L’arte e le forme di resistenza nei racconti di Terezin

terezin_01-1536x1024di Romina Capone

Sono trascorsi settantacinque anni dalla liberazione dei campi di concentramento nazisti di Auschwitz Birkenau da parte dell’Armata Rossa. Il Giorno della Memoria lo chiamano. Come se bastasse ricordare per addolcire, per un paio di giorni l’anno, il male che i nazisti hanno impresso nell’animo umano. C’è un concetto fondamentale attinente il capitolo Shoah della storia dell’uomo su cui è importante soffermarsi: l’arte e le forme di resistenza nei campi di concentramento. Perchè esistono infiniti modi di fare resistenza ed i deportati sopravvissuti ma anche quelli che morirono magistralmente ce lo insegnano. Il 27 gennaio si parla molto dell’Olocausto. Per non dimenticare. E per non dimenticare, come testimone di seconda generazione, Maria Teresa Iervolino compie un lavoro esemplare; lei è un’insegnate, unica traduttrice italiana ufficiale di Ivan Klíma ed attraverso i suoi libri parla alle nuove generazioni: lo ha fatto in due istituti scolastici rispettivamente il 28 e il 29 gennaio: al Liceo Scientifico Statale “Arturo Labriola” di Napoli sotto la presidenza di Luisa Vettone e al Liceo linguistico-classico e scientifico “Alfonso M. De’ Liguori” di Acerra accolti dal dirigente scolastico Giovanni La Montagna. Entrambe le scuole hanno aperto le porte a temi profondi. Insieme agli alunni ed al corpo docente si è discusso e riflettuto molto sulle barbarie compiutesi nel campo di concentramento di Terezin.84478453_10157345364241843_967412705927364608_n

Il campo degli artisti e dei bambini dove lo scrittore ceco Klíma fu deportato. Ed è proprio in questo campo di concentramento, non di sterminio, che la resistenza divenne attiva seppur passiva. Theresienstadt si trova a sessanta chilometri da Praga; è nota per aver concentrato nel campo i maggiori artisti, il fior fiore degli intellettuali ebrei mitteleuropei, pittori, scrittori, musicisti e con una forte presenza di bambini. Le SS utilizzarono a scopo di propaganda il campo. Quando un Capo di Stato faceva visita in quel campo tutto doveva apparire nelle migliori condizioni. Uno spettacolo terrificante. Venivano distribuite, solo a pochi eletti per il macabro show, doppie razioni di “pappa”. Solo per pochi eletti la doccia con l’acqua calda e abiti puliti. Solo per pochi eletti la vetrina finta del benessere. Loro, gli sfortunati pochi eletti immediatamente concluso il tour sarebbero partiti per l’Est. Senza mai più ritorno. Ad Est di Terezin vi è Auschwitz. La musica fu bandita ovunque quindi divenne clandestina, tranne a  Theresienstadt dove furono eseguiti centinaia di concerti con un pubblico misto di ebrei ed SS. Il repertorio proposto era infinito. I tedeschi non si resero conto di aver innescato una macchina inarrestabile di resistenza. Il maestro Angelo Branduardi introducendo un suo lontano concerto afferma che la musica crea una sensazione di ondeggiamento lontano, si muove in una sorta di magia, di sogno: è la sua tipicità. Trasporta. La musica non è qui e ora, trascende il concetto dell’oltre. Il musicista vede al di là del muro. La musica – spiega – è l’unica attività umana che riesce a conciliare l’inconciliabile. Si suona con l’anima, con la mente e con il corpo. La musica esprime sempre la potenza della vita e della gioia di vivere perché sconfigge la paura.

83485585_2979311488753711_2567585213949411328_oPer un secondo provate a contestualizzare: immaginate; usate la fantasia e non serviranno parole. 

Secondo l’Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti il fermento musicale di Theresienstadt fu dovuto al fatto che molti artisti imprigionati cercarono di mantenere la loro identità musicale attraverso la prosecuzione delle loro attività precedenti e non solo: la musica diventa arma di ribellione, ed è usata come strumento per infondere sia la speranza in una possibile liberazione dal tiranno, sia la forza morale per poter agire in una tale condizione di dolore e disperazione. La fiaba offriva pertanto ai detenuti una via per allontanarsi dalla realtà e rifugiarsi in un altro mondo, per dare sfogo alle fantasie e ai desideri collettivi, identificando in quel malvagio, il tiranno invisibile della loro storia, Hitler, che finalmente erano riusciti, anche se “virtualmente”, a rovesciare. L’opera musicale Brundibar ha infuso nei prigionieri di Theresienstadt, seppur per breve tempo, la speranza, la voglia di continuare a vivere e a sperare in tutta una serie di cose che difficilmente essi avrebbero potuto immaginare di nuovo e rivivere. L’arte, più in particolare la musica, nel nostro caso assume dunque una funzione “catartica”, di purificazione dei traumi vissuti attraverso la rievocazione tragica degli stessi che quasi va sfumando nel comico, nel grottesco, spiga l’ANED. 

A Terezin vennero deportati  i bambini di età compresa tra 7 e 13 anni. Dall’analisi dei loro disegni si evince che non compare mai la figura umana (le uniche figure umane raffigurano deportati e sono stati disegnati sotto l’ordine imposto dalle SS di “disegnare cosa vedi”). Il disegno libero invece ritrae il più delle volte la natura (animali, fiori) o la propria abitazione. Pertanto considerando che il disegno della figura umana rappresenta l’espressione di sé, o del corpo, nell’ambiente, e l’immagine composita che costituisce la figura disegnata è intimamente legata al Sé in tutte le sue ramificazioni pertanto l’obiettivo dell’annullamento della persona voluto dai tedeschi nazisti stava funzionando. Storie di bambini sono contenuti nel nuovo libro di Maria Teresa Iervolino “Un Bambino a Terezin” Iod edizioni. 

terezin_imagefullwideLa resistenza nei campi di concentramento non è una resistenza armata partigiana. questa è una vera e propria resistenza della specie umana. Entra in gioco l’istinto di sopravvivenza: consapevolmente o meno i meccanismi psicologici e cognitivi si sono armati per resistere e lottare contro qualcosa che anche per l’uomo stesso è inconcepibile.

(VIDEO) Donbass: Sara Reginella racconta “Start Up a War”

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Nella regione del Donbass, in Ucraina, si sta perpetrando una guerra invisibile agli occhi del mondo. Era il 2014 quando un Colpo di Stato, mosso dagli Stati Uniti d’America e da parte dell’Europa, portò al potere l’estrema destra. «L’Ucraina non è nata come la conosciamo oggi – spiega Svietlana Mazur del gruppo volontariato Nika – la parte Est è russofona, filo russa, la parte Ovest è polacca e rumena. Era il 2013 e l’allora presidente Viktor Janukovyč, eletto democraticamente nel 2010, analizzando il documento che avrebbe portato l’Ucraina all’interno del Mercato Europeo, si rifiutò di firmare perché insoddisfatto su alcuni punti presenti nel trattato. Di lì a poco la disinformazione portò la popolazione ad aizzarsi contro il presidente. Nel gennaio del 2014 nella capitale, all’insaputa del presidente Janukovyč, giunsero gruppi di cecchini paramilitari addestrati con l’obiettivo di generare il caos.

A febbraio dello stesso anno il Colpo di Stato. Immediatamente vennero apportati dei cambiamenti drastici: divieto della lingua russa (in un paese russofono al 40%); la messa al bando di tutti i Partiti Comunisti;  la demolizione di tutti i monumenti storici raffiguranti i caduti in guerra contro il nazifascismo del 1945. Il Sud-Est reagisce: chiede l’indipendenza da Kiev. Ad Odessa l’insurrezione popolare prosegue;  il nuovo governo invia paramilitari a placare con forza le manifestazioni. Gli attivisti arrestati con l’accusa di tradimento della patria. A maggio del 2014 scoppia la guerra. Il nuovo presidente dell’Ucraina è Petro Porošenko e la popolazione dal 2014 resiste contro la dittatura nazifascista».

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Questa l’introduzione necessaria prima della proiezione del documentario “Start Up a War. Psicologia di un conflitto” di Sara Reginella avvenuta lo scorso 14 dicembre presso gli spazi recuperati di GAlleЯi@rt in Galleria Principe di Napoli. Sara Reginella è una psicologa che ha deciso di uscire dal suo studio per recarsi su un fronte bellico nella regione del Donbass. Attraverso la comprensione di quei meccanismi che si celano dietro allo scoppio di una guerra con immagini e documenti inediti è messo in luce un modello psicologico che applica ai conflitti geo-politici strumenti di lettura propri dei conflitti relazionali tra individui. Nella prima parte del documentario sono illustrate alcune tecniche mediatiche e di manipolazione di massa utilizzate durante la rivolta di Maidan, nella capitale ucraina di Kiev. Nella seconda parte si entra nel vivo della guerra del Donbass  attraverso la descrizione psicologica di un conflitto bellico narrato come un conflitto tra individui. Sono integrate opinioni di professionisti della psicologia, combattenti di battaglioni, rifugiati e superstiti, passando dai drammatici eventi di Kiev alla vita dei miliziani al fronte, dalla testimonianza di chi è sopravvissuto al massacro del 2 maggio a Odessa alla speranza nei momenti di festa nelle auto-proclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, in Donbass. Molteplici punti di vista accompagnano nella conoscenza di quei meccanismi che innescano e alimentano conflitti bellici, così simili a quei meccanismi che innescano e alimentano conflitti relazionali.

«La formazione necessaria che ho fatto per arrivare a creare questo documentario è stata molto faticosa – racconta la regista autrice Sara Reginella – mi autoproduco, lavoro di notte e nutro nel pubblico uno stimolo costante  a continuare. Non avevo mai pensato di viaggiare per tutti questi chilometri ma il modo migliore di raccontare è quello di andare sul fronte e catturare i fatti tramite video, strumenti di narrazione reale e pura. Un lavoro di divulgazione capillare che nonostante l’era di Netflix e Youtube io preferisco ancora il confronto con le persone, per lo scambio di emozioni in un’atmosfera catartica, restando in una dimensione sociale reale.»

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Macchina alla mano in uno stile immediato e veloce, l’idea del documentario nasce dall’esigenza di fornire un modello di riferimento che dia al pubblico la possibilità di approcciarsi in modo più consapevole e critico alle notizie dei media mainstream, unendo l’analisi geopolitica degli eventi con quella psicologico-relazionale. Generalizzabile ad altre guerre basate su sistemi di manipolazione e destabilizzazione fondati su processi d’ingerenza esterna, “Start Up a War” racchiude in sé un originale modello di lettura sintetizzato, di ritorno dal fronte, da Sara Reginella, psicologa, psicoterapeuta e regista del documentario.

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Tra le testimonianze di quanto sta accadendo in Donbass quella di Clara Statello, giornalista di Sputnik Italia: «Sono stata in Donbass e non ho visto nessun terrorista. Ho visto un popolo che si rialza, impugna le armi e si reca sul fronte a combattere contro il nemico di sempre; il nazifascismo liberale. Perché uccidono i civili? Perché quella è una regione fortemente antifascista. È in corso una guerra psicologica (Psyop) come in America Latina;  questa guerra vede una fase di pressione mediatica che in Ucraina vede la Russia come nazione che reprime i diritti civili. Stesso procedimento sta accadendo in America Latina; il Venezuela è vista agli occhi del mondo, grazie alla guerra mediatica, come una tiranna».

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Il Fascismo è pronto all’uso – chiude Renzo Carlini professore di Istituzioni Politiche dell’Europa Orientale – quando lottiamo per l’indipendenza del Donbass lottiamo per noi stessi, per l’internazionalismo. Il nostro fronte è uno solo, non possiamo dividerci.

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“Start Up a War” Psicologia di un conflitto (trailer italiano)

(VIDEO) Paolo Conte: «La canzone napoletana patrimonio da venerare e conservare»

di Romina Capone

Vestito di blu, elegante ma allo stesso tempo comodo, è atterrato all’aeroporto di Capodichino puntuale accompagnato da sua moglie. Da lì fino al conservatorio di Napoli San Pietro a Majella una vera e propria gincana tra la folla. Lo attende una fittissima platea. Sale sul palco, si siede e inizia a parlare. Solo la sua voce risuona in sala Scarlatti, stracolma, anche in balconata. Tutti in silenzio per ascoltare Paolo Conte.

Una  “conversazione spassiunata”. L’evento organizzato da Scabec lo scorso primo dicembre, come introduzione al concerto tenutosi presso il Teatro San Carlo (sold out) di ieri 2 dicembre. Ha quasi 83 anni Paolo Conte e non manca d’ironia: “è la prima volta al conservatorio di Napoli; io sono un dilettante, mi tengo lontano da certi posti”.

La sua voce roca ben distinta ha svelato il suo amore non solo per Napoli bensì per tutto il patrimonio della canzone napoletana. Dopo i saluti del direttore del conservatorio Carmine Santaniello, alla presenza del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, una full immersion in compagnia di Giorgio Verdelli regista e Pasquale Scialò musicologo.

La prima di una serie di domande rivolte al maestro Conte lo interroga sul perché un musicista astigiano approda alla cultura partenopea. Ci sono due motivi – risponde Paolo Conte – il primo emozionale; un amore per la produzione storica della canzone napoletana, patrimonio da conservare e venerare perché capolavori infiniti, che mi ha concesso di dire la mia con l’uso di questa lingua spiritosa. Il secondo motivo è tecnico: il napoletano oltre ad essere una vera e propria lingua è un dialetto e ciò permette di muoversi meglio dal punto di vista ritmico. Si alternano con le domande Verdelli e Scialò e rivolgendosi al maestro chiedono: nella sua formazione musicale il mescolare l’italiano con la canzone napoletana quanto ha influenzato la sua creatività? Ho sempre cercato un po’ di timbro antico – afferma Paolo Conte –  perché sostengo che l’arcaico contiene anche l’arcano. Ma Paolo Conte non è il solo protagonista di questa conversazione. Ad omaggiarlo e ad omaggiare la canzone napoletana insieme a lui tra gli ospiti sono presenti: Peppe Servillo, insieme hanno lavorato ad un progetto discografico; il maestro Guido Harari che porterà uno scatto di Paolo conte con i suoi “kazoo” oltre oceano, negli Stati Uniti, in una mostra fotografica. Valentina Stella e M’Barka Ben Taleb voci profonde che uniscono i popoli mediterranei; Enzo Gragnaniello il quale sul palco parla di Paolo sostenendo che esso riesce in tre parole a chiudere questioni universali; parla del suo modo di cantare, elegante, senza vanità; non ha tempo da perdere Paolo, canta l’essenzialismo: è un artista, un poeta normale – scherza Enzo – anche se a guardarlo sembra di gomma; Eugenio Bennato padre della Nuova Compagnia di Canto Popolare, colonna della canzone napoletana. Come non parlare di E.A Mario e della sua “Tammurriata nera”. Da lontano, perché in tournée, arriva un audio-messaggio da parte di Isa Danieli; è lei che canta, reinterpreta per Paolo Conte “Sant’America” ricordando episodi di vita trascorsi insieme.
È la franchezza che ha reso Paolo Conte un disegnatore di canzoni. Ammette che “l’azzurro” gli piace perché è una parola che sa di mercato. Un uomo che non ama i giri di parole, sintetico.

Si sofferma su “Naufragio a Milano” canzone del 1975, brano sull’emigrazione, spiega che è una canzone fissata sull’approdo. «Da piemontese ho sempre guardato con occhio critico Milano e i milanesi i quali più che lavorare parlano molto di lavorare. Questa tendenza al ragionamento dei milanesi; assurdo, sono tutti ragionieri; da li ho messo insieme questa famiglia del Sud, immigrati con nostalgie e tenerezze lontane, lasciate a casa poiché non sono riusciti a portarsi fino a Milano. Famiglia che si scontra con questa realtà strana, che fa i conti con questi “ragionieri”».

Confida che tra le sue canzoni preferite napoletane compare  “O’ surdato ‘nnammurato”:  «O’ surdato ‘nnammurato è una canzone che è appartenuta ai nostri nonni e deve obbligatoriamente appartenere anche a noi e alle giovani generazioni.  È una canzone collettiva nella quale non compare mai la parola “guerra”». Paolo Conte cita Gabriella Ferri e Roberto Murolo il quale in piena occupazione tedesca a Napoli nel 1945 riesce a comporre poesia e a scrivere di quegli anni amari della Seconda Guerra mondiale. Infine rivolgendosi agli studenti e agli insegnanti del conservatorio, il maestro Paolo Conte, suggerisce di studiare ed insegnare severamente, ricordando che la musica proviene dalla gente del popolo; pertanto aprire le porte ad esempio a vecchi pescatori, anziani posteggiatori, donne che cantano in cucina: sono loro i veri grandi maestri, ricorda.

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[Ricordando come all’America latina Paolo Conte ha dedicato anche una famosa canzone]

Luminita Irimia e la sua personale “Estinzione”

di Romina Capone

Sette dipinti e un’istallazione  a raffigurare tre grandi concetti temporali: passato, presente e futuro; Luminita Irimia, (Lumi) nella sua personale “Estinzione”. In mostra presso gli spazi di Galleri@rt in Galleria Principe di Napoli fino al 2 dicembre, ci immerge nei quattro elementi naturali. Terra, acqua, fuoco e aria.

Ogni dipinto di tutta l’esposizione è contraddistinto da un animale totem: lumache per la sezione terra, i pesci per le acque, le lucertole per il fuco e le api nell’aria. In fine, il “Quinto elemento” conclude il percorso cognitivo dell’intera esposizione.

Luminita Irimia. Una donna dall’animo sensibile, coraggiosa, che dalla sua piccola città a cinquanta chilometri dalla Transilvania, in Romania, decide di lasciare il suo lavoro di ragioniera per cambiare vita; ecco che si trasferisce, 15 anni fa, a Napoli per seguire la sua vocazione: vivere di arte.

Racconta che ancora conserva immacolato il suo primo disegno, realizzato quando aveva soli quattro anni.

Condivide i suoi ricordi e spiega di aver ritratto un volto umano di profilo, roba insolita per una bambina in tenera età. Con il passare del tempo Luminita si conferma un’artista poliedrica.

Dopo il diploma alle Belle Arti in Romania vince numerosi concorsi dedicati alla grafica ed alla caricatura. Lavora a svariate mostre sia collettive che personali. In particolare si sente attratta ed ispirata dal sufismo e dalle teoria di Georges Ivanovič Gurdjieff.

“Estinzione” è composta da tre grandi macro aree: Presente, passato e futuro.

Lumi era in viaggio a Maiorca ed è lì che ha avuto l’ispirazione nel guardare la morte di una lumaca. Le ritroveremo nel dipinto che rappresenta l’elemento Terra.

Gli elementi Acqua, Fuoco e Aria sono caratterizzati, come lo stesso Terra, prima da una raffigurazione dettagliata dell’animale totem che poi si assottiglia in un disegno semplice e stilizzato fatto di sole linee.  

Dai quattro elementi passiamo in rapida successione ai quadri che raffigurano passato, presente e futuro.

Il passato: ritrae in bianco e nero l’evoluzione delle specie viventi lungo un segmento intrecciato di DNA che va ad immergersi nel buio del nulla.

Il presente: cento api giganti realizzate a mano tessono le celle di un alveare legato ad un segmento di DNA che sta per decomporsi. Api che ci tengono in vita, senza di esse il nostro pianeta cesserebbe di vivere. Una sottile e flebile speranza è rappresentata da un filo di rame, sotto forma di battito cardiaco dell’ECG, il quale va a fondersi in un sole altresì ramato, simbolo di energia. Il qui e ora. Il tempo in cui stiamo vivendo.

Il futuro: ritroviamo l’umanità, in bianco e nero, divenire automi, la scomposizione del genere umano. Uomini-macchine in un tempo senza più DNA. Un futuro tecnologico, distruttivo. L’annullamento del tempo.

Il Quinto elemento o Quinta Essenza: la concezione spazio-tempo, Matrix, dove tutto è invisibilmente collegato.

Una matrice che sta per sgretolarsi ed è allo stesso tempo attraversata dal ramo di un albero simbolo di rinascita. Quindi la rigenerazione continua del cerchio della vita.

È attraverso il simbolismo e la simbologia dell’astrazione che Lumi dipinge; con la sua pittura rende visibile l’immateriale.

All’EX-OPG “Je So’ Pazzo” Alessandra Riccio e i nuovi scenari in America Latina

di Romina Capone

Calma nel porsi, sicura nel ragionamento ed elegante nell’esprimersi: i tratti che la contraddistinguono. Alessandra Riccio, corrispondente esteri per il quotidiano L’Unità a Cuba (L’Avana dal 1976 al 1987), ispanista e condirettrice della rivista Latinoamerica insieme a Gianni Minà, ci ha portato con sé, attraverso i suoi racconti, in America Latina. Un incontro non a caso, organizzato a Napoli il 14 novembre 2019 presso l’Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario (EX OPG- Je so’ Pazzo) proprio in questi giorni in cui emergono e giungono nuovi scenari geopolitici dall’America a sud degli USA. Un sub continente che si alza “En pie de lucha”.

Venezuela, Ecuador, Cuba e Bolivia uniti dal 2005 sotto il segno dell’ALBA, insieme ai popoli del Cile, dell’Argentina, del Brasile, dell’Honduras (tra gli altri) riuniti in altri organismi regionali come UNASUR e CELAC,  in lotta nel 2019 per questioni interne anche molto diverse da paese a paese ma con un unico comune ostacolo: l’imperialismo degli Stati Uniti d’America. Ed è proprio con l’intento di fare chiarezza su quanto lì sta accadendo e su quanto i media mondiali riportano che – spiega Giuliano Granato dell’ EX-OPG- abbiamo voluto che a parlarcene fosse Alessandra Riccio per evitare confusione nell’opinione pubblica.  Ed è con un excursus storico-politico e geografico che Alessandra spiega che l’America Latina in effetti cerca “altro”.  

Sei focolai che non sono affatto accomunati da uguali fatti di politica interna ma che a maggior ragione meritano attenzioni poiché a rischio di strumentalizzazioni mediatiche mondiali e vede riversarsi in strada la popolazione sul piede di lotta.

Cile: il presidente Piñera aumenta il prezzo dei biglietti del trasporto pubblico.

Bolivia: il presidente Evo Morales si è dimesso a seguito di un Golpe da parte delle Forze Armate e del Comandante Generale della Polizia. Ora Morales è rifugiato politico in Messico. 

Brasile: la scarcerazione dell’ex presidente Lula fa vacillare i piani del neo eletto Bolsonaro con la sua politica di estrema destra ai confini col nazifascismo.

Argentina:  il presidente Alberto Fernandez tenta di ristabilire gli equilibri economici dopo che l’ex presidente Mauricio Macrì ha portato sull’orlo della bancarotta il Paese; l’inflazione lievita e l’economia è in caduta libera.

Venezuela:  l’autoproclamatosi presidente Guaidó filo-usa tenta di spodestare il Presidente Maduro. Il petrolio e le mille ricchezze che il Venezuela possiede attirano l’attenzione degli Stati Uniti i quali applicano condizioni subdole di guerra psicologica ai danni della popolazione sperando in una rivolta sovversiva popolare. Manca l’energia elettrica, la grande distribuzione non mette in vendita i medicinali (favorendo il mercato nero e l’accaparramento) creandone una scarsità di beni strategica; Stati Uniti che costruiscono “casus belli” per invadere il Paese sostenuti dalla politica di estrema destra, dalle multinazionali e dai grandi imprenditori.   

Ecuador:  il presidente Lenin Moreno aumenta il costo del carburante; una delle manovre contenute nel “Paquetazo” ossia una serie di misure di austerity per rilanciare l’economia a scapito della popolazione poiché prevede il taglio dei salari e l’aumento delle imposte.

Questo il quadro completo, in sintesi. Decine di morti, vittime della violenza  dei “carabineros” tentando di reprimere le proteste antigovernative. Nelle piazze cilene appare un enorme striscione con su scritto a caratteri cubitali: NO ESTAMOS EN GUERRA! La popolazione resiste alla repressione disumana perpetrata dai militari degni eredi di quelli pinochettisti;  sparano, colpiscono, perseguono, rapiscono e torturano la gente. Piñera è in guerra, il popolo no. Il popolo balla, danza, canta, suona in faccia ai gorilla e non si spaventa. L’America Latina è territorio di Pace. In ognuno di questi Paesi, Stati, ci sono storie e vite a sé. La tenacia, la forza e la resistenza che sta dimostrando l’intero popolo bolivariano non ha eguali; nonostante le pressioni psicologiche, nonostante i disagi, nonostante i soprusi, nonostante l’ombra nera di Trump che aleggia nei cieli azzurri della Nuestra América.  La dignità di un popolo che dagli albori della storia ha sempre lottato e lo ha tramandato da generazioni in generazioni. Simón Bolívar, Hugo Chávez, Fidel Castro. Simboli di un unico fronte comune per l’autodeterminazione dei popoli. Perché il popolo latino americano non è mai stato spettatore passivo della propria vita bensì l’ha costruita secondo il principio della democrazia partecipativa.

(FOTO+VIDEO) La storia si ripete: Venezuela come Cuba, il blocco incombe

L'immagine può contenere: 6 persone, tra cui Antonio Cipolletta, Massimo Marzano Terzo e Svetlana Svetlana, persone che sorridono, persone in piedidi Romina Capone

#NoMoreTrump la petizione contro il blocco economico finanziario e commerciale.

Non vogliamo più Trump! Il grido all’unisono della popolazione venezuelana si innalza nel corso della campagna raccolta firme che unisce l’Italia da Nord a Sud in questo torrido mese di agosto tanto da diventare un hashtag. Lo scorso 5 agosto il presidente americano Trump, ha firmato un ordine esecutivo che dichiara un embargo sul Venezuela, embargo che ancora una volta viola i diritti umani e la libertà del popolo venezuelano. Gli Stati Uniti D’America violano per l’ennesima volta il principio democratico dell’auto determinazione dei popoli di essere liberi e di seguire un modello sociale completamente nuovo: il socialismo del XXI secolo. Nella lettera delle venezuelane e venezuelani spedita al Segretario Generale delle Nazioni unite Antonio Gutierrez si denunciano una serie di aggressioni pianificate e brutali da parte degli USA con il sostegno di minoranze politiche del governo venezuelano, a livello economico, politico e psicologico contro la popolazione venezuelana al fine di provocare un cambio di “regime”; in termini reali non è altro che un rovesciamento del governo Maduro scelto attraverso elezioni libere, universali e segrete in conformità con la legge del paese.

Era il 2015 quando il governo Obama indicava il Venezuela come una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti: il cosiddetto Ordine Esecutivo. Da allora è stato ufficializzato e si cerca di legittimare davanti al mondo l’assedio e la distruzione del Venezuela. Tali aggressioni sono state esacerbate da Donald Trump il quale in meno di due anni ha incrementato l’ostilità economica e finanziaria per soffocare lo stato venezuelano e portare la popolazione alla fame.

Negli ultimi giorni Trump ha formalizzato la depredazione delle risorse nazionali e minacciato i paesi partner mettendo a rischio la sicurezza di 30 milioni di abitanti. Le conseguenze di tale atto criminale raggiungono limiti brutali e disumani, impedendo l’accesso al cibo, alle medicine e alle forniture essenziali importate, inclusi i trattamenti medicinali di emergenza e alcune forniture essenziali per il lavoro collettivo. Tutti, bambini, anziani, uomini e donne, sostenitori ed oppositori sono vittime di questo attacco crudele. contrario ai principi fondamentali e ai diritti umani.

Alla luce di quanto scritto non sono mancati presidi di raccolta firme nella città metropolitana di Napoli. Uno di essi è stato allestito negli spazi recuperati di GAlleЯi@rt in Galleria Principe di Napoli, di fronte al Museo Archeologico Nazionale. Un incontro non solo volto alla raccolta firme bensì un momento di scambio interculturale caratterizzato da canti e vestiti tipici del Venezuela. Firme raccolte e consegnate al Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli nella giornata mondiale di protesta, con l’impegno comune ad accompagnare il popolo bolivariano in questa campagna diventando sempre di più difensori della libertà.

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L'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Fatima Dos Santos, persone che sorridono, persone sedute

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Simón Bolívar e la Carta di Giamaica tra i banchi di scuola

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Passano i secoli ma le idee del Libertador sono sempre attuali. L’incontro ha visto impegnato il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Napoli e gli studenti di quarta I ed L del liceo Scentifico Artuto Labriola. Il tema: La carta di Giamaica. Tra le mura di Palazzo Reale, presso la Biblioteca Nazionale di Piazza del Plebiscito – sezione Venezuela per il ciclo di incontri tematici.

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La Carta di Giamaica è una missiva di risposta redatta da Simón Bolívar il 29 Agosto 1815 in Giamaica come risposta ad Henry Cullen. Una lettera considerata a tutti gli effetti un vero e proprio saggio politico-economico e sociale. In essa el libertador venezuelano risponde dettagliatamente, alle provocazioni del commerciante giamaicano; con minuziosa cura espone la situazione politica di tutta l’America Latina e la sottomissione spagnola. Possiamo affermare che con questa lettera si innesca il processo denominato Rivoluzione Bolivariana; processo che è ancora vivo. 

Simón Bolívar nel 1815 rivendicava quei princìpi fino ad allora violati dalle barbarie degli spagnoli: libertà, uguaglianza, fratellanza. In Europa, si lottava per gli stessi ideali. A trentadue anni denunciava l’imperialismo e cercava a gran voce un sistema repubblicano per il proprio paese.  Lungimirante confronta la situazione dell’America Latina con quella degli altri popoli del mondo e osserva la passività in cui si trova sommerso il continente prigioniero da molto tempo dal dominio spagnolo.  Un popolo quello campesino martoriato. Uomini, donne e bambini trucidati, decapitati ed impalati come trofei di guerra. Simón Bolívar voleva tagliare il cordone ombelicale da una madre infetta. Voleva che ogni paese del continente fosse unito sotto un’unica lingua e un’unica cultura. Ogni nazione doveva avere un proprio governo, organizzato, competente e repubblicano, dove fossero rispettati e riconosciuto i diritti dell’Uomo a tutte le razze.

WhatsApp Image 2019-06-11 at 17.21.39Bolívar analizza la situazione politica del Rio de la Plata in Argentina, del Cile, del Perù fino a quella della Nuova Granada. Viene passata in rassegna con la disamina che la rivoluzione ha di trionfare. Esso ha una visione continentale della guerra di indipendenza ed è evidente la volontà di generalizzare il problema a tutta l’America Latina la cui unità è il fine ultimo di tutta la sua strategia. La Carta di Giamaica contiene anche un implicito appello all’Inghilterra, all’epoca prima potenza marittima del mondo ed in piena espansione commerciale; si pensava fosse la più interessata a stringere rapporti economici e quindi la più interessata alla libertà delle colonie spagnole. Già nella prima metà dell’800 Bolívar comprende la necessità di un  riequilibro del mondo per un futuro migliore.

 

(VIDEO) La solidarietà con il Venezuela bolivariano parte dal Chikù di Scampia

di Romina Capone

Il 13 aprile del 2002 il comandante Chávez fu vittima di un colpo di stato da parte delle forze fasciste venezuelane. L’attacco fallì. Hugo Chávez fu liberato dal popolo bolivariano. Diciassette anni dopo a Scampia, periferia Nord di Napoli, la resistenza continua. L’anniversario organizzato dall’Associazione “Resistenza” e il Partito dei Carc-Napoli Nord come spunto di riflessione in un luogo simbolo dell’unione tra i popoli: il Chikù di Scampia.

 

«Quanto sta accadendo in Venezuela rappresenta appieno la situazione mondiale. In tutto il mondo si respira un’aria di fermento dagli esiti più disparati. In Italia è in corso una fase di resistenza spontanea da parte delle masse popolari con il rifiuto di un governo delle larghe intese, pur non essendoci un forte movimento comunista» afferma Marco Coppola militante del P-Carc e continua «In francia i Gilet Gialli sono l’espressione di tensione per contrastare la realtà. In Belgio e in Spagna i focolai sono accesi. L’Italia, un paese dove il governo è pieno di contraddizioni interne sin dagli albori della sua costituzione, vede il ruolo fondamentale delle masse popolari. La nostra solidarietà con il Venezuela significa rompere i rapporti con quei paesi imperialisti. La nostra solidarietà è il grande contributo alla causa della rivoluzione bolivariana».

La popolazione italiana compie piccole rivoluzioni ogni giorno e Scampia ne è un esempio.

Il Chikù, ristorante italo-balcanico, laboratorio e cucina oltre che del corpo anche della mente, non è stato scelto a caso come location per la realizzazione di questo incontro volto inoltre a contribuire alle spese processuali a carico di Rosalba Romano, la giornalista della redazione di Vigilanza Democratica sotto processo a Milano.

Chikù nasce dalla fusione di due progetti:

– La Kumpania è un’impresa sociale nata nel 2013 per valorizzare la passione per la cucina di un gruppo di donne che hanno fatto del loro talento, una professione con l’obiettivo di offrire un servizio “genuino e responsabile” attraverso un percorso di emancipazione.

-L’associazione “Chi rom e… chi no” è nata nel 2002 a partire dalla creazione di relazioni significative tra le comunità rom e italiana del quartiere Scampia e della città, attraverso interventi culturali e pedagogici, lavorando nella periferia intesa come luogo di sperimentazione e condivisione di buone pratiche.

Il massimo esempio di integrazione di unione e solidarietà tra i popoli – spiega la fondatrice Barbara Pierro – . Un faro di speranza per gli abitanti di Scampia, una periferia che conta sessanta mila abitanti. Una periferia che si rimette in gioco per ritornare al centro della società, per il cambiamento.

img_2573Molte sono state le dirette e gli interventi telefonici da Caracas durante la serata. Presente anche il Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli; Anika Persiani rappresentante Esteri dei circoli bolivariani dello Stato Carabobo ci ha raccontato cosa è realmente accaduto a Caracas durante il lungo blackout dei giorni scorsi: «Attraverso la mancanza dell’energia elettrica vogliono sabotare il presidente Maduro e generare il panico tra la popolazione sperando che scoppino guerre civili. Ovviamente chi ha sofferto per la mancanza di corrente è stata la popolazione più povera; loro, i veri sostenitori del presidente Nicolás Maduro. Nelle zone ricche del Paese la corrente non è mai mancata; essi sono provvisti di potenti generatori ad uso privato di energia elettrica» continua Anika Persiani «ma i venezuelani sono forti e coraggiosi. Non hanno ceduto a questo sabotaggio, a questa trappola psicologica. Abbiamo vissuto con estrema tranquillità questi momenti: abbiamo comprato candele per illuminare le nostre case. Abbiamo acceso falò in giardino; abbiamo cucinato all’aperto tutti insieme. Nei quartieri abbiamo grigliato la carne e consumato insieme tutto il cibo restante, a causa dai congelatori ormai fuori uso. I cittadini venezuelani resistono e lottano contro l’egemonia degli Stati Uniti d’America i quali stanno facendo il possibile per piegarci al loro volere. Per sottometterci. Riflettiamo: l’aeroporto internazionale di Caracas Simón Bolívar è il primo dell’America meridionale. Possiede La Guaira, uno dei due porti principali di tutto il Mar dei Caraibi, secondo è quello di Cuba. Il vicino Canale di Panama collega gli oceani. Perché gli Stati Uniti inviano gli aiuti umanitari destinati al Venezuela in terra colombiana invece che utilizzare container su nave la quale con 12 ore di navigazione arriva diretto a Caracas via mare? Due parole: casus belli. Gli Stati Uniti vogliono annullare il voto di sei milioni di venezuelani, stanno provando ad instaurate un governo parallelo riconosciuto oltreoceano. Ci stanno minacciando di ucciderci con una guerra civile, ci stanno imponendo una persona autoproclamatasi presidente del Venezuela. Paghiamo un numero di sanzioni politiche e finanziarie. Non possiamo comprarci le medicine. Ci hanno confiscato un grande numero di risorse. Siamo preparati ad un’eventuale invasione da parte delle forze militari statunitensi che vorranno violare la sovranità nel nostro paese. Il popolo venezuelano non vuole che una forza straniera invada le nostre città distruggendo le nostre case, le nostre università, i nostri ospedali, le nostre vite».
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(VIDEO) Il senatore cileno Navarro: «L’Enel avvelena la comunità di Coronel»

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è img_2543.jpgdi Romina Capone

Napoli, 12apr2019.- Mercurio, arsenico, piombo, nichel e altri metalli pesanti contaminano la comunità di Coronel. La centrale termoelettirica Endesa Bocamina di proprietà del gruppo Enel, alimentata a carbone, intossica gli abitanti inquinando l’aria, la terra e le acque del sud del Cile. A denunciare quanto sta accadendo è il senatore cileno Alejandro Navarro Brain il quale è accompagnato in Italia da Juana Hernandez (rappresentante delle famiglie vittime dell’inquinamento) e dal dottor Fredy Jelvez per incontrare l’amministratore delegato della multinazionale. La centrale termoelettrica è situata a soli dieci metri dal centro abitato e a cento metri da un edificio scolastico. Le analisi cliniche di sangue e urine hanno riscontrato che 17 alunni, 5 docenti e 2 genitori sono stati contaminati da metalli pesanti. Risulta elevato il numero di tumori e malattie neurologiche geneticamente trasmissibili. La popolazione è affetta da allergie croniche a seguito dell’inalazione dei fumi di scarico. Inquinata è anche l’acqua apportando ingenti danni alla loro economia che si basa in parte sulla pesca. I terreni sono incoltivabili.

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è img_2537.jpg«La centrale di proprietà italiana emette quotidianamente tonnellate di materiale tossico. Quando sono arrivato a Napoli mi hanno raccontato la triste realtà della Terra dei Fuochi. Capisco bene cosa vuol dire vivere in un territorio inquinato e contaminato. Stiamo sostenendo una dura lotta affinché vengano rispettati i diritti dell’ambiente e della salute. La causa contro in gigante Enel, portata in tribunale, l’abbiamo vinta una volta. Il giudice ha emanato, a 13 dirigenti dell’Enel, il divieto di lasciare il Paese» afferma Navarro e continua «Il nostro unico aiuto giunge dalle famiglie vittime dell’avvelenamento. Sono le mamme dei 17 alunni che lottano per avere giustizia. Solo grazie a loro abbiamo raccolto innumerevoli denunce. La mobilitazione popolare ci è di grande sostegno. Sarà una dura lotta contro la grande multinazionale capitalista che inizialmente chiedeva 138 dollari americani ogni megawatt/h ma siamo riusciti a far abbassare la cifra fino a 38 dollari MW/h. Inoltre l’azienda, dietro ricatto, non permette ai propri dipendenti di poter fare causa alcuna fino all’anno 2052. Ci ritroviamo in Cile a dover affrontare e risolvere un grave problema causato da una multinazionale italiana. Dopo aver appreso l’emergenza di Bagnoli, Acerra e tutta l’area della terra dei fuochi, ci siamo resi conto che la situazione ambientale è decisamente molto peggio della nostra. La politica deve responsabilizzarsi di fronte a questi disastri ambientali. Così come deve farlo il governo, i comuni e i cittadini. Se i politici non mettono in agenda il tema della salute ambientale e dell’uomo allora bisogna togliere di mezzo questi politici. Mi sento in colpa nei confronti delle nuove generazioni. La lotta per la vita è la prima lotta da vincere». Inoltre, il Senatore Navarro ha anche fatto riferimento allo scandaloso caso di Assange, un chiaro esempio oggi di prigioniero politico, per spiegare come funzione il sistema odierno di oppressione: «Vedete che chi come Assange mette a disposizione dei cittadini, gratuitamente, le informazioni delle grandi imprese multinazionali e di chi le comanda politicamente, viene perseguito ed arrestato, mentre chi invece consegna, dietro pagamento, le informazioni dei cittadini a quelle stesse grandi multinazionali, viene indicato ad esempio come uomo dell’anno», un lampante esempio di come funziona il mondo alla rovescia, per dirla con Eduardo Galeano.  

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è img_2539.jpgJuana Hernandez è la testimonianza diretta di quello che sta accadendo a Coronel: «Il servizio medico statale ci ha comunicato che un quarto dei bambini della scuola di cui io sono la preside sono malati. Sono affetti da allergie croniche permanenti. Da leucemia. Da cancro e da tumori mai visti prima. Hanno un elevato deficit di apprendimento» continua il suo racconto «il tema energetico ossia la corrente elettrica è senza dubbio indispensabile per poter vivere. Ma gli effetti collaterali nessuno li ha considerati. Lo stato cileno, il quale non si sente responsabile di quanto sta accadendo, ha deciso che il nostro vicino di casa doveva essere un mostro gigante che sbuffa cenere e carbone in una discarica a cielo aperto nel centro storico del paese. Noi ora ne stiamo pagando le conseguenze. Vogliamo che l’Enel ci dia ascolto. Il loro denaro non è quello che ci interessa. La comunità di Coronel ha bisogno di salute, di poter vivere in un ambiente libero dall’inquinamento. Vogliamo ricominciare a sognare insieme ai nostri figli su ciò che sarà il loro futuro ad oggi incerto».

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è img_2533.jpgDenunciare il danno ambientale è l’unica strada da intraprendere per il diritto alla salute dei popoli. Tramandare alle nuove generazioni l’importanza della qualità dell’ambiente, dei beni culturali per la salvaguardia dell’intero pianeta Terra spiega Maria Teresa Iervolino attivista politica, docente del liceo scientifico Labriola i cui studenti erano presenti all’incontro tenutosi a Palazzo San Giacomo.

«Ci siamo sentiti in dovere di ospitare a Napoli il senatore Navarro perché sono troppe le assonanze tra l’Italia e il Cile» sostiene Elena Coccia consigliera della città Metropolitana di Napoli e presidente della commissione cultura del Comune di Napoli affiancata da Laura Marmorale Assessore ai Diritti di cittadinanza ed alla Coesione sociale – relazioni internazionali, solidarietà popolare e cooperazione decentrata, da Ciro Borriello Assessore al verde urbano e allo sport, da Raffaele Del Giudice Assessore all’ambiente, da Amarilis Gutiérrez Graffe politologa ed esperta delle Relazioni internazionali, da Tommaso Sodano politico, agronomo e attivista per i diritti ambientali e da Gianmarco Pisa dei Corpi Civili di Pace.

“Se volete il lavoro dovete tenervi l’inquinamento” rimbomba in tutto l’universo questo slogan dai caratteri imperialisti. Rimbomba nella testa delle vittime dell’Italsider, nella testa delle vittime del termovalorizzatore di Acerra, rimbomba nella testa delle vittime all’Isochimica di Avellino, sul Formicoso dell’Irpinia. Rimbomba fino al sud del Cile, dove la centrale dell’Enel eroga energia per il Cile del Nord, dove di tutto lo stabilimento solamente quaranta operai sono cileni; il resto proviene dall’Italia. Sembra un film già visto con i sottotitoli in lingua italiana. L’Ilva di Taranto in Puglia, o l’Isochimica in Calabria, giusto per fare un esempio, tutte funzionali all’economia del nord Italia a dimostrazione che il liberismo non solo distrugge se stesso ma distrugge anche la Terra.


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Venezuela e Italia: A Napoli l’incontro di due popoli da 163 anni

di Romina Capone

Sono trascorsi esattamente centosessantatré anni da quando per la prima volta si aprirono le porte del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli. Un numero che lascia spazio a profonde riflessioni storiche. Sono passate più di sette generazioni le quali hanno visto diverse trasformazioni politiche sia in Venezuela sia in Italia, dove Napoli da sempre è stata il baricentro dei cambiamenti.

Il popolo napoletano e quello latinoamericano: i due Sud. Ma c’è un volto in particolare che esprime la grandezza del Consolato venezuelano e il magistrale lavoro svolto sul territorio negli ultimi anni; è quello di Amarilis Gutiérrez Graffe: ad oggi Console Generale de Primera della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli. Senza di lei i rapporti di solidarietà internazionalista non sarebbero stati gli stessi. Nel corso del suo mandato alla guida del Consolato, durato circa quattro anni, Amarilis Gutiérrez Graffe ha costruito un collettivo di lavoro interno, e ha radunato, accorpato ed unito un collettivo di appoggio costituito da tutte quelle vastissime realtà popolari presenti ed attive nella Città Metropolitana di Napoli.

«Unità, passione. Voglia di resistere. Sono questi gli insegnamenti che ci tramanda il popolo venezuelano. Napoli e l’Italia intera è molto vicina alla questione venezuelana per le ragioni storiche che accomunano i nostri popoli. Sappiamo cosa significa vivere momenti difficili. Non ho mai sopportato le interferenze di governi stranieri verso una nazione. Sostengo l’autonomia dei popoli: il popolo decide e scrive le sorti del proprio destino. Bisogna lottare contro il sistema che ci rende infelici; contro le manipolazioni mediatiche. I popoli si devono unire e non dividere. Servono ponti di cultura, accoglienza e solidarietà e se è necessario realizzare un modello economico alternativo. Napoli farà la sua parte per stare vicino ai popoli che soffrono per aiutarli a costruire un futuro migliore». Così il Sindaco Luigi de Magistris nel corso della cerimonia per celebrare l’anniversario della fondazione del Consolato venezuelano a Napoli alla presenza dell’Ambasciatore Julián Isaías Rodríguez Díaz presso la sala Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli nel Palazzo Reale di Piazza del Plebiscito.

Lo spessore di un paese si rispecchia, agli occhi dei popoli, nella classe politica e nei loro rappresentanti all’estero. Il testimone dunque ora passa nelle mani di Esquía Alejandra Rubin de Celis Nuñez, designata nuova Console Generale del Venezuela nella sede di Napoli.

Encendida crítica del nieto de Allende por Venezuela

por Pablo Sepúlveda Allende
politika.cl

Este domingo en el periódico mexicano La Jornada apareció una columna escrita por Pablo Sepúlveda Allende, nieto del expresidente Salvador Allende, en la cual levanta una sólida defensa del gobierno de Nicolás Maduro, repudia las presiones e injerencias de Estados Unidos y los gobiernos sudamericanos y repasa al Frente Amplio y a sus líderes por su alineamiento con las derechas latinoamericanas.

¿No son, acaso, exactamente los mismos poderes fácticos que desestabilizaron y provocaron el golpe de Estado contra Allende, los que han estado permanentemente desestabilizando y asediando a la Venezuela bolivariana?

Por eso resulta insultante la falta de ética, y la doble moral de figuras políticas visibles que aún se atreven a llamarse representantes de los ideales de izquierda –como, sólo por nombrar algunos, el presidente Pedro Sánchez, la senadora Isabel Allende, la ex candidata presidencial Beatriz Sánchez y sus falderos Giorgio Jackson y Gabriel Boric–, quienes reproducen exactamente el mismo discurso de la derecha mundial para criminalizar a la revolución bolivariana, pero son incapaces de señalar con vehemencia –como sí suelen hacerlo contra el venezolano– al gobierno de Estados Unidos como autor de los peores crímenes contra la humanidad en los pasados 70 años. Sólo en lo que va del siglo XXI sus intervenciones militares en Afganistán, Irak, Libia y Siria han dejado millones de muertos, millones de refugiados, países devastados e inmersos en el caos.

¿Es analfabetismo político? ¿Confusión ideológica? ¿Cobardía política? ¿Doble moral? ¿O es el oportunismo, lo que no les permite alzar su voz para denunciar y rechazar la anunciada intervención militar en Venezuela por Estados Unidos?

Existe un escenario prebélico muy claro en Venezuela y lo único que se les ocurre declarar en medios y redes sociales es que Maduro es un dictador, que viola de los derechos humanos, que hay una persecución política a quien opina diferente, etcétera. Todas ellas, gigantescas falacias del mismo tamaño de las corporaciones mediáticas que las fabrican. Poco o nada dicen sobre el sociópata Trump y la camarilla de criminales de guerra que lo rodea.

Con el mayor de los cinismos, vienen a decir que Venezuela o Nicaragua dañan a la izquierda ¡Vaya desfachatez! ¿Con que autoridad, a estas alturas, se autoproclaman de izquierda? Daño le hace a la noble lucha y al genuino ideal de izquierda la indefinición, la desideologización, el no asumirse anticapitalista, antineoliberal, el decir que el imperialismo es un concepto trasnochado, que con todo su poderío económico y militar sigue pretendiendo quitar y poner gobiernos afines a sus intereses, a punta de sangre y fuego, sin disimulo ni pudor alguno.

Daño le hacen a la izquierda si ya no luchan y si no se atreven a alzar su voz contra las terribles injusticias que son producto de ese sistema de despojo permanente.

Si ya no creen verdaderamente en la alternativa socialista para trascender este sistema criminal e inmoral, es mejor que no se llamen de izquierda.

Con todos los errores y problemas que pueda haber, ustedes no tienen autoridad moral para señalar a Venezuela, a Nicaragua o a Cuba como dictaduras que como política violan los derechos humanos. Sean consecuentes y leales a los anhelos de justicia de las mayorías. Groso daño hace a la política y a la izquierda, criticar irresponsablemente a los procesos políticos que deciden ser soberanos y que les toca, nada más y nada menos que enfrentar a los poderes fácticos de la plutocracia mundial.

Hoy por hoy, en Venezuela está en curso un golpe de Estado que pretende abrirle las puertas a una intervención militar. En esta ocasión, el gobierno estadunidense no está detrás –como sí lo estuvo solapadamente aquél fatídico 11 de septiembre de 1973–, hoy está adelante del golpe, anunciándolo, violando toda norma del derecho internacional y la Carta de la Naciones Unidas.

Recordemos que la excusa que hasta el día de hoy utiliza la derecha chilena para justificar el golpe de Estado es la honda crisis que atravesaba el país (palabras del propio tirano). Sabemos que esa crisis fue, en gran medida, provocada por la asfixia económica que decretó Nixon. Hoy, en Venezuela, la crisis económica es también, en gran medida, provocada por los poderes económicos nacionales y trasnacionales. Esa crisis, a la que convenientemente quieren catalogar de crisis humanitaria, es la excusa para justificar lo injustificable: la intervención militar.

Tal vez sea mucho pedir que apoyen abiertamente a la revolución bolivariana, pero si dicen ser demócratas, humanistas y de izquierda, sí me atrevo a exigirles que, en este momento histórico, no titubeen en tomar posición del lado correcto de la historia, del lado del respeto a la soberanía y la autodeterminación del pueblo venezolano y de todos los pueblos del mundo, del lado del respeto al derecho internacional, del lado de la paz. Debemos tener la audacia y el coraje de luchar decididamente contra los intentos injerencistas y golpistas, sin ambigüedades ni medias tintas. Es nuestro deber. El momento histórico lo exige. Están a tiempo de rectificar. La historia los juzgará.

Pablo Sepúlveda Allende: nieto de Salvador Allende; médico, coordinador del capítulo venezolano de la Red en Defensa de la Humanidad.

Brigada Internacionalista Che Guevara en defensa de la Revolución Bolivariana

por minci.gob.ve

Jóvenes del mundo, unidos en la Brigada Internacionalista Che Guevara, sellaron su compromiso con la defensa de la Revolución Bolivariana, tras rendir tributo al Padre de la Patria Simón Bolívar.

Los jóvenes revolucionarios asistieron al Panteón Nacional, en Caracas, donde colocaron una ofrenda floral ante el sarcófago que guarda los restos del Libertador. El acto solemne forma arte de las actividades programadas en la visita que realiazan los delegados y delegadas a la nación sudamericana.

Acompañaron la ceremonia el viceministro de Relaciones Exteriores para América del Norte, Carlos Ron, y el director de Organismos Internacionales del Ministerio del Poder Popular para Relaciones Exteriores, Rander Peña, en representación del Estado venezolano.

A partir del intercambio de experiencias y trabajo voluntario entre diversos movimientos sociales del mundo y de la República Bolivariana de Venezuela, se conformó la Brigada Internacionalista, de carácter solidario y militante, Che Guevara, en solidaridad con la Revolución Bolivariana.

Cerca de 200 jóvenes militantes del mundo (América del Norte, Centroamérica, El Caribe, América del Sur, África Sub-sahariana, Región Árabe, Asia y Europa), participan del encuentro con el pueblo venezolano en sus luchas cotidianas, tanto en lo rural como en lo urbano, adentrándose en lo que es la construcción del Poder Popular y la vía comunal al Socialismo.

Asimismo, la brigada internacional comparte actividades con actores políticos, principalmente jóvenes, en funciones de gobierno, así como con distintas organizaciones juveniles con presencia a escala nacional, desde el sábado 16 hasta el viernes 22 de febrero, como antesala a la Asamblea Internacional de los Pueblos, que se llevará a cabo del 24 al 27 de febrero de 2019.

Tomando en cuenta que en Venezuela se ha pretendido consumar un golpe de Estado contra el Gobierno constitucional del Presidente Nicolás Maduro, a través de una estrategia de guerra prolongada de cuarta generación, un bloqueo económico y financiero que genera desabastecimiento de alimentos, medicinas y demás bienes y productos esenciales, los delegados internacionales se plantean entre sus objetivos generar una plataforma en solidaridad con la Revolución Bolivariana, a escala mundial.

A través de esta plataforma se sostiene una articulación política y comunicacional permanente, generando herramientas para el manejo eficaz de la información, así como la planificación y ejecución de acciones específicas, en defensa del derecho a la autodeterminación de los pueblos, contrarrestando con esto, el avance de la hegemonía imperialista.

De la misma manera, aspiran conocer desde el territorio la realidad venezolana para desmitificar lo que realmente sucede en Venezuela, desmontando así, las falsas matrices informativas, consecuencia de la manipulación mediática internacional. Además, buscarán contribuir sustancialmente en la preparación de las y los brigadistas, para lo que será la participación de la Juventud en la Asamblea Internacional de los Pueblos.

¿Qué es una Brigada Internacionalista?
Las Brigadas surgen debido a la necesidad de construcción de una identidad internacionalista que trascienda las naciones. Se organizan en la década de 1930 en la Unión Soviética y en plena guerra civil española.

Desde entonces, las luchas planetarias por la liberación de la humanidad han estado marcadas por la presencia y el trabajo activo de Brigadistas en todo el planeta. Estas Brigadas militan en países donde haya mayor necesidad de solidaridad, trabajo voluntario y articulación política entre organizaciones populares y gobiernos progresistas.

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