Dichiarazione finale dell’Incontro Mondiale contro l’Imperialismo

DICHIARAZIONE FINALE DELL’INCONTRO MONDIALE CONTRO L’IMPERIALISMO

Noi, le delegazioni dei partiti politici e dei movimenti sociali, riunite nella città di Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, in occasione del “Incontro mondiale contro l’imperialismo”, dopo le deliberazioni realizzate abbiamo raggiunto le seguenti conclusioni:

Il futuro dell’umanità è in grave pericolo. La pace sul pianeta è gravemente minacciata a causa della politica di aggressione militare degli Stati Uniti e dei suoi alleati, così come della micidiale corsa agli armamenti che riporta solo dividendi alle grandi società dell’industria militare. La guerra è il meccanismo preferito dall’espansionismo imperiale, in particolare quello degli Stati Uniti, e che osserviamo drammaticamente nei più recenti conflitti regionali che hanno gravemente colpito i popoli della Siria, Yemen, Iraq, Libia, Afghanistan e l’intera regione.

Allo stesso modo, la specie umana subisce le devastazioni causate dalla voracità di un modello economico che nel suo sviluppo suicida distrugge la natura a causa dell’insaziabile ossessione di massimizzare i profitti. Questa è precisamente la logica del sistema capitalista, che non solo compromette il suo funzionamento ma mette in pericolo anche l’esistenza dell’umanità.

Il modello neoliberista che amplifica la globalizzazione delle grandi società sotto il dominio degli stati imperialisti ha reso l’economia mondiale molto fragile. Le crisi sono più ricorrenti e grandi speculatori finanziari dominano il pianeta. Nella distribuzione della ricchezza generata, è stato imposta la disuguaglianza, l’ingiustizia e l’esclusione che colpisce una parte crescente della popolazione mondiale. I flagelli della povertà e della miseria colpiscono miliardi di persone come mai prima nella storia dell’umanità. Indubbiamente, lo sviluppo del capitalismo genera fenomeni insostenibili, dal punto di vista sociale, politico ed etico.

A ciò si aggiunge una crisi etica derivata dal modo di vivere prevalente nelle economie di mercato, dove si cancellano le culture nazionali e i valori umani, in termini di imposizione della società dei consumi. Il culto degli antivalori del capitalismo contribuisce a potenziare la crisi della condizione umana generata nell’attuale modello di coesistenza.

L’imperialismo è in crisi e questo lo rende molto più aggressivo, pericoloso e distruttivo. Prima del crepuscolo del mondo unipolare, l’imperialismo USA attua una strategia di dominio globale. L’impegno geopolitico della Casa Bianca di fronte alla resistenza dei popoli e l’emergere di potenze emergenti è quello di difendere la loro egemonia, attraverso una politica neocoloniale volta ad appropriarsi delle risorse naturali, in particolare le risorse energetiche, il controllo dei mercati e dominare politicamente le nazioni.

Per preservare l’attuale ingiusto ordine mondiale, l’imperialismo viola il diritto internazionale pubblico, ha trasformato il mondo in un grande teatro di operazioni militari, sviluppa misure coercitive unilaterali, impone leggi extraterritoriali, attacca il multilateralismo, viola la sovranità delle nazioni e sopprimere l’autodeterminazione dei popoli. Nella sua concezione arrogante, i suoi confini arrivano fino a dove i suoi interessi espansionistici si estendono.

In linea con questa politica, l’imperialismo ricorre all’intervento militare, alla destabilizzazione politica dei governi, alle guerre e al blocco economico. La sua pianificazione strategica concepisce la NATO come il braccio militare globale del neoliberismo. Inoltre, nell’ambito della sua dottrina della guerra non convenzionale, le azioni terroristiche, l’uso dei paramilitari, la giudicizzazione delle leadership antimperialiste e l’omicidio selettivo, sono alcune delle azioni più emblematiche di una politica genocida, che pone in pericolo l’umanità.

Tali pratiche sono state “legittimate” attraverso l’industria culturale del capitalismo, le grandi transnazionali della comunicazione e l’uso dei social network. Allo stesso modo, l’uso dei “Big Data” è diventato un’arma formidabile per modificare il comportamento della popolazione e influenzare le loro decisioni politiche.

Nel tentativo di imporre il “pensiero unico”, i potenti del mondo manipolano le credenze religiose, cercano di giustificare le attuali relazioni di potere a scapito della democrazia, l’imposizione del libero mercato, il razzismo di stirpe euro-centrica, la segregazione delle minoranze, l’oppressione di genere, il carattere eugenico del modello educativo globale, tra molti altri fattori, che si adattano perfettamente ai requisiti della dittatura del capitale.

Il capitalismo neoliberista rafforza lo sfruttamento della classe operaia, opprime ulteriormente le donne in termini di massimizzazione dei profitti delle grandi transnazionali, strappa il futuro dai giovani e offusca l’identità dei popoli originari. Ciò dimostra che la soluzione ai grandi problemi del mondo di oggi richiede un nuovo modello di convivenza umana.

In quel contesto, il mondo multicentrico e pluri-polare emerge con maggiore forza. Il rafforzamento politico ed economico di potenze come la Russia e la Cina, insieme a quello di altre nazioni, fa da contrappeso sempre più grande al potere dell’imperialismo USA. Ovviamente, l’eroica resistenza in Medio Oriente, le lotte dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, hanno contenuto e respinto i piani dell’imperialismo.

Inoltre, le esperienze dei governi progressisti nel mondo stanno già emergendo come alternativa al neoliberismo. Ne è un esempio la Rivoluzione bolivariana, che viene proiettata come referente antimperialista con enorme forza popolare nel quadro della potente unione civile-militare e sulla base dell’ideologia del Libertador Simón Bolívar e del comandante Hugo Chávez.

Ciò ha provocato il brutale attacco dell’imperialismo americano contro il popolo venezuelano, che ha dimostrato dignità e amore per il paese, ratificando il suo corso verso il socialismo in numerosi processi elettorali che sostengono la vigorosa democrazia partecipativa esistente in questo paese. I giorni difficili della lotta popolare hanno sconfitto le minacce di intervento militare USA, tentato colpo di stato e fonti di violenza terroristica.

Questo esempio di lotta a fianco di quello del Nicaragua e di Cuba, nonché i recenti progressi in Argentina e Messico, ha consentito il rafforzamento delle forze antimperialiste e porterà al rafforzamento di nuovi meccanismi di integrazione regionale (CELAC, ALBA-TPC, PETROCARIBE, ecc.). Sebbene in Honduras, Paraguay, Brasile, Ecuador, El Salvador e Bolivia, il neo-colonialismo sia stato riposizionato nel quadro della nuova edizione della Dottrina Monroe, le lotte popolari continuano.

Nel resto del mondo i popoli continuano a resistere, si ribellano e i governi popolari esercitano la loro sovranità. L’unità antimperialista è un obiettivo strategico che non può essere rinviato.

In questo contesto, questo “Incontro mondiale contro l’imperialismo” dichiara:

Esortiamo i popoli del mondo a lottare per la vita, la conservazione della natura e contro le condizioni strutturali che generano i cambiamenti climatici. Allo stesso modo, chiediamo alle nazioni sviluppate di lavorare in modo deciso per evitare la distruzione del pianeta e in particolare agli Stati Uniti per superare la sua posizione primitiva che cerca di ignorare il terribile danno che è causato alla natura con l’attuale modello produttivo basato sull’accumulo di capitale.

Accompagniamo la richiesta di costruire un ordine internazionale più giusto, che metta in primo piano gli interessi dei popoli e consenta lo sviluppo delle politiche di inclusione sociale e giustizia per superare le gigantesche disuguaglianze sociali ed economiche che prevalgono tra le nazioni del mondo.

Chiediamo ai cittadini del mondo di difendere la pace, la sovranità dei popoli e accompagnare le legittime lotte per il progresso socio-economico sulla base di un’ampia piattaforma di lotta unitaria contro il nemico comune, l’imperialismo statunitense.

Ripudiamo l’attuazione di misure coercitive unilaterali illegali da parte delle potenze imperialiste, poiché si tratta di politiche criminali che colpiscono il popolo. In particolare, condanniamo la politica di genocidio del blocco economico che si applica contro le nazioni del mondo che esercitano la loro sovranità.

Respingiamo la militarizzazione della nostra America e in particolare la presenza delle basi militari degli Stati Uniti in America Latina e nei Caraibi.

Condanniamo fermamente l’invasione militare e altre aggressioni commesse dall’imperialismo contro i popoli del Medio Oriente. In particolare, ripudiamo la violazione della sovranità di Siria e Iraq, le aggressioni contro la Repubblica islamica dell’Iran, nonché il vile omicidio del comandante Qasem Soleimani, martire dei popoli del mondo in lotta per la libertà.

Chiediamo rispetto per la sovranità del Venezuela, Cuba e Nicaragua e sosteniamo gli sforzi di Nicolás Maduro Moros, Presidente costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, per mantenere la pace.

Denunciamo il tentativo orchestrato dalla Casa Bianca di censurare le multi-statali TeleSur e HispanTV. Ciò costituisce un affronto alla libertà di espressione dei popoli.

Condanniamo il colpo di stato, orchestrato da Washington, contro il presidente Evo Morales Ayma. Ripudiamo la sanguinosa repressione e il razzismo contro il popolo dello stato plurinazionale della Bolivia.

Allo stesso modo, questo ‘”Incontro mondiale contro l’imperialismo” decide di:

Costruire una piattaforma unitaria mondiale organizzata da continenti, regioni, sotto-regioni e paesi per affrontare l’imperialismo. Tale struttura organizzativa sarà modellata in base alle peculiarità di ciascun territorio.

Effettuare durante l’anno “Incontri continentali contro l’imperialismo” al fine di formare le piattaforme unitarie continentali, regionali e sub-regionali articolate attorno a un piano comune di lotta contro l’imperialismo.

Convocare il “II incontro mondiale contro l’imperialismo” che si terrà a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, al fine di definire il nome della Piattaforma unitaria mondiale, nonché l’articolazione delle diverse piattaforme continentali e regionali in un piano mondo comune che gemella le lotte dei popoli.

Infine, questo “Incontro mondiale contro l’imperialismo” accetta di approvare l’Agenda di lotta adottata nel “I Incontro internazionale dei lavoratori in solidarietà con la rivoluzione bolivariana”, approvato dal “I Congresso internazionale delle donne”, dal “Congresso internazionale delle comuni, movimenti sociali e potere popolare”, per il ‘”I incontro internazionale dei popoli indigeni”, per il “Congresso internazionale dei popoli di origine africana” e il “Congresso internazionale della comunicazione”, tenutosi nella Repubblica Bolivariana del Venezuela durante l’anno 2019, agenda che include quanto segue:

Organizzare una giornata di mobilitazione internazionale a sostegno della rivoluzione bolivariana e contro il neoliberismo il 27 febbraio 2020. (Commemorazione dei 31 anni della prima insurrezione a Caracas contro il neoliberismo).

Convocare una mobilitazione mondiale per la pace in Venezuela, nella nostra America e contro i piani di guerra del governo degli Stati Uniti per il mese di aprile 2020.

Sviluppare una giornata internazionale di ripudio della dottrina Monroe, contro il blocco e altre misure unilaterali coercitive entro il 28 giugno 2020.

Creare fino al prossimo incontro una Commissione di coordinamento delle delegazioni presenti al “Primo incontro mondiale contro l’imperialismo” al fine di realizzare questo piano.

Approvato nella città di Caracas, culla del liberatore Simón Bolívar e capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela il 24 gennaio 2020.

Declaración Final Encuentro Mundial contra el Imperialismo 

por Encuentro Mundial contra el Imperialismo

Las delegaciones de los Partidos Políticos y Movimientos Sociales, reunidos en la ciudad de Caracas, capital de la República Bolivariana de Venezuela, con motivo del “Encuentro Mundial Contra el Imperialismo”, luego de las deliberaciones efectuadas hemos llegado a las siguientes conclusiones:

            El futuro de la humanidad está en grave peligro. La paz en el planeta se encuentra seriamente amenazada como resultado de la política de agresiones militares de los EE.UU y sus aliados, así como de la mortal carrera armamentista que sólo le reporta dividendos a las grandes corporaciones de la industria militar. La guerra es el mecanismo predilecto del expansionismo imperial, en especial, del estadounidense y eso lo observamos dramáticamente en los más recientes conflictos regionales que han afectado gravemente a los pueblos de Siria, Yemen, Irak, Libia, Afganistán y a toda la región. 

Asimismo, la especie humana sufre los estragos ocasionados por la voracidad de un modelo económico que en su despliegue suicida destruye la naturaleza por la insaciable obsesión de maximizar ganancias. Esa es precisamente la lógica del sistema capitalista, la cual ya no sólo compromete su funcionamiento sino que también pone en peligro de extinción de la humanidad.

            El modelo neoliberal que instrumenta la globalización de las grandes corporaciones bajo la dominación de los Estados imperialistas, le ha impreso a la economía mundial una gran fragilidad. Las crisis son más recurrentes y los grandes especuladores financieros dominan el planeta. En la distribución de la riqueza generada se ha impuesto un parámetro de desigualdades, injusticias y exclusión que afecta a una creciente parte de la población mundial. Los flagelos de la pobreza y la miseria afectan a millardos de personas como nunca antes en la historia de la humanidad. Sin dudas, el desarrollo del capitalismo engendra fenómenos insostenibles, desde el punto de vista social, político y ético.

A esto se le agrega una crisis ética derivada del modo de vida imperante de las economías de mercado, donde se sepultan las culturas nacionales y los valores humanos, en función de imponer la sociedad de consumo. El culto a los antivalores del capitalismo contribuye potenciar la crisis de la condición humana generada en el actual modelo de convivencia.

            El imperialismo está en crisis y esto lo hace mucho más agresivo, peligroso y destructivo. Ante el ocaso del mundo unipolar, el imperialismo estadounidense implementa una estrategia de dominación global. La apuesta geopolítica de la Casa Blanca frente a la resistencia de los pueblos y la irrupción de potencias emergentes, ha sido defender su hegemonía, mediante una política neocolonial orientada a apropiarse de los recursos naturales, en especial de los recursos energéticos, controlar los mercados y dominar políticamente a las naciones.

            Para preservar el injusto orden mundial actual, el imperialismo violenta el derecho internacional público, ha convertido al mundo en un gran teatro de operaciones militares, desarrolla medidas coercitivas unilaterales, impone leyes de carácter extraterritorial, ataca el multilateralismo, vulnera la soberanía de las naciones y suprime la autodeterminación de los pueblos. En su arrogante concepción, sus fronteras llegan hasta donde se extienden sus intereses expansionistas.

            En consonancia con esta política, el imperialismo recurre a la intervención militar, a la desestabilización política de los gobiernos, a las guerras y al bloqueo económico. Su planeación estratégica concibe a la OTAN como el brazo militar global del neoliberalismo. Adicionalmente, en el marco de su Doctrina de la Guerra No Convencional, acciones terroristas, el uso de paramilitares, la judicialización de liderazgos antiimperialistas y el asesinato selectivo, son algunas de las acciones más emblemáticas de una política genocida, que coloca en peligro a la humanidad.

            Tales prácticas han sido “legitimadas” a través de la industria cultural del capitalismo, las grandes trasnacionales de la comunicación y el uso de las redes sociales. Igualmente, el uso de la “Big Data” se ha constituido en una formidable arma para modificar el comportamiento de la población e incidir en sus decisiones políticas.

            En el intento de imponer el “pensamiento único”, los poderosos del mundo manipulan las creencias religiosas, tratan de justificar las actuales relaciones de poder en detrimento de la democracia, la imposición del libre mercado, el racismo de estirpe eurocéntrica, la segregación de las minorías, la opresión de género, el carácter eugenésico del modelo educativo global, entre muchos otros factores, que se ajustan perfectamente a los requerimientos de la dictadura del capital.

El capitalismo neoliberal afianza la explotación de la clase trabajadora, oprime aún más a la mujer en función de maximizar la ganancia de las grandes trasnacionales, arrebata el futuro a la juventud y  desdibuja la identidad de los pueblos originarios. Esto evidencia que la solución a los grandes problemas del mundo actual demanda un nuevo modelo de convivencia humana.

En ese contexto, el mundo multicéntrico y pluripolar emerge con mayor fuerza. El fortalecimiento político y económico de potencias como Rusia y China, junto al de otras naciones, le hacen un contrapeso cada vez más serio al poder del imperialismo estadounidense. Evidentemente, la heroica resistencia en el Medio Oriente, las luchas de los pueblos de América Latina y el Caribe, han contenido y hecho retroceder los planes del imperialismo.

            Más aún, las experiencias de los gobiernos progresistas en el mundo ya se perfila como una alternativa frente al neoliberalismo. Ejemplo de ello es la Revolución Bolivariana, que se proyecta como un referente antiimperialista con una enorme fortaleza popular en el marco de la poderosa unión cívico-militar y sobre la base del ideario del Libertador Simón Bolívar y del Comandante Hugo Chávez.

            Esto ha provocado el brutal ataque del imperialismo estadounidense contra el pueblo venezolano, que ha derrochado dignidad y amor por la  patria, ratificando su rumbo hacia el socialismo en numerosos procesos electorales que refrendan la vigorosa democracia participativa existente en este país. Duras jornadas de lucha popular han derrotado las amenazas de intervención militar estadounidense, intentos de golpe de Estado y focos de violencia terrorista.

            Este ejemplo de lucha junto al de Nicaragua y Cuba, así como los recientes avances en Argentina y México, ha permitido el fortalecimiento de fuerzas antiimperialistas y conllevará a reforzar los nuevos mecanismos de integración regional (CELAC, ALBA-TPC, PETROCARIBE, etc.,). Aunque en Honduras, Paraguay, Brasil, Ecuador, El Salvador y Bolivia se ha reposicionado el neocolonialismo en el marco de la nueva edición de la Doctrina Monroe, las luchas populares continúan.

            En el resto del mundo tambíen los pueblos resisten, se sublevan y los gobiernos populares ejercen su soberanía. La unidad antiimperialista es un objetivo estratégico impostergable.

           

En este contexto, el “Encuentro Mundial contra el Imperialismo”, declara:

 

Exhortamos a los pueblos del mundo a luchar por la vida, la preservación de la naturaleza y contra condiciones estructurales que generan el cambio climático. Igualmente, exigimos a las naciones desarrolladas a trabajar decididamente para evitar la destrucción del planeta y especialmente a los EE.UU a superar su postura primitiva que pretende desconocer el terrible daño que se ocasiona a la naturaleza con el actual modelo productivo basado en la acumulación del capital.

Acompañamos la demanda de construir un orden internacional más justo, que coloque en primer plano los intereses de los pueblos y permita desarrollar políticas de inclusión y de justicia social para superar las gigantescas desigualdades sociales y económicas que imperan entre las naciones del mundo.

Convocamos  a los ciudadanos del mundo a defender la paz, la soberanía de los pueblos y acompañar las legítimas luchas por el progreso socioeconómico sobre la base de una amplia plataforma de lucha unitaria en contra del enemigo común, el imperialismo estadounidense.

Repudiamos la implementación de las ilegales medidas coercitivas unilaterales por parte de las potencias imperialistas, ya que son políticas criminales que afectan a los pueblos. Especialmente, condenamos la política genocida de bloqueo económico que se aplica contra las naciones del mundo que ejercen su soberanía.

Rechazamos la militarización de Nuestra América y especialmente, la presencia de las bases militares de Estados Unidos en América Latina y el Caribe.

Condenamos de la forma más enérgica la invasión militar y demás agresiones cometidas por el imperialismo contra los pueblos del Medio Oriente. Especialmente, repudiamos la violación de la soberanía de Siria e Irak, las agresiones a la República Islámica de Irán, así como el vil asesinato del Comandante Qasem Soleimani, mártir de los pueblos del mundo que luchan por la libertad.

Exigimos respeto a la soberanía de Venezuela, Cuba y Nicaragua así como apoyamos los esfuerzos de Nicolás Maduro Moros, Presidente Constitucional de la República Bolivariana de Venezuela, por mantener la paz.

Denunciamos el intento orquestado por la Casa Blanca de censurar a las empresas multiestatales TeleSur e HispanTV. Esto se constituye en una afrenta a la libertad de expresión de los pueblos.

Condenamos el golpe de Estado, orquestado desde Washington,  en contra del  presidente Evo Morales Ayma. Repudiamos la cruenta represión y el racismo contra el pueblo del Estado Plurinacional de Bolivia.

 

Igualmente,el “Encuentro Mundial contra el Imperialismo”, acuerda:

 

Construir una Plataforma Unitaria Mundial organizada por continentes, regiones, sub-regiones y países en función de enfrentar al imperialismo. Dicha estructura organizativa será conformada en atención a las peculiaridades de cada territorio.

 

Realizar durante el año 2020 “Encuentros Continentales Contra el Imperialismo” a los fines de conformar las plataformas unitarias continentales, regionales y sub-regionales articuladas entorno a un plan de lucha común contra el imperialismo.

 

Convocar al “II Encuentro Mundial Contra el Imperialismo” a realizarse en Caracas, capital de la República Bolivariana de Venezuela, a los fines de definir el nombre de la Plataforma Unitaria Mundial, así como la articulación de las diferentes plataformas continentales y regionales en un plan común mundial que hermane las luchas de los pueblos.

 

Por último, el “Encuentro Mundial Contra el Imperialismo” acuerda hacer suya la Agenda de Lucha adoptada en el “I Encuentro Internacional de Trabajadores y Trabajadoras en Solidaridad con la Revolución Bolivariana”, refrendada por el “I Congreso Internacional de Mujeres”, por el “Congreso Internacional de Comunas, Movimientos Sociales y del Poder Popular”, por el “I Encuentro Internacional de Pueblos Indígenas”, por el “Congreso Internacional de Afrodescendientes” y el “Congreso Internacional de Comunicación”, celebrados en la República Bolivariana de Venezuela durante el año 2019, agenda que incluye lo siguiente:

 

  1. Realizar una jornada internacional de movilización en apoyo a la Revolución Bolivariana y contra el neoliberalismo el 27 de febrero del año 2020. (Conmemoración de los 31 años de la primera insurrección en Carcas contra el neoliberalismo)
  2. Convocar una movilización mundial por la paz en Venezuela, en Nuestra América y contra los planes de guerra del gobierno de Estados Unidos para el mes de abril de 2020.
  3. Desarrollar una jornada internacional de repudio a la Doctrina Monroe, contra el Bloqueo y demás Medidas Coercitivas Unilaterales para el día 28 de junio de 2020.
  4. Crear hasta el próximo Encuentro una Comisión Coordinadora de las delegaciones presentes en el “I Encuentro Mundial Contra el Imperialismo” a los fines de cumplir el presente plan.

 

Aprobado en la Ciudad de Caracas, Cuna del Libertador Simón Bolívar y Capital de la República Bolivariana de Venezuela a los 24 días del mes de Enero de 2020.

Caracas 25ene2020: No a la guerra de EEUU contra Irán

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Arce-Choquehuanca: «Sólo la Unidad rescatará la soberanía del Pueblo Boliviano»

Risultati immagini per Arce-Choquehuancapor Rosalba Lo Bue Antico

A tan sólo 73 días del fatídico Golpe de Estado, cívico-policial, con la complicidad de las fuerzas armadas, contra los 14 años de Revolución Democrática y Cultural del Estado Plurinacional de Bolivia, liderada por Evo Morales; se alistan para rescatar la Soberanía del Pueblo, en la contienda electoral a efectuarse en Bolivia el próximo 3 de mayo de 2020, con la fórmula de Luis Arce y David Choquehuanca, elegida por los por Dirigentes del MAS de nueve departamentos bolivianos y del Pacto de Unidad, en la capital argentina, el pasado 19 de enero.

Durante la histórica reunión de Alto Nivel del Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos (MAS-IPSP) y el Pacto de la Unidad, convocada por el líder Evo Morales en Buenos Aires, ratificando con ello el Acuerdo por la Unidad y el fortalecimiento de dicha organización política, en donde los candidatos electos defenderán las luchas de los movimientos sociales por los recursos naturales y las grandes transformaciones políticas y económicas alcanzadas estos 14 años de revolución democrática y cultural, en defensa de los más altos intereses de la Patria, y que hoy están gravemente amenazadas por los intereses neoliberales y extranjeros, que han causado la crisis política del país, producto del golpe de estado del 10 de noviembre de 2019, y cuyo impacto no solo ha sido en Bolivia, sino que se ha convertido en un asunto geopolítico para la región Latinoamericana y Caribeña.

Este Pacto de Unidad, agrupa a sindicatos y organizaciones campesinas, indígenas y vecinales que constituyen la base del Mas-IPSP y está conformado por la Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB), la Confederación Nacional de Mujeres Campesinas Indígenas Originarias de Bolivia “Bartolina Sisa” (CNMCIOB-BS), la Confederación Sindical de Comunidades Interculturales Originarios de Bolivia (CSCIOB), la Confederación de Pueblos Indígenas del Bolivia (CIDOB) y el Consejo Nacional de Ayllus y Markas del Qullasuyu (CONAMAQ).
Es por ello que, este 22 de Enero, en el marco de la celebración del Día del Estado Plurinacional de Bolivia, establecido mediante el Decreto Supremo 405 de 2010, El MAS ha decidido presentar a sus candidatos y enviar un mensaje de reflexión y espíritu fraterno al país, finalizando simbólicamente el tercer mandato presidencial de Evo Morales.

Así se inicia, de forma pacífica y con dignidad, un recorrido cargado que de mucho sacrificio y venciendo dificultades extremas, que permitirá recobrar la continuidad de la Patria libre y soberana, con el venidero triunfo del próximo 3 de mayo, para con ello dar una lección de democracia al mundo y frenar al neoliberalismo, al fascismo y el terrorismo de la derecha boliviana, racista y reaccionaria, dirigida desde la Casa Blanca y sus mecanismos de dominación como la Organización de Estados Americanos (OEA).

El gobierno interino de Jeannine Añez, debía cumplir solo dos funciones: pacificar el país manteniendo el estado de paz, y convocar a elecciones; sin embargo, como un ejemplo de la política injerencista y monroísta, el Gobierno de facto ha representado un retroceso para el país en los aspectos político, económico, social, militar e internacional. En dos de estos aspectos, podemos citar que puso en riesgo la situación económica de Bolivia con aumento del gasto público y el déficit fiscal, además de postergar el pago de impuestos de empresarios y desmantelar el modelo económico comunitario de Morales.

En cuanto a la política exterior de Añez, entre los hechos, se cuentan el rompimiento de las relaciones con Venezuela, enfrentamiento con México y España así como la UE; abandono de la ALBA y su posible retiro de Unasur; además del ingresó de Bolivia al Grupo de Lima y retomar relaciones con EE.UU., y muy recientemente, su ausencia en la Celac.

En tal sentido, estas elecciones, pactadas para restablecer el orden constitucional, será prioritario lograr la reconciliación nacional y el reencuentro entre todos los bolivianos, para ello será necesario mantener una férrea unidad del movimiento político, para impulsar una propuesta electoral unitaria, de manera colectiva, que responda a los intereses del pueblo y proyecte a Bolivia hacia el futuro.

El binomio conformado por el ex ministro de Economía y Finanzas, Luis Arce Catacora como candidato a Presidente, considerado como el principal artífice del resurgimiento económico de Bolivia durante el Gobierno de Evo Morales (2006-2019), y el ex ministro de Relaciones Exteriores (2006-2017) ex secretario general de la ALBA (2017-2019), David Choquehuanca como candidato a Vicepresidente; su selección obedece a la necesidad de restablecer la estabilidad económica, la pacificación nacional y el reconocimiento internacional del país suramericano.

Manual chavista para resucitar a Guaidó

Risultati immagini per marcha Maduropor Néstor Francia

Para mí es absolutamente claro que la política se parece más a las intrigas de Juego de Tronos que al reino idílico donde vive La Cenicienta. De manera que las negociaciones de trastienda del Gobierno con el grupo de gorditos corruptos e impresentables que encabeza Luis Parra las veo como un hecho natural. Lo malo es que después quieran vernos caras de pendejos y pretendan vendernos la idea de que eso fue un rollo de unos opositores y nosotros no tuvimos nada que ver.

Es evidente que la movilización militar-policial y de militantes que vimos el 5 y el 15 de enero fue para apoyar a la facción de Parra contra la de la Guaidó, y que ya se sabía muy bien todo lo que iba a ocurrir porque fuimos parte del escenario (fuimos es un decir solidario, yo no tuve nada que ver con eso). Véase lo que escribió Francisco Torrealba, jefe de la fracción del Bloque de la Patria de la AN, el día 4 de enero: “La sesión de mañana de la Asamblea Nacional (aun en desacato) promete. El Bloque de la Patria (la mayor de las minorías) asistirá en bloque con tod@s sus diputad@s ¡¡No se la pueden perder!! ¡¡Ya pinta de histórica por donde la vean!! ¡Les aseguro que va estar muy buena!” Más allá de esta extraña manía de creer que cualquier vaina es histórica… ¿qué comes que adivinas, Francisco?

Sabido, pues, que la posición del Bloque de la Patria fue negociada con Parra y su combo, y que es falso que en el triste show del 5 de enero no tuviese nada que ver el Gobierno, consideremos distintos aspectos que vienen al caso. Por ejemplo, mentir sin más ni más atenta contra la credibilidad de quién miente, pero eso parece ser un mal incurable de la fauna política venezolana. Es algo bien feo, pero eso es lo que tenemos y no es lo peor de todo.

Es claro que Guaidó no tiene más destino que no sea el de languidecer y desaparecer, adentro y afuera. Por eso mismo no entiendo el beneficio de todo este degradante follón que se ha armado en torno a algo tan nulo y moribundo como la Asamblea Nacional en desacato. Más bien yo hubiese dejado que se posesionara otra vez como presidente de esa entelequia y que se siguiera
exponiendo públicamente para que terminara de fracasar y perder los pocos apoyos que todavía
le quedan. Eso va a ocurrir de todas maneras, pero él no es el problema, como se sabe. Y aquí me
meteré en aguas más profundas, pero antes invito a los dirigentes chavistas, los que puedan, a que
se pasen por un mercado, o aborden una buseta o se monten en el Metro con una libretica y
anoten cuántas veces escuchan a los ciudadanos hablando de la Asamblea Nacional: la libretica se
quedaría sin estrenar porque la mayoría de este pueblo aguantador y paciente lo que anda es
pendiente de cómo lidiar con el bachaqueo, la especulación, la actuación brutal de los
comerciantes dolarizados, y todos jodidos con este capitalismo salvaje que la burguesía mundial
nos clava todos los días.

Ni siquiera me preocupa el efecto que nuestro show de enero tiene en los factores del poder mundial pro imperialista, ellos necesitan de muy poco para seguir fregando a todo el mundo. Lo que pasa es que su poder mediático y cultural es infinitamente superior al nuestro y eso no se va a resolver de la noche a la mañana ni con diez congresos de comunicación. Si se la ponemos bombita y le suministramos los insumos para alimentar sus matrices y sus manipulaciones, los van a usar a su antojo, maniobrando con su experiencia en esos menesteres, con su poderosa red de medios de comunicación, con sus ingentes recursos.

No soy amigo de la violencia, pero en realidad me importa muy poco si a estos canallas de la derecha extremista alguien les cae a palos, ellos se merecen cada coñazo que se les pueda dar,
porque su sueño es que las bombas imperiales caigan sobre nuestras cabezas, y masacren a nuestros niños, a nuestras familias, a nuestros amigos, a nuestros camaradas. Verdugo no pide clemencia. En todo caso, el 15 de enero Guaidó venía con su horda minoritaria a tratar de entrar a la fuerza al Palacio Federal Legislativo, así que no hubo ninguna agresión sino un enfrentamiento en el que nosotros ganamos y el idiota tuvo que irse con su música a otra parte. Lo que pasa es que no es eso lo que corre hoy por el mundo, sino la imagen de unas fuerzas militares y civiles supuestamente armados agrediendo a unas pobres víctimas que solo quieren ejercer sus derechos democráticos y lo cual trata de impedir la “dictadura” de Maduro. Y eso lo están viendo no solo los poderosos, sino también los pueblos cuyo apoyo necesitamos y a los cuales queremos servir de ejemplo.

Esto nos lleva a otra cosa. Ya he dicho en alguna oportunidad que no vivo de consignas ¿Venceremos? ¿Quiénes, nosotros solos? ¿Venceremos si no vence todo el pueblo humano al imperialismo? Hace poco vi una cuña que se exhibe en la televisión de Vietnam. No entendí sus palabras, por supuesto, pero sí sus imágenes, de clara orientación capitalista. Me dolió un poco pensando en todo lo que hizo ese pueblo para expulsar de su territorio a Estados Unidos. No estoy criticando a los vietnamitas, sino puntualizando cuán fuerte es aun el capitalismo y cuán grande nuestra responsabilidad en la lucha por una nueva cultura, por una nueva civilización. Cualquier
cosa que hagamos en Venezuela va a afectar la lucha de todos los pueblos.

Ahora bien ¿qué pierde Guaidó con todo este espectáculo? Absolutamente nada, él va igual palo abajo sin remedio. Más bien gana, porque hoy aparece otra vez como una víctima de la “dictadura”
¿Qué ganamos nosotros para que valga la pena ese precio que pagamos a nivel de imagen? Que
alguien me lo explique. Entretanto, no compraré el 5 de enero como algo “histórico” o glorioso
¿Será que ganaron algo Parra y sus secuaces? Explíquenme por favor.

Y hay más. En la sesión de la ANC del miércoles pasado llegó la orden de mudar las reuniones de comisiones a los espacios externos del Palacio Federal Legislativo (fue algo que nadie discutió y
nadie aprobó con su voto, como se hace en los parlamentos, se hizo a lo mero macho). Esto es
supuestamente para proteger el Palacio Federal Legislativo. Me gustó mucho más la idea que
presentó Diosdado Cabello de hacer guardias de alerta temprana y si vienen los bichos de la derecha con su violencia, estar preparados para mover la milicia, los colectivos, lo que sea para pararlos en seco. Ya estamos metidos en este peo, no podemos hacer nada por ahora. Todo se parió ese fatídico 5 de enero cuando quisimos pasarnos de vivos y terminamos otra vez entrampados en esta polarización infinita con la extrema derecha, de la que la mayoría del pueblo es mudo espectador.

Yo, que soy fanático de la realidad, tendré que ir a reunirme en ese campamento que se montó en el Palacio, pero bajo protesta, porque se invirtió un realero para acondicionar el edificio La Francia y
permitir que allí se reunieran las comisiones para adelantar su difícil trabajo en las mejores
condiciones posibles. Estoy claro: si la absoluta mayoría de los constituyentes son del PSUV y están
acostumbrados a esta manera de hacer las cosas, pues iré al campamento a cumplir con mi trabajo.
Eso sí, yo siempre aclaro que soy parte del perraje, y a los perros nos hace falta ladrar de vez en
cuando. Al menos que se me conceda eso.

Coordinadora Simón Bolívar: Intervista a Juan Contreras

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Intervista a Juan Contreras
Coordinadora Simón Bolívar, Parroquia 23 de enero, La Cañada, Caracas, República Bolivariana del Venezuela

Qual è il contributo e la partecipazione della Coordinadora Simón Bolívar alla Rivoluzione Bolivariana?

La Coordinadora Simón Bolívar è un’organizzazione sociopolitica che esiste da 26 anni e in questi 26 anni ha lavorato alla costruzione del Potere Locale. In cosa consiste questo nostro contributo al processo bolivariano nei 20 anni di rivoluzione?:

  • La costruzione del Potere Popolare, che a nostro avviso è dal basso verso l’alto. Non viene dalle elite o da vertici che si autonominano o si fanno rivoluzione. La rivoluzione, voglio ripeterlo, si costruisce dal basso verso l’alto ed è un apprendistato che abbiamo svolto in questi ultimi 26 anni. Questo è l’apporto, uno dei tanti, che può dare e ha dato la Coordinadora. Come dire… è necessario costruire coscienza, educazione e formazione dal basso. Perché? Te lo dico. Chi costruisce il processo? Le rivoluzioni le fanno i popoli, non i singoli uomini, per quanto brillanti essi siano. La rivoluzione la fa il popolo con le sue stesse mani: contadini, operai, studenti, indigeni, le persone dei settori popolari, delle baraccopoli. Uno degli elementi dell’apporto della Coordinadora è decisamente l’educazione. L’educazione, potremmo dire, come fatto rivoluzionario e di trasformazione. Educazione che produce coscienza.
  • Quale altro elemento abbiamo aggiunto esattamente all’educazione in questi 26 anni? C’è una linea trasversale che attraversa tutto il nostro lavoro. Una linea che va dallo sport alla cultura, alla politica, alle rivendicazioni, fino alle più diverse aree di cui ci occupiamo. Questa linea trasversale è precisamente il tema della formazione, dell’orientamento. Non diciamo che la gente deve andare all’università. Le nostre comunità vanno all’università, i nostri giovani già si formano nelle università ma, cosa molto più importante, stiamo parlando di creare coscienza, di far capire che oggi la lotta che sta conducendo il popolo è una lotta di classe. Bisogna far capire che stiamo andando nella direzione di una precisa corrente della storia. Qual è questa corrente storica, che il comandante Chávez metteva in evidenza, e che il complesso dei rivoluzionari del popolo venezuelano mette in evidenza? è quella corrente che inizia con il cacicco Guaicaipuro nella lotta per scacciare l’invasore, lotta ripresa da José Leonardo Chirinos provando a ricostruire la Repubblica e abolire la schiavitù. È quella corrente che nel secolo XIX si concretizza in Miranda, Bolivar e Sucre. Con il processo di indipendenza del 1854, Terra e Uomini Liberi. Lo dice in maniera chiara Ezequiel Zamora e, più di recente, nella nostra storia contemporanea, è rappresentata dal 23 gennaio del ’58 con la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez; poi abbiamo avuto il 27, il 28 febbraio dell’89, quando tra le 3000 e 5000 persone, cittadini, sacrificarono la propria vita per rigettare le ricette del fondo monetario internazionale; e, ancora, si manifesta il 4 febbraio del ’92 e il 27 novembre ’92, due insurrezioni civico-militari, per raggiunge l’apice il 6 dicembre del ’98, quando il Comandante Hugo Chávez, quando il popolo, che è quello che decide, non votò né per Copeianos né per Adecos, per i socialdemocratici o per i social-cristiani. Il popolo votò per Hugo Chávez. Questa è la strada che abbiamo scelto e qui, in questo precisa corrente storica, trova posto il nostro contributo. Formazione, educazione, partecipazione. Bada che la partecipazione non si ordina o decreta, l’abbiamo costruita dal basso.

In che modo la rivoluzione bolivariana può affrontare la minaccia imperialista?

Senti, se c’è qualcosa che l’impero e i suoi lacchè temono è la formula fin qui adottata: mobilitazione popolare. Il popolo deve essere mobilitato in ogni momento, deve stare per strada, con le sue parole d’ ordine, con disciplina, comprendendo il momento politico. Inoltre gli statunitensi hanno molta paura dell’opinione pubblica interna del proprio paese. Contro la guerra in Vietnam ci furono molte proteste negli Stati Uniti. Il tema dei caduti e dell’opinione pubblica interna gli si ripercuote contro andando in senso contrario ai loro desideri. Gli Stati Uniti d’America vorrebbero che la gente sostenesse la guerra. Ma il fatto più importante rimane il popolo organizzato e mobilitato, che partecipa alla difesa e alla sicurezza della nazione, da Milizia, dal campo popolare. Esiste tutta una concezione, un’idea, che poi è la concezione del popolo in armi. La stessa politica che adottò il Vietnam, la stessa del Nicaragua del 19 luglio 1979 quando ha avuto luogo la rivoluzione. La lotta di tutto il popolo fa parte della dottrina bolivariana e in questo momento è parte della nuova dottrina delle nostre forze armate e deve essere parte della dottrina del nostro popolo, il popolo in armi. L’unica possibilità di sconfiggere l’Impero americano è con le persone organizzate, le persone per strada, il popolo come parte di quell’importante forza per affrontare l’invasore.

Bolívar l’ha dimostrato che quando ha coinvolto tutti, i neri, gli indios, tutti nella lotta per l’indipendenza riuscendo a vincere. Allora sconfiggemmo l’impero spagnolo, e sappiamo dalla storia che l’impero spagnolo, l’impero ottomano e l’impero romano sono caduti; perché l’impero americano non può cadere? Gli americani non hanno mai osato toccare Cuba dopo la rivoluzione e penso che dovrebbero pensarci molto attentamente prima di cercare di venire qui, perché questo paese potrebbe essere la tomba di qualsiasi marine degli Stati Uniti, di qualsiasi forza militare che osi entrare in Venezuela.

Parlando di guerre: se dovesse esserci un conflitto, un conflitto globale tra Stati Uniti e Russia, come gruppi organizzati venezuelani, cosa fareste?

Ascolta, la solidarietà è radicata nel popolo venezuelano. Miranda ha combattuto per l’indipendenza del Nord America e in Francia è  addirittura presente sull’Arco di Trionfo; ricordiamo Carlos Aponte, ma esiste un gran numero di venezuelani che, nel corso dei decenni, anni, di tutta la nostra storia come popolo, sono stati protagonisti di altre lotte, sono stati internazionalisti. Una delle storie più recenti è quella del compagno della parrocchia La Vega, Alí Gómez García, il compagno “Pinze”, che morì combattendo in Nicaragua. C’è anche un altro compagno, José Vicente Ochoa, morto nella lotta in El Salvador. Cosa voglio dire? Se le circostanze giustificassero la lotta contro l’impero nordamericano ad altre latitudini, non dubito che il nostro popolo prenderà la decisione giusta. Se dobbiamo affrontarlo ad altre latitudini, come lei suggerisce, con i russi, e comunque non credo che i russi abbiano bisogno di molto sostegno, insomma, se la situazione lo richiedesse e dovessimo mobilitarci, credo che il nostro popolo non esiterebbe a farlo. I cubani lo hanno fatto in Angola, in America Centrale. Lo hanno fatto in questi 60 anni in America Latina e ai Caraibi. Credo che noi latinoamericani siamo un solo popolo, un unico blocco, quello che Bolivar chiama “America Meridionale” e questo popolo è disposto a lottare per l’indipendenza, per la sovranità, per cause giuste ovunque. In definitiva sono certo che saremo presenti, se necessario.

In cosa potrebbe consistere il sostegno esterno dei gruppi di solidarietà internazionale con la Rivoluzione Bolivariana? E, dal suo punto di vista, quali dovrebbero essere le relazioni dei paesi che sostengono il processo bolivariano?

Beh, qualcuno ha detto: “La solidarietà è la tenerezza del nostro popolo”. Credo che, come le persone costruiscono relazioni attraverso i governi, si intendono a vicenda ed esiste una diplomazia, così ci dovrebbe essere anche una diplomazia popolare.

Cosa intendo con questo? Qual è il compito immediato?

Dal punto di vista internazionale, il compito impellente è vincere la battaglia dell’opinione pubblica. Spiegare che in Venezuela non c’è dittatura né un regime che sta distruggendo il paese, bensì un processo interessante: un rivoluzione. Dobbiamo avere quel sostegno esterno che dice al mondo cosa sta realmente accadendo. Come, per esempio, le mobilitazioni che hanno avuto luogo in Europa, in Africa, in Asia, in America e in America Latina, che denunciano l’aggressione dell’Impero; ci sono svariati modi per farlo. Uno di questi è attraverso i media, con le dichiarazioni che il Comitato di solidarietà può rilasciare.

2- La presenza della solidarietà davanti alle nostre ambasciate e gli aiuti di solidarietà. C’è un blocco finanziario, economico e commerciale contro il Venezuela e la solidarietà si può manifestare anche attraverso la questione dei farmaci, questione che ci sta colpendo molto duramente in questo momento, frutto del blocco criminale attuato dall’Impero nordamericano. C’è una serie di compiti che tutti quei Comitati di Solidarietà che si stanno creando in America Latina e nei Caraibi e nel resto del mondo possono assumersi: denunciare ciò che sta realmente accadendo oggi in Venezuela. Non è una dittatura, qui non c’è dittatura, qui c’è un percorso che il popolo ha scelto 20 anni fa, lo abbiamo fatto in pace, costruito attraverso un processo elettorale trasparente e pulito che chiunque può verificare.

All’interno della comunità come si affronta la guerra economica?

È opinione comune che nelle difficoltà gli esseri umani crescano. Il Venezuela è il popolo delle difficoltà. Cosa voglio dire? Stiamo prendendo contatti proprio mentre parliamo. Si deve sapere che la carne viene venduta senza scrupoli, da affaristi favorevoli all’intervento armato in Venezuela e pro controrivoluzione, a più di 30.000 bolivares. Qui si sta svolgendo, in questo stesso momento che tu ed io stiamo parlando, una vendita di carne a 21.000 bolivares… cioè a molto meno. Come abbiamo fatto? abbiamo stretto legami con alcune persone che hanno cooperative o che sono direttamente legate ai macelli e questo ci salva dall’aumento dei prezzi. Compriamo quasi allo stesso prezzo a cui le vendiamo. Stiamo prendendo contatti con le persone che si muovono in quel settore per garantire la carne al prezzo più economico. Allo stesso modo faremo con altri generi alimentari; ma ci sono anche zone dei nostri quartieri, qui nella capitale, in particolare il 23 de Enero, dove si sta seminando quello che è possibile seminare, colture che hanno cicli brevi, per affrontare questo blocco economico. La guerra economica fa parte di una combinazione tattica di diverse metodologie di guerra; gli Statunitensi la chiamano guerra ibrida, i cinesi la chiamano guerra con tutto. Questa strategia consiste in una combinazione di metodi tattici di guerra che va dai “Cinque passi dalla dittatura alla democrazia” di Gene Sharp, passando per la guerra economica che cominciò col nascondere il nostro cibo, a farlo scarseggiare e trafugarlo oltre confine. Come non bastasse, la guerra commerciale ci impedisce di poter stabilire relazioni con un altro paese, anche avendo soldi per acquistare medicine, beni, servizi e cibo cosa che potrebbe permetterci di vivere tranquillamente, non possiamo.

Dal punto di vista finanziario è importante il tema della moneta, come la usano e come le assegnano il suo valore?

In Paraguay, questo è pubblico e arcinoto; hanno avuto una casa, una quinta [casa di lusso, NdT], ma piena di banconote, bolivares da 100. Al confine con la Colombia assistiamo a un sabotaggio. Vediamo come attraverso Internet fissano il prezzo del dollaro e questo prezzo a nero è quello che viene seguito dai commercianti e che provoca il crollare della nostra economia. Attraverso la guerra dei media fanno credere vere tutte le bugie che si raccontano sul Venezuela… allora il Venezuela sarebbe lo Stato fallito, lo Stato del narcotraffico; attraverso le reti si dicono una quantità di cose. Usano la guerra psicologica: 3.000 soldati israeliani sono arrivati in Brasile, 5.000 soldati sono arrivati in Colombia, tutta una preparazione alla guerra. Come ha detto il nostro Maggiore Generale Pascualino Angiolillo Fernández, tutto questo è parte di una guerra multidimensionale che ha a che fare con la guerra ibrida. Guerra che Barack Obama ha cominciato nel 2015, una guerra preventiva, e Trump continua a portarla avanti facendo pressione per portarci allo scontro.

Il motivo di questa aggressione, al di là della nostra ricchezza, è ciò che il Venezuela significa dal punto di vista geografico e geostrategica, la sua collocazione geografica, è il fatto che continuano a sostenere la Dottrina Monroe*, che semplificandola notevolmente consiste in: “America agli Americani”. Questo non lo dico io, Juan Contreras, lo sostiene John Robert Bolton, consigliere del presidente Trump, che di recente è tornato a dire che ciò che è in gioco è la Dottrina Monroe. In base alla Dottrina Monroe, che fu creata nel 1823 da John Quincy Adams segretario di Stato Usa, ma ricordata col nome del presidente James Monroe, beh, ci considerano il loro cortile di casa. Sviluppare questa dottrina significò dire al decadente Impero Spagnolo che ogni pretesa sull’America sarebbe stata un atto di provocazione nei loro confronti. Si considera l’America Latina il proprio cortile di casa. Di fronte a questa idea abbiamo abbracciato, 200 anni dopo, il pensiero di Bolivar, la dottrina bolivariana di integrazione e di emancipazione dei popoli. In questa corrente ci troviamo, quella dell’emancipazione, della liberazione nazionale e della costruzione del socialismo bolivariano.

*la dottrina Monroe è il principio della politica estera degli stati uniti secondo il quale l’intervento delle potenze europee negli affari interni dei paesi dell’emisfero americano non è permesso. Questa Dottrina Monroe è tratta da un messaggio al Congresso del presidente James Monroe datato 2 dicembre 1823.

Juan, se si verificasse un colpo di stato o un cambio di governo attraverso la violenza, cosa farebbe la Coordinadora Simón Bolívar?

Guarda, oserei dire che, in questo momento, ci sono cinque scenari: la questione del negoziato in Norvegia, quello che mi stai chiedendo e a cui poi risponderò, un colpo di stato, l’omicidio del Presidente e un’implosione. Quello che stanno facendo è coniugare quest’insieme di tattiche di guerra per destabilizzare il paese e sconfiggere il processo rivoluzionario. Queste cose che sono indotte lo stesso potrebbero verificarsi per il collasso del popolo in caso non riuscisse a resistere più o per un intervento diretto.

Un colpo di Stato cercherebbe, in questo momento, di trovare nel quadro delle Forze Armate, un Pinochet, cosa finora non avvenuta.

Ora, cosa faremmo noi, come organizzazione socio-politica, la Coordinadora Simón Bolívar? Beh, la maggior parte di noi, è registrata nelle Milizie popolari. Quindi non abbiamo bisogno di andare a comprare un’arma o inventarci qualcosa, come dicono i media o le grandi multinazionali della comunicazione mentendo sfacciatamente. Ci arruoleremmo nella chiamata della riserva. Qui posso affermare, come direbbe un nostro compagno, che oggi si trova su un altro piano dell’esistenza, il compagno Freddy Parra: dunque Chávez si sbaglia? dobbiamo sostenere Chávez, così come questo processo, che ha difficoltà, che ha errori naturalmente e che nessuno nega. Di fronte ad un’invasione dell’Impero nordamericano, di fronte all’aggressione dell’Impero, il popolo andrà a serrare i ranghi in difesa della Patria; non ci sono dubbi, difenderemo il nostro processo, quello che la maggioranza si è scelto. Le difficoltà, la complessità di costruire un processo di questo tipo nel XXI secolo, sono risolte dai venezuelani, tra i venezuelani, tra il popolo, e la strada che abbiamo scelto è stata quella delle elezioni.

La Costituzione è chiara ed infatti esiste un articolo che stabilisce quanto segue: a metà del mandato, se la gente considera che il presidente (è come una valutazione) stia facendo male o considera sbagliato il suo operato, beh, si indice un referendum revocatorio. Si attiva l’iter presso il Consiglio Elettorale Supremo (CNE), si raccolgono le firme pari a una determinata percentuale degli elettori e se tutti questi requisiti sono soddisfatti, si va al referendum revocatorio. Oppure aspettare che terminino i sei anni di mandato stabiliti dalla Costituzione. Non c’è nessun’altra formula nella Costituzione che dice il contrario. Ecco perché, se questi principi vengono violati, cioè se l’Impero osa intervenire sulla terra di Bolivar, la terra di Chávez, la terra di Freddy Parra, la terra del Comandante Elías, evidentemente gli uomini e le donne della Coordinadora Simón Bolívar saranno in difesa di un processo che la maggioranza dei venezuelani ha scelto.

Qui in Venezuela si è parlato molto dei prigionieri politici che teoricamente il governo del Presidente Nicolás Maduro ha messo in stato di detenzione. Hai commentato che anche il Venezuela ha un politico venezuelano detenuto in Francia, Carlos Ilich Ramírez. Cosa mi puoi dire di questo compagno venezuelano, che ha combattuto negli anni ’60 e ’70 ed è stato condannato a vita? Perché non è stato fatto qualcosa come hanno fatto i cubani con i loro cinque compagni detenuti negli Stati Uniti? Perché non è stata promossa una protesta mondiale basata sulla vita di questo compagno venezuelano prigioniero in territorio francese?

Prima di tutto lascia che ti dica che per la Coordinadora Simón Bolívar, Ilich Ramírez Sánchez, venezuelano, è un rivoluzionario che ha abbracciato la causa del popolo palestinese fin dalla più tenera età e che è sotto sequestro da più di 25 anni. A seguito di un complotto, avvenuto nell’agosto del 1994 nello stato del Sudan, è stato rapito dai servizi segreti francesi. Oggi è lì, in Francia. Nessuna delle cause ha potuto provare altro che il rapimento di ministri OPEC, reato che non ha nulla a che fare con lo stato Francese; Da allora in poi, non c’è un solo atto che non sia stato attribuito a Ilich Ramírez e in quei processi, in cui gli sono stati comminati tre ergastoli, quello che cercano di punire è, diciamo, la costanza e la perseveranza di un rivoluzionario internazionalista. Condannato per dimostrare al mondo intero che chi cerca di seguire la stessa strada di Ilich Ramírez subirà il medesimo destino. Credo che, così come lo Stato cubano ha realizzato una campagna in un momento complesso della situazione economica e politica frutto di un blocco criminale che dura da più di 60 anni, dovremmo fare lo stesso. Credo che in questo momento siano date le condizioni e bisogna dire che noi abbiamo sostenuto quei 5 eroi cubani; Ilich Ramírez Sánchez, è un eroe venezuelano. Ha imparato anche lui da Bolívar, che ha liberato cinque nazioni. Lo stesso Miranda è andato a combattere ad altre latitudini e credo che proprio questa sia stata la strada scelta da Ilich Ramírez; in altre parole, siamo obbligati come popolo, con la nostra storia, con il peso dei nostri eroi, ad organizzare una politica che ci permetta, come ha permesso al governo cubano la liberazione dei suoi cinque eroi, di liberare il nostro.

Credo che il popolo venezuelano sia in debito con Ilich Ramírez Sánchez. Credo anche che il nostro governo, che è un governo progressista e rivoluzionario, abbia un debito con questo compagno. Perché? Non chiediamo al governo di pensare come ha pensato Ilich, no, di abbracciare la causa del popolo palestinese con la stessa passione con cui il compagno l’ha abbracciato; Carlos è semplicemente un cittadino venezuelano in disgrazia in questo momento. Rapito e imprigionato dallo Stato francese. Per questo siamo obbligati, attraverso l’ambasciata venezuelana, attraverso il nostro consolato lì, a prestare l’attenzione che dovrebbe essere prestata a qualsiasi cittadino venezuelano, ovunque nel mondo, che cade in disgrazia. Questo non significa che tu stia dando credito a quello che la matrice internazionale ha voluto rappresentare Carlos Ilich Ramírez, “El Chacal” lo Sciacallo, il nome che gli hanno affibbiato; sembra che a volte ingoiamo questo ricatto.

Gli Stati Uniti non permisero mai che Posada Carriles, questo sì terrorista convinto e confesso, venisse consegnato al governo cubano. Né per l’esplosione dell’aereo, né per le bombe che aveva piazzato nel ’90 e ’93 in alcuni alberghi all’Avana. Né il Venezuela ebbe l’opportunità di giudicarlo, sebbene se ne avesse richiesto l’estradizione in quanto in possesso di doppia nazionalità, cubano e venezuelana. Non si è potuto processare perché, grazie alla CIA, di cui fu membro negli anni ’70 e ’80, ma già negli anni ’60 era un notorio e attivissimo terrorista, non è mai stato consegnato. Quindi non si capisce quale sia il ricatto in base al quale accusano il Venezuela. Anche se in Venezuela le FARC si nascondevano o si nascondono, ormai sono un  partito legale. O quando si utilizza il tema dei Baschi, che non arrivarono qui all’epoca di Chávez, bensì con l’assenso di Carlos Andrés Pérez, con un accordo con Felipe Gonzalez alla fine degli anni ’80. Più o meno nell’88, poco prima del Caracazo.

Non dobbiamo tacere nonostante questo ricatto che esercita la stampa sul tema del terrorismo. Ilich Ramírez è venezuelano e dobbiamo esigere che sia rimpatriato, giudicato dai nostri tribunali, e che i suoi ultimi anni, quelli che gli rimangono da vivere, li trascorra qui nel suo paese. Penso che se ci definiamo rivoluzionari e diciamo che questa è la Rivoluzione del XXI secolo, quella che ha illuminato con le sue proposte l’America Latina, i Caraibi e altre latitudini, beh, abbiamo un debito con Carlos Ilich Ramírez Sánchez, perché la Solidarietà è la tenerezza dei nostri popoli e la nostra storia parla di quell’internazionalismo.

Bene Juan, infine vorrei che tu facessi un commento: qui nella parrocchia 23 Enero ci sono diverse organizzazioni sociali per settore. Cosa ne pensi di una futura unità di tutte queste organizzazioni?

Sentite, in linea di principio vi direi questo: l’unità non è dettata, l’unità si costruisce nella pratica, nella vita quotidiana, nelle alterne condizioni di lotta; penso che se vogliamo arrivarci dobbiamo camminare, ma perché ciò avvenga, naturalmente, ci deve essere una pratica comune, che credo ricominci a essere fatta a partire dal 23 Enero. Abbiamo dato vita a molte organizzazioni di carattere sociale, che hanno svolto attività politiche, sociali, culturali e sportive in diversi settori. Crediamo di aver camminato e puntato verso quell’unità che è così necessaria in un momento come questo, un momento in cui l’unità di tutti i popoli ci viene richiesta; ma, credo che sia così, dobbiamo costruirla sulla base della prassi, quella che Marx chiamava prassi, che è la prassi sociale, è il giorno per giorno, radicata. Non è quello che dici, ma è la tua prassi, che mostrerà dove stiamo andando, e quella prassi si costruisce insieme. L’unità non è imposta, la stiamo costruendo in questo senso, in pratica, in quel lavoro quotidiano, con il nostro sostegno, con le nostre comunità e col nostro compito di rivoluzionari… proprio a questo che puntiamo adesso, verso l’unità e l’articolazione di una grande piattaforma, di una grande forza sociale, non solo nel 23 Enero, ma oserei dire nel campo popolare qui nel nostro Paese.

Chi è Juan Contreras?

Juan Contreras è solo un altro cittadino, un venezuelano, un creolo della capitale nato nella Parroquia 23 de enero. È un sognatore. Penso che l’uomo sia un prodotto delle sue circostanze, ma Marx lo ha già detto. Sono, potremmo dire, il prodotto di una repressione eccessiva e sistematica ai tempi della Quarta Repubblica attuata contro i giovani del 23 Enero e che non ci ha lasciato altra scelta se non quella di prendere la strada, all’inizio quella delle armi, per difendere la nostra vita. Perché essere giovani nel 23 Enero era un crimine ai tempi della Quarta Repubblica. Quell’eccessiva repressione, ci ha portato prima a difendere la nostra vita, poi a lottare per le richieste che erano necessarie per il 23 Enero… soffrivamo la mancanza di acqua e di servizi pubblici, i trasporti inefficienti; e poi più tardi contro la repressione che qui si è scatenata contro molte generazioni, che abbiamo cominciato a sognare di trasformare fino ad arrivare a formare un pensiero, che andava oltre al fatto di lottare per le rivendicazioni, i trasporti, un servizio idrico permanente, contro la repressione, contro i cattivi governi, abbiamo cominciato a pensare che dovevamo costruire una società diversa. Un modello di società che non fosse la società capitalista e col tempo abbiamo cominciato a tessere a trama di un concetto, un modello di società che mirasse alla trasformazione. Esattamente in questo mi sono impegnato; a volte mio vedo come uno sportivo frustrato, uno sportivo in prestito alla politica.

Il mio grande sogno, a quei tempi, era di essere migliore di Pelé. Sono cresciuto con il calcio e il mio idolo era Pelé, un brasiliano che aveva vinto tre Mondiali. Oggi sarei qualcosa di meglio di Messi e di Maradona.

Ebbene, ecco cosa sono, un venezuelano, cresciuto al 23 Enero, che ha abbracciato la causa della giustizia, formato dai gesuiti; ho studiato tutta la mia vita nel “Gesù Operaio” lì ho fatto tutta la scuola primaria e la secondaria fino al 4°anno; Lì ho letto i miei primi libri sulla rivoluzione,libri che venivano dalle mani di una suora di nome Maria de Los Angeles, ero al primo anno, e mi ha detto che siccome ero molto irrequieto, mi dava da leggere un libro di Martha Harnecker: “Sfruttati e sfruttatori” (1972).

E siccome siamo un prodotto delle proprie circostanze, io vengo da una casa molto, molto umile, da una madre contadina venuta in città in cerca di qualità di vita, istruzione, salute, alloggio, lavoro dignitoso e divertimento. Veniva dallo Stato di Sucre, zona Orientale, e si è fidanzò con un meccanico andino di Mérida, cercarono di dare a me e a mia sorella il meglio e ci misero a studiare in Collegio, nonostante fossero un operaio e un’analfabeta; insomma cercarono di darci la migliore educazione possibile. Misero mia sorella in una scuola gestita dalle suore, e io coi gesuiti e lì avvenne la mia prima formazione. Chiaramente avevo già uno stile di vita molto umile, fatto di niente; vidi la televisione a colori quando cominciai a lavorare, con molti sacrifici; non vedemmo mai il Bambino Gesù, il Bambino Gesù non venne mai a casa mia.

Nascemmo in un posto molto povertà. Come dice mia madre: poveri ma onesti. Credo che questa pratica sociale, questa esperienza, ci abbia uniti.

Però quell’eccessiva repressione ha prodotto un uomo con idee politiche, con idee rivoluzionarie, con fedeltà alla causa, poi siamo sempre stati inquieti. Credo che la prima ammirazione che abbiamo avuto per la rivoluzione sia nata grazie alla rivoluzione cubana… la nostra generazione è stata fortemente influenzata da Fidel, Che, Camilo e siamo cresciuti in questo contesto. E poi, la perdita di alcuni amici; non ho mai smesso di dimenticare Carlos Alberto Vielma Blanco, studente del terzo anno del Liceo Peru de Lacroix. Aveva 15 anni e fu ucciso il 17 febbraio 1976. Viveva nel blocco 19, al 5° piano, al 23 Enero, e qualcuno potrebbe dire che ho la memoria di un elefante, come si dice quando la gente ricorda le date, o qualcosa del genere. Ma non è questo. Lo ricordo perché fu un mio amico d’infanzia. Quel giorno eravamo andati tutti a protestare nella Zona Centrale del 23 Enero; il Segretario di Stato americano Henry Kissinger sarebbe passato lì e la risposta fu la repressione con la Guardia Nazionale. Carlos Vielma è stato colpito alle spalle da proiettili FAL 7,62 x 51 attraversandogli la schiena e perforando lo stomaco… un enorme buco, così è morto. Il giorno prima morirono Lilian Gutiérrez e Nelson Rodríguez, studentesse di quindi e sedici anni  nello stato di Yaracuy. Così era il tempo del Quarta Repubblica e questo mi ha segnato. Ma devo dire anche qualcos’altro: a casa di Carlos ho sentito per la prima volta La Trova Cubana, a Virulo, che a quel tempo era di moda, “La Genesi del Mondo” …” ora vi dirò, come gli indiani sono oppressi …” insomma così mi sono forgiato. Sono un sognatore. Credo in un mondo migliore, credo nell’uguaglianza, credo nella solidarietà, credo in altri principi e fondamentalmente, principi che ho imparato a casa mia; morale ed etica.

E in questi tempi di confusione la cosa fondamentale è la questione ideologica e dall’ideologica deriva la morale e l’etica, fondamentali per avanzare nei principi.

Questo sono… un rivoluzionario, un sognatore di questi tempi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

Accidente de avión en Teherán: preguntas que no tienen respuestas

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por The Duran

El accidente aéreo en Teherán fue una trágica apoteosis por la escalada de tensiones en el Medio Oriente. Sin embargo, aunque Irán se atribuyó la responsabilidad del incidente, muchas preguntas quedaron sin respuesta. Y no se trata solo del vuelo PS 752 que se dirigía a Kiev. Esta tragedia te hace pensar en un accidente aéreo en el este de Ucrania, donde un avión de Malasia también fue derribado por un cohete.

Según la versión oficial del Grupo de Investigación Internacional, que estudia las circunstancias del accidente de vuelo MH17, el ataque se realizó desde el sistema de misiles antiaéreos ruso “Buk”. Rusia niega su culpa, señalando el hecho de que el desastre fue causado por Ucrania. Y, para ser justos, debemos admitir que Moscú tiene argumentos mucho más específicos. Por ejemplo, publicó un paquete exhaustivo de documentos según el cual el misil estaba en el inventario del ejército ucraniano. Heredaba las municiones de la Unión Soviética, si para creer en los documentos rusos. Toda esta información se presentó por completo en una conferencia de prensa del Ministerio de Defensa ruso. Sin embargo, hasta ahora JIT solo ha proporcionado información parcial. Y Estados Unidos podría haber aclarado la situación. Y aquí viene lo más interesante.

Cuando el Boeing ucraniano en Teherán se estrelló, el liderazgo de los Estados Unidos expresó casi de inmediato la versión que finalmente resultó correcta: un ataque con misiles. Todo esto fue posible gracias al trabajo de los servicios especiales estadounidenses y, lo que es más importante, los datos satelitales. Tomó alrededor de un día más o menos. ¿Qué pasa con el MH17? Según los datos disponibles, tres satélites estadounidenses podrían haber detectado el ataque contra el avión. Además, la información podría haberse obtenido de satélites comerciales o de satélites de Alemania, Francia y Japón. Sin embargo, con tanta variedad de fuentes de verdad, el caso MH17 se ha convertido en muchas contradicciones. En primer lugar, la razón fue la decisión de Washington de clasificar sus propios datos de los satélites, lo que ya retrasó el proceso de investigación. Al principio, la oficina del fiscal holandés argumentó que debido al aumento de la capa de nubes, los investigadores no tenían imágenes de calidad del despegue del cohete, aunque ahora hay sistemas de radar que superan este obstáculo, a diferencia de los ópticos. Luego se supo que Washington transmitió cierta información que debería haber ayudado a determinar la trayectoria del misil. Pero incluso aquí no hubo matices, porque la inteligencia holandesa tenía que estar de acuerdo en detalle con los Estados Unidos, qué se puede usar exactamente en el informe y qué se debe ocultar.

Este enfoque ya es sospechoso. Finalmente, no fue sino hasta mayo de 2018 que JIT hizo circular un informe alegando que un misil disparado por un avión podría haber sido entregado desde una unidad militar rusa estacionada cerca de Kursk. No es difícil notar una diferencia en la velocidad de investigación: un día en el caso de PS 752 versus seis años en el caso del MH17. Y no es porque Rusia no admita culpa alguna. El equipo de investigación nunca ha proporcionado pruebas realmente sólidas, y el desprecio deliberado de Ucrania como sospechoso solo muestra parcialidad. Si hablamos del papel de Washington en ambos casos, está claro que Estados Unidos no tenía nada que ocultar en el accidente del avión ucraniano. Todo era simple, claro y obvio, por eso no dudaron en hacer pública la versión. Las cosas fueron bastante diferentes con el MH17 de Malasia.

Pero, como mencionamos, incluso la tragedia iraní tiene muchos puntos muy oscuros. Sí, Teherán ha admitido su culpabilidad, lo que probablemente debería haber puesto fin a la investigación. Sin embargo, no está claro por qué las Aerolíneas Internacionales de Ucrania permitieron el despegue. Todos sabían que Irán y Estados Unidos estaban en un estado de guerra no declarada en ese mismo momento. La Autoridad Federal de Aviación Civil de los Estados Unidos prohibió los vuelos sobre Irán e Irak, literalmente antes del desastre de Teherán. Otra pregunta, ¿cuál era la probabilidad del ataque en el avión de Ucrania, un país que es uno de los más leales al liderazgo de los Estados Unidos, y en las inmediaciones del accidente habrá un hombre con una cámara encendida para grabar el accidente? y, finalmente, ¿por qué Irán estaba haciendo una confesión? Obviamente, las autoridades sabían la verdadera razón desde el principio. Por supuesto, es posible referirse a los procedimientos internos, pero surge otra pregunta: ¿por qué fue necesario negar la versión del cohete tan ferozmente? De hecho, esa fue la razón de las protestas que estallaron en Irán, una desventaja para las élites locales, pero, aparentemente, no para todos. Además, hay un beneficio para los EE.UU., especialmente si asumimos que las acciones actuales se convertirán en un golpe de Estado en toda regla.

No alla guerra imperialista!

imagesper il Fronte Antimperialista – Pisa  

È davanti ai nostri  occhi il rapido precipitare della situazione in Medio Oriente ed nel Latinoamerica: dopo 8 anni di aggressione alla Siria, ecco il tentativo di aggredire l’Iran e scatenare una nuova grande guerra in Medio Oriente, si tratta anche di un confronto sempre più ravvicinato con Russia e Cina. La repressione contro le manifestazioni popolari in Cile, il golpe reazionario in Bolivia, le minacce e l’embargo al Venezuela e a Cuba hanno segnato gli ultimi mesi dello scorso anno.  

L’attacco terroristico delle forze USA che ha portato all’assassinio del generale Soleimani non ha visto condanne da parte delle istituzioni italiane. Tacciono pure i nostri parlamentari e amministratori locali, anche quelli che a parole si definiscono democratici, quasi interamente schierati al fianco dei golpisti razzisti in Bolivia, dei nazisti in Ucraina, dei militari in Cile e sempre supini alle violazioni USA del diritto internazionale. La nostra classe politica nel migliore dei casi balbetta di fronte alle aggressioni imperialiste, quando non dà concreto sostegno alla destabilizzazione di paesi sovrani come accaduto nella sanguinosa aggressione alla Siria. Né può essere considerato un buon argomento la richiesta di una “difesa comune” europea a segnare la formazione di un nuovo polo a difesa degli interessi imperialisti ad esempio di Francia e Germania.

La situazione è in rapidissima evoluzione, accompagnata da una crescente pressione sul versante Est in Europa e alla aggressione imperialista in Medio Oriente. Di fronte a questa realtà assistiamo ad un prevalente disorientamento anche ideologico, una sottovalutazione da parte di realtà e forze politiche incapaci di prendere una posizione chiara sulle questioni dell’imperialismo. Sempre più l’orientamento, anche nelle aree critiche, pare in balia dell’agenda e delle falsità dettate dal sistema mediatico dominante. Eppure non mancano i nessi che legano quanto avviene nel mondo con precisi interessi non lontani dai nostri territori. In Cile ENEL e altri gruppi capitalisti italiani hanno importanti investimenti, nella regione mediorientale l’Italia, con la sua politica subalterna, si sta giocando gli interessi legati alla estrazione di idrocarburi, con l’Eni in una posizione sempre più marginalizzata. Proprio a due passi da Pisa e Livorno è presente la più grande base logistica delle forze armate statunitensi che opera al di fuori di ogni controllo da parte delle autorità italiane, esattamente come farebbe qualunque forza di occupazione: le basi USA in Italia, il loro bagaglio logistico e di armamenti, risultano estranee perfino all’ambito del trattato NATO, risultando per questo illegali nelle azioni di guerra mosse dal nostro territorio. A Camp Darby, con pesanti ricadute sulla sicurezza della popolazione e sulla locale situazione economica (vedi il porto di Livorno sempre più militarizzato), sono presenti depositi di armamenti e munizioni, incluse probabilmente bombe nucleari. Da qui partono i materiali necessari per seminare morte e distruzione in mezzo mondo, da qui si muove la logistica sulla quale cammina la tendenza alla guerra, ma si tratta di una realtà che sembra non interessare la locale classe politica intenta più che altro a preparare le prossime scadenze elettorali.

La proposta della costruzione del Fronte Antimperialista nasce dall’esigenza di ricollocare al centro della analisi politica e dell’iniziativa la lotta all’imperialismo. Il nostro obiettivo è quello di costituire una linea condivisa da più forze politiche, organizzate e non, che apra un confronto nell’immediato sugli scenari della tendenza alla guerra e sulle aggressioni a governi legittimi che sono avvenute in questi anni in Nord Africa, Medio Oriente ed in America Latina.

Costruire insieme la mobilitazione contro la guerra e contro l’uso delle basi presenti nel nostro paese! Ritiro dei contingenti militari di occupazione all’estero! Non un uomo né una base per la guerra! Solidarietà con i popoli aggrediti e minacciati dall’imperialismo!

fronteantimperialista.pisa@gmail.com

 

I COMITATI POPOLARI DELLA TOSCANA PARTECIPANO

SABATO 25 GENNAIO ALLA GIORNATA GLOBALE DI PROTESTA

NO GUERRA ALL’IRAN

Ore 11 ricognizione a Camp Darby – ore 15 Assemblea al Circolo Arci La Vettola (Pi)

La Rete civica livornese Contro la Nuova Normalità della Guerra –  le Associazioni del Tavolo per la Pace della Val di Cecina – il Comitato pisano per un Fronte Antimperialista – l’Ass. Italia-Cuba di Livorno – il circolo Italia-Cuba di Poggibonsi (SI) – l’Ass. Italia-Nicaragua di Livorno – l’Ass. Per un Mondo senza Guerre – l’Ass. WILPF Italia (Women’s International League for Peace and Freedom – Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà) – il circolo di Poggibonsi (SI) e la Federazione senese del Partito della Rifondazione Comunista (RC) – la Federazione livornese e il Comitato Regionale Toscano del Partito Comunista Italiano (PCI) – la Federazione Toscana del Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (P-CARC) – il Partito Comunista di Pisa e Regionale Toscano (PC)

INVITANO A PARTECIPARE A

  • ricognizione dei lavori in corso per il potenziamento della base di Camp Darby, con appuntamento alle ore 11 al parcheggio della Gas and Heat spa di Via Livornese, 796
  • assemblea regionale al circolo Arci La Vettola con inizio alle ore 15

 

N.B. per prenotare il pranzo (costo euro 10) telefonare direttamente al Circolo La Vettola, al n° 338 425 1882 o n° 331 132 7944

VOGLIAMO

  • ritiro immediato dei soldati italiani dall’Iraq
  • via le basi USA dall’Italia, da subito non sia in alcun modo consentito un loro uso per fini diversi da quelli stabiliti dal Trattato per il quale sono qui da noi.

pace, solidarietà coi popoli fratelli, antimperialismo

Sia l’Italia neutrale, sovrana, ponte di pace sia verso Est sia verso Sud

La carta de condolencias de los Comités Populares italianos a Irán

L'immagine può contenere: 1 personaLa Red Cívica de Livorno contra la nueva normalidad de la guerra, el Comité pisano para un frente antiimperialista, la Mesa para la Paz de Val di Cecina, la Asociación Welcome de Riparbella (PI), la Federación de Livorno del Partido Comunista Italiano, el Partido Comunista Italiano – Toscana, el Partido Comunista de Pisa, la Sección de Pisa del Partido de los Comités de Apoyo a la Resistencia – para el Comunismo, ayer 5 de enero entregaron al Embajador de la República Islámica de Irán en Roma la siguiente carta.

“Excelencia,

la Red Cívica de Livorno contra la Nueva Normalidad de la Guerra, el Comité Pisano para un Frente Antiimperialista y la Mesa de la Paz de Val di Cecina y, junto con ellos, la Federación de Livorno del Partido Comunista Italiano, el Partido Comunista Italiano – Toscana, el Partido Comunista de Pisa, la Sección de Pisa del Partido de los Comités de Apoyo a la Resistencia: para el Comunismo, quieren expresar sus más profundas condolencias a usted y a todo el pueblo iraní, por el brutal asesinato del general Qasem Soleimani, víctima en Bagdad de un vil ataque terrorista por parte del ejército estadounidense.

Creemos que la devoción con la que el general Qasem Soleimani ha defendido los intereses de su país ante las consecuencias extremas encuentra el reconocimiento correcto en la enorme emoción que despertó su asesinato en el pueblo iraní, en la incredulidad, el dolor y la ira, expresado en todos los eventos que tuvieron lugar en muchas ciudades del país.

Por nuestra parte, estamos seguros que nuestra participación en el duelo es compartida por la mayoría de nuestros conciudadanos y por la mayoría de las italianas y los italianos, porque, si la descripción de los medios nos quire lejos, diferentes, entre sombras de miedo, somos conscientes que no solo la República Islámica de Irán nunca ha causado ningún daño a nuestra Italia, pero los intercambios culturales y comerciales de alto valor siempre han tenido lugar entre los dos países.

Nuestra participación también se hace más dolorosa por la conciencia de que el misil que mató al general Soleimani pudo haber sido tomado de la base estadounidense en Camp Darby, entre Livorno y Pisa, para ser montado en un avión no tripulado estacionado en la base de Sigonella en Sicilia y dirigida por la estación de Muos en Niscemi: todo esto porque nuestro supuesto “libertador” de 1945 pronto se convirtió en un ocupante y aquí en nuestro país organizó y puso en funcionamiento la red logística que implementa la guerra loca que desde 1990 ha incendiado y devastado el Irak, Yugoslavia, Afganistán, Libia, Siria…

Al renovar las condolencias de la Red Cívica de Livorno contra la Nueva Normalidad de la Guerra, del Comité Pisano para un Frente Antiimperialista, de la Mesa de la Paz del Val di Cecina, de la Federación Livornese del Partido Comunista Italiano, del Partido Comunista Italiano Regional – Toscana, del Partido Comunista de Pisa, de la Sección de Pisa del Partido de los Comités de Apoyo a la Resistencia: para el Comunismo, queremos recordar que nuestro compromiso contra las bases extranjeras en Italia es una lucha para que ni Estados Unidos ni otros puedan usar nuestro territorio para apoyar cualquier guerra, como la que ha desangrado a Oriente Medio durante treinta años, de la cual el general Qasem Soleimani es el último mártir heroico.

Queremos una Italia neutral y soberana, un puente de paz tanto al este como al sur”.

[Trad. del italiano para ALBAinformazione por Alba Colmenares de Red Sur Chile-Venezuela]

Toscana: la lettera di condoglianze dei comitati popolari all’Iran

L'immagine può contenere: 1 persona

da Comitato pisano per un Fronte antimperialista

La Rete civica livornese Contro la Nuova Normalità della Guerra, il Comitato pisano per un Fronte Antimperialista, il Tavolo per la Pace della Val di Cecina, l’Associazione Welcome di Riparbella (PI), la Federazione livornese del Partito Comunista Italiano, il Partito Comunista Italiano – Toscana, il Partito Comunista Pisa, la Sezione di Pisa del Partito dei comitati di appoggio alla resistenza – per il comunismo hanno nella giornata di ieri 5 gennaio fatto avere a S.E. l’Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma la seguente lettera.

“Eccellenza,

la Rete civica livornese contro la Nuova Normalità della Guerra, il Comitato pisano per un Fronte Antimperialista e il Tavolo per la Pace della Val di Cecina e, insieme con loro, la Federazione livornese del Partito Comunista Italiano, il Partito Comunista Italiano – Toscana, il Partito Comunista di Pisa, la Sezione di Pisa del Partito dei comitati di appoggio alla resistenza – per il comunismo, vogliono esprimere le loro più sentite condoglianze a Lei e all’intero Popolo Iraniano, per la barbara uccisione del Generale Qasem Soleimani, vittima a Bagdad di un vile attacco terroristico delle forze armate statunitensi.Riteniamo che la devozione con la quale il Generale Qasem Soleimani ha difeso gli interessi del proprio Paese fino alle estreme conseguenze trovi il giusto riconoscimento nell’enorme commozione che il suo assassinio ha suscitato nel Popolo Iraniano, nell’incredulità, nel dolore e nella rabbia bene espresse in tutte le manifestazioni che si sono svolte in molte città del Paese.

Da parte nostra siamo sicuri che la nostra partecipazione al lutto sia condivisa da gran parte dei nostri concittadini e da gran parte degli italiani, perché, se la descrizione dei media ci vuole lontani, diversi, fra ombre di paura, siamo ben consapevoli non solo che la Repubblica Islamica dell’Iran non ha mai arrecato nessun danno alla nostra Italia, ma che fra i due Paesi sono sempre intercorsi scambi culturali e commerciali di alto valore.

La nostra partecipazione è fatta altresì più dolorosa dalla consapevolezza del fatto che il missile che ha ucciso il generale Soleimani potrebbe essere stato prelevato dalla base statunitense di Camp Darby, fra Livorno e Pisa, per essere montato su un drone di stanza nella base di Sigonella in Sicilia e guidato dalla stazione Muos di Niscemi: tutto questo perché il nostro presunto “liberatore” del 1945 è presto divenuto occupante e qui nel nostro Paese ha organizzato e resa operativa la rete logistica che implementa la folle guerra che dal 1990 ha incendiato e devastato l’Iraq, la Jugoslavia, l’Afghanistan, la Libia, la Siria…

Nel rinnovare il cordoglio della Rete civica livornese contro la Nuova Normalità della Guerra, del Comitato pisano per un Fronte Antimperialista, del Tavolo per la Pace della Val di Cecina, della Federazione livornese del Partito Comunista Italiano, del regionale Partito Comunista Italiano – Toscana, del Partito Comunista di Pisa, della Sezione di Pisa del Partito dei comitati di appoggio alla resistenza – per il comunismo, vogliamo ricordare che il nostro impegno contro le basi straniere in Italia è una lotta affinché né gli Stati Uniti né altri possano più utilizzare il nostro territorio per supportare alcuna guerra, come quella che da trenta anni insanguina il Medio Oriente, della quale il Generale Qasem Soleimani è l’ultimo eroico martire.

Vogliamo un’Italia neutrale, sovrana, ponte di pace sia verso Est sia verso Sud.”

Aderiscono anche il Circolo di Poggibonsi della Associazione Nazionale di Amicizia Italia Cuba e il Circolo di Poggibonsi del Partito della Rifondazione Comunista

Milano 6gen2020: Presidio Consolato USA “Giù le mani dall’Iran”

Napoli 7gen2020: Gaza e la Grande Marcia del Ritorno

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