El PC3 sobre Joe Biden “el demócrata”

El partido Farc debatirá cambio de nombre y estrategia electoral

por Prensa CCPP- Caracas

22-1-21.- El partido Farc dio comienzo este viernes 22 de enero de 2021 a la II Asamblea Extraordinaria, por la Vida, la Unidad y la Paz con Justicia Social; allí se definirá el nuevo nombre y logo, la representación legal y el programa político y estrategia electoral en el contexto de las próximas elecciones legislativas y presidenciales en el 2022.

La instalación, realizada en horas de la mañana, contó con los saludos de representantes de organizaciones nacionales e internacionales; entre ellos Roy Daza, Secretario de Relaciones Internacionales PSUV, Diputado de la Asamblea Nacional de la República Bolivariana de Venezuela, e integrante de la Comisión Especial de Diálogo, Reconciliación y Paz de la AN.

Daza destacó que Colombia y Venezuela siempre serán hermanas más allá de lo que piense el imperialismo y la oligarquía colombiana. Señaló que el futuro de las dos naciones se encuentra estrechamente ligado y que la paz es un anhelo de toda la sociedad latinoamericana.

En Venezuela existe actualmente una estructura local del partido Farc que congrega a colombianos y colombianas que residen en el territorio bolivariano y que acogieron en algunos casos luego del exilio y la persecución, las banderas del partido de la Rosa, difundiendo sus postulados y los términos del Acuerdo de Paz firmado en la Habana del que afirman es también legado del comandante Chávez.

Esta Estructura Local en Venezuela contemplada por la dirección nacional del partido como parte de la estructura nacional de FARC tendrá representación en la Asamblea semipresencial que culminará el domingo en horas de la tarde con una rueda de prensa.

En un documento de reciente publicación en las redes, el senador Julián Gallo explicó la urgencia de debatir estos tres temas porque para lograr la implementación cabal del Acuerdo de la Habana y el cese de la violencia política es necesario establecer convergencias que permitan “ganar el gobierno en la próxima contienda electoral por parte de las fuerzas que estamos por la vida, por la paz, por la democracia”. Para Gallo, conocido en la lucha armada como Carlos Antonio Lozada, “esa es la tarea central del momento y en ella está implícita la defensa del Acuerdo y la seguridad de los exguerrilleros y los líderes sociales”.

El Documento de Losada puede leerse completo en:
http://www.45-rpm.net/2021/01/20/elementos-para-el-debate-en-el-partido-farc/

La Libertadora del Libertador

di Romina Capone

L’analisi della corrispondenza epistolare amorosa tra Simón Bolívar e Manuela Sáenz. 

Capitolo 1: Manuela Sáenz e l’immaginario Bolivariano

È affascinante leggere la corrispondenza amorosa tra Manuela Sáenz e Simón Bolívar ma è ancora più travolgente comprendere attraverso lo studio di Silvia López, dottoressa in Letteratura Comparata all’Università del Minnesota e docente di Letteratura Latino americana presso il Carleton College, il ruolo dell’amore e allo stesso tempo della donna nella prima metà del 1800 in America Latina.

Tutto comincia nel 2007 quando il Ministero del Potere Popolare della Repubblica Bolivariana del Venezuela pubblica una parte delle lettere d’amore tra Manuela Sáenz e Simón Bolívar. All’interno del prologo di questa particolare edizione viene descritto Simón Bolívar come l’audace, il poeta, el Libertador dall’anima innamorata il quale si è lasciato riempire dall’unico sentimento che ci libera e ci salva: l’amore.

A lui le corrisponde la descrizione di Manuela Sáenz la coraggiosa, la dama, la regina […] colei dalle sublime parole che accarezzano la tempesta, la libertadora del Libertdor, l’unica che può permettersi di attraversare il cuore di sua eccellenza.

Questo epistolario si pone al centro di un nuovo immaginario collettivo in piena rivoluzione d’Indipendenza. Infatti nel breve incipit si invitano i lettori a ricordare che l’amore vince sempre: sia prima della vita, sia dopo la morte.

Per la prima volta si fondono gli affetti a un nuovo modo di fare politica.

Analizzando il materiale pervenuto si può notare che la struttura di questa corrispondenza è tipica delle lettere d’amore le quali racchiudono retorica ed estetica, caratteristiche tipiche del discorso epistolare amoroso. Un insieme di convenzioni ma allo stesso tempo di invenzioni.

La scrittura ha un carattere strettamente intimo; i due amanti si avvalgono di un linguaggio fortemente codificato; nel corpo del testo si risconta il ripetersi di parole appartenenti ad un contesto di idee e situazioni proprie dell’immaginario collettivo. Questa corrispondenza non fa eccezione. Il ricorso ai luoghi comuni è una continua, perpetua e rinnovata prova d’amore.

Scrive Bolívar a Sáenz il 29 ottobre 1823: “…Mi deseo es que usted no deje a este hombre su hombre por tan pequeña e insignificante cosa. Líbreme Ud. misma de mi pecado, conviniendo conmigo en que hay que superarlo… ¿Vendrá pronto? Me muero sin Ud. Su idolatrado, SB”

[Trad: Il mio desiderio è che non lasciate quest’uomo, il tuo uomo, per una cosa così piccola e insignificante. Liberatemi voi stessa dal mio peccato, concordando con me che deve essere superato… Verrai presto?

Sto morendo senza di te, il tuo idolo, SB.]

Il 16 giugno 1825: “…Todo esto es una obsesión, la más intensa de mis emociones. ¿Qué he de hacer? Tu ensoñación me envuelve el deseo febril de mis noches de delirio. Soy tuyo del alma, SB.”

[trad: Tutto questo è un’ossessione, la più intensa delle mie emozioni. Cosa dovrei fare? Il tuo sogno mi circonda con il desiderio febbrile delle mie notti di delirio. Sono tuo dall’anima, SB.]

Il 9 ottobre 1825: “Mi pasión hacia tí se aviva con la brisa que me trae tu aroma y tu recuerdo. Existes y existo para el amor, ¿o no? Ven para deleitarme con tus secretos. ¿Vienes? Tu amor idolatrado de siempre, SB”

[trad: La mia passione per te è ravvivata dalla brezza che mi porta il tuo profumo e il tuo ricordo. Tu esisti ed io esisto per amore, vero? Vieni a deliziarmi con i tuoi segreti, vieni anche tu? Il tuo amore idolatrato di tutti i tempi, SB.]

Scrive così invece Manuela in un’appassionante conclusione di una lettera dell’8 febbraio 1826 per Bolívar:

“Me reanima el saberlo dentro de mi corazón. Lejos de mi Libertador no tengo descanso, ni sosiego; solo espanto de verme tan sola sin mi amor de mi vida. Usted merece todo; yo se lo doy con mi corazón que palpita al pronunciar su nombre. Quien lo ama locamente, MS”

[Trad: Mi incoraggia saperlo nel mio cuore. Lontano dal mio Libertador non ho riposo, non ho pace; ho solo paura di vedermi così sola senza il mio amore per la mia vita. Tu meriti tutto; te lo do con il cuore che batte al pronunciare il tuo nome. Chi lo ama alla follia, MS].

Frasi, richieste, gesti comuni a tutti gli amanti. L’Amore è, all’interno di questi brevi periodi, puramente figurativo che continuamente non smette di avvolgere l’oggetto dei suoi desideri. Nel caso dei nostri due amanti possiamo azzardare a dire che il gesto del redigere le lettere si sostituisce all’atto amoroso in una visione romantica dove la pelle raffigura la carta e dove il desiderio sboccia dal contatto della piuma con essa. È un gesto di supplica che richiede soprattutto reciprocità. “Conteste Ud. aunque sea una sola línea” [Rispondete anche con una sola riga] chiede Sáenz ad alla cui preghiera Bolívar risponde: “contésteme, al menos ésta, que lleva la fiebre de mis palabras” [rispondetemi, almeno questo, che porta la febbre delle mie parole].

La rappresentazione scenica di questi due amanti in queste lettere obbedisce alle regole della scrittura epistolare amorosa e mostra una struttura stilistica che non va oltre un paragrafo, all’interno del quale compare come unico punto centrale il desiderio, l’evocazione o la promessa di rincontrarsi nel prossimo destino.

Ma l’interesse verso queste lettere non affonda le radici unicamente nel discorso amoroso.

È importante capire che la centralità della verità in queste dichiarazioni; una comunicazione legata alle dichiarazioni di Sáenz vista come soggetto politico-militare. Ruolo vietato alle donne dell’epoca. In questo caso l’amore nei confronti di Bolívar e per la causa libertaria coesistevano in una relazione reciproca.

La figura di Manuela si va a definire man mano iniziando dalle costanti dichiarazioni d’amore fino allo svelarsi una donna patriota che cerca il suo posto all’interno della lotta d’Indipendenza. Il desiderio di stare accanto al suo amato è lo stesso desiderio di provargli la sua lealtà per la causa.

Vedremo nel corso della lettura come l’amore in questa corrispondenza è inteso come amore per la patria, per la libertà, per la rivoluzione. Simón Bolívar la amerà anche e soprattutto come patriota; tutti gli interventi di Manuela all’interno delle campagne politiche-militari lo hanno condotto alla vittoria. La sua lealtà, la sua amicizia e la sua complicità gli sono indispensabili sul terreno politico. Sáenz riesce a mantenere la sua posizione nel campo dell’intelligence e avverte più volte Bolívar sulle cospirazioni nemiche:

Tengo a la mano todas las pistas que me han guiado a serias conclusiones de la bajeza en que ha ocurrido Santander, y los otros en prepárarle a Ud. un atentado. Horror de los horrores, Ud. no me escucha; piensa que solo soy mujer” (7 de agosto de 1828).

[Trad. Ho a portata di mano tutti gli indizi che mi hanno portato a conclusioni serie sul degrado che Santander ha raggiunto con gli altri nel preparare un attacco contro di te. Orrore degli orrori, non mi ascolti, pensi che io sono solo una donna”.] Con l’intensificarsi dello scambio di lettere Sáenz cerca di convincerlo che il desiderio dei loro corpi si accompagna al desiderio di affrontare insieme le sfide della campagna militare. La retorica dell’amore, della lealtà e dell’amicizia politica esige di essere confermata in lettere e azioni che lo salvino dai tradimenti dei suoi rivali. Il più mitico di questi interventi è stato quando lei gli ha salvato la vita aiutandolo a fuggire da una finestra da qui l’appellativo che la ritrae come la libertadora del libertador. Amare Bolívar è amare una causa ed esserne protagonisti, sempre sotto il segno dell’estasi amorosa. Bolívar, riconoscendo la sua lealtà e la sua capacità militare, alla fine la nomina a Capitano di Húzares, mettendola a capo delle truppe, e alla fine le chiede di diventare segretaria della sua corrispondenza nonché dei suoi documenti personali, accompagnandolo nella sua campagna.

[…] visto su coraje y valentía de usted; de su valiosa humanidad en ayudar a planificar desde su columna las acciones que culminaron en el glorioso éxito de este memorable día, me apresuro, siendo las 16:00 horas en punto en otorgarle el grado de Capitán de Húzares; encomendándole a usted las actividades económicas y estratégicas de su regimiento […]

[Trad: vedendo il suo coraggio e la sua valorosità, la sua preziosa umanità nell’aiutare a pianificare dalla sua colonna le azioni che sono culminate nel glorioso successo di questa giornata memorabile, mi affretto, essendo le 16:00 in punto per conferirvi il grado di Capitano degli Húzares; affidandovi le attività economiche e strategiche del suo reggimento.]

L’ostacolo principale di questa unione sul campo di battaglia era la condizione di Manuela Sáenz come donna sposata. Il matrimonio ha dato alle donne il loro posto nell’ordine patriarcale, ponendole sotto la tutela dei loro mariti e trattandole come minorenni secondo la legge spagnola. Non potevano, quindi, partecipare pienamente alla società o essere incluse nella vita civile o pubblica delle colonie. Ma a differenza delle donne in Francia e in Europa, in questi primi decenni del XIX secolo, le donne delle province ispano-americane godevano di una certa libertà nel poter mantenere la propria identità legale, essendo riconosciute come separate e distinte dai loro mariti, senza l’obbligo di rimanere in casa o di dedicarsi esclusivamente alla sfera domestica. Anche se erano sotto la tutela legale dei loro mariti, avevano il permesso di redigere il proprio testamento, di testimoniare in tribunale e di accettare l’eredità senza il consenso del coniuge. E, sebbene Bolívar temesse lo scandalo che Sáenz lasciasse il marito, lei sembrava molto sicura di quello che stava facendo. Come moglie di un ricco straniero, Sáenz aveva goduto di poteri legali per gestire gli affari e le proprietà del marito quando era in viaggio. Era stata una donna d’affari, che prendeva decisioni finanziarie e gestiva il personale. L’insolita libertà di movimento di Sáenz, come quella di altre donne ricche di Lima, ha sorpreso gli uomini europei. Robert Proctor osserva nel suo viaggio del 1823/24 a Lima che non era insolito osservare donne rispettabili parlare in pubblico e socializzare in piazza, disdegnando le faccende domestiche, e in generale regolando il loro comportamento, arrivando persino a nominarle come i principali attori della città. Se leggiamo tutte le lettere tra Sáenz e Bolívar, Manuela non solo afferma di voler stare al fianco del suo amante ma di essere lì per unirsi alla campagna militare; ritrae sé stessa come un’amante che è soprattutto un’amica fedele, una donna fedele e quindi essenziale come suo consigliere politico. Mostra così una chiara consapevolezza del suo ruolo storico nelle società in cui la partecipazione aperta delle donne alla sfera politica era limitata, ma dove le donne godevano anche di un’insolita libertà di movimento.

Capitolo 2: La corrispondenza come mezzo di soggettivazione

In questa peculiare selezione possiamo ricostruire come attraverso la loro corrispondenza amorosa si inverte e si riconfigura la lettura del privato e del pubblico. Il discorso epistolare è un discorso ambiguo porta in scena i suoi affetti privati con la proiezione pubblica: l’amore dalla sua fedeltà alla causa politica.

Una volta affermatasi nel suo ruolo pubblico e privato a fianco del Libertador, Sáenz rivendica un ruolo politico dopo la morte prematura di Bolívar. Lei visse un altro quarto di secolo dopo la morte di Bolívar esiliata nel porto di Paita in Perù, dove morì in povertà. Vista come una minaccia politica in Colombia, in Ecuador e accusata di essere una Madame de Staël, si rifugiò in un luogo sperduto al confine tra Perù ed Ecuador dove prestò servizio come spia del generale Juan José Flores. E, sebbene molti storici considerino quel lungo periodo della sua vita come un epilogo, la corrispondenza di questi decenni con Juan José Flores, presidente dell’Ecuador, così come con altri personaggi politici e letterari che l’hanno visitata anche in quella remota località (Herman Melville, Giuseppe Garibaldi, e persino Ricardo Palma) rivela il suo impegno attivo nella politica ecuadoriana, anche se l’esilio ne ha limitato la portata. La sua attività politica e intellettuale è documentata anche nel suo Diario di Paita. Come soggetto epistolare continua a costruirsi soprattutto come amica fedele e al servizio del Paese, distinguendosi dagli uomini di potere cospiratori e ambiziosi che difendevano le loro riserve di potere lontano dalla passione liberatrice di Bolívar e dai generali che erano seguaci fedeli come il presidente ecuadoriano Juan José Flores.

L’importanza delle lettere come mezzo di espressione politica e il loro significato per i posteri è qualcosa che Sáenz ha sperimentato in prima persona essendo stata responsabile della corrispondenza di Bolívar e di cui ha curato l’archivio fino alla sua morte.

La sua corrispondenza con Flores affronta questioni di politica, strategia e intelligence sui movimenti delle truppe peruviane, chiedendo spesso che le sue lettere fossero distrutte dopo essere state lette per paura di essere identificato come informatore. Come nelle sue lettere a Bolívar, si affretta ad avvertire Flores di chi lo tradisce e si rammarica che non reagisca in tempo a possibili cospirazioni.

Alla morte di Bolívar si è già consolidata come fedele amica del progetto bolivariano in ambito sociale, raggiungendo la credibilità politica acquisita per la prima volta nell’ambito di una passione amorosa. In una lettera a Flores, chiarisce la sua lealtà al di là delle condizioni partigiane: “Non ho un partito, sono solo un’amica degli amici del Liberatore, e siccome tu sei uno di loro, sono tuo amica”.

Non esita a spiegare a Flores che il suo interesse per la politica di un Paese è legato solo al rapporto che la politica ha con lei e con i suoi amici, poiché una donna “non può prendere le armi, né comprare armi, tanto meno avere influenza”, ma può “avere amici, uomini e donne”.

L’amicizia e la fedeltà alla causa bolivariana, una riserva propria degli uomini che potevano sacrificare interessi privati per il bene pubblico, divenne lo spazio soggettivo da cui si costituì Sáenz.

Alla fine della sua vita, le lettere dell’esilio sono la prova della sua continua costituzione come soggetto politico attraverso la scrittura epistolare. Un ruolo che mai l’allontana dalla legittimità della passione, perché come afferma nella lettera a Giuseppe Garibaldi del 25 luglio 1840, a Bolívar:

lo amé en vida con locura; ahora que está muerto lo respeto y lo venero”

Trad: [lo amai in vita follemente e ora che è morto io lo venero]

Questa affermazione, forse la più citata di Sáenz, è il segno che anche dopo la morte la storia d’amore con Bolívar è ciò che legittima il suo posto. Un luogo insolito per una donna che fino alla fine dei suoi giorni rinuncia ad avere una casa, alla riproduzione della specie ed alla tutela di qualsiasi uomo che non sia stato suo compagno di cause e di passioni. Alla fine della sua vita, nel suo Diario di Paita, le sue riflessioni indicano un’altra coscienza di sé.

Ci dice: “All’inizio, oh amore desiderato, … ho dovuto recitare il ruolo di una donna, di una segretaria, di uno scriba, di un soldato Húzar, di una spia, di un inquisitore e anche di un intransigente. Ho meditato sui piani. Sì, mi sono consultata con lui, quasi imponendomi; ma si è lasciato portare via dalla mia follia di amante, e lì è rimasto tutto.”

Ma una volta consolidato il suo posto nella lotta militare non esita ad assicurarlo:

Yo le dí a ese ejército lo que necesitó: ¡valor a toda prueba! Y Simón igual. El hacía más por superarme. Yo no parecía una mujer. Era una loca por la Libertad, que era su doctrina […] Difícil me sería significar el porqué me jugué la vida unas diez veces. ¿Por la patria libre? ¿Por Simón? ¿Por la gloria? ¿Por mi misma?

[Trad: Ho dato a quell’esercito ciò di cui aveva bisogno: coraggio infallibile! E Simón lo stesso. Stava facendo di più per superarmi. Non sembravo una donna. Ero una fanatica della libertà, che era la sua dottrina …

Sarebbe difficile per me dire perché ho messo a rischio la mia vita dieci volte.

Per il paese libero? Per Simón? Per la gloria? Per me stessa?]

Nel suo diario esplicita che, sebbene “fummo amanti dagli spiriti superiori”, lo fummo perché “vivemmo nella stessa posizione di gloria davanti al mondo, perché vivemmo nello stesso sacrificio e nello stesso modo di vedere le cose e nella stessa diffidenza verso tutti”.

Il suo amore-passione non era solo un comportamento o un linguaggio leggibile e legittimo, anche per Bolívar stesso, ma la codificazione di una passione personale che superava quella di donna innamorata. La raccolta di lettere pubblicata dal Governo Bolivariano del Venezuela in omaggio al Libertador e alla sua Libertadora si intitola “Le più belle lettere d’amore tra Simón e Manuela“. Quello che abbiamo davvero tra le mani è un raro e prestigioso mezzo di comunicazione; ci invita a pensare al discorso epistolare amoroso come a un importante dispositivo di soggettivazione politica, uno strumento che combina le vuote enunciazioni proprie del discorso amoroso ai contesti enunciativi propri del riconoscimento pubblico delle virtù private.

Simón Trinidad: un trofeo vía extradición

Displaying items by tag: Simón Trinidadpor Liliany Obando*

Bogotá, Julio 9 de 2020

 

Hace ya 16 años, Simón fue injustamente extraditado a los Estados Unidos y condenado. Actualmente se encuentra recluido en  la prisión de Máxima Seguridad ADX en Florence, condenado a 60 años.

Con motivo del 70 cumpleaños de nuestro Camarada Juvenal Ovidio Palmera – Simón Trinidad publicamos nuevamente este documento [1] que da cuenta de su situación en prisión y de la necesidad de continuar con una amplia campaña que busque su repatriación y libertad.

 

 “A los compañeros, nunca se los abandona”. Fidel Castro

                         

A partir del caso de la extradición hacia los Estados Unidos del líder rebelde, integrante de las entonces Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – FARC – EP, Ricardo Ovidio Palmera Pineda, su nombre civil y conocido como Simón Trinidad en las filas insurgentes, queremos presentar un recorrido por las diferentes dimensiones de la figura de la extradición como una herramienta usada bajo la lógica del derecho penal del enemigo, represiva, anti soberana y de persecución al opositor político, que muchos activistas y defensoras y defensores de derechos humanos hemos denunciado y rechazado por considerarla violatoria a los derechos humanos, políticos y de la libre auto determinación de los pueblos.

La extradición como un instrumento de poder dominante

La figura de la extradición es una institución del derecho penal, es un mecanismo de cooperación judicial suscrita o aceptada entre Estados, según la cual, “un Estado competente solicita a otro la entrega de un individuo, acusado o condenado, que se encuentra en su territorio, con el fin de proceder penalmente contra aquel…” [2]

Pero más allá, la extradición es claramente un instrumento de ejercicio de poder en el que el país dominante se impone sobre el subordinado. Esto se refleja en la falta de reciprocidad del país requirente, es decir, el que ejerce la extradición activa, frente al país que entrega a sus ciudadanas y ciudadanos en una actitud meramente pasiva. [3]

Es lo que generalmente ocurre con la figura de extradición Colombia – Estados Unidos [4], país este último, hacia donde se extradita el mayor número de ciudadanas y ciudadanos colombianos, pero del cual no existe una práctica recíproca hacia nuestro país cuando son ciudadanos estadounidenses quienes delinquen en nuestro territorio.

Esta circunstancia es la que también hace más difícil recurrir a herramientas como la repatriación humanitaria o de otro tipo, de nuestros ciudadanos que debe tramitarse a pedido del Estado colombiano, que es quien autoriza la extradición de nuestros connacionales y en consecuencia debería también pedirlos de vuelta a su país.

Para que la repatriación sea posible es importante, primero, ganar conciencia entre la gente de que la extradición es una herramienta anti soberana y acto seguido buscar la presión activa de organizaciones de la sociedad civil, de defensoras y defensores de derechos humanos, de los familiares o amigos de las personas extraditadas exigiendo que éstas sean juzgadas, si es del caso, en su propia patria.

Vergonzosamente se ha dado también el caso, en el que la insistencia en extraditar ciudadanos hacia los Estados Unidos ha sido más fruto de la maquinación y presión de alguna autoridad colombiana que del requerimiento del país del norte, tal es el caso que nos ocupa en esta presentación, la fabricación de la extradición hacia los Estados Unidos y posterior condena a 60 años de prisión, con falsos cargos de Ricardo Ovidio Palmera Pineda – Simón Trinidad.

La extradición, un arma de persecución política

Una de las condiciones que establecen los tratados de extradición, la legislación internacional de derechos humanos, nuestra carta política y legislación penal es que las personas acusadas o condenadas por delitos políticos (rebelión, sedición, asonada) y conexos no pueden ser sometidas a un proceso de extradición. No obstante, el Estado colombiano, recurriendo a acuerdos no muy sanctus con los Estados Unidos y a una serie de ilegalidades jurídicas, en más de un caso, ha extraditado hacia los Estados Unidos a personas investigadas o sentenciadas por delitos políticos.

La extradición, siendo una figura de cooperación jurídica, se ejerce en la realidad como una herramienta además política, no neutral, no garantista. Al contrario, se ha convertido en un arma de persecución política, de inefectividad judicial, de vulneración de derechos y de impunidad frente a las víctimas. La extradición en Colombia es usada contra sus opositores políticos como un recurso de persecución en la lógica perversa del derecho penal del enemigo.

El abogado estadounidense Mark Burton, quien ha asistido a Ricardo Palmera – Simón Trinidad en su etapa condenatoria, sostiene en este sentido:

“En el tratado de extradición hay una cláusula… que dice que es prohibida la extradición por casos políticos… pero muchos de los casos que envían [a los Estados Unidos] son políticos”. [5]

La extradición vulnera los derechos de las víctimas

La extradición de connacionales es también usada como un mecanismo para silenciar la voz de la persona extraditada y lesiona seriamente los derechos de las víctimas a la verdad, la justicia, la reparación y la no repetición. Tal como ha ocurrido con la extradición de los jefes paramilitares hacia los Estados Unidos por parte del gobierno Uribe, para que la verdad que ellos saben no la conozcan ni sus víctimas ni el país en su conjunto.

Y es una herramienta de poder no recíproca, como podemos ver con la denominada “inmunidad diplomática”, que un Estado servil como el colombiano, le concede a países como Estados Unidos y sus ciudadanos, especialmente militares, lo que se traduce en una carta blanca de impunidad para militares y contratistas (mercenarios) -que también desempeñan tareas militares- que operan en territorio colombiano y han cometido todo tipo de violaciones contra la población civil sin que nada les pase.

Así lo ratifica el abogado estadounidense Burton:

“… Hay total impunidad porque Colombia ha firmado un tratado [en el que] los soldados estadounidenses están fuera de la jurisdicción de Colombia… lo mismo si están cometiendo delitos… Ellos justifican esto diciendo… que los soldados estadounidenses necesitan ser libres para hacer su trabajo guerrerista…” [6]

La extradición no garantiza los derechos judiciales y humanos de los colombianos

El instrumento jurídico de la extradición ajustado a los estándares de justicia internacional y de cada país, debe garantizar a las personas sujetas de extradición unas condiciones sine qua non tales como: – Que el estado requirente tenga competencia al solicitar a una persona en extradición, demostrando que el supuesto delito se cometió en su territorio; – La doble incriminación, que exige que el delito por el cual se requiere a una persona en extradición debe estar establecido en el ordenamiento jurídico de los dos Estados; -El principio del Non Bis in Ídem que garantiza que la persona no sea juzgada dos veces por el mismo delito; – La entidad mínima del delito, que exige no conceder la extradición por delitos menores; – El carácter del delito, que establece claramente que no se puede conceder la extradición por delitos políticos y conexos; – El respeto al debido proceso; – La validez de la solicitud; el respeto a su dignidad y derechos humanos; y el derecho a no ser condenado a penas superiores a las estipuladas en el Código Penal Colombiano [7].

Pero en muchos casos de colombianos extraditados a otros países estos requisitos están lejos de cumplirse, como en el caso de Ricardo Palmera – Simón Trinidad.

Las condiciones de su extradición no se ajustan a las condiciones de esta figura ni a las normas del derecho internacional de los derechos humanos, ni a las normas mínimas internacionales de tratamiento a la población reclusa, ni siquiera a la legislación penal colombiana ni a su carta política.

 

 

El Caso De Ricardo Ovidio Palmera Pineda – Simón Trinidad

La vida civil de Ricardo Palmera

Ricardo Palmera es un hombre nacido en la cuna de una familia prestante de la ciudad de Valledupar, Cesar, al norte de Colombia. Como resultado de ello, pudo acceder a la educación superior y titularse de economista. Fue profesor universitario y gerente de un banco, con una vida cotidiana de un hombre casado y con hijos.

Pero la convulsionada vida política colombiana y la difícil situación de la inmensa mayoría del pueblo, prontamente movieron la sensibilidad de un humanista como Ricardo Palmera, fue así como empezó su participación en la política, en organizaciones de centro y de izquierda como Causa Común primero y luego la Unión Patriótica.

Simón Trinidad el insurgente

La ola de amenazas, persecución y asesinatos prontamente recayó sobre la naciente Unión Patriótica y es ante esa realidad que Ricardo Palmera decide alzarse en armas, ejerciendo su derecho a la rebelión, que en Colombia es un delito, y vincularse desde entonces a la guerrilla de las FARC – EP. Fue allí donde adoptó el nombre de Simón Trinidad.

En su vida insurgente Simón Trinidad se destacó como un dirigente político, como un ideólogo más que como un militar. Nunca ocupó un lugar en la máxima instancia de dirección de las FARC – EP conocida como Secretariado ni en el Estado Mayor Central. Sin embargo, por sus calidades políticas hizo parte del equipo negociador en el proceso de paz de El Caguán, entre esa guerrilla y el gobierno de Andrés Pastrana Arango (1998 – 2000).

                   

La captura

El 4 de enero de 2004, en cumplimiento de una tarea de su organización, Simón Trinidad se encontraba en Quito, Ecuador, según se supo para buscar un contacto de alto nivel con Naciones Unidas que posibilitara entonces un intercambio o canje humanitario de prisioneros, unos en poder de las FARC – EP y otros en las cárceles del Estado colombiano.

Fue allí donde en una operación coordinada entre agentes de la inteligencia estadounidense y la colombiana, Simón Trinidad fue capturado y deportado por el gobierno ecuatoriano hacia Colombia.

El gobierno de Álvaro Uribe Vélez en el poder, quien estaba detrás de la captura de Ricardo Palmera – Simón Trinidad, solicitó inmediatamente extraditar a Simón Trinidad hacia los Estados Unidos, pero ante la ausencia de cargos del gobierno de Estados Unidos contra él, quien nunca cometió actos delictivos en territorio estadounidense, y la falta del cumplimiento de varias de las condiciones que exige un tratado de extradición, a decir: la competencia, la doble incriminación, el carácter del delito, el debido proceso y la validez de la solicitud, el gobierno de los Estados Unidos se abstuvo en un primer momento de aceptar su extradición.

Esta situación quedó develada en uno de los famosos cables divulgados por Wikileaks en donde el entonces embajador estadounidense en Colombia William Wood sostiene:

“Altos funcionarios del gobierno colombiano, incluyendo al presidente Uribe, han pedido a los Estados Unidos considerar pedir en extradición a Palmera. Obviamente ellos prefieren verlo encerrado en una cárcel de los Estados Unidos que procesado en el poco confiable sistema judicial colombiano. Su pedido tiene una nota de urgencia de ellos. Sin embargo, en estos momentos Palmera no enfrenta cargos penales en los Estados Unidos. La embajada desconoce cualquier investigación pendiente en contra de este reconocido narcoterrorista por parte de las agencias oficiales de los Estados Unidos”. [8]

Tras ese primer impedimento Ricardo Palmera pasó el año 2004 preso en Colombia, mientras que el gobierno Uribe con la colaboración del entonces fiscal general Camilo Osorio, fabricaban un falso caso por narcotráfico contra Ricardo Palmera – Simón Trinidad, que lo sacara de la órbita del “delincuente” político. Así se logró que para el mes de noviembre de esa misma anualidad la Corte Suprema de Justicia aprobara su extradición e inmediatamente después de la sanción presidencial de Uribe, éste fue finalmente extraditado hacia los Estados Unidos el 31 de diciembre de 2004.

El proceso contra Simón Trinidad en Colombia y Estados Unidos

En los Estados Unidos, Ricardo Palmera – Simón Trinidad afrontó varios juicios, con la asistencia del abogado de oficio Robert Tucker, ya que tampoco tuvo la garantía procesal de contar con un abogado de confianza, cuatro de esos juicios por el cargo de narcotráfico y otros, de los que no lograron probar nada y fue absuelto.

Posteriormente enfrentó nuevos juicios amañados, con testigos poco confiables y testimonios de desertores llevados desde Colombia. Le armaron nuevos cargos, entre ellos el de conspiración para toma de rehenes, por el que finalmente fue condenado a 60 años de prisión al hacerlo responsable del supuesto secuestro, de los tres contratistas o mercenarios militares norteamericanos Thomas Howes, Keith Standell y Marc Gonsalves, empleados de la Northrop Grumman [9], la tercera empresa contratista en defensa militar de los Estados Unidos, entonces contratista del Pentágono.

Estos contratistas en efecto fueron retenidos por las FARC-EP tras haber sido derribada la aeronave en la que hacían inteligencia electrónica sobre su área de influencia en el Caquetá, en el año 2003. Pero Simón Trinidad jamás operó en dicha área ni tuvo responsabilidad alguna por éste hecho. Lo hicieron responsable por la denominada cadena de mando y para ello argumentaron que Trinidad hacía parte del Estado Mayor Central y de su máxima instancia de dirección, el Secretariado, que tampoco era cierto.

Según el abogado Burton:

“Él ha tenido cuatro juicios y… varios cargos, en un juicio cinco cargos y en el otro como tres o cuatro… y fue condenado… por un cargo solamente que es el de CONSPIRACIÓN, y aquí en los Estados Unidos este cargo es muy conocido por ser muy amplio para el gobierno, para involucrar gente en crímenes, en delitos… La evidencia que he visto no era muy fuerte contra él, …era muy débil… Es muy injusto porque ellos trajeron testigos de Colombia de poca honestidad, que eran desertores de la insurgencia para mentir o para hablar cosas que no eran verdad en el juicio contra él…” [10]

En Colombia la persecución judicial contra Ricardo Palmera – Simón Trinidad tampoco ha sido de poca monta, afronta varios cargos [11], a decir del abogado asesor de las FARC, Diego Martínez, son más de 170 procesos judiciales los que no han podido seguir su curso legal, entre otras porque sólo se le ha permitido a Palmera, comparecer a unas pocas audiencias de manera virtual desde la prisión de ADX en Florence, Colorado donde se encuentra recluido.

El pasado de 24 de octubre de 2017 una comisión de funcionarios colombianos y parlamentarios visitó a Simón Trinidad en la prisión estadounidense para que éste voluntariamente firmara un documento en el que solicita su inclusión en la Jurisdicción Especial para la Paz – JEP [12], creada en el marco del proceso de Paz de La Habana entre la guerrilla de las FARC – EP y el gobierno colombiano y de esa manera poder cerrar los procesos que tiene pendientes en Colombia.

Entre tanto, Ricardo Palmera – Simón Trinidad continúa recluido en la prisión de ADX de Florence, Colorado en cumplimiento de su injusta sentencia, que dada su edad se convierte en una cadena perpetua, a la espera de que otras alternativas jurídicas, políticas y humanitarias puedan lograr su repatriación a Colombia.

 

Condiciones de encarcelamiento en la prisión ADX de Florence, Colorado

Una de las prisiones donde más se vulneran los preceptos internacionales que demandan condiciones de dignidad y respeto a los derechos humanos de la población privada de la libertad es la prisión ADX, ubicada en el desierto de Florence, Colorado, o también conocida por su dureza como la “súpermax”, la prisión de máxima seguridad donde se encuentra privado de la libertad Ricardo Palmera – Simón Trinidad.

De los 16 años físicos que lleva Ricardo Palmera en esta prisión unos 11 han sido de aislamiento total, lo que significa una grave violación a sus derechos humanos, dados los efectos que sobre la salud mental y emocional produce un estado de aislamiento tan prolongado.

Al respecto dice el abogado Burton [13]:

“… está en condiciones muy infrahumanas… Él ha estado casi 11 años solo… las normas internacionales dicen que es mejor no tener a una persona en [aislamiento] por más de 60 días porque daña la mente, el ánimo de una persona. Mucha gente se vuelve [loca]… con mucho problema sicológico…”

Además de negarle el contacto con cualquier otra persona, en esta primera larga etapa a Simón, confinado en uno de los pabellones con otros presos considerados de alta peligrosidad, se le negó la posibilidad de recibir libros o periódicos; de aprender el idioma del país que lo tiene (inglés); de ver televisión; le quitaron sus gafas; le negaron la atención médica y odontológica adecuada, no podía acceder a los expedientes para su defensa de los casos abiertos en Colombia; a uno de sus abogados en Colombia, el doctor Ramiro Orjuela le negaban la visa para visitarlo en los Estados Unidos; sin poder recibir la luz del sol, nunca sabía si era día o noche; era fuertemente encadenado cada vez que se lo trasladaba a alguna diligencia dentro de la misma prisión, o a alguna de las pocas audiencias virtuales que le permitieron atender; hasta le decomisaron unas cartas para jugar solitario, etc., etc.

                                   

De una de esas audiencias que fue grabada en vídeo, el mundo pudo corroborar las extremas medidas [14] de seguridad y encarcelamiento que debe soportar Ricardo Palmera – Simón Trinidad en la “súpermax”, la prisión de máxima seguridad donde se encuentra. En las imágenes se puede ver cómo es encadenado de la cintura pies y manos y le ponen un dispositivo eléctrico de alto voltaje en una de sus piernas para su máxima sujeción.

El propio Simón Trinidad [15] denuncia en una comunicación a uno de los jueces en la ciudad de Neiva en Colombia:

“Yo no tengo garantizado el derecho a la defensa; no me permiten enviar documentos a mi abogado ni a los jueces en Colombia, donde pruebo mi inocencia; eso lo tienen que denunciar mis compañeros ante la delegación del gobierno en La Habana. Ni siquiera me permiten hablar con el CICR”.

Durante el período de conversaciones de paz en La Habana, sus compañeros de causa, las FARC – EP, intensificaron gestiones reservadas, con el conocimiento del gobierno colombiano, para lograr la repatriación de Ricardo Palmera – Simón Trinidad. En esa búsqueda también lo nombraron desde el principio como uno de los voceros de la delegación de paz de las FARC – EP en la mesa de conversaciones, esto no se logró; al final del gobierno Obama se aspiraba a que le concediera el indulto, tampoco fue posible; se solicitó el mejoramiento de sus condiciones de reclusión, de acuerdo a lo exigido por los estándares internacionales en cuanto al tratamiento carcelario de las personas privadas de la libertad, es hasta ahora lo poco que se ha conseguido a su favor, unos mínimos cambios en sus condiciones de reclusión. En cambio, el Estado colombiano, principal responsable de que uno de sus connacionales se encuentre condenado injustamente en territorio estadounidense, se ha lavado las manos y no ha hecho el mínimo esfuerzo para buscar la repatriación de Ricardo Palmera – Simón Trinidad.

¿Por qué una Campaña para repatriar y liberar a Ricardo Palmera – Simón Trinidad?

Simón es un trofeo para ese Estado subterráneo de la inteligencia norteamericana y del gobierno colombiano que ha querido doblegarlo y quebrarlo moralmente, para a través suyo darle un escarmiento a la entonces insurgencia de las FARC – EP, pero han fracasado en su intento. Su historia de vida, de compromiso, de lucha y su resistencia tras un largo, tortuoso e injusto encarcelamiento en una cárcel de los Estados Unidos, hacen de Ricardo Palmera – Simón Trinidad un símbolo de dignidad y templanza para los revolucionarios del mundo.

¡No podemos abandonarlo ahora, no podemos permitir que muera en una prisión en los Estados Unidos, no podemos! Es un imperativo moral buscar su repatriación y libertad, porque tomando las palabras de Fidel Castro, “A los compañeros, nunca se los abandona” [16].

Otras experiencias como la de los 5 héroes cubanos, del puertorriqueño Oscar López, de Ángela Davis, de Nelson Mandela, de Mumia Abú-Jamal y más, nos enseñan que la solidaridad y presión política son decisivas y que se pueden obtener resultados positivos. Estamos en deuda con Ricardo Palmera – Simón Trinidad, él también merece una gran campaña nacional e internacional a la altura de su estatura revolucionaria.

Ricardo Palmera – Simón Trinidad requiere que el mayor número de personas y organizaciones, nacionales e internacionales hagamos el esfuerzo, que agotemos todas las estrategias necesarias para ganar una mayor conciencia internacional que respalde su caso y así alcanzar finalmente su repatriación y libertad.

Simón es además, la figura emblemática a través de la cual se han visibilizado y buscado también la repatriación de muchos otros prisioneros políticos, entre ellos Sonia e Iván Vargas y de decenas de presos sociales arrancados del suelo patrio bajo la odiosa y anti-soberana figura de la extradición.

A Ricardo Palmera – Simón Trinidad lo necesitamos en el país, en libertad, aportando con su inteligencia y compromiso a la construcción de un país en paz. De una paz completa.

Ricardo Palmera Pineda – Simón Trinidad, en la grandeza de su ejemplo, de su dignidad y resistencia, ya no es solamente el militante de las FARC, es nuestro Mandela, es el Héroe Nacional de todo un pueblo.
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*Liliany Obando es integrante del Consejo Político Distrital del Partido FARC – Bogotá. Socióloga, defensora de derechos humanos, sobreviviente del genocidio contra la Unión Patriótica y ex prisionera política.  Integrante de la Campaña Simón Libertad, por la Repatriación y Libertad de Simón Trinidad.

 

[1] Véase una primera versión de este documento en: Corporación Equipo Jurídico Pueblos. La extradición en Colombia, instrumento represivo y mecanismo de impunidad. Obando Liliany.  Los dilemas de la extradición en Colombia, pgs. 128-140. Colombia, Primera edición, agosto de 2015. ISBN: 978-958-59108-0-5.

[2] Sebastián Zuleta H. Colombia y la extradición: ¿quo vadis? Fundación Ideas para la Paz. Dossier No. 3/22 de diciembre de 2010. Bogotá, Colombia, p.1.

[3] Íbid.

[4] El tratado de extradición entre Colombia y Estados Unidos formalmente no existe.  Éste fue declarado inconstitucional.  Actualmente las extradiciones se realizan de conformidad con el Código de Procedimiento Penal y las leyes 600 de 2000 y 906 de 2004.

[5] http://www.inspp.org/news/political-prisoners/entrevista-con-mark-burton

[6] Íbid.

[7] Op. Cit. Sebastián Zuleta H.

[8] Wikileaks: http://www.wikileaks.ch/cable/2004/01/04BOGOTA85.html, inicialmente divulgado y traducido al español por el abogado y analista político Juan Carlos Vallejo en: Colombia: destapes del poder oligárquico en las notas de ANNCOL en: http://otramiradadelconflicto.wikispaces.com/file/view/Colombia-+Destape+del+poder+oligárquico-+Juan+carlos+vallejo.pdf. Para un seguimiento bien documentado del caso de Ricardo Palmera – Simón Trinidad, también véase del mismo autor: Apuntes sobre el caso de Simón Trinidad, en: http://guerrillaviaweb.blogspot.com.co/2010/05/apuntes-sobre-el-caso-simon-trinidad.html?m=1

[9] https://es.wikipedia.org/wiki/Northrop_Grumman

[10] http://www.inspp.org/news/political-prisoners/entrevista-con-mark-burton

[11] http://www.inspp.org/news/political-prisoners/entrevista-con-mark-burton

[12] http://www.semana.com/nacion/articulo/simon-trinidad-se-acogeria-a-la-justicia-especial-para-la-paz/544823

[13] http://www.inspp.org/news/political-prisoners/entrevista-con-mark-burton

[14] https://www.youtube.com/watch?v=oe4jdNLLpGU

[15] https://www.youtube.com/watch?v=ZioCjxYZKzQ

[16] Tomado de un artículo del abogado y analista político Juan Carlos Vallejo, ¿Al hombre de hierro lo abandonaron?, febrero 28 de 2017, https://aun-persisten.blog/2017/02/28/al-hombre-de-hierro-lo-abandonaron/

Colombia: 22 millones de personas sin condiciones para asumir la cuarentena

por Jhosy Coronado para Alba Ciudad

Alba 

Entrevista a Mónica Delgado del partido Farc de Colombia

La rápida expansión del Covid – 19 a escala mundial tras su definición y tratamiento como pandemia por la Organización Mundial de la Salud (OMS), ha permitido observar cuáles son las respuestas que dan los gobiernos de distintas naciones, frente a una amenaza común.

Dos lecturas de cómo abordar la situación se han posicionado en el debate entre especialistas y gobernantes, ofreciendo insumos que justifican la toma de decisiones para enfrentar la presencia del Covid – 19 en sus territorios:

Una corriente la representan gobiernos que decidieron aplicar medidas drásticas para reducir al máximo la movilización de la población, implementaron el distanciamiento social junto a jornadas de despistaje masivo cuando apenas se registran los primeros casos de Covid – 19 (1), como es el caso de la República Bolivariana de Venezuela donde su gobierno decretó estado alarma el mismo 13 de marzo, día que se confirman los dos primeros casos (2).

Mientras otra corriente decide no tomar medidas (o retrasarlas lo más posible) que alteren drásticamente las dinámicas económicas y cotidianas de la población, planteando que son más graves las consecuencias por parar la economía que por la aparición del Covid – 19 en sus territorios, caso de Brasil , cuyo presidente Jair Bolsonaro declaró el 2 abril que todos los y las trabajadoras menores de 40 años deberían retornar a sus labores (3), ese mismo día se registraban 8.229 contagios y 343 muertes en Brasil, lo números más altos en toda América Latina (4).

Entre quienes se plantearon renuentes en aplicar las medidas de distanciamiento y cuarentena social, está el gobierno de Colombia dirigido por Iván Duque, quien decretó la cuarentena nacional a partir del 25 de marzo (5), cuando ya se registraban 378 casos de contagio y tres muertes por Covid – 19 en Colombia (6).

A fin de hacer un balance sobre cuáles han sido las repercusiones en los sectores más vulnerables de la población latinoamericana tras la llegada del Covid – 19 y cuál es el panorama y retos del Poder Popular durante y una vez superada esta coyuntura, realicé una serie de entrevista a voceros y voceras de diferentes movimientos sociales del AbyaYala.

En esta primera entrega voy a compartir las reflexiones que nos socializó Mónica Delgado, Consejera Política en Venezuela del partido colombiano Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común (Farc), a continuación, sus valoraciones:

¿Cuáles van a ser los sectores más afectados en Colombia con la llegada de esta pandemia?

M.D.: Hablamos de 3millones de personas desempleadas; 9.538 personas en condición de indigencia sólo en Bogotáy más de 40 mil personas en todo el país, que era lo que calculaba el departamento de estadística para 2016;5 millones de personas en condiciones de trabajo informal (conocidos en otros países como buhoneros o trabajadores de la economía popular); hablamos de que 6 de cada 10 adultos mayores de 60 años en Colombia son responsables por al menos un familiar y ninguno de ellos tiene pensión; hablamos de centenares de desplazados que han engrosado la lista de personas en condición de indigencia ytercerizados que no están viendo renovados sus contratos; mejor dicho, una población de más de 22 millones de personas, va tener que salir a la calle para reproducir su vida, buscar el alimento; no hay confinamiento posible con deudas y sin alimentos. Es decir, que, más o menos medio país, no tiene condiciones para resguardarse que es la medidamás efectiva para hacer frente al coronavirus. Y allí no estamos incluyendo a migrantes venezolanos y venezolanas pobres, a los que prometieron el cielo y la tierra y por los cuales este gobierno ha recibido varios millardos.

Continua Mónica: a eso hay que sumarle: el abandono del campo colombiano, la guerra que no cesa, el asesinato sistemático y permanente de dirigentes y dirigentas sociales que son los que empujan los cambios estructurales que necesita el país; líderesque en estas condiciones de confinamiento se encuentran expuestos en sus casas y siguen siendo asesinados; los bajos salarios de los trabajadores, más las privatizaciones de los servicios básicos que se vienen haciendo desde finales de los años 80.

Realidad con la que contrastan los groseros privilegios económicos a las grandes empresas y el sistema financiero.

¿Cómo evalúa las medidas asumidas por el gobierno de Iván Duque?

M.D.: Hay que decir que la respuesta del gobierno fue tardía; se impuso una cuarentena del 25 de marzo hasta el 13 de abril (ni siquiera un mes) luego, de una fuerte presión de diversos sectores y de algunos análisis que exponían cuál podría ser el panorama en el país sino se imponía una cuarentena. Se presionó de todas las formas para cerrarel aeropuerto El Dorado uno de los de mayor flujo en América Latina, y Duque directamente se negó a hacerlo; afirman que su hermana está relacionada con la empresa Avianca; lo cierto es que aún hoy el aeropuerto no se encuentra clausurado, si bien no ofrece vuelos comerciales.

El 21 de marzo el gobierno emitió un decreto para hacer frente a la situación: el 444 en el que se crea un fondo (El Fome) y se establece de dónde va a salir esa platica y en qué se va a usar. ¿De dónde sale el dinero?: del fondo de ahorro y estabilización (que son las regalías del país) y del fondo nacional de pensiones de las entidades territoriales que son fondos de los municipios y departamentos del país.

En qué se va a usar: Dar recursos a entidades del Estado que lo necesiten para sortear la emergencia; Pagar logística y funcionamiento del mismo fondo; hacer transferencias temporales para apoyar al sector financiero; compra acciones, títulos y bonos emitidos por empresas de interés nacional; financiar empresas de interés nacional; hacer transferencias al gobierno nacional. Los estoy diciendo como está escrito.

Es decir, que el gobierno de Duque deja sin recursos a los territorios para sortear la crisis y de otro lado, crea un decreto cuyo centro de gravedades el apoyo al sistema financiero y grandes empresas, que, dicho sea de paso, no son las que generan empleo en Colombia; según el Dane, el 80% del empleo generado en Colombia es por empresas pequeñas y medianas. Duque le está otorgando beneficios al sector que más utilidades generó en el 2019, el sector financiero que obtuvo ganancias de 10,2 billones de pesos, en tanto el sector salud está en crisis, pues lleva años de desfinanciamiento, pues no sólo no le meten platica, sino que cierran cuanto hospital se les atraviesa en el camino.

El plan del subpresidente puede terminar en una terrible catástrofe. Desde diversas fuerzas se vienen haciendo propuestas, que ellos van a tener que asumir porque con el 444 que busca es salvaguardar el gran capital, el problema real no podrá abordarse. El partido Farc ha diseñado un plan de choque de 9 puntos que apunta a proteger a la gente del común y que aborda desde el fortalecimiento de la infraestructura hospitalaria, un ingreso básico, gratuidad de los servicios incluyendo internet, aplazamiento de créditos, hasta la regulación de precios de alimentos y estímulos a sectores estratégicos (producción, trasportes y comercialización alimentaria); entre otros, los recursos deben salir de la condonación de la deuda externa, de reservas internacionales, gravamen a movimientos financieros y retroceso de la política de exenciones tributarias entre otros.

Luego del diagnóstico de los primeros casos de Covid – 19, se registró una situación en las cárceles de Colombia con un saldo de 23 personas asesinadas. ¿Cuáles fueron los hechos y las motivaciones?

M.D.: El sábado 21 de marzo en las cárceles La Modelo, el Buen Pastor (de mujeres), La Picota, Picaleña, El Pedregal, Cómbita, Jamundí, La Tramacua, entre otras del territorio nacional, tuvo lugar una serie de protestas por un trato digno y la superación de precarias condiciones. Ya en el 1998 la Corte Constitucional había declarado las cárcelesenemergencia sanitaria; esta es la hora que no se ha hecho nada. Esta serie de protestas exigían en lo concreto implementar un plan eficiente de contingencia para enfrentar un eventual brote de coronavirus en los centros penitenciarios, proponían descongestionar los centros penitenciarios mediante la excarcelación intramural, medidas de arrestos domiciliarios, liberación humanitaria de personas privadas de libertad – incluyendo personas mayores de 55 años -, proponían medidas para evitar gran número de personas concentradas en los patios y áreas comunes. Para ese momento ya se habían confirmado 4 casos de coronavirus en las cárceles.

Entre las propuestas estaba también la exigencia de que el personal custodio y administrativo no entra ni saliera del recinto sin las debidasmedidas de prevención, un mínimo protocolo sanitario; dotar a la población carcelaria de tapabocas, jabones, antibacteriales y demás implementos necesarios para garantizar la limpieza en los diferentes espacios.

Se proponía también agilizar las amnistías y libertades condicionales para las personas que firmaron el acuerdo de paz de La Habana – excombatientes de las Farc -, pero ¿Cuál fue la respuesta del Estado? El asesinato de 23 personas bajo la escenificación de un intento de fuga; la ministra de Justicia de Colombia, (Margarita Cabello) dijo que se vieron obligados a reprimir, soslayando que se habían hecho varias solicitudes desdediversas organizaciones, incluyendo el partido Farc, para que se le diera una salida humanitaria al conflicto, y se implementaran medidas adecuadas para sortear la pandemia.

Mientras asesinaban a esas personas fueron trasladados y trasladadas clandestinamente de La Picota y el Buen Pastor, a varios privados y privadas de libertad, entre ellos cuatro militantes del partido Farc, incluyendo a José Ángel Parra, quien tiene una enfermedad que lo hace depender de medicamentos. La familia de estos cuatro compañeros, logró comunicación varios días después y establecieron que los compañeros se encuentran en la cárcel de Picaleña, en el departamento del Tolima, una cárcel donde no tienen luz, no tienen baño, duermen al lado de sus propias heces, no tienen como limpiarlas, sólo de vez en cuando los custodios suben un baldecito de agua para que ellos mismos las quiten, es un lugar muy húmedo y están hacinados.

En este momento en La Picota hay 170 militantes del partido Farc, prisioneros del Estado, ya que son cobijados por la ley de amnistía e indulto que surge del Acuerdo de Paz firmado en La Habana, pero que este gobierno de Iván Duque ha decidido no reconocer, allí siguen, los camaradas recluidos. Nuestro partido está solicitando una audiencia con la directiva del Instituto Nacional Penitenciario de Colombia (Inpec), para solucionar esta situación y lograr mejores condiciones no sólo para los compañeros, sino para evaluar cuáles son las medidas que en esta condición de pandemia se deben tener en el sector carcelario.

¿Cuál es el horizonte del Poder Popular luego de la pandemia?

M.D.: Esperemos que luego de la pandemia el mundo no vuelva a ser el mismo, no sólo por los estragos que va a dejar el sistema sobre los más pobres, sino por lo que va quedando en evidencia frente a las masas populares y empobrecidas; creemos que se puede dar un salto de la conciencia, donde la gente haya confirmado por esta experiencia inédita, para quién gobiernan los ricos y los denominados empresarios; habremos descubierto tras mucho dolor, esperemos que no tanto, el valor de la solidaridad, la importancia de que los derechos humanos no sean convertidos en servicios, el impacto de nuestras acciones en la vida del planeta, la fuerza de la acción en unidad de millones; el sistema económico y social no creemos que sea cambiado por el coronavirus sino por las fuerzas sociales organizadas y que esta situación va a permitir un salto de la conciencia.

Mónica Delgado señala con mucha certeza que esta situación de pandemia mundial ha dejado en evidencia los intereses que defienden quienes presiden los gobiernos alrededor del mundo y esta vez no será fácil disimularlo. En la siguiente publicación estaremos compartiendo el balance que nos entregó la compañera Paola Estrada del capítulo brasileño de Alba Movimientos, sobre la situación en el gigante del Sur y quienes son los y las principales afectadas.

1.- https://www.prensa-latina.cu/index.php?o=rn&id=349472&SEO=venezuela-reporta-los-dos-primeros-casos-de-covid-19

2.- http://vicepresidencia.gob.ve/presidente-nicolas-maduro-decreta-estado-de-alarma-en-el-pais-para-enfrentar-pandemia-de-covid-19/

3.-https://www.dw.com/es/bolsonaro-critica-a-su-ministro-de-salud-y-pide-a-la-poblaci%C3%B3n-romper-cuarentenas/a-53001387

4.- https://www.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6

5.- https://www.latercera.com/mundo/noticia/presidente-de-colombia-decreta-cuarentena-para-todo-el-pais/NLANX6TQ5BFWRGLAFZVJSDKGO4/

6.- https://colombia.as.com/colombia/2020/03/24/tikitakas/1585048890_033664.html

Mark Burton: «È ancora possibile che Simón Trinidad torni nel suo Paese»

Risultato immagini per simon trinidaddi Danna Urdaneta* 

Dopo aver appreso, questo 27 dicembre, della morte di Alix Pineda, madre di Ricardo Palmera (Simón Trinidad), pubblichiamo questa intervista a Mark Burton, avvocato del ribelle appartenente alla ex insorgenza delle forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), realizzata alla fine del 2019. Trinidad è stato estradato in Colorado, USA, ed è vittima di una montatura giudiziaria inscenata con falsi testimoni e prove contraffatte.

Mark Burton è un difensore dei diritti umani negli Stati Uniti. Attualmente è membro della direzione nazionale del Consiglio di pace del suo Paese ed è il rappresentante legale di Simón Trinidad, un combattente dell’ex insurrezione delle FARC, estradato illegalmente in seguito a un montatura giudiziaria. Burton ha seguito il processo di pace all’Avana – Cuba – e al momento si occupa della lotta del popolo venezuelano contro il blocco economico e contro l’ingerenza degli Stati Uniti.

Chi è Simón Trinidad?

È una domanda un po’ complessa, Simón è molte cose. La prima è che proviene dalla società colombiana abbastanza privilegiata, quindi è una persona che ha vissuto bene la prima parte della sua vita. Eppure ha sempre avuto nel cuore gli interessi dei più poveri: i contadini, gli operai. È stato un combattente, ma un combattente d’eccellenza. Una persona completamente impegnata nella sua lotta, con idee molto salde e complesse. È stato anche una persona di buona volontà, una brava persona. È un mio cliente, ma lo considero anche un mio amico.

C’è chi rende omaggio a Simon Trinidad. Jorge Enrique Botero, uno dei fondatori del teleSUR, ha scritto una biografia del suo assistito: “Simón Trinidad. L’uomo di ferro”. Perché persone provenienti da diversi settori della società colombiana vogliono dare visibilità a Simón?

Botero è un grande giornalista colombiano, un cronista della guerra civile, della lotta armata e di tutto il resto.  Ha realizzato molti documentari e articoli sulla lotta armata in Colombia. Ma Botero ha sempre avuto a cuore Simón Trinidad, infatti ha scritto la biografia di Simón, conosce tutta la sua famiglia, ha studiato tutto della sua vita, e continua ad essere un estimatore di Simón Trinidad, preoccupato per le sue condizioni di reclusione e per la sua libertà. Davvero, questo non deve sorprendere.  La verità è che molte persone ammirano Simón Trinidad. Conoscerlo significa ammirarlo, perché è un uomo intelligente, umano, e allo stesso tempo molto fermo nelle sue idee politiche e sociali. Non si trovano molte persone così nella vita. È uno che la peggiore prigione degli Stati Uniti non è riuscito a farlo crollare. È una persona che solo per la sua fermezza, per le sue idee, per il suo carattere, merita ammirazione.

La montatura contro Trinidad

Nel suo primo viaggio in Venezuela, si è commosso quando ha parlato delle condizioni di prigionia di Simón Trinidad, della sua vita e delle sue lotte. Ricordo che qualcuno intervenne e disse: “se piange è perché Simón è una brava persona”. Perché un gringo difende, si dedica alla difesa di un colombiano?

Ebbene, questa tristezza, le lacrime e tutto il resto, sono cose complicate. Sono lacrime di tristezza, perché è rinchiuso lì in prigione, da solo, nel bel mezzo degli Stati Uniti, lontanissimo dal suo paese, dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua vita. Ma sono anche lacrime di frustrazione, perché è una persona così capace, con tanta cultura e saggezza. È molto frustrante che si trovi in una prigione per motivi politici. Sono anche lacrime di rabbia! Perché quello che gli è capitato è stato così ingiusto, così orribile, che mi suscitano frustrazione, tristezza e rabbia, tutto mischiato.

Il 3 maggio 2019 ha parlato di Simón Trinidad a Dossier, con Walter Martinez. Ha messo in evidenza la montatura che Alvaro Uribe e compagnia hanno architettato contro Simon, ed ha affermato di essere in possesso di documenti che provano la falsificazione. Può dirci come è iniziato tutto questo?

Simón è stato vittima di molteplici montature sia in Colombia che negli Stati Uniti. In Colombia, quando Simón è entrato nelle FARC nel 1987, era conosciuto come un professore, un intellettuale, non un comandante di alto livello. Tutti i documenti che ho dei servizi segreti militari e della polizia colombiana dicono che era un intellettuale. Ma, alla fine del 1998, durante i dialoghi a Caguán, è stato un interlocutore della guerriglia, per la sua intelligenza, per la sua preparazione e per i suoi studi.

Cominciò ad assumere un ruolo pubblico, più visibile rispetto a prima. Egli stesso ha dialogato con il governo, con diplomatici di altri Paesi e con i media. e’ così che la sua figura è diventata più conosciuta. Dopo il fallimento del processo di pace di Caguán nel 2002, si cominciò una guerra sporca per bruciare le campagne. Il governo di Uribe [2002-2010] pensava che per eliminare le FARC sarebbe bastato annientare le comunità che sostenevano le FARC: i contadini, il popolo. Così ci fu una guerra finanziata da [Bill] Clinton e [George] Bush per fare guerra alla popolazione, una guerra alla popolazione delle aree rurali della Colombia.

Questa guerra comprendeva una caccia alle streghe contro guerriglieri e contro Simon per punirlo per il ruolo ricoperto nei colloqui e, per aver dato alle FARC un’immagine positiva. L’establishment ha cominciato a dire che Simon era un importante comandante delle FARC, componente dello Stato Maggiore, in modo da poterlo accusare, come autore intellettuale, di crimini di guerra. Ma è tutta una menzogna, Uribe e i suoi servizi di intelligence hanno detto che era il numero 26 dello Stato Maggiore, quando  lo stesso Stato Maggiore conta solamente 25 membri.

Lui stesso ha portato avanti queste cause, e ne ha vinte diverse. I tribunali hanno capito che non era un comandante di alto grado. Poi è stato catturato a Quito il 1° gennaio 2004. Grazie a Wikileaks sappiamo che già il 4 gennaio fu inviato un messaggio a Washington dall’ambasciatore statunitense in Colombia che diceva che Uribe avrebbe voluto spedire Simón negli Stati Uniti, ma non c’era nessuna indagine o procedimento a suo carico.

Per questo motivo Uribe ha iniziato a costruire la montatura dicendo che mentre Simon era a El Caguan, complottava per mandare cocaina negli Stati Uniti. Poi hanno voluto coinvolgerlo nel caso degli appaltatori statunitensi che erano prigionieri di guerra dell’insurrezione. Ma nemmeno con questo aveva a che fare.

Dialoghi di pace, stigmatizzazioni e solidarietà bolivariana

Arrivarono i colloqui di pace all’Avana e non fu possibile portare Simón al tavolo dei negoziati. Con l’attuale escalation del conflitto, come si potrà rimpatriare Simón Trinidad?

È sempre stato il desiderio di molte persone che Simón fosse presente ai negoziati di pace dell’Avana con il governo colombiano. Questo non è stato possibile. Ora ci sono anche molte persone che vogliono vedere Simón in Colombia. Allo stato attuale è un po’ più complicato ottenere il rimpatrio perché il processo di pace vive gravi difficoltà. C’è una sezione delle ex FARC che ha ripreso le armi e pensa che non valga la pena di continuare questo processo di pace perché non ci sono le dovute garanzie. Altri dicono che ci sono, che vale la pena, che è possibile combattere legalmente.

Ma per Simón è ancora possibile tornare al suo paese. Ascolta, cosa penseranno i colombiani se Simón Trinidad dovesse tornare? Avrebbero più fiducia nel processo di pace. Ci sono diversi modi per farlo: esiste un accordo internazionale tra la Colombia e Stati Uniti, si potrebbe fare leva su questo e inoltre i due Paesi hanno buone relazioni. un’altra soluzione è che la Colombia può estradare Simón per i casi che sono stati aperti qui in Colombia

Quando ero lì è apparso evidente che la Colombia vuole far sentire la sua voce sul processo di reinserimento. Ho parlato con la Commissione Verità e vogliono parlare con Simón. Credono che Simón sia una persona molto importante, che possa dare molto popolo colombiano per la sua storia e il futuro della Colombia. Ho incontrato anche Patricia Linares, presidente della commissione speciale per la Pace – JEP – e anche questa vuole che Simon sia presente per partecipare al processo.

Devo ammettere che ho molto che le autorità statunitensi lasceranno partecipare Simón. Poi ci toccherà lottare qui. Ho chiesto una visita per Simón a un avvocato colombiano, Diego Martínez, e la prigione lo ha negato, ma non è stato sufficiente; le autorità dell’immigrazione non l’hanno nemmeno fatto entrare. Per questo cerchiamo la massima unità possibile per la campagna per la liberazione di Simón, con tutte le forze che possono essere riunite. Cerchiamo l’unità anche per tutti i prigionieri politici colombiani. Ecco perché abbiamo bisogno dell’unità di tutte le forze bolivariane per fornire solidarietà.

Ci sono persone che non manifestano solidarietà con Simón Trinidad per il timore che genera il fatto di associare la guerriglia colombiana con il terrorismo e il narcotraffico. Si potrebbe pensare che solidarietà a Simón implichi sostenere la lotta armata o le nuove Farc (la seconda Marquetalia). Se qualcuno non è d’accordo con la lotta armata o col narcotraffico come potrà mai manifestare solidarietà con Simón Trinidad?

Ecco, ci sono persone che credono che Simón sia un simbolo della lotta armata. Ma sono una minoranza. Trovi persone che pensano a Simón in altre modi. Prima come guerrigliero delle Farc. Col tempo e grazie alle informazioni trapelate dal processo di pace dell’Avana, e anche perché la propaganda di Uribe è meno efficace di quanto non lo fosse un tempo, ora è visto come il simbolo di qualche altra cosa: una Colombia di pace, una Colombia con più giustizia sociale.

Ci sono moltissime persone che ricordano Simón cos’era in passato: professore universitario, laureato in economia all’Università Popolare di Cesar, esperto di problemi agrari ed altre cose. Lo ricordano come un uomo che fin da giovane era a favore della pace. Come quando lottava nel partito fondato assieme a Imelda Daza, Causa Comuna, poi nell’Unione Patriottica.

Non tutti vedono in Simón il simbolo della lotta armata della guerra civile, è un simbolo che va molto più in là. Le persone di sinistra lo apprezzano tanto, ma anche altra gente lo apprezza come un simbolo di pace, giustizia sociale e pieno di amore per il proprio paese.

La cantante venezuelana Chiche Manaure è l’autrice della canzone Simón Trinidad [Clicca qui per ascoltare la canzone]. Come si spiega che una venezuelana abbia voluto omaggiarlo?

Nel testo di questa canzone la paragona alle montagne della Colombia come qualcosa di forte, immenso e bello. È un immagine molto grande, ma poi dice che l’impero, come gli Stati Uniti, lo imprigiona e distrugge i sogni del popolo latinoamericano. È molto poetico, e l’immagine è che l’impero abbia rubato – per ora, in ogni caso – qualcosa di forte, importante, bello, come le montagne colombiane. E ha anche rubato qualcosa a tutti i latinoamericani.

Per me non è una sorpresa che una cantante venezuelana elogi Simón Trinidad perché è una figura e un personaggio colombiano, ma al di là di questo è un esempio per tutta l’America Latina. Nella sua vita precedente, Simón ha avuto una vita comoda, ma ha lasciato tutto per la lotta, per la giustizia sociale e per la sovranità del suo Paese. Ha condotto la sua lotta in modo totalmente disinteressato. Nonostante tutta la repressione, la prigionia, continua con le sue idee di un’America Latina sovrana come la propone Bolívar come società giusta.

Ecco perché una cantante venezuelana come Chiche Manaure, ma anche poeti come Marcos Ana, il più antico prigioniero politico del regime di Franco, parlano di questo patriota latinoamericano, perché è una figura che si può dire eroica, è un esempio di combattente disinteressato a favore della sovranità della regione.
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* Collaboratrice di Colombia Informa del Comitato di Solidarietà Internazionale (COSI), Venezuela

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Encuentro Mundial Contra el Imperialismo: Resolución Especial Sobre Colombia

por Encuentro Mundial Contra el Imperialismo

El “Encuentro Mundial Contra el Imperialismo”, reunido en la Ciudad de Caracas, República Bolivariana de Venezuela, entre los días 22 y 24 de enero de 2020, aprueba la siguiente Resolución Especial Sobre Colombia, con bases en las siguientes consideraciones: La paz de Colombia continúa siendo una utopía para todos los Pueblos de Nuestra América. Más de dos siglos de guerra continuada han convertido a Colombia en un país donde los DD.HH., los acuerdos de la Convención de Ginebra y hasta el derecho internacional público, son constantemente violados por la oligarquía más violenta de la región que ha convertido a Colombia en el primer socio global de la OTAN en la región latinoamericana y caribeña, el principal productor de cocaína del mundo, la zona de reclutamiento predilecta de mercenarios para las corporaciones privadas que contribuyen
a la desestabilización del medio oriente y en el escenario de un genocidio contra líderes y lideresas sociales que implica un etnocidio contra las comunidades indígenas y afros, y el asesinato de quienes en general, defienden el derecho a la vida y el territorio.

Como si esto fuera poco, el actual gobierno uribista ha convertido al país en la punta de lanza de una guerra de aproximación indirecta contra la Revolución Bolivariana dirigida por los EE.UU. y procura implicar a ambas naciones bolivarianas en una guerra fratricida que podría ser la primera guerra del siglo XXI en esta región que hace casi seis años se declaró zona de Paz.

Por todo esto nosotros y nosotras participantes de este Encuentro Mundial contra el imperialismo, por la vida, la soberanía y la paz, queremos exigir al estado colombiano que ponga freno de una vez por todas al genocidio de líderes y lideresas sociales, defensores y defensoras de derechos humanos y ex combatientes de las FARC. Que cese de entregar la soberanía colombiana en la más indignante subordinación a los intereses imperialistas.

Reiteramos que no hay paz posible, sin soberanía, sin respeto de los derechos humanos ni sin justicia social, por eso manifestamos nuestro apoyo a quienes desde los campos, los barrios y las cárceles resisten y que en las recientes jornadas del gran paro nacional han expresado el dolor, la rabia y también el amor contenido en las gargantas de ese pueblo bolivariano que no quiere una guerra con Venezuela, que no quiere continuar desenterrando fosas comunes ni contando día a día los asesinatos sino que exige una salida política negociada al conflicto social y armado que vive hace más de cinco décadas. En este sentido es fundamental el cumplimiento de los acuerdos firmados en la Habana con las FARC-EP y la retoma de diálogos con el ELN, pero sobretodo que el
asesinato selectivo, la represión y la judicialización dejen de ser la única respuesta que el pueblo organizado recibe ante sus justos reclamos.

En este sentido, los asistentes a este “Encuentro Mundial Contra el Imperialismo”, EXIGIMOS al gobierno colombiano que deje de subordinar el Estado a los intereses estadounidenses y se aboque a la construcción de la Paz con Justicia Social, recuperando su soberanía y fortaleciendo la unidad de Nuestra América a la luz de los sueños que unieron a Bolívar y Nariño.

Dado en Caracas, Venezuela a los 24 días del mes de enero de 2020.

Comandante Alfonso Cano: toda una vida de combate

por Coordinadora Símon Bolívar – Caracas 

Guillermo León Sáenz Vargas, alias «Alfonso Cano» (n. Bogotá, 22 de julio de 1948 – † Suárez (Cauca), 4 de noviembre de 2011) fue un guerrillero colombiano, Comandante del Bloque Central, Comandante en Jefe y miembro del Secretariado de las FARC. Cano también estuvo al frente del Movimiento Bolivariano por la Nueva Colombia, proyecto de las FARC lanzado el 29 de abril de 2000 y del Partido Comunista Clandestino Colombiano o PC3.

Alfonso Cano fue considerado como el intelectual más destacado de este grupo armado, desempeñándose como el principal ideólogo político tras la muerte de Jacobo Arenas en 1990. Fue abatido por las Fuerzas Militares de Colombia el día 4 de noviembre de 2011, durante un cerco militar.

En las propias palabras de Cano podemos entender un poco más su legado revolucionario y de resistencia antiimperialista:

Los objetivos de las FARC “son la convivencia democrática con justicia social y ejercicio pleno de la soberanía nacional, como resultado de un proceso de participación ciudadana masivo que encause a Colombia hacia el socialismo”.

“Las FARC nacimos resistiendo a la violencia oligárquica que utiliza sistemáticamente el crimen político para liquidar a la oposición democrática y revolucionaria; también como respuesta campesina y popular a la agresión latifundista y terrateniente que inundó de sangre los campos colombianos usurpando tierras de campesinos y colonos, y nacimos también, como actitud digna y beligerante de rechazo a la injerencia del Gobierno de EEUU en la confrontación militar y en la política interna de nuestra patria, tres razones…que, a pesar del contexto internacional… persisten y se agravan en la actualidad”.

“…se está a la izquierda si se prioriza lo social, la democracia popular y los cambios revolucionarios, en oposición a quienes privilegian la ganancia económica, el hegemonismo burgués y la defensa del statu quo. No se trata solo de estar al lado izquierdo de la derecha, sino de defender integralmente intereses de clase, populares. Integralmente”.

“En Colombia a la oposición democrática y revolucionaria, la asesina la oligarquía… A todo líder, a cualquier organización no oligárquica que amenace los poderes establecidos, lo asesinan o la masacran como parte de una estrategia oficial de Seguridad Nacional… desde septiembre de 1828 cuando las facciones progringas colombianas de entonces atentaron contra el Libertador Simón Bolívar, hasta estos años, pasando por el asesinato del Gran Mariscal de Ayacucho, Antonio José de Sucre, del líder liberal Rafael Uribe Uribe, de Jorge Eliécer Gaitán, de Jaime Pardo Leal, de Luis Carlos Galán, de Bernardo Jaramillo Ossa, de Manuel Cepeda Vargas y de centenares de líderes más…”.

“El paramilitarismo es una estrategia del estado, apoyado por la CIA, el MI5 y el MI6 ingleses, el MOSSAD israelí y otros gobiernos proimperialistas, para asesinar sistemáticamente opositores…” además “La oligarquía colombiana… en las décadas del 70, articuló con el naciente narcotráfico dando origen al narcoparamilitarismo…”.

“La lucha nuestra desde Marquetalia es por la democracia, por la posibilidad cierta de desarrollar una acción de masas, abierta, por los cambios revolucionarios y el socialismo”… “Y esta opción, es la que ha saboteado a tiros la oligarquía colombiana. Asesinaron a Jorge Eliécer Gaitán, legislaron con el anticomunismo como soporte durante la dictadura militar, crearon el Frente Nacional bipartidista para excluir y perseguir a los revolucionarios, y aprobaron un a Constitución en 1991, con elementos positivos en su diseño y textos, que dejó intacta la concepción de Seguridad Nacional del enemigo interno que campea desde hace un poco más 47 años en nuestro país”.

“Con el exterminio de la Unión Patriótica”… la burguesía y el gobierno colombiano “Prefirió el asesinato de cerca de 5000 dirigentes democráticos y revolucionarios… que abrir espacios a todas las vertientes de la izquierda…”.

“El asesinato sistemático de civiles en estado de indefensión por parte de militares y policías, y su posterior presentación como “guerrilleros dados de baja en combate”, es una práctica institucional en Colombia, desde el año 1948”… “que también concibe y ejecuta el asesinato selectivo de líderes políticos de la oposición, de dirigentes sindicales comprometidos con los trabajadores, la desaparición de activistas revolucionarios, las torturas, el terror y las masacres que intimiden y generen miedo, parálisis, pánico y desplazamiento”.

“…las nuevas generaciones de colombianos, en un futuro cercano, rendirán honores y harán reconocimiento a los mártires de la Unión Patriótica que “a pecho descubierto” lucharon por un mejor país para sus hijos, por la democracia y la convivencia, con una generosidad, un desprendimiento y una valentía ejemplares”.

“En las FARC pensamos que a pesar de esa histórica agresión antipopular que caracteriza el devenir nacional… hemos luchado, una y otra vez, por encontrar con los distintos gobiernos, la salida política al conflicto colombiano. NO se ha logrado porque la oligarquía piensa en rendiciones y nosotros en cambios de fondo, democráticos, a la vida institucional y a las reglas de convivencia…”.

“No tenemos ninguna dubitación, ninguna duda sobre nuestra obligación de luchar permanentemente y sin desmayo, con convicción y optimismo, por acercarnos con certeza a la solución política, incruenta, del conflicto Como revolucionarios que lo hemos entregado todo por nuestros ideales y el bienestar del pueblo, persistimos en la solución política del conflicto”.

“Desmovilizarse es sinónimo de inercia, es entrega cobarde, es rendición y traición a la causa popular y al ideario revolucionario que cultivamos y luchamos por las transformaciones sociales, es una indignidad que lleva implícito un mensaje de desesperanza al pueblo que confía en nuestro compromiso y propuesta Bolivariana”.

(VIDEO) FARC-EP relanzan el Movimiento Bolivariano por la Nueva Colombia

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El Movimiento Bolivariano por la Nueva Colombia (MBNC) fue anunciado su lanzamiento el 29 de abril de 2000, por las FARC como parte de su brazo político. A la reunión ocurrida dentro de la zona de distensión, en San Vicente del Caguán, asistieron todos los miembros del Secretariado de las Farc, incluyendo a Manuel Marulanda y Alfonso Cano, que fue elegido su Director Nacional. También asistieron algunos miembros del Estado Mayor de las Farc. Se remonta a finales de 1997, cuando las FARC‐EP dieron a conocer internamente lo que denominaron Manifiesto Bolivariano. Posteriormente se determinó que este movimiento fuese dirigido por el Partido Comunista Clandestino. Carecía de estatutos y sus miembros se denominaban ‘asociados’.​ Se constituyó como un proyecto político de masas y de cuadros, sobre la base de la experiencia de la Unión Patriótica (Colombia),​ que ya sea por medio de acciones militares, de enfrentamiento con encapuchados y apoyo y participación activa en todas las acciones de manifestaciones, protestas o paros contra el gobierno. En marzo de 2000 se dio a conocer un documento con el nombre de Carta de reunión, ʺEl pueblo no puede seguir dispersoʺ, en el que de manera breve se caracterizó la naturaleza del movimiento y se definieron sus propósitos.

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“No hay mejor medio de alcanzar la libertad,
que luchar por ella”. 

Simón Bolívar

Compatriotas:

Colombia está gravemente enferma porque los gobernantes liberales y conservadores han utilizado sus cargos para favorecer a los ricos y para su propio beneficio personal; porque sus gobiernos solo han servido para defender la insaciable voracidad de los dueños del gran capital, de los latifundistas y de los diferentes carteles del narcotráfico; y porque han entregado nuestra soberanía a los Estados Unidos de Norteamérica, en contravía de las más patrióticas tradiciones, de la economía y de la dignidad de todo el país. 

Para mantenerse en el poder han acudido a una guerra sin reglas. Desde los tiempos de los atentados al Libertador Simón Bolívar y al Mariscal Antonio José de Sucre pasan-do por los magnicidios de Jorge Eliécer Gaitán y Jaime Pardo Leal, los jefes liberales y conservadores han utilizado el crimen y la violencia, como herramienta principal del Estado para imponer su ley, llevando el terror y la intimidación a un pueblo anhelante de tolerancia democrática, justicia y bienestar. 

Para liquidar toda manifestación de protesta e inconformidad, incorporaron la Doctrina de Seguridad Nacional como concepción de Estado, declarando enemigo interno a todos quienes no se resignaron a su política de hambre y exclusión. 

Pregonan la defensa de los Derechos Humanos, mientras estimulan la pena de muerte que las Fuerzas Armadas practican sin freno desde siempre, hacen alarde de las “libertades ciudadanas” pero conforman grupos de sicarios paramilitares, rasgan sus vestiduras contra el crimen al mismo tiempo que organismos de Seguridad del Estado incrementan la desaparición de sus opositores, ratifican una y otra vez el fuero militar verdadero ariete de la impunidad mientras se lamentan de la ineficacia de su justicia, dicen abogar por mantener la población civil alejada de la confrontación armada pero intensifican su tarea de “quitarle el agua al pez” que significa asesinar los civiles no afectos al gobierno y aprueban la abolición del delito político para condenar por terroristas a quienes luchan contra el establecimiento. 

Han transformado a los integrantes de las Fuerzas Armadas y de la Policía en mercenarios a sueldo, convirtiéndolos en el terror de sus propios hermanos y en indiscutible causa de los funestos odios que desgarran al país. 

Todo ello para mantener a los trabajadores en miserables niveles de vida, regateándoles ínfimos aumentos salaria-les, elevando los índices de desempleo, rebajando las condiciones de existencia de las mayorías nacionales, arrebatando la tierra a los campesinos y negándole las más mínimas aspiraciones al pueblo. 

¡LA CLASE POLÍTICA MIENTE!

Los jefes liberales y conservadores le mienten al país en campañas electorales y en el ejercicio del poder haciendo de la política el juego del engaño, de la gobernabilidad palanca de corrupción y de la justicia social una obra de caridad para la publicidad y los discursos oficiales. 

Su manejo monopólico de los grandes medios, les ha permitido manipular la información, erigirse en voceros de la llamada “opinión pública”, calumniar a sus opositores, mantener desinformados a pobres y explotados sobre la verdadera situación existente marginándolos así de la real solución de los problemas que caracterizan nuestro de-venir político y social. 

Los repulsivos olores que aún emanan del publicitado PROCESO 8.000 -verdadero tejido de las relaciones políticas del poder- son tan solo otra manifestación más de las costumbres políticas que los jefes liberales y conservadores le han impuesto al país. Así ha sido siempre, es su manejo normal y su forma de gobernar, tan solo que en esta ocasión una pelea de comadres, la avaricia del imperialismo gringo porque los dólares del narcotráfico regresen a su corral y el interés electorero de los partidos políticos yanquis, destaparon buena parte de esa olla podrida que es “la clase dirigente de nuestro país”. 

Todos sus componentes del poder ejecutivo, directivas de partidos políticos, comisiones éticas, parlamento, jueces, notarios, procurador, contralor, gobernadores, alcaldes, generales, coroneles, servicios de inteligencia, banqueros, periódicos, magistrados del Consejo Nacional Electoral e integrantes del notablato nacional quedaron desnudos ante la opinión del país. 

Se sabe que la inmoralidad ha sido su norma, el cinismo su ética y el bolsillo propio su objetivo fundamental. El saqueo de la Caja Agraria, el robo a través de DRAGACOL y de FONCOLPUERTOS desenmascaran la gestión de la clase política al frente de la administración pública. 

Continúan regalando a las transnacionales el patrimonio colectivo de todos los colombianos, privatizando las empresas que les fueron entregadas para su administración y que terminaron vendiendo en un mercado saturado de sobornos y de inmoralidad. 

Han tenido la desvergüenza de convivir y enriquecerse del narcotráfico durante largos años estimulando la invasión de los narcodineros en todos los resquicios de la sociedad colombiana, aunque, ante tamañas evidencias, inventen distancias con él, señalando a otros como responsables de tan impúdica corrupción. 

VALORES PATRIOS: INSEPULTOS

Con su política Neo Liberal del sálvese quien pueda, no solo incrementaron la explotación sobre los trabajadores del campo y la ciudad y sobre los sectores medios de la población, sino que también fracturaron los valores más importantes y caros de los colombianos: nuestro sentimiento de nación independiente, la honestidad, la solidaridad, la dignidad, la vida, la sensibilidad social, el respeto por sus semejantes, la unidad familiar, el orgullo por las tradiciones populares y el valor por la palabra empeñada. 

Su promesa de redistribución del ingreso ha tomado forma única en el soborno y la mordida. 

Pretenden resumir todos nuestros valores en su sublime principio: todo hombre tiene su precio convirtiendo al sapo en insignia nacional, otorgando empleos, contratos y dineros a cambio de votos, entregando recursos oficiales a los necesitados pero aplastando sus principios, transformando al dólar en el supremo dios de los colombianos ante el cual todos debemos someter nuestra moral, ilusiones y conducta. 

Hicieron de la indignante y desvergonzada entrega de nuestra soberanía nacional y del arrodillamiento frente a los Estados Unidos, la forma natural de existencia del país. 

Colombia necesita volver a levantar con fuerza las bande-ras de su soberanía y defensa de su territorio. Nuestro derecho a ser respetados como nación independiente, a exigir absoluta libertad en la solución de nuestras diferencias internas, a desarrollar estrategias tecnológicas que nos liberen de la dependencia, a independizar nuestro comercio internacional, a reivindicar nuestros valores culturales e idiosincrasia y al pleno respeto de nuestros recursos naturales. 

Avanzar en la lucha por la unidad de los pueblos latinoamericanos, en el espíritu bolivariano, contra sus enemigos comunes. 

Debemos asimilar los avances tecnológicos de la sociedad moderna para asegurar el desarrollo nacional, pero sobre políticas muy definidas que impidan los atropellos y garanticen un futuro de prosperidad cierto, pero nuestro. 

Utilizar las nuevas e ingentes riquezas petroleras no en la guerra ni en los odios, si no en el campo, en la industria, en la educación como deber del Estado, en políticas de vivienda, de salud y equilibrio ecológico que beneficien al pueblo.

En agua potable para todos. En el progreso de las comunidades indígenas con respeto de su autonomía, en la integración de las comunidades negras hoy sumidas en la desesperanza. En el deporte, para que masivamente la juventud sea apoyada y estimulada en su desarrollo físico y mental como compromiso de gobierno. En la investigación científica que nos contribuya al progreso y a la independencia. 

UN RÉGIMEN POLÍTICO PARA LA CONVIVENCIA DEMOCRÁTICA

Debemos construir un nuevo Régimen, sostenido en la tolerancia y el respeto por la opinión ajena, que garantice la verdadera redistribución del ingreso, la ética en el manejo de la cosa pública, la soberanía nacional, la justicia social y la solución pacífica de las diferencias. 

Desterrar del ejercicio de gobierno a todos aquellos comprometidos en tanto terror y tan grandes injusticias. Cómo pensar que los Gavirias, los López Michelsen, los Samper, los Pastranas, los Santos, los Bedoyas Pizarros, los Serrano Cadena, los Víctor Carranza, los Sabas Pretel, los Santodomingos, los Ardilas Lules, los Sarmiento Angulos y tantos otros ricos, con tan abulta-das cuentas en los bancos nacionales y extranjeros, con tan millonarios ingresos mensuales, van a defender los intereses de las mayorías empobrecidas del país?  No, no lo hacen, simplemente porque no lo necesitan. Ellos defienden sus intereses y los de sus amigos ricos. 

¡EL PUEBLO NO PUEDE CONTINUAR DISPERSO!

A todo esto hay que colocarle un punto final. Estamos in-vitando al país que anhela una sociedad deliberante pero respetuosa del criterio ajeno, en progreso pero justa y amable, a que construyamos un nuevo movimiento político comprometido con los intereses mayoritarios de los colombianos, extraño a la intolerancia y al engaño, para llamar a cuentas a tanto sinvergüenza, a tanto ladrón, a tanto vendepatria e instaurar un gobierno de dignidad que reconstruya democráticamente la nación. 

Y porque aquí en Colombia, entre todos los gobiernos acabaron la oposición legal a los tiros con la guerra sucia, las desapariciones y el terror, el nuevo movimiento debe ser estructurado para trabajar en la clandestinidad. Que lleve aliento, organización y razonamientos a los diferentes sectores que forman nuestra nacionalidad y que proteja con el secreto de su pertenencia a todos quienes lo integren, hasta cuando seamos millones y podamos con la fuerza de la razón y de la lucha desterrar para siempre el terror del Estado, la corrupción y la injusticia. 

¡ENTRE TODOS DEBEMOS HACER ALGO POR TODOS!

Porque en Colombia las mayorías aún nos indignamos ante las injusticias y tenemos la decisión de no permanecer indiferentes, invitamos a los inconformes; a los trabaja-dores que forjan el progreso económico y social, víctimas de los bajos salarios, los atropellos y la explotación; a los campesinos, eternos olvidados con cuya sangre se han re-gado todos los surcos y bosques de nuestra nación; a los desempleados y a los trabajadores de la llamada economía informal; a los estudiantes; a los nuevos profesionales y técnicos que ingresan en el incierto mercado del trabajo; a las mujeres, verdadero ejemplo y aliento en la lucha de los pueblos por la convivencia y la igualdad; a los intelectuales y artistas pues su creatividad y altiva presencia debe volver a ser luz en las jornadas populares; a los periodistas independientes; a los militares patriotas cansados de ser verdugos de sus propios hermanos; a los desplazados por la violencia latifundista, militar y para-militar que llenan los tugurios de las ciudades o andan errantes; a los habitantes de los barrios marginales y de las comunas; a los sacerdotes sensibles ante la cruel arrogancia de los poderosos; a los creyentes de todas las religiones porque la libertad de cultos es premisa del respeto por el prójimo; a los indígenas de todas las comunidades pues solo un gobierno de mayorías será garante de sus culturas, de sus milenarias tierras y de su organización; a los negros para alcanzar plenos e iguales derechos; a los luchadores por el respeto a los Derechos Humanos, defensores de Presos Políticos y familiares de desaparecidos; e invitamos especialmente a la juventud, convocamos su histórica rebeldía contra la injusticia, su generosidad con los débiles, su irreverencia creadora porque solo con audacia e imaginación colectiva seremos capaces de abrir los nuevos caminos de la Patria Amable en la que queremos vivir y dejar como herencia a nuestros hijos. 

A todos los invitamos a organizar esta nueva herramienta de lucha que llamaremos MOVIMIENTO BOLIVARIANO POR LA NUEVA COLOMBIA para cimentar futuro sobre nuestros históricos valores patrios, para juntar esfuerzos y esperanzas y concluir lo que el Libertador Simón Bolívar empezó y está por terminar: la integración latinoamericana, la independencia nacional y la justicia social. 

Las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejército del Pueblo colocan al servicio de esta tarea sus armas y combatientes, su influencia, su esfuerzo, experiencia y compromiso irreductible con las luchas populares, para crear una opción política distinta a los partidos tradicionales, capaz de contribuir con eficacia en la conducción del país hacia destinos de igualdad y de soberanía nacional! 

¡VIVA LA NUEVA COLOMBIA!
PLENO DEL ESTADO MAYOR CENTRAL DE LAS FARC-EP
“Con Bolívar, por la paz y la soberanía nacional”
Montañas de Colombia, Marzo 25 del año 2000

(VIDEO) Las FARC-EP relanzan el Partido Comunista Colombiano Clandestino

 

El remake de la película FARC-Venezuela

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No voy a opinar sobre la decisión de un sector de las FARC de retomar el camino de la lucha armada. Hay otro sector, encabezado por Rodrigo Londoño, alias Timochenko, que se pronuncia por mantenerse en el camino que se abrió con las conversaciones de paz. Cada uno de estos sectores ha esbozado razones respetables y no soy quien para convertirme en juez, no me gusta fungir de sabihondo. Me interesa por ahora cómo el hecho afecta a Venezuela.

El retorno del sector de las FARC comandado por Iván Márquez y Jesús Santrich al uso de las armas ha revivido la matriz, debilitada un tanto después de los acuerdos de La Habana, de Venezuela como una especie de Santuario de los grupos insurrectos de Colombia, señaladamente de las FARC y el ELN. Esto no puede sorprender a nadie, pues es el remake de una película conocida, solo que como todo remake, presenta particularidades en la nueva versión. Primero que nada, se da en medio de una agresión imperialista aguda y brutal contra Venezuela, como nunca antes se había visto durante la Revolución Bolivariana, ni siquiera en aquellos duros días del golpe de Estado de 2002 y del posterior y casi inmediato sabotaje petrolero a gran escala. Ello por su carácter extensivo, pues reúne en grado sumo casi todas las modalidades de agresión posibles: económica, política, social, mediática, diplomática. Solo ha faltado la agresión militar abierta, aunque se ha manifestado también en amenazas de diversa laya. En segundo lugar, ocurre en el contexto de una situación de marcado reflujo político y de masas de la oposición venezolana, cosa que no ocurría en los hechos de 2002, cuando la presencia política y la capacidad de movilización opositoras estaban en un punto alto. Este último es un factor de vital importancia en la nueva versión de la película que presenta a Venezuela como causa y amparo de los grupos armados de la izquierda colombiana.

La oposición venezolana ha sufrido en lo que va de 2019 varias derrotas importantes. La más significativa el 23 de febrero, cuando ocurrió la derrota en la batalla de la frontera, o de los puentes como también se le recuerda. Esa victoria de la unión cívico-militar venezolana marcó todos los acontecimientos posteriores, ya que impidió el establecimiento de una cabeza de playa de la derecha en el estado Táchira, que era uno de los principales objetivos de aquel despropósito de dimensión internacional. Después vino la derrota del sabotaje eléctrico y el espectáculo bufo del 30 de abril en Altamira, así como el fiasco de la “gran movilización” anunciada para el 1° de mayo.

Todas estas derrotas han tenido como consecuencia el derrumbe del mito fundamentado en la figura de Juan Guaidó, en el cual muchos opositores han puesto la esperanza del “cese de la usurpación”, el “gobierno de transición” y “elecciones libres”. Cada vez más opiniones apuntan a señalar que parecen acabarse los quince minutos de fama de este personajillo menor de la política, este Frankenstein construido por la canalla mediática mundial. Ejemplo de ello es el conocido reportaje de Bloomberg, portal insospechable de chavismo, publicado en días pasados, y en el cual se revela que diplomáticos extranjeros en Venezuela aún tras mantener su respaldo a Juan Guaidó, empiezan a dudar sobre la salida de Nicolás Maduro, por lo cual han decidido mantener sus relaciones con la “dictadura”. De acuerdo con esa agencia de noticias, el embajador alemán en Venezuela, Daniel Kriener, se reunió hace dos semanas con sus colegas europeos bajo la presencia del canciller Jorge Arreaza. Así mismo Arreaza habría mantenido también reuniones oficiales tanto con el gobierno de España como con el de Portugal; ambos reconocen a Guaidó, pero prefieren mantener conversaciones con el “régimen”. “El primer ministro de Curazao, una isla caribeña controlada por el Gobierno pro-Guaido de los Países Bajos, recibió recientemente a Manuel Quevedo, el jefe del gigante petrolero controlado por Maduro, Petróleos de Venezuela SA. Discutieron la oferta de PDVSA para renovar un acuerdo para operar una refinería en la isla”, señala Bloomberg, que indica igualmente que Brasil, por ejemplo, se vio obligado a pedir a Maduro la renovación de las credenciales diplomáticas de sus funcionarios en Venezuela. Según Bloomberg, estas son solo muestras de que los países que se manifiestan aliados de Guaidó “juegan con Dios y con el diablo”. Y además: “Todo esto fue una gran apuesta arriesgada (…) los europeos, por mucho que lo nieguen, ya han comenzado este proceso de volver a los negocios como siempre con Maduro. Los países de América Latina eventualmente tendrán que hacer lo mismo”, dijo a Bloomberg Oliver Stuenkel, profesor de relaciones internacionales en el grupo de expertos de Sao Paulo Fundação Getulio Vargas.

También se ha pronunciado otro agente mediático de la derecha, Panam Post, que reportó el 1° de septiembre pasado que “…la Unión Europea insiste en proteger a Nicolás Maduro avalando un diálogo que no ha traído resultados para Venezuela. Tal es el apoyo, que el organismo europeo ha insistido en la ‘buena fe’ del régimen y en su ‘espíritu de compromiso’ (…) Pese a que la UE tiene constancia de las violaciones a los derechos humanos perpetrados por la dictadura chavista, prefiere esperar por el diálogo sin hablar de plazos ni fechas. Pide ‘resultados concretos’, pero no explica exactamente a qué se refiere con ello. La amenaza pareciera ser ambigua, pues dichas negociaciones podrían durar meses o, peor aún, años (…) El organismo europeo, que finalmente validó el informe de Michelle Bachelet sobre la violación a derechos humanos en Venezuela, no ha emitido ninguna acción que pueda incomodar a Maduro. Entre tanto, el régimen aumenta el número de presos políticos y se afianza nuevamente en el poder (…) Por su parte, el Grupo de Lima, que fue creado para tratar de resolver la crisis en Venezuela y presionar la caída de la dictadura, tiene dos años emitiendo comunicados sin responder a acciones contundentes, mientras la migración venezolana aumenta (…) La mayoría de las naciones mantienen relaciones diplomáticas y comerciales con la dictadura, y no han tomado acciones para aislar económicamente al régimen e impedirle el flujo de dinero efectivo.

Tampoco han sancionado a los aliados de Maduro y mantienen relaciones comerciales con quienes lo sostienen en el poder (…) De seguir dándole tiempo a Maduro y a su círculo para que se fortalezca, Venezuela podría terminar implementando en forma el mismo modelo que los Castro instauraron en Cuba, solo que con más refugiados por el mundo y mayores consecuencias políticas, económicas y de seguridad para toda la región (…) Aunque Juan Guaidó se mantiene en la palestra, ha dejado pasar su responsabilidad de solicitar apoyo militar para salir de la dictadura; aprobó la reincorporación al TIAR, pero ha dejado de lado su activación; mientras que ha decidido ignorar por completo el principio de Responsabilidad de Proteger que permitiría una intervención militar humanitaria en Venezuela (…) El régimen de Nicolás Maduro se ha mantenido en el poder y continúa aferrándose al diálogo ganando tiempo; entre tanto, tal y como lo señaló Bloomberg, los Gobiernos empiezan a dudar de la caída de la dictadura, no actúan y prefieren mantener sus conversaciones con el chavismo (…) A Guaidó se le acaba el tiempo como presidente de la Asamblea Nacional y como presidente encargado; sobre todo, porque uno de sus aliados (Estados Unidos) entrará en campaña el próximo año (…) Aunque excepcionalmente se apruebe la renovación de Guaidó como presidente de la AN, en diciembre de 2020 debiera haber nuevas elecciones a la Asamblea; si no hay un cambio de las autoridades del Consejo Nacional Electoral, será la ocasión que el chavismo estará esperando para intentar volver a controlar el Parlamento robándose las elecciones”.

Como vemos, la derecha internacional está rebajando cada vez más su nivel de expectativa con respecto a la real posibilidad de que la oposición venezolana, de la mano de Guaidó, puede derrotar al chavismo y comienza a sacarle la alfombra a su fantoche ficcional, aplicando la máxima de que “lo que no sirve va al pote de la basura”. También en Venezuela factores de oposición comienzan a alejarse de la leyenda urbana que ha terminado siendo Juan Guaidó, algunos de manera francamente agresiva, como la periodista residenciada en Miami Patricia Poleo.

Siendo así, la derecha se alegra de que la paz en Colombia haya sufrido este descalabro, pues ven en el resurgimiento de la guerra una nueva esperanza de que se haga forzosa una intervención militar internacional en Venezuela y empieza a sacar cuentas en ese sentido. El escribidor venezolano Antonio Sánchez García, redomado y radical antichavista, opina que “Con esta decisión de las cúpulas de las FARC se avanza hacia escenarios de guerra que involucran primero a Venezuela y Colombia, pero podrían extenderse a toda la región en un desesperado esfuerzo por impedir la caída del régimen dictatorial en Venezuela. Pretextos mucho menores han desatado grandes conflagraciones bélicas. Es hora que Occidente tome plena conciencia de las cartas que están sobre la mesa. Y tome la magna decisión de bloquear una tragedia semejante”.

Por su parte, el conocido agente imperialista Andrés Oppenheimer ha escrito que “El anuncio de un grupo disidente de guerrilleros de las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC) de que romperá el acuerdo de paz y reanudará la lucha armada ha sido visto por muchos como un problema interno de Colombia. Pero no lo es: lo más probable es que se convierta en una disputa entre Colombia y Venezuela, y que quizás hasta derive en un conflicto regional (…) un resurgimiento de la violencia de las FARC y el ELN en Colombia, con el respaldo de Venezuela, cambia la situación que existía en los últimos años, y aumenta la posibilidad de internacionalizar el conflicto interno de Colombia”. El mismo Juan Guaidó intenta tomar un segundo aire aprovechando la nueva situación interna de Colombia y llama a la Fuerza Armada de Venezuela a lanzarse a la aventura de un golpe de Estado: “¿Están contentos de que sigan actuando libremente en la frontera estos grupos irregulares? (…) la invitación es a que ejerzamos soberanía, a que expulsemos a los grupos irregulares de Venezuela, la invitación es realmente a hacer respetar la soberanía nacional”.

Por supuesto, los principales enemigos de Venezuela y de la paz en Colombia tratan de valerse de la ocasión para mantener sus políticas de agresión contra nuestro país. Según Elliott Abrams, enviado de Estados Unidos para Venezuela, el derrotero tomado por Márquez y Santrich, y sus compañeros de ruta, “Es una gran preocupación. Parte de esa preocupación es, de nuevo, que el régimen de Caracas parece que está fomentando esta actividad, en esencia dando partes del país particularmente al ELN”. En esa misma dirección apunta la declaración del presidente colombiano Iván Duque: “Los colombianos debemos tener claridad de que no estamos ante el nacimiento de una nueva guerrilla, sino frente a las amenazas criminales de una banda de narcoterroristas que cuenta con el albergue y el apoyo de la dictadura de Nicolás Maduro”.

No creo que el remake de marras vaya a cambiar radicalmente el efímero destino político de Juan Guaidó ni que aumente la posibilidad de una intervención militar inmediata en Venezuela. Me preocupa mucho más la situación interna del país, sobre todo el peligroso descontento social generado tanto por la inclemente agresión económica como por la persistencia de errores de variada índole que afectan la gestión de Gobierno y alejan al chavismo oficial del mayoritario respaldo popular que alguna vez tuvo. No la tenemos fácil, eso lo sabe todo el mundo. Dentro de todo, demos gracias a la torpeza de Juan Guaidó y de los patéticos seudodirigentes de la oposición, por los favores recibidos.

(VIDEO) Las FARC-EP retoman las armas

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