19 e 20 dicembre del 2001: le 48 ore che sconvolsero il mondo

gustavodervich_2015-12-19_12-58-09.jpgdi Andrea Tarallo

Cariche della polizia a cavallo, rombo assordante delle motociclette della PFA (Policía Federal Argentina) che fanno carosello per sciogliere gli assembramenti di dimostranti, agenti della D.O.U.C.A.D. (División Operaciones Urbanas de Contención y Actividades Deportivas) in tenuta antisommossa i cui fucili sparano candelotti lacrimogeni che tracciano scie di fumo biancastro, mezzi blindati che a mo’ di ariete provano ad aprire un varco nelle barricate improvvisate erette dai manifestanti, pezzi di legno, copertoni ed immondizia dati alle fiamme con conseguenti dense colonne di fumo nero che si levano al cielo in più punti della città, ed ancora ambulanze del SAME (Sistema de Atención Médica de Emergencia) che sfrecciano a sirene spiegate, violenti getti d’acqua sparati dagli idranti per arrestare i lanci di pietre; il tutto accompagnato dai ritmati cacerolazos per le strade. 

Non sono scene di un film hollywoodiano come potrebbero essere quelle di una pellicola appartenente alla saga di Robocop in cui si assiste alla lotta senza quartiere tra l’OCP e le piccole e grandi bandi criminali di Detroit, ma sono le immagini della rivolta argentina del dicembre 2001 passata alla storia con il nome di ‘argentinazo’.  In tutta Buenos Aires non vi è quasi barrio che venga risparmiato dalla montante protesta; così come non vi è quasi barrio che venga risparmiato in nessuna altra piccola, media o grande città del resto del Paese. Grazie alle riprese fatte per strada dal regista ed attivista argentino Fernando “Pino” Solanas – confluite poi in un documentario intitolato “Memoria del saccheggio” – tutto il mondo ha potuto vedere quanto successo in Argentina nelle calde giornate del 19 e 20 dicembre di 14 anni fa.  

Duro l’atto di accusa di Solanas affidato alle parole scritte sul retro del dvd del suo documentario: «L’Argentina è stata devastata da una nuova forma di aggressione, silenziosa e sistematica, che ha lasciato sul campo più vittime di quelle provocate dalla dittatura militare e dalla guerra delle Falkland. Nel nome della globalizzazione e del più selvaggio liberismo, le ricette economiche degli organismi finanziari internazionali hanno portato al genocidio sociale e al depauperamento della nazione».

Il saldo di quelle 48 ore che sconvolsero il mondo è stato di 38 morti e centinaia di feriti. A innescare la rivolta fu l’introduzione del cosiddetto corralito bancario; ovvero sia la confisca dei depositi dei piccoli risparmiatori ideata dall’allora ministro delle finanze Domingo Cavallo per evitare il fallimento di numerosissime banche e con esse quello dell’intero sistema finanziario. Da mesi ormai il differenziale di rendimento tra i titoli di debito argentini e quelli statunitensi non faceva altro che aumentare a dismisura; tanto che a fine novembre del 2001 lo spread aveva raggiunto i 2.500 punti base. In un Paese di per sé ricco, a dicembre migliaia di argentini si dettero ad assaltare i supermercati per poter mangiare. Quello stesso Stato che con la propria opera Perón aveva reso paternalista, adesso non si curava manco più che i propri cittadini avessero i mezzi per provvedere alla propria salute o per essere seppelliti in maniera decorosa.

Il senso di disorientamento e l’idea di essere abbandonati a sé stessi che improvvisamente colpì gli argentini emerse chiaramente su un cartello brandito da alcuni manifestanti: “Nosotros tenemos tres problemas: no tenemos trabajos, no tenemos jubilación y no hemos muerto todavía” (“Noi abbiamo tre problemi: non abbiamo lavoro, non abbiamo pensione e non siamo ancora morti”). Oggi però dopo 14 anni di lenta e faticosa ripresa, avutasi sotto le Presidenze di Néstor Kirchner (2003-2007) e Cristina Fernández de Kirchner (2007-2011 e 2011-2015), l’Argentina complici le scellerate politiche neoliberiste annunciate da Macri pare nuovamente incamminarsi sulla via tracciata per lei dagli Stati Uniti e dal Fondo Monetario Internazionale. Ma si sa, un popolo senza memoria è condannato a ripetere la sua storia.

Argentina: la “sinistra” che perde la bussola

itai23 Aprile 2013

di Itai Hagman

Pino Solanas si unisce con Carrió. Libres del Sur fa patti con la UCR. Hermes Binner esprime e ribadisce pubblicamente il suo sostegno a Capriles, il candidato venezuelano della destra. Cosa sta accadendo nel “progressismo”?

Qualsiasi persona che non è impegnata in attività politiche, ma ha il suo cuore in un’area dal centro alla sinistra non può provare altro che sconcerto per le decisioni che prendono i principali dirigenti di quella che viene comunemente chiamato “progressismo” o “centro-sinistra” nel nostro paese. Sembra ragionevole che il candidato presidenziale del FAP senta più simpatia per illeader della destra venezuelana che per il Chavismo? È logico che un’alternativa “progressista” al Kirchnerismo si ricerchi in collaborazione con l’UCR e il neoliberista lobbista finanziario Prat Gay? Ha senso che si proponga Elisa Carrió come nuova figura del progressismo porteño? Sembra pazzesco. Tuttavia, se guardiamo alla traiettoria di questi attori, decisioni e dichiarazioni recenti sono solo la ciliegina su una torta sempre in peggiore stato.

Mettere in discussione il “modello” K.

Il punto di partenza è la critica al modello kirchnerista.  Molte di queste critiche sono da noi completamente condivise. Infatti, questi dieci anni di crescita non sono stati utilizzati per promuovere il cambiamento strutturale in Argentina. Al contrario, abbiamo un modello ancora basato su di una logica economica dipendente, con un settore agro-commerciale avanzato, e abbiamo un’industrializzazione da enclave, che non inverte il livello di concentrazione e di investimenti stranieri.

Durante questa fase, i settori popolari hanno migliorato nettamente il loro reddito rispetto a prima del 2002, ma molto meno di quanto abbiano migliorato la loro situazione le corporazioni e le classi medio-alte. Mentre i lavoratori devono vedere come fare a mantenere il loro potere d’acquisto a causa dell’inflazione, le imprese discutono come ottenere ancora di più da una ristrutturazione sociale. Problemi come la precarietà del lavoro e la necessità di una radicale redistribuzione del reddito non sembrano essere tra le priorità nell’agenda del governo.

Questi non sono solo i “debiti” derivanti dall’era neo-liberista, ma le caratteristiche che identificano i pilastri del modello, che ha avuto inizio dopo il crollo della convertibilità negli anni Novanta e che è necessario mettere in discussione. I problemi che abbiamo oggi – mancanza di dollari, deficit di energia, problemi fiscali, tra gli altri – non si possono negare, come molti fanno, per dipingere un’ Argentina di fantasi. Altri li riconoscono, ma sostengono che il governo sta facendo “tutto il possibile”. Vale a dire che non è possibile immaginare un’altra politica rispetto a quella che stabilisce l’officialismo e che potrebbe aiutare a risolvere questi problemi.

Un’altra critica importante che sottoscriviamo è alla strutturazione politica delle alleanze che fanno da cornice al progetto che oggi governa l’Argentina, in particolare il ruolo del partito justicialista. Come molti di coloro che fanno parte di Proyecto Sur e del FAP, crediamo che il PJ è una struttura che riproduce lostatus quo e non può essere protagonista di un processo di cambiamento sociale profondo, in quanto ciò richiede la partecipazione diretta e massiccia di ampli settori della società.

Anti-kirchnerismo cieco e funzionale

I settori dominanti logicamente resistono a qualsiasi  cambiamento, per quanto questi siano moderati. Il centro-sinistra ha perso la bussola quando il Kirchnerismo ha cominciato ad avere conflitti con gli altri settori di potere dell’Argentina. Prima, è stato il campo nel 2008. Poi, Clarín. Oggi, la magistratura e molti altri che sono subentrati nel frattempo. I tre esempi citati hanno reso visibili queste relazioni di potere che spesso si giocano dietro le quinte. L’esistenza di un potere economico, di una potenza mediatica e di poteri dello Stato, il cui funzionamento appare spesso fuori dalla discussione politica.

Questi conflitti creano una sorta di polarizzazione sociale. Un settore importante della popolazione ritiene che il Kirchnerismo sia un governo autoritario e di sinistra, che “vuole portarci ad essere come il Venezuela”. Reagisce ideologicamente contro simboli come la lotta per i diritti umani o la giustizia sociale. Nella città di Buenos Aires, molti di questi settori sono identificati con il macrismo. Un altro settore importante della popolazione si identifica con le bandiere che alza il governo, e alcuni all’interno di tale settore lo fanno, pur sapendo che la lotta per le stesse non viene effettuata fino in fondo. Con quali di questi settori dovrebbe discutere il centro-sinistra?

Accecati da un “anti-populismo” a volte più emozionale che politico, questi settori hanno finito per fare proprie le bandiere del potere dominante oggi in Argentina. Invece di mettere in discussione il governo per la limitatezza delle misure adottate, si  mettono la maglietta della reazione e ripetono il suo discorso. Denunciano il governo come autoritario e  superbo, dicono che non ascolta i vari settori, non dialoga con nessuno, genera conflitti e divide la società, vuole zittire la stampa libera, spaventa gli investimenti e vuole riformare la costituzione. Chi costruisce quest’agenda? È questo l’ordine del giorno delle forze “progressiste” o l’agenda dei conservatori?

Oggi l’agenda del potere indica una battaglia “in difesa della Repubblica”, che imbarca, ancora una volta, da Pino Solanas a Mauricio Macri. Il discorso comune a tutti questi settori, che davvero non hanno affinità politiche o ideologiche, è la garanzia di uscire ogni giorno sul Clarín. L’opportunismo in vista delle elezioni termina per vincerla sulla coerenza e la fermezza nelle convinzioni.

Entrambi Proyecto Sur e il suo principale referente, come anche il FAP, hanno scelto di assumere l’anti-kirchnerismo come principio guida di tutta la loro politica fino al punto che hanno optato per il dialogo con la base sociale che esce a rivendicare contro la “chavizzazione” dell’Argentina, prima che con coloro che, con molta o scarsa aspettativa verso il governo, vorrebbero che il nostro paese avanzasse su di un percorso di emancipazione. Coalición Civíca ammette che lo scopo dell’alleanza elettorale con Proyecto Sur e il FAP è quello di “garantire che i tre senatori siano dell’opposizione.” Vale a dire che non si interessa che il PRO ottenga i primi due.

Questo spiega le dichiarazioni di Binner e i partners che si sono scelti Pino Solanas e Libres del Sur per le prossime elezioni. Non sono slittamenti, ma un orientamento politico. Vuoi avere successo in termini di risultato elettorale? È possibile, ma a costo di sperperare costruzioni storiche e politiche e di garantire alternative che non possono offrire opzioni per il superamento del kirchnerismo. A che serve allora avere più deputati o vincere un posto di senatore?

“Se vuoi risultati diversi non fare sempre lo stesso.” Albert Einstein.

Si usa comunemente come argomento che il fine giustifica i mezzi. Questo significa che le alleanze spiacevoli sono mali necessari per raggiungere obiettivi più importanti. Ma se l’alleanza Pino-Carrió risulta nel fallimento del Proyecto Sur, mentre Lilita, da che prendeva meno del 2% è arrivata a rinnovare la sua banca di deputati e si è reinsediata come figura di primo livello in politica, ci si chiede: chi usava chi? Allo stesso modo, se il FAP ha permesso ad alcuni dirigenti di raggiungere cariche istituzionali ma ha finito per proporre come alternativa al kirchnerismo un sostenitore della destra latino-americana, chi ne è uscito bene da questa alleanza?

Le definizioni di questo “progressismo” hanno lasciato come orfani non solo a molti attivisti onesti, ma anche alle organizzazioni sociali che  non trovano dove incanalare politicamente la loro lotta. Si tornano a commettere gli errori del passato, ma se l’Alleanza negli anni Novanta è stato un errore politico che ha frustrato un progetto, attualmente ri-proporla è sicuramente un’opzione reazionaria.

Il conflitto tra il governo e i settori al potere deve essere usato per mettere all’ordine del giorno l’agenda dei settori popolari ed esigere misure drastiche, invece di assumere come proprie le esigenze e il discorso di cui sopra. Le critiche al PJ e alla strutturazione delle alleanze di governo dovrebbe essere quello di costruire un altro tipo di movimento politico e sociale, non un’alleanza con strutture altrettanto viziate.

Mentre tutto questo accade, una serie di organizzazioni sociali e politiche intendono costruire nello spazio esterno al kirchnerismo. senza prestare gioco alle classi dominanti e ai loro rappresentanti politici. Senza il favore dei grandi mezzi di comunicazione, senza scorciatoie che diventano vicoli ciechi. Scommettendo sulla militanza popolare, invece che sulle manovre dei politicanti. Il giorno che  smettessimo di credere che sia possibile, dovremmo abbandonare la militanza.

[traduzione dal castigliano di Marco Nieli]

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