà una occasione per considerare i problemi e le soluzioni per il processo in corso nel costruire la rivoluzione in un paese imperialista come è l’Italia e nei paesi in cui si sperimenta la costruzione del socialismo come il Venezuela e come Cuba, per capire in cosa i processi sono differenti e in cosa sono simili, a partire dalle questioni di fondo di cui Gramsci tratta, tra le prime il modo in cui si stabilisce l’egemonia necessaria per conquistare il potere e costruire il socialismo e la necessità e il significato della riforma morale e intellettuale degli uomini e delle donne che costruiscono la nuova società.

Il confronto tra le esperienze in corso in Italia e in America Latina porterà ricchezza a ciascuno di noi e rafforzerà il legame tra i processi rivoluzionari in corso nei nostri paesi. L’esempio della lotta che le masse popolari dei paesi latinoamericani conducono servirà a elevare la coscienza e il morale delle masse popolari italiane e aiutarle ad avanzare nella nostra lotta per instaurare il socialismo nel nostro paese.

Invitiamo a partecipare a questo percorso che iniziamo, a contribuire alla sua costruzione. Il socialismo è il futuro dell’umanità, a cominciare da adesso.

Venerdì 19 dicembre 2014

Gli insegnamenti di Gramsci. Costruire la Rivoluzione in Italia e America Latina

c/o L’Asilo – Vico Maffei 4, zona S. Gregorio Armeno – NAPOLI

http://rinascitadigramsci.blogspot.it/

Crescita e lotta alla povertà: le conquiste della Revolución Ciudadana

Multitudinario_recibimiento_a_Rafael_Correa_en_Otavalodi Fabrizio Verde

La Revolución Ciudadana ecuadoriana del presidente Rafael Correa come paradigma, modello di riferimento per uno sviluppo dal volto umano, estremamente efficace, volto alla valorizzazione del «talento umano» e all’eradicazione definitiva della povertà. Una sorta di terza via latinoamericana secondo l’analista politico messicano Hernán Gómez, che ha dedicato all’Ecuador un articolo di approfondimento sul quotidiano ‘El Universal’.

Un modello da prendere come riferimento anche per la straordinaria capacità di ricostruire un paese letteralmente devastato, nell’economia oltre che nel tessuto sociale, dalla decade neoliberista degli anni ’90, la famigerata larga noche neoliberal. Periodo nefasto dove i popoli dell’America Latina hanno particolarmente patito le politiche imposte dai cani da guardia del capitale internazionale. I medesimi personaggi che attraverso i fondi avvoltoio stanno provando a saccheggiare nuovamente l’Argentina e mettendo in ginocchio l’intera Europa, con politiche scellerate che non trovano fondamento alcuno nella scienza economica.

Scrive Hernán Gómez: «La Revolución Ciudadana di Correa potrebbe rappresentare una terza via latinoamericana, caratterizzata da alti tassi di crescita economica e investimenti produttivi sia pubblici che privati, in un contesto di stabilità economica e bassa inflazione; utilizzo delle risorse naturali con una visione a lungo termine e una significativa riduzione della povertà e delle disuguaglianze».

Affermazioni corroborate da una serie di dati statistici diffusi dalla CEPAL (Comisión Económica para América Latina y el Caribe) e riportati dall’analista internazionale: «In materia sociale l’Ecuador è il paese che è riuscito a ridurre maggiormente in America Latina le disuguaglianze ed è tra i primi quattro nella riduzione della povertà. I fondi per la salute e l’educazione sono stati quadruplicati e oggi l’Ecuador è la seconda nazione al mondo che più investe in educazione dopo la Danimarca (1,8% del PIL a fronte di una media OCSE del 1,3%). Inoltre l’Ecuador è il paese che realizza il maggiore investimento in programmi di trasferimento condizionato, che raggiungono l’1,17% del PIL e una copertura del 100% dei poveri e degli indigenti».

Hernán Gómez ha inoltre rispedito al mittente le critiche tanto superficiali quanto strumentali di chi sostiene che le conquiste raggiunte in Ecuador grazie alle politiche implementate con la Revolución Ciudadana, protese alla costruzione del Socialismo del Buen Vivir, derivino esclusivamente dal l’esponenziale aumento dei prezzi delle commodities spiegando che «il governo di Correa – abile amministratore e superbo economista – ha allargato il campo delle fonti di finanziamento oltre il petrolio, riuscendo tra l’altro con una mossa magistrale a rinegoziare con gli obbligazionisti il pagamento del debito estero ritenuto illegittimo. Correa ha inoltre promosso una riforma fiscale che ha consentito di combattere l’evasione, rendere la tassazione progressiva e aumentare le entrate fiscali».

Tenendo ben presente l’obiettivo che il presidente Correa ha fissato per la “sua” Revolución Ciudadana: trasformare «un’economia di risorse finite, in un’economia di risorse infinite basata sul talento umano».

Il socialismo non si è spostato nel limbo

di Leonardo Boff

da servicioskoinonia.org

La nostra generazione ha visto crollare i muri apparentemente indistruttibili: il muro di Berlino nel 1989 e il muro di Wall Street nel 2008. Con il muro di Berlino è crollato il socialismo reale, all’insegna dello statalismo, l’autoritarismo e la violazione dei diritti umani. Con il muro di Wall Street è stato delegittimato il neoliberismo come ideologia politica e il capitalismo come modo di produzione, con la sua arroganza, la sua accumulazione illimitata (greed is good = l’avarizia è buona), pagando il caro prezzo della devastazione della natura e dello sfruttamento delle persone.

Questi modelli si presentavano come due visioni del futuro e due forme per abitare il pianeta, in questo momento incapaci di offrirci speranza e di riorganizzare una convivenza planetaria nella quale possano starci tutti e che assicuri le basi naturali che conservano la vita, ormai in avanzato stato di erosione.

In questo contesto risorgono, sia le proposte sconfitte in passato ma che ora possono avere la possibilità di realizzazione (Boaventura de Souza Santos), tali come la democrazia comunitaria e il “buon vivere” delle popolazioni delle Ande, sia quelle del socialismo delle origini, pensato come una forma avanzata di democrazia.

Personalmente sento un profondo rifiuto per il capitalismo realmente esistente (la società di mercato), perché esso è così nefasto che se si continua con i ritmi della sua logica devastatrice può distruggere la vita umana sul nostro pianeta. Attualmente esso funziona per una piccola minoranza: 737 gruppi economico-finanziari controllano l’80% delle corporazioni transnazionali e, al loro interno, 147 gruppi controllano il 40% dell’economia mondiale (secondo le statistiche del famoso Istituto Tecnologico Svizzero), o gli 85 più ricchi del mondo accumulano l’equivalente di quello che ricavano 3.057 milioni di poveri del mondo (Rapporto di Oxfam Intermón, 2014). Una siffatta perversione non può dare nulla all’umanità se non crescente depauperazione, fame cronica, atroci sofferenze, morti premature e, in ultima ipotesi, l’armagedon della specie umana.

Il socialismo che è stato adottato in Brasile da alcuni partiti, in particolare il PSB del compianto Eduardo Campos, possiede alcune opportunità. Sappiamo che la sua origine è tra gli attivisti cristiani, critici degli eccessi del capitalismo selvaggio, come Saint-Simon, Proudhon e Fourier, i quali si sono ispirati ai valori del Vangelo e in ciò che fu definita come «La Grande Esperienza», ovvero i 150 anni della repubblica comunista cristiana dei guaranì (1610-1768). L’economia era di tipo collettivistico e aveva come priorità le necessità presenti e future della comunità, invece le eccedenze si commercializzavano.

Un gesuita svizzero, Clovis Lugon (1907-1991) espose in modo appassionato questa esperienza nel suo famoso libro: La repubblica guaranì: i gesuiti al potere (Ed. Paz e Terra, 1968). Un procuratore della repubblica, il brasiliano Luiz Francisco Fernandez de Souza (1962) scrisse un libro di mille pagine: Il socialismo, un’utopia cristiana. Personalmente egli segue gli ideali di cui si fa portavoce: ha fatto voto di povertà, si veste in modo semplice e si sposta al lavoro con un vecchio “maggiolino” Volkswagen”.

I fondatori del socialismo (Marx pretese dare al socialismo un valore scientifico contro quello degli altri teorici che definì utopisti) non hanno mai voluto capire il socialismo come semplice contrapposizione al capitalismo, bensì come la realizzazione degli ideali dichiarati dalla rivoluzione borghese: quello di libertà, dignità del cittadino, il diritto al libero sviluppo e alla partecipazione nell’edificazione della vita collettiva e democratica. Gramsci e Rosa Luxemburg vedevano il socialismo come la piena realizzazione della democrazia.

La domanda fondamentale di Marx (prescindendo dalla discutibile costruzione teorico-ideologica che aveva elaborato intorno all’argomento) era la seguente: perché la società borghese non riesce a raggiungere tutti gli ideali che proclama? Produce il contrario di quello che vuole. L’economia politica dovrebbe soddisfare i bisogni umani (mangiare, vestire, vivere, istruirsi, comunicare, ecc.), ma in realtà segue le necessità del mercato in gran parte indotte artificialmente con l’obiettivo del raggiungimento del massimo profitto.

Per Marx il mancato raggiungimento degli ideali della rivoluzione borghese non è frutto della cattiva volontà degli individui o dei gruppi sociali. Invece è l’inevitabile conseguenza del modo di produzione capitalista. Questo si basa sull’appropriazione privata dei mezzi di produzione (capitale, terre, tecnologia, ecc.) e nella subordinazione del lavoro agli interessi del capitale. Questa logica spezza la società in classi, con interessi antagonisti tra di loro, i quali si ripercuotono su tutto il resto: nella politica, nel diritto, nell’educazione, ecc.

Nel sistema capitalista gli individui tendono facilmente, lo vogliano o no, a diventare inumani e strutturalmente «egoisti», poiché ciascuno di loro sente l’impellente bisogno di badare ai propri interessi e solo in un secondo momento a quelli collettivi.

Quale è la via d’uscita pensata da Marx e dai suoi seguaci? Cambieremo modo di produzione. Al posto della proprietà privata, introdurremo la proprietà sociale. Ma attenti, avverte Marx, cambiare modo di produzione non è ancora la soluzione. Non garantisce la nascita della nuova società, può solo offrire agli individui possibilità di sviluppo, i quali non si porrebbero più come mezzi e oggetti ma obiettivi e soggetti solidari nella costruzione di un mondo con un vero volto umano. Perfino con queste condizioni preliminari la gente deve sentire il bisogno di vivere secondo i nuovi rapporti, perché altrimenti la nuova società non sorgerà. E aggiunge: «la storia non fa nulla; è l’essere umano vivo e concreto quello che fa tutto…; la storia non è altro che l’attività degli esseri umani alla ricerca dei propri obiettivi».

La mia valutazione è la seguente: ci stiamo avviando verso una crisi ecologico-sociale di una tale magnitudine che, o accogliamo il socialismo o non sopravvivremo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Correa: «Il socialismo è la scelta giusta per l’America Latina»

guatemalacorreada Telesur

Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha dichiarato che il socialismo è l’unica opzione per una regione così diseguale come l’America Latina. Le sue osservazioni hanno avuto luogo in occasione del Forum Esquipulas celebrato in Guatemala, dove il presidente ha avuto modo di spiegare i fattori chiave del modello ecuadoriano.

Nella cerimonia di apertura, Correa ha tenuto una lectio magistralis intitolata «L’essere umano prima del profitto: una differente visione economica per lo sviluppo economico».

Tra i successi ottenuti dal suo governo, il presidente ecuadoriano ha sottolineato l’acquisto di gran parte del debito estero per una cifra pari a un terzo del suo valore, la rinegoziazione dei contratti petroliferi a favore dello Stato che così ottiene profitti più elevati e le entrate fiscali triplicate che hanno permesso investimenti in opere pubbliche di cui possono beneficiare la maggioranza degli ecuadoriani.

Ha inoltre menzionato anche alcune cifre che dimostrano il successo del modello ecuadoriano. Sottolineando che l’Ecuador ha ridotto di otto punti la concentrazione del reddito (diseguaglianza), un risultato quattro volte superiore alla media in America Latina.

Egli ha sottolineato l’importanza dell’educazione «come diritto, oltre che generatrice di talento umano».

«Superare la povertà è il più grande imperativo morale che ha il pianeta. Per la prima volta nella storia dell’umanità la povertà è frutto di sistemi ingiusti ed escludenti. Questo sarà risolto per mezzo di processi politici. Per questo siamo qui – ha concluso il presidente – noi vogliamo ritornare ad avere sistemi includenti».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Nicolás Maduro: «La classe operaia è il grande intellettuale collettivo per la costruzione del socialismo»

Fonti: Aporrea, Circolo Bolivariano Antonio Gramsci – Caracas

15Giu2013.- Il presidente Nicolás Maduro ha iniziato questo venerdì le sue giornate di Governo di Strada nello Stato Falcón, dove ha fatto visita alle imprese socialiste della zona franca del Paraguaná, che ha dichiarato area di sviluppo economico speciale, ha spronato i lavoratori a portare alla sua massima espressione l’organizzazione e l’ottimizzazione delle risorse per la produzione per conquistare l’efficienza socialista.

«Il grande intellettuale collettivo per la costruzione del socialismo è la classe operaia», ha puntualizzato il presidente durante l’atto centrale trasmesso da Venezolana de Televisión (VTV).

Maduro ha evidenziato che l’obiettivo di una fabbrica socialista è quello di produrre con relazioni sociali di uguaglianza e di giustizia.

Il Presidente venezuelano ha dichiarato che «le nostre fabbriche devono essere correttamente dirette, gestite, amministrate con efficienza socialista; devono disporre della migliore tecnologia, la migliore organizzazione interna per la produzione, rispettando le condizioni di vita, di lavoro e di salute dei lavoratori, con condizioni socioeconomiche lavorative giuste e con il numero di lavoratori necessari per i processi produttivi in ogni unità».

Durante la sua visita alla fabbrica di lampadine a risparmio energetico Vietven Iluminaciones, ha sottolineato che la classe operaia venezuelana «è la colonna vertebrale per la nuova patria che stiamo costruendo».

Successivamente si è diretto verso la Unidad de Energía Renovable Venezuela, fabbrica di elettrogeneratori eolici e fotovoltaici realizzati in collaborazione con Cuba.

Gobierno de la Eficiencia en la Calle sigue en FalcónSuccessivamente ha sottolineato la necessità di evidenziare il carattere antifascista della Rivoluzione Bolivariana che è inoltre, socialista, democratica, antimperialista e chavista, definendo il Governo di strada come la maniera migliore per «gettare solide basi di contatto con il popolo». Tale strategia è una componente di un sistema di governo popolare in costruzione, verso il socialismo, che rompa con le strutture dello Stato borghese e generi un metodo di interazione e direzione collettiva.

Il presidente venezuelano ha infine reiterato l’importanza strategica della strutturazione delle milizie operaie bolivariane dichiarando che «la clase obrera unida jamás será vencida, la clase obrera armada jamás será aplastada!».

La difficile costruzione del Socialismo in Venezuela

di Juan Carlos Monedero

17/04/2013

Lo scenario presentato dall’opposizione al chavismo durante la breve campagna elettorale ha raggiunto apici apocalittici: quattordici anni di Governo (con quasi due generazioni che hanno conosciuto governi chavisti), la morte del carismatico leader e la sostituzione con qualcuno che non è  Chávez (cosa d’altronde evidente), blackout elettrici e problemi di somministrazione alimentare (provocati dai sabotaggi, anche se non lo dicono), una delinquenza che ha raggiunto livelli molto alti, innalzamento dei prezzi (dove le responsabilità degli accaparratori e speculatori sono evidenti, altra aspetto che non si evidenzia), corruzione nell’amministrazione… E, senza alcun dubbio, Nicolás Maduro ha vinto le elezioni. con un risultato al quale il chavismo non è certo abituato (ottenendo sempre un vantaggio a due cifre), che però non è lontano da quello ottenuto da altri presidenti (Calderón, Bush). Maduro ha vinto le elezioni e l’opposizione, como è stato di norma dal 1998, non riconosce il risultato. La destra pensa sempre che il potere le appartiene.

Per comprendere la vittoria di Nicolás Maduro è necessario lasciare da parte le consunta scienza politica e darsi invece alla letteratura (per esempio, Los pasos perdidos, di Alejo Carpentier). Ci si renderebbe conto in questo modo, che i ritmi del mare, dei fiumi infiniti e della terra non sono quelli delle fabbriche e delle autostrade. Sarebbe di aiuto inoltre, comprendere la logica delle telenovelas — nelle quali si reinventa costantemente il mito della Cenerentola, adesso con giudici ed eredità in mezzo — o anche il perché della necessità popolare dei santi quotidiani, quelli che danno la forza a coloro che si alzano alle quattro del mattino per andare al lavoro, un lavoro che li impegnerà tutta la giornata e per il quale riceveranno un salario che sarà sufficiente per andare a Disneyworld. Aiuterebbe altresì, comprendere l’umiliazione accumulata del popolo di fronte ai mantuanos e agli stranieri e la dignità recuperata grazie a qualcuno che era dei loro (pensate ai Santi innocenti di Miguel Delibes, moltiplicatelo per dieci, aggiungeteci il razzismo storico verso i neri e gli indios, conditelo con la penetrazione imperiale nordamericana; vi avvicinerete quindi a ciò che è stata la storia dell’America Latina negli ultimi secoli). In una assemblea comunale una donna venezuelana dice ad un’altra: “¡Chica, parli come Chávez!”, e lei le risponde: “No. In verità è che Chávez parla come parliamo noi”. Non ci sono bambini denutriti nelle strade del Venezuela e nelle scuole si affidano loro libri e computers portatili. Nell’ultimo anno sono state consegnati 200.ooo alloggi. Inoltre, i Venezuelani, non hanno più vergogna di essere venezuelani. Nell’editoriale di un periodico globale e disorientato di affermava: il populista Chávez spende il denaro del petrolio in educazione, per la sanità, in pensioni, in case popolari. Ovvio, chiunque vincerebbe in questo modo le elezioni.

Perché la sinistra avanza il America latina mentre in Europa precipita? Potrebbe essere che in Europa continua a disprezzare ciò che non conosce. A nulla serve la scuola di Francoforte che mette in guardia di fronte all’orrore moderno nel momento in cui usa la razionalità in maniera totalmente strumentale — nemmeno fosse Terminator—. Non le è servito neppure il buono che c’è in Bauman  ed il suo scommettere sul liquido, sul suo ammonimento sul fatto che esiste una linea quasi retta tra il pensiero della Modernità ed i forni crematori di Auschwitz. L’Europa continua a commettere “epistemicidi”, facendo del pensiero lineare una strada che non porta da nessuna parte, misurando il mondo con il suo eurocentrico bastone di comando.

Il Venezuela bolivariano continua a darle l’impressione dei discepoli delle dottrine filosofiche troppo frivole. Un presidente che canta? Un leader che ride con il suo popolo? Un dirigente che spende il suo tempo sporcandosi di fango nelle zone più umili? E come se non fosse abbastanza adesso anche un Presidente conducente di autobus! Se intendessero l’emotività di questo processo, capirebbero che non si può  sconfiggere il sogno dei poveri con un piccolo borghese che solo ieri diceva che avrebbe cacciato i medici cubani ed oggi promette di dare loro la cittadinanza, che ieri voleva mettere in carcere o rendere ineleggibile Chávez ed oggi si dichiara un suo fervente discepolo, che ieri insultava le missioni sociali ed oggi dice che vuole potenziarle. E lo dice circondandosi di gente di plastica —  come cantava Rubén Blades— per la quale è evidente il fastidio che mostrano per tutto ciò che ha a che vedere con il  popolo. Risulta chiaro che Capriles ha ottenuto un buon risultato. Ma non certo per proprio merito, piuttosto per la somma degli errori del chavismo.

Nicolás Maduro, un conducente di autobus che ha conseguito la sua laurea ed il suo dottorato in politica (attenzione con le concezioni elitarie: quanti laureati e dottori sono responsabili di aver rovinato interi paesi?), ha acquisito l’esperienza sufficiente per portare avanti il processo rivoluzionario, non solo, ma anche per superare i colli di bottiglia nei quali si è bloccato. Come sindacalista, como deputato, como Presidente della Assemblea, como ministro degli Esteri, como Vicepresidente. Se Chávez lo ha scelto in mezzo ad un ampio ventaglio di possibilità non è stato certo per un capriccio. Il Presidente caduto ha ritardato troppo prima di cominciare a pensare a quale sarebbe stato lo scenario dopo di lui. Ma quando la malattia l’ha messo di fronte all’urgenza e alla necessità di farlo, la formazione di Maduro era già un dato di fatto. Nel suo intervento nel giorno delle elezioni dal suo collegio elettorale, Maduro ha dimostrato che era pronto. I tic dell’emulazione del suo maestro sono stati superati. Al momento opportuno si è presentato per quello che lui stesso è. Forse con ritardo, ma un Maduro completo alla fine stava lì. I suoi gesti, il suo discorso, il suo temperamento, la sua tranquillità. Lui, come la maggioranza del popolo, “ha portato a termine l’impegno preso con Chávez”. Adesso possono continuare autonomamente. La grande sfida di avvicendarsi ad un Presidente “gigante” – ci che è stato Chávez, nonostante gli errori e tutto il resto – lo ha saputo fare per bene. Senza rinunciare al suo lascito; senza apparire un semplice clone del Comandante. Ed il popolo del Venezuela è stato chiaro: accompagniamo Chávez, ma accompagniamo anche un progetto. Non si può dubitare che l’opposizione ha ottenuto il suo migliore risultato. Maduro ha ottenuto però 300.000 voti in più.

Le sfide di Maduro sono grandi. Quando nell’incontro di chiusura della campagna si è fatto accompagnare da tutto il collegio ministeriale ha lanciato un primo messaggio: siamo un gruppo. Il carisma di Chávez sarà sostituito con la politica. Il secondo messaggio non era meno contundente: dal giorno successivo alle elezioni, Maduro comincia il giro del paese per due settimane, ascoltando il popolo, le sue rimostranze, le sue necessità, i suo desideri di collaborazione. Quasi il 50% degli elettori non ha compreso la proposta di Maduro. Quindi è necessario spiegarla. E, contemporaneamente, costruendo i nuovi accordi che permettano di governare il paese.

Maduro ha ereditato da Chávez la sua indicazione como la persona incaricata di  continuare la Rivoluzione bolivariana, però con questa eredità non è incluso  l’accordo che ha intrecciato Chávez in questi 14 anni. Obbiettivo del nuovo gruppo di governo è costruire il nuovo blocco e conquistare l’egemonia grazie all’inclusione di gruppi, sensibilità, professioni, partiti, ambiti geografici, ecc. Qui è dove esiste il rischio maggiore di rottura in qualsiasi processo di cambiamento, in maniera tale che la volontà dimostrata di connettere tutte queste questioni indica sensibilità politica e buona accortezza. Il terzo messaggio è ugualmente importante: nessun compromesso con la “borghesia” (cioè con coloro che scommettono per approfittarsi del lavoro degli altri) né con l’impero (i vicini del nord cospirano sempre  per destabilizzare chi  disobbedisce, ma anche le imprese transazionali,che credono che qualsiasi territorio gli appartenga e che sia un loro mercato). Per quanto riguarda il programma, Maduro sa, in quanto membro di diversi Governi di Chávez, che ci sono tre problemi urgenti: l’insicurezza, la corruzione e la inefficienza. Tre problemi strutturali, storici, di difficile soluzione ma dove il processo si gioca la sua credibilità popolare una volta che tutte le altre conquiste saranno percepite presto come diritti acquisiti. La crisi economica mondiale avrà le sue ripercussioni anche in America Latina, e in questo scenario è essenziale che l’intesa tra il popolo ed il governo sia totale. Per questo, la trasparenza e il comportamento probo del governo sono condizioni sine qua non.

Tutto ciò si può solo conquistare con la partecipazione popolare ed una immensa apertura alla critica e all’autocritica. La scomparse fisica di una figura tanto presente come quella di Chávez, apre moti spazi per molte cose. In un mondo senza modelli, la frase di Simón Rodríguez “inventiamo o sbagliamo”continua ad essere radicalmente valida. Il vivere e l’esperire sono sempre più importanti che la pedissequa ripetizione di modelli che hanno dimostrato la propria inadeguatezza. Perciò, il processo bolivariano ha bisogno di avere molta corda per ascoltare tutti i messaggi che provengono da tutti gli angoli affini al processo. Allo stesso modo è necessario imparare a condividere, da parte dello Stato, quote di potere che dovranno essere concesse al poder comunal. In caso contrario, lo Stato si burocratizzerà sempre di più, e la critica sarà un arma consegnata nelle mani dei nemici del processo. In tal caso, la conseguenza sarà l’impossibilità di costruire una nuova egemonia.

Il Venezuela ha avuto successo, a differenza di quella che è stata la norma della sinistra latinoamericana, per cinque ragioni. La trasformazione è stata accompagnata dalla redistribuzione della rendita (grazie all’alto prezzo del petrolio e la volontà di condividerlo), è stata democratica, tanto nei termini elettorali, come per la democrazia partecipativa, si è sviluppata come un’onda regionale, ha goduto delle possibilità offerte dalle nuove forme di comunicazione e non ha generato un rifiuto estremo come è accaduto con il comunismo negli anni 20 e 30. Ma, essendo una “rivoluzione” elettorale, se la gioca sempre nell’ultimo incontro. Quest’ultimo, forse, è stato il più difficile, essendo segnato dall’assenza del fondatore della V Repubblica. Anche se è stato superato. In qualsiasi caso, l’Europa continuerà a criticare il Venezuela. Sempre più comodo che guardare alle proprie miserie.

Publicato originalmente in Público.es

[trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

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