Cubanità

di Atilio A. Boron

Cos’è Cuba? Qual è il mistero dell’isola ribelle? Proverò a descriverlo in poche parole, così come lo ha fatto il grande Eduardo Galeano, nonostante non abbia il suo stesso talento.

Cuba è musica e ancora musica. Musica ovunque: per l’inizio di una cerimonia, per la sua fine, in una sua pausa. Con musicisti vecchi o giovani, persino bambini. In un teatro, per strada, dietro le porte chiuse di una casa o di un istituto. Musica popolare, musica classica, Mozart e Beethoven mescolati con Ernesto Lecuona e Buena Vista Social Club. È Chucho Valdés e Daniel Barenboim. È Omara Portuondo, Polo Montañéz e Benny Moré insieme a Pavarotti, Placido Domingo o John Lennon e i Beatles. È Alicia Alonso che balla con Nureyev. È la “Colmenita” e i “Van Van”.

Cuba è il “son”, è salsa, è Compay Segundo, la Nueva Trova. È Silvio, è reggaeton, è cumbia, è jazz, è guaguancó, è rumba, è bolero. Tutto, assolutamente tutto, a Cuba diventa musica, è fatto con la musica, è celebrato con la musica, è commemorato con la musica. Con pianoforti a coda, sax, violini, chitarre, oboi e flauti traversi fino al güiro, al chequeré, al bongó e alle tumbadoras. In ogni momento: al mattino, di pomeriggio, alla sera. Cuba è musica ed è coppie che ballano per strada, sul malecón, nei giardini dello stupendo Hotel Nacional, nelle case, ovunque e in qualsiasi momento. La sua gente ha la musica nel sangue e non si stanca di mostrarlo. E la Rivoluzione si è fatta carico di valorizzare questo magnifico gene delle cubane e dei cubani, istituendo lungo tutta l’isola un’infinità di scuole e conservatori, dove, gratuitamente, il popolo può imparare a cantare e suonare professionalmente.

Ma Cuba è anche letteratura, poesia, romanzi, storie, riviste, libri, incontri sociali, tavole rotonde. Cuba è scienza e coscienza, è umanesimo e pensiero critico. È Carpentier, Guillen, Lezama Lima, Vitier e anche Cortázar, Walsh e Gabo; e Retamar che recentemente ci ha lasciato per riunirsi con questi ultimi. È i suoi due eccezionali ed essenziali contributi alla cultura e all’identità latino-caraibica: Casa de las Américas e ICAIC. È anche la sua affollatissima fiera del libro, non a caso allestita nel primo territorio libero dall’analfabetismo delle Americhe. Ed è L’Avana, uno dei principali centri culturali del mondo, non solo dell’America Latina e dei Caraibi. La sua offerta in termini di teatro e spettacoli di ogni genere è incredibile, paragonabile a quella delle più grandi città del continente come Buenos Aires, Città del Messico o San Paolo.

Cuba è un’eroica resistenza a un embargo criminale senza perdere il fine senso dell’umorismo, la capacità di ridere di se stessi e di prendere in giro la grossolanità dei propri carnefici decerebrati. E anche solidarietà militante, pratica, concreta. Il paese più solidale al mondo, senza dubbio. Condivide ciò che ha e anche ciò che non ha, senza aspettarsi nulla in cambio. Mentre l’impero e i suoi vassalli saccheggiano il resto dei paesi e inviano truppe, spie, torturatori e sicari all’estero, Cuba invia medici, maestri, insegnanti di musica e danza e istruttori di sport. La differenza morale è schiacciante.

Cuba è Martí, Mella, Guiteras, il Che, Camilo, Vilma; è Frank País, Armando Hart, Abel e Haydée Santamaría. E ovviamente Fidel, che è ovunque anche se non esiste una sola piazza, via, viale, stadio, ospedale, edificio pubblico, ponte, porto o strada che porti il suo nome, qualcosa che il Comandante ha espressamente proibito e a cui ci si attiene rigorosamente. Non c’è bisogno di nominarlo perché il suo spirito e il suo retaggio permeano l’intera isola. È morto trasformandosi in milioni di cubane e cubani. Oggi tutti sono Fidel.

Cuba è L’Avana e Santiago, Guanabacoa e Trinidad, è Cienfuegos e Holguín, è Birán e Sancti Spiritus, è la Moncada e la Sierra Maestra, Girón e il secondo fronte, è Santa Clara e il Granma. È, per quanto possa sembrare incredibile, i sette fucili impugnati da Fidel con cui disse ad un attonito Raul “vinceremo la guerra”, pochi giorni dopo il caotico sbarco del Granma e con la maggior parte dei partecipanti alla spedizione dispersi sulle montagne cercando di non farsi ammazzare dall’aviazione di Batista. La massima volontà rivoluzionaria si combinò in Fidel, con un formidabile realismo nel leggere correttamente la situazione politico-militare.

Cuba è buona tavola con “moros y cristianos”, fagioli e tostones, carne di maiale a fette, agnello arrosto, aragoste e pesci ripieni di gamberi. Anche i tamales in casseruola e manioca con aglio mojo, cotiche di maiale e limone. Ma anche, zuppe che ti riportano in vita, deliziosi gelati, dessert che più dolci non si può e un elisir chiamato caffè. Cuba è mojito, piña colada e per finire il banchetto, gli infiniti rum e sigari incomparabili, unici al mondo.

Cuba è anche le sue innumerevoli cale, le sue centinaia di chilometri di spiagge di sabbia bianca e acque turchesi. È il mare che si infrange contro quella vasta e magnifica diga dell’Avana, con le sue onde che si innalzano verso il cielo e disegnano per un momento stupende figure di un bianco immacolato che ipnotizza chi passeggia.

Cuba è gli splendidi edifici dell’Avana Vecchia, che un governo osteggiato e ostacolato per decenni è determinato a restaurare e a ripristinare il loro splendore e la bellezza originale tramite uno storico della città, un brillante umanista rinascimentale di nome Eusebio Leal che la “santería” cubana ha fatto rinascere all’Avana con la missione di ricostruirla. E lo sta facendo. Nonostante l’embargo.

È il paese in cui non si vedono i bambini di strada, che mendicano a piedi nudi e vestiti di stracci, che cercano nella spazzatura per trovare qualcosa da mangiare. I suoi figli, tutti i suoi figli, sono a scuola, ben vestiti e con le scarpe. Un paese in cui non ci sono uomini e donne, né intere famiglie, che dormono per strada come in tante città della nostra America e persino negli Stati Uniti. Dove il cibo è garantito, così come la salute, per tutti. Cuba è istruzione universale, gratuita e di qualità dall’asilo alla laurea specialistica. Cuba è la sicurezza del cittadino, è il transitare attraverso le sue città senza le paure che turbano i cittadini di così tanti paesi nel mondo.

Questi risultati sarebbero stati impossibili senza la lungimiranza e il coraggio di Fidel, la sua leadership rivoluzionaria e l’ammirevole ingegnosità del popolo cubano, uno dei cui verbi idiosincratici è “risolvere”.

Risolvono tutto, qualunque cosa; altrimenti l’embargo li avrebbe messi in ginocchio. Sono in grado di far funzionare bene una Ford, una Buick o una Chevrolet degli anni cinquanta, una vera impresa della meccanica che provoca l’ammirazione (e talvolta l’invidia) dei turisti americani. O trasforma una berlina decrepita di quei marchi in una fiammante decapottabile, eliminando il tetto originale e facendo le modifiche del caso. Automobili scintillanti e splendenti che causano l’invidia di Hollywood, che pagherebbe una fortuna per portarle nei suoi studios. Ma sono ormai patrimonio cubano e lì resteranno.

Succede solo con le macchine americane? No! Si fa lo stesso, in un’operazione di restauro, francamente miracolosa, con una Lada sovietica del 1985 in grado di andare dall’Avana a Santiago senza alcun inconveniente nonostante i suoi limitati confort.

Cuba ha una sola connessione fisica ad Internet: il cavo sottomarino ALBA-1 in fibra ottica che è arrivato dal Venezuela nel gennaio 2011 grazie all’aiuto di Chávez per rompere l’isolamento informatico dell’isola.

Nonostante l’insufficienza di questo cavo che deve sostenere l’elevato e crescente numero di utenti Internet di Cuba, i Cubani “risolvono” le enormi difficoltà con l’accesso satellitare a Internet creato con grande ingegnosità, che consente loro di accedere attraverso programmi “made in Cuba” (che non ho visto in nessun altro paese) a quasi tutto il web. So che Bill Gates e le società della Silicon Valley non sanno cos’altro offrire per attirare gli informatici cubani.

C’è un problema? “Vai e risolvi” è il segno distintivo del cubano. Dovremmo sostenere il governo MPLA in Angola per impedire alla CIA e ai razzisti sudafricani di devastare quel paese? Bene, c’è l’ingegnosità cubana che realizza un altro miracolo: il trasporto, in innumerevoli viaggi, con un vecchio quadrimotore ad elica, il Bristol Britannia, di personale militare e attrezzature cubane in gran numero, che riuscì a far percorrere, preparando i parametri di viaggio di quell’aeroplano con precisione scientifica (bidoni di carburante supplementare, riducendo al minimo il carico non militare, regolando velocità, altitudine, etc.) i 10.952 km che separano l’Avana da Luanda, luogo in cui l’aereo atterrava, senza quasi nemmeno un litro di carburante. Fidel si occupò personalmente della logistica dell’operazione, supervisionando tutto, dal possibile tonnellaggio di carico alla velocità di crociera, all’altitudine necessarie per garantire il completamento del volo. Né a Washington né a Mosca potevano credere che questo ponte aereo avrebbe funzionato con quei catafalchi. Ma ci riuscirono, i cubani “hanno risolto” la sfida e Cuba e il MPLA vinsero la guerra.

Ecco perché la società e la cultura cubane hanno resistito a sessant’anni di blocchi di ogni genere.

Nonostante tanta aggressività, che per dimensioni e durata non ha precedenti nella storia, Cuba realizza in ambiti delicati come l’alimentazione, la salute, l’istruzione e la sicurezza dei cittadini ciò che quasi nessuno altro ha realizzato e il barbaro della Casa Bianca afferma che il socialismo è un fallimento!

Immaginiamo per un momento cosa sarebbe Cuba se non avesse dovuto subire il blocco imposto dagli Stati Uniti, con tutto il seguito di attacchi, sabotaggi, aggressioni e ingerenze di ogni tipo. Un paradiso tropicale. L’isola è un terribile esempio che Washington ha combattuto e continuerà a combatterà incessantemente, facendo appello ai metodi peggiori e violando tutte le norme della legalità internazionale. Oscar Wilde aveva ragione quando diceva che “gli Stati Uniti sono l’unico paese che è passato dalla barbarie alla decadenza senza passare per la civiltà”.

Cuba è il Davide del nostro tempo, è chi ha posto fine all’apartheid in Sudafrica, è la nazione che ha curato centinaia di migliaia di pazienti in più di cento paesi e creato la famosa ELAM, la Scuola di medicina latinoamericana che prepara i medici a prendersi cura di chi un medico non lo ha visto mai nella vita. Cuba è essersi presi cura dei bambini di Chernobyl quando l’Europa e gli Stati Uniti, l’Ucraina e la stessa Unione Sovietica, voltarono le spalle. Senza chiedere nulla in cambio. È aver collaborato con tutte le lotte di liberazione nazionale condotte dal Terzo mondo, senza impadronirsi della ricchezza di nessun paese e portare a casa niente altro se non i resti dei cubani caduti in combattimento. I suoi detrattori, in testa Mario Vargas Llosa, accusano Cuba di essere “isolata dal mondo”. I dati contraddicono questa menzogna non solo per i milioni di visitatori che anno dopo anno sfidano i divieti e i ricatti di Washington e vanno a visitare l’isola godendosi le sue bellezze, la sua gente, i suoi sapori, la sua musica, la sua gioia, la sua cultura, la sua gastronomia, ma anche, come riscontro della straordinaria attrattiva internazionale della Rivoluzione cubana e della sua integrazione nel mondo, ci sono non meno di 114 ambasciate all’Avana contro le 86 che si trovano a Buenos Aires, le 66 di Santiago, le 60 di Bogotá e le 43 di Montevideo. Chi è più isolato? Cuba è la volontà ferrea di costruire il socialismo anche nelle peggiori condizioni possibili, per resistere all’ammainarsi della bandiera del più nobile dei desideri umani.

Il debito dei nostri paesi con Cuba è immenso per i suoi decenni di aiuto e per non aver permesso di lasciar spegnere il faro che ci ha guidato nella ricerca del socialismo. Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo in America Latina e nei Caraibi se l’isola ribelle si fosse arresa alle interessate lusinghe di coloro che, all’inizio degli anni Novanta, avevano consigliato a Fidel di dimenticare il socialismo, che il capitalismo aveva trionfato, che era arrivata la “fine della storia”. Il “ciclo politico” progressista e di sinistra iniziato nel 1999 con la presidenza di Chávez non sarebbe esistito e l’ALCA, come grande progetto annessionista dell’impero, sarebbe stato portato a compimento a Mar del Plata nel 2005. Se una cosa del genere non è accaduta, lo dobbiamo, prima di chiunque altro, a Cuba e a Fidel. E naturalmente lo dobbiamo anche al maresciallo sul campo del grande stratega cubano: Hugo Chávez Frías. E lo dobbiamo a Néstor Kirchner e a Lula da Silva che si imbarcarono in quella epica battaglia . Naturalmente, senza la virtuosa testardaggine del Comandante nel costruire il socialismo, né Chavez, né Lula, né Nestor, né Evo, Correa, né Tabaré, né Lugo, né Cristina, né Dilma, né Pepe, né Maduro, né Daniel, sarebbero esistiti.

Senza dubbio, sarebbero stati politici importanti, ma difficilmente sarebbero arrivati al governo dei rispettivi paesi, né avrebbero avuto il retroterra culturale e storico che gli ha garantito la testarda permanenza della Rivoluzione cubana e che ha permesso loro di svolgere il proprio ruolo in modo così dignitoso ed avere una parte tanto importante nella storia di questi ultimi vent’anni. Perché, uomini e donne sono si produttori di storia, ma solo in determinate circostanze. E queste circostanze furono create dalla più grande isola delle Antille, mantenutasi salda mentre si sbriciolava l’Unione Sovietica, scompariva il COMECON, si disintegrava il Patto di Varsavia, le “democrazie popolari” dell’Europa orientale tornavano in massa al loro passato reazionario e si prostravano ai piedi dell’imperatore che sta oltre l’Atlantico e gli scribi dell’impero celebravano l’avvento del “nuovo secolo americano”, che, come prevedeva Fidel, non è durato nemmeno un decennio. In una parola, Cuba è ciò che è perché per milioni di persone incarna nel qui e adesso della storia il bellissimo sogno di Don Chisciotte quando diceva che la sua missione era quella di “sognare il sogno impossibile, combattere il nemico invincibile, correre dove l’audace non osa andare, raggiungere la stella irraggiungibile. Questo è il mio destino”.

Per tutto questo, con Cuba sempre!

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Davide Mastracchio] 

(VIDEO+FOTO) El Ideal de Chávez se encuentra con el Partido Comunista Andaluz

por Diana Carbajal 

Bajo un sol radiante, podría decir que casi veraniego, en pleno invierno, la conocida MAGIA DE SEVILLA; este pasado sábado 22, asistimos al sencillo pero sentido acto de inauguración del nuevo espacio físico, del cual dispondrá desde este momento, el Partido Comunista Andaluz Núcleo de Triana.

Entre un nutrido grupo de personas, militantes, simpatizantes y amigos, tuvo lugar esta celebración, con el peculiar humor y amor andaluz, en este emblemático barrio sevillano lleno de historia, de luchas y raíces que llevan a la esperanza en todo aquel que le visita. Entre los asistentes, representantes de la juventudes comunistas, quienes estarán a cargo de la organización y realización de las diferentes actividades.

Destacamos la presencia de Ismael Sánchez Castillo (Parlamentario Andaluz), Miguel Garrido (Secretario Político PCA Triana), José Manuel García (Responsable del Área Externa Provincial PCE), Manuel Gerena (Canta Autor Revolucionario), Victor González (periodista) y a quien agradecemos por la invitación para cubrir este acto.

Es de importante necesidad destacar en nuestra nota, la invitación que desde el Núcleo del PCA Triana recibe el Comando Hugo Chávez Frías España, para desarrollar la propuesta e ideal del Comandante Chávez como humanista, por medio de una sección en la biblioteca de esta sede, destinada a libros y material digital que permitan conocer y ahondar en su legado, así como también celebrar actividades de debate e intercambio entre Venezuela y Andalucía. La tarde del sábado cerró la jornada con un especial compartir, entre acordes flamencos, deliciosas tapas (pequeñas degustaciones gastronómicas propias de Andalucía) y un brindis sincero por la lucha de hoy para garantizar el bienestar del mañana.

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Cubanidades

por Atilio A. Boron 

¿Qué es Cuba? ¿Cuál es el misterio de la isla rebelde? Trataré de decirlo en pocas palabras, como lo hacía el gran Eduardo Galeano aunque no tengo sus dones.

Cuba es música y más música. Música por doquier: al comienzo de una ceremonia, cuando se termina, en el intervalo. Con músicos viejos o jóvenes, o inclusive niños. En un teatro, en la calle o puertas adentro en una casa o una institución. Música popular, música clásica, Mozart y Bethoven mezclados con Ernesto Lecuona y el Buena Vista Social Club. Es Chucho Valdés y Daniel Barenboim. Es Omara Portuondo, Polo Montañéz y Benny Moré junto a Pavarotti, Plácido Domingo o John Lennon y Los Beatles. Es Alicia Alonso bailando con Nureyev; es la “Colmenita” y los “Van Van”.  Cuba es son, es salsa, es Compay Segundo, la Nueva Trova; es Silvio, es reguetón, es cumbia, es jazz, es guaguancó, es rumba, es bolero. Todo, absolutamente todo, en Cuba se vuelve música, se hace con música, se celebra con música, se conmemora con música. Con pianos de cola, saxos, violines, guitarras, oboes y flautas traversas hasta el güiro, el chequeré, el bongó y las tumbadoras. Y a toda hora: a la mañana, a la tarde, a la noche. Cuba es música y es parejas bailando en la calle, en el malecón, en los jardines del excelso Hotel Nacional, en las casas, donde y a la hora que sea. Su gente lleva la música en la sangre y no se cansa de demostrarlo. Y la Revolución se encargó de potenciar como nadie ese gen magnífico de cubanas y cubanos multiplicando a lo largo de la isla infinidad de escuelas y conservatorios en donde, de forma gratuita, el pueblo aprende a tocar los más variados instrumentos y a cantar profesionalmente.

Pero  Cuba también es literatura, poesía, novelas, cuentos, historias, revistas, libros, tertulias, mesas redondas. Cuba es ciencia y conciencia, es humanismo y pensamiento crítico. Es Carpentier, Guillén, Lezama Lima, Vitier y también Cortázar, Walsh y el Gabo; y Retamar que hace poco nos abandonó para reunirse con ellos. Es sus dos excepcionales e imprescindibles contribuciones a la cultura y la identidad latinocaribeñas: Casa de las Américas y el ICAIC. También su  multitudinaria Feria del Libro, no por casualidad escenificada en el primer territorio libre de analfabetismo en las Américas. Y es La Habana,  uno de los principales centros culturales del mundo, y no sólo de Latinoamérica y el Caribe. Su oferta en materia de teatro y espectáculos de todo tipo es increíble, comparable a la de las más grandes ciudades del continente como Buenos Aires, México o San Pablo.  

Cuba es resistencia heroica a un criminal bloqueo sin perder el finísimo y mordaz sentido del humor, la capacidad de reírse de sí mismos y de burlarse de la tosquedad de sus descerebrados verdugos. Y también solidaridad militante, práctica, concreta. El país más solidario del mundo, sin duda. Reparte lo que tiene y lo que no tiene también, sin esperar nada a cambio. Mientras el imperio y sus vasallos saquean al resto de los países y mandan al exterior tropas, espías, torturadores y sicarios Cuba envía médicos, alfabetizadores, profesores de música y danza y entrenadores deportivos. La diferencia moral es aplastante.

Cuba es Martí, Mella, Guiteras, el Che, Camilo, Vilma; es Frank País, Armando Hart,  Abel y Haydée Santamaría. Y por supuesto Fidel, que está en todas partes aunque no haya una sola plaza, calle, avenida, estadio, hospital, edificio público, puente, puerto o camino que lleve su nombre, cosa que el Comandante prohibió expresamente y se cumple a rajatabla. No hace falta nombrarlo porque su espíritu y su legado impregnan toda la isla. Murió y se convirtió en millones. Hoy todas y todos son Fidel.

Cuba es La Habana y Santiago; Guanabacoa y Trinidad; es Cienfuegos y Holguín; es Birán y Sancti Spiritus; es el Moncada y la Sierra Maestra; Girón y el Segundo Frente; es Santa Clara y el Granma. Es, por increíble que parezca, los siete fusiles con los que Fidel empuñándolos con firmeza le dijo a un atónito Raúl “ya ganamos la guerra”,  pocos días después del caótico desembarco del Granma y con la mayoría de los expedicionarios dispersos por el monte procurando no ser ametrallados desde el aire por la aviación de Batista. La voluntad revolucionaria en su máxima expresión se combinó, en Fidel, con un formidable realismo a la hora de realizar una correcta lectura de la coyuntura político-militar.

Cuba es una buena mesa con moros y cristianos, frijoles y tostones,  cerdo en lonjas, cordero asado, langostas y pescados rellenos de camarones. También tamales en cazuela y la yuca con mojo de ajo, chicharrón y limón. Además, sopas que te vuelven a la vida, helados riquísimos, postres a cual más dulce y un elixir llamado café. Cuba es mojitos, piñas coladas y para rematar el banquete y deleitarse hasta el infinito rones exquisitos y tabacos incomparables, únicos en el mundo.

Cuba es también sus innumerables cayos, sus cientos de kilómetros de playas de blancas arenas y aguas turquesas. Y el mar estrellándose contra ese extenso y magnífico malecón habanero, con sus olas elevándose a los cielos y dibujando por un instante figuras bellísimas y de un blanco inmaculado que hipnotizan al paseante.

Cuba es los hermosos edificios de la Habana Vieja, que un gobierno acosado y bloqueado por décadas se empeña en restaurar y devolverles su esplendor y belleza originales de la mano del historiador de la ciudad, un genial humanista del Renacimiento llamado Eusebio que los rezos de la santería cubana hicieron que renaciera en La Habana con la misión de reconstruirla. Y lo está haciendo. A pesar del bloqueo.  

Es el país donde no ves niños de la calle, mendigando descalzos y en harapos, revolviendo en la basura para encontrar algo que comer. Sus niños todos, absolutamente todos, están en la escuela y bien vestidos y calzados. Un país donde no hay hombres y mujeres, o familias enteras, durmiendo en las calles como en tantas ciudades de Nuestra América e inclusive de Estados Unidos. Donde la alimentación está garantizada, como la salud pública para todas y todos. Cuba es educación universal, gratuita y de calidad desde el jardín de infantes hasta el posgrado. Cuba es la seguridad ciudadana, el transitar por sus ciudades sin los temores que atribulan a los citadinos de tantísimos países en todo el mundo.

Estos logros hubieran sido imposibles sin la clarividencia y coraje de Fidel y el liderazgo revolucionario y la asombrosa ingeniosidad del pueblo cubano, uno de cuyos verbos idiosincráticos es “resolver”.  Resuelven todo, lo que sea; caso contrario el bloqueo los hubiera puesto de rodillas. Son capaces de hacer funcionar eficientemente un Ford, Buick o Chevrolet de los años cincuenta, una verdadera proeza mecánica que provoca la admiración (y la envidia a veces) de los turistas estadounidenses. O transformar un decrépito sedan de aquellas marcas en un resplandeciente convertible,  eliminando su techo original y haciendo los arreglos del caso. Carros lustrosos y relucientes que provocan la envidia de Hollywood, que pagaría fortunas por llevárselos a sus estudios. Pero son patrimonio de Cuba y no se irán. ¿Sólo con los automóviles estadounidenses? ¡No! Lo mismo hacen, en una operación ya de ribetes francamente  milagrosos, con un Lada soviético del año 1985 capaz de ir de La Habana hasta Santiago sin ningún inconveniente a pesar de sus precarias comodidades. Cuba tiene una sola conexión física por donde transitan los impulsos de la Internet: el cable submarino de fibra óptica que llegó desde Venezuela en enero de 2011 gracias a la ayuda de Chávez para romper el bloqueo informático al que estaba la isla. Pese a la insuficiencia que dicho cable tiene para enfrentar los requerimientos del elevado y creciente número de internautas de la isla cubanas y cubanos “resuelven” las enormes dificultades que erige el acceso vía satelital a la Internet con gran ingenio, lo que les permite acceder a través de programas “made in Cuba” (que no ví en ninguna otro país) a casi todo lo que se encuentra en la red. Me consta que Bill Gates y las empresas de Silicon Valley no saben que más hacer para atraer a los avispados informáticos cubanos.

¿Hay un problema? “Tu vé y resuelve” es la seña de identidad del cubano. ¿Hay que apoyar al gobierno del MPLA en Angola para impedir que la CIA y los racistas sudafricanos arrasaran con ese país? Bien, allí está la ingeniosidad cubana que logró otro milagro: transportar en innumerables viajes de un viejo cuatrimotor a hélice, el Bristol Britannia, a una gran cantidad de personal militar y pertrechos cubanos cubriendo, con una preparación muy especial de esa aeronave (precarios tanques suplementarios de combustible, reduciendo la carga no militar a un mínimo, regulando la velocidad y altura, etcétera)  los 10.952 kilómetros que separaban a La Habana de Luanda, lugar al cual esos aviones llegaban casi sin un litro de combustible en sus tanques. Fidel personalmente se involucró en la logística de la operación, supervisando todo, desde las toneladas de carga posibles hasta la velocidad y altura crucero necesarias para garantizar la feliz culminación del vuelo.  Ni Washington ni Moscú podían creer que ese puente aéreo funcionara con aquellos armatostes. Pero sucedió, los cubanos “resolvieron” el desafío y Cuba y el MPLA ganaron la guerra.

Por eso la sociedad y la cultura cubanas han resistido sesenta años de bloqueos de todo tipo. Pese a tamaña agresión, que por su escala y duración no tiene precedentes en la historia universal, Cuba logra en materias sensibles como alimentación, salud, educación y seguridad ciudadana lo que casi nadie ha logrado ¡y el bárbaro de la Casa  Blanca dice que el socialismo es un fracaso! Imaginemos por un momento lo que sería Cuba si no hubiese tenido que padecer el bloqueo impuesto por Estados Unidos, con toda su secuela de agresiones, sabotajes, atentados y hostigamientos de todo tipo. Un paraíso tropical. De ahí que la isla sea un pésimo ejemplo que Washington combatió y combatirá sin tregua, apelando a los peores métodos y violando todas las normas de la legalidad internacional. Tenía razón Oscar Wilde cuando sentenció que “Estados Unidos  es el único país que pasó de la barbarie a la decadencia sin pasar por la civilización”.

Cuba es el David de nuestro tiempo que puso fin al apartheid en Sudáfrica; el país que curó a centenares de miles de enfermos en más de cien países y que creó la célebre ELAM, la Escuela Latinoamericana de Medicina preparando médicos para atender a quienes jamás vieron uno en sus vidas. Cuba es haberse hecho cargo de los niños de Chernobil cuando Europa y Estados Unidos, y Ucrania y la propia Unión Soviética, le daban la espalda. Sin pedir nada a cambio.

Es haber colaborado con todas las luchas de liberación nacional libradas en el Tercer Mundo, sin apoderarse de las riquezas de ningún país y traer de regreso a casa otra cosa que no fueran los restos de los cubanos caídos en combate.  Sus detractores, con Mario Vargas Llosa en primera fila, acusan a Cuba de estar “aislada del mundo”. Los datos contradicen esa mentira no sólo por los millones de visitantes que año a año desafían las prohibiciones y chantajes de Washington y llegan a recorrer la isla y disfrutar de sus bellezas, de su gente, sus sabores, su música, su alegría, su cultura, su gastronomía. También porque como expresión de la extraordinaria gravitación internacional de la Revolución Cubana y de su muy activa integración en el mundo hay radicadas en La Habana nada menos que 114 embajadas contra 86 que están en Buenos Aires, 66 en Santiago, 60 en Bogotá, y 43 en Montevideo. ¿Quién está más aislado?

Cuba es la voluntad férrea de construir el socialismo aún bajo las peores condiciones posibles, de resistirse a arriar las banderas del más noble anhelo de la humanidad. La deuda de nuestros países con Cuba es inmensa por sus décadas  de ayuda y por no haber permitido que se extinguiera el faro que nos orientaba en la búsqueda del socialismo. Imaginemos lo que hubiera ocurrido en Latinoamérica y el Caribe si la isla rebelde se rendía ante el acoso de quienes, a comienzos de los noventas, le aconsejaban a Fidel que se olvidara del socialismo, que el capitalismo había triunfado, que se había llegado al fin de la historia. El “ciclo político” progresista y de izquierda iniciado en 1999 con la presidencia de Chávez no habría existido y el ALCA, como gran proyecto anexionista del imperio, se habría concretado en Mar del Plata en el 2005. Si tal cosa no ocurrió se la debemos, antes que a nadie, a Cuba y a Fidel. Por supuesto también al mariscal de campo del genial estratega cubano: Hugo Chávez Frías. Y a Néstor Kirchner y Lula da Silva que se embarcaron en esa homérica batalla. Claro está que sin el virtuoso empecinamiento del Comandante por construir el socialismo no habrían tampoco existido ni Chávez, ni Lula, ni Néstor, ni Evo, Correa, ni Tabaré, ni Lugo, ni Cristina, ni Dilma, ni el Pepe, ni Maduro, ni Daniel. Sin duda, habrían sido políticos importantes, difícilmente gobernantes de sus países, pero habrían carecido del trasfondo histórico que le otorgó la insolente permanencia de la Revolución Cubana y que les habilitó para jugar un papel tan digno y sobresaliente en estos últimos veinte años. Porque, los hombres y las mujeres son hacedores de la historia, sí, pero sólo bajo determinadas circunstancias. Y éstas las creó aquella revolución en la mayor de las Antillas al mantenerse a pie firme mientras se derrumbaba la Unión Soviética, desaparecía el COMECON, se desintegraba el Pacto de Varsovia, las “democracias populares” del Este europeo retornaban en tropel a su reaccionario pasado y se postraban a los pies del emperador allende el Atlántico y los escribas del imperio celebraban el advenimiento del “nuevo siglo americano”,  que –como lo anticipara Fidel- ni siquiera llegó a ser una década.

En una palabra, Cuba es lo que es porque para millones de personas en todo el mundo encarna en el aquí y ahora de la historia los bellos sueños del Quijote cuando decía que su misión era “soñar el sueño imposible, luchar contra el enemigo imposible, correr donde los valientes no se atrevieron, alcanzar la estrella inalcanzable. Ese es mi destino.” Por todo esto, ¡con Cuba siempre!

Mark Burton: «È ancora possibile che Simón Trinidad torni nel suo Paese»

Risultato immagini per simon trinidaddi Danna Urdaneta* 

Dopo aver appreso, questo 27 dicembre, della morte di Alix Pineda, madre di Ricardo Palmera (Simón Trinidad), pubblichiamo questa intervista a Mark Burton, avvocato del ribelle appartenente alla ex insorgenza delle forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), realizzata alla fine del 2019. Trinidad è stato estradato in Colorado, USA, ed è vittima di una montatura giudiziaria inscenata con falsi testimoni e prove contraffatte.

Mark Burton è un difensore dei diritti umani negli Stati Uniti. Attualmente è membro della direzione nazionale del Consiglio di pace del suo Paese ed è il rappresentante legale di Simón Trinidad, un combattente dell’ex insurrezione delle FARC, estradato illegalmente in seguito a un montatura giudiziaria. Burton ha seguito il processo di pace all’Avana – Cuba – e al momento si occupa della lotta del popolo venezuelano contro il blocco economico e contro l’ingerenza degli Stati Uniti.

Chi è Simón Trinidad?

È una domanda un po’ complessa, Simón è molte cose. La prima è che proviene dalla società colombiana abbastanza privilegiata, quindi è una persona che ha vissuto bene la prima parte della sua vita. Eppure ha sempre avuto nel cuore gli interessi dei più poveri: i contadini, gli operai. È stato un combattente, ma un combattente d’eccellenza. Una persona completamente impegnata nella sua lotta, con idee molto salde e complesse. È stato anche una persona di buona volontà, una brava persona. È un mio cliente, ma lo considero anche un mio amico.

C’è chi rende omaggio a Simon Trinidad. Jorge Enrique Botero, uno dei fondatori del teleSUR, ha scritto una biografia del suo assistito: “Simón Trinidad. L’uomo di ferro”. Perché persone provenienti da diversi settori della società colombiana vogliono dare visibilità a Simón?

Botero è un grande giornalista colombiano, un cronista della guerra civile, della lotta armata e di tutto il resto.  Ha realizzato molti documentari e articoli sulla lotta armata in Colombia. Ma Botero ha sempre avuto a cuore Simón Trinidad, infatti ha scritto la biografia di Simón, conosce tutta la sua famiglia, ha studiato tutto della sua vita, e continua ad essere un estimatore di Simón Trinidad, preoccupato per le sue condizioni di reclusione e per la sua libertà. Davvero, questo non deve sorprendere.  La verità è che molte persone ammirano Simón Trinidad. Conoscerlo significa ammirarlo, perché è un uomo intelligente, umano, e allo stesso tempo molto fermo nelle sue idee politiche e sociali. Non si trovano molte persone così nella vita. È uno che la peggiore prigione degli Stati Uniti non è riuscito a farlo crollare. È una persona che solo per la sua fermezza, per le sue idee, per il suo carattere, merita ammirazione.

La montatura contro Trinidad

Nel suo primo viaggio in Venezuela, si è commosso quando ha parlato delle condizioni di prigionia di Simón Trinidad, della sua vita e delle sue lotte. Ricordo che qualcuno intervenne e disse: “se piange è perché Simón è una brava persona”. Perché un gringo difende, si dedica alla difesa di un colombiano?

Ebbene, questa tristezza, le lacrime e tutto il resto, sono cose complicate. Sono lacrime di tristezza, perché è rinchiuso lì in prigione, da solo, nel bel mezzo degli Stati Uniti, lontanissimo dal suo paese, dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua vita. Ma sono anche lacrime di frustrazione, perché è una persona così capace, con tanta cultura e saggezza. È molto frustrante che si trovi in una prigione per motivi politici. Sono anche lacrime di rabbia! Perché quello che gli è capitato è stato così ingiusto, così orribile, che mi suscitano frustrazione, tristezza e rabbia, tutto mischiato.

Il 3 maggio 2019 ha parlato di Simón Trinidad a Dossier, con Walter Martinez. Ha messo in evidenza la montatura che Alvaro Uribe e compagnia hanno architettato contro Simon, ed ha affermato di essere in possesso di documenti che provano la falsificazione. Può dirci come è iniziato tutto questo?

Simón è stato vittima di molteplici montature sia in Colombia che negli Stati Uniti. In Colombia, quando Simón è entrato nelle FARC nel 1987, era conosciuto come un professore, un intellettuale, non un comandante di alto livello. Tutti i documenti che ho dei servizi segreti militari e della polizia colombiana dicono che era un intellettuale. Ma, alla fine del 1998, durante i dialoghi a Caguán, è stato un interlocutore della guerriglia, per la sua intelligenza, per la sua preparazione e per i suoi studi.

Cominciò ad assumere un ruolo pubblico, più visibile rispetto a prima. Egli stesso ha dialogato con il governo, con diplomatici di altri Paesi e con i media. e’ così che la sua figura è diventata più conosciuta. Dopo il fallimento del processo di pace di Caguán nel 2002, si cominciò una guerra sporca per bruciare le campagne. Il governo di Uribe [2002-2010] pensava che per eliminare le FARC sarebbe bastato annientare le comunità che sostenevano le FARC: i contadini, il popolo. Così ci fu una guerra finanziata da [Bill] Clinton e [George] Bush per fare guerra alla popolazione, una guerra alla popolazione delle aree rurali della Colombia.

Questa guerra comprendeva una caccia alle streghe contro guerriglieri e contro Simon per punirlo per il ruolo ricoperto nei colloqui e, per aver dato alle FARC un’immagine positiva. L’establishment ha cominciato a dire che Simon era un importante comandante delle FARC, componente dello Stato Maggiore, in modo da poterlo accusare, come autore intellettuale, di crimini di guerra. Ma è tutta una menzogna, Uribe e i suoi servizi di intelligence hanno detto che era il numero 26 dello Stato Maggiore, quando  lo stesso Stato Maggiore conta solamente 25 membri.

Lui stesso ha portato avanti queste cause, e ne ha vinte diverse. I tribunali hanno capito che non era un comandante di alto grado. Poi è stato catturato a Quito il 1° gennaio 2004. Grazie a Wikileaks sappiamo che già il 4 gennaio fu inviato un messaggio a Washington dall’ambasciatore statunitense in Colombia che diceva che Uribe avrebbe voluto spedire Simón negli Stati Uniti, ma non c’era nessuna indagine o procedimento a suo carico.

Per questo motivo Uribe ha iniziato a costruire la montatura dicendo che mentre Simon era a El Caguan, complottava per mandare cocaina negli Stati Uniti. Poi hanno voluto coinvolgerlo nel caso degli appaltatori statunitensi che erano prigionieri di guerra dell’insurrezione. Ma nemmeno con questo aveva a che fare.

Dialoghi di pace, stigmatizzazioni e solidarietà bolivariana

Arrivarono i colloqui di pace all’Avana e non fu possibile portare Simón al tavolo dei negoziati. Con l’attuale escalation del conflitto, come si potrà rimpatriare Simón Trinidad?

È sempre stato il desiderio di molte persone che Simón fosse presente ai negoziati di pace dell’Avana con il governo colombiano. Questo non è stato possibile. Ora ci sono anche molte persone che vogliono vedere Simón in Colombia. Allo stato attuale è un po’ più complicato ottenere il rimpatrio perché il processo di pace vive gravi difficoltà. C’è una sezione delle ex FARC che ha ripreso le armi e pensa che non valga la pena di continuare questo processo di pace perché non ci sono le dovute garanzie. Altri dicono che ci sono, che vale la pena, che è possibile combattere legalmente.

Ma per Simón è ancora possibile tornare al suo paese. Ascolta, cosa penseranno i colombiani se Simón Trinidad dovesse tornare? Avrebbero più fiducia nel processo di pace. Ci sono diversi modi per farlo: esiste un accordo internazionale tra la Colombia e Stati Uniti, si potrebbe fare leva su questo e inoltre i due Paesi hanno buone relazioni. un’altra soluzione è che la Colombia può estradare Simón per i casi che sono stati aperti qui in Colombia

Quando ero lì è apparso evidente che la Colombia vuole far sentire la sua voce sul processo di reinserimento. Ho parlato con la Commissione Verità e vogliono parlare con Simón. Credono che Simón sia una persona molto importante, che possa dare molto popolo colombiano per la sua storia e il futuro della Colombia. Ho incontrato anche Patricia Linares, presidente della commissione speciale per la Pace – JEP – e anche questa vuole che Simon sia presente per partecipare al processo.

Devo ammettere che ho molto che le autorità statunitensi lasceranno partecipare Simón. Poi ci toccherà lottare qui. Ho chiesto una visita per Simón a un avvocato colombiano, Diego Martínez, e la prigione lo ha negato, ma non è stato sufficiente; le autorità dell’immigrazione non l’hanno nemmeno fatto entrare. Per questo cerchiamo la massima unità possibile per la campagna per la liberazione di Simón, con tutte le forze che possono essere riunite. Cerchiamo l’unità anche per tutti i prigionieri politici colombiani. Ecco perché abbiamo bisogno dell’unità di tutte le forze bolivariane per fornire solidarietà.

Ci sono persone che non manifestano solidarietà con Simón Trinidad per il timore che genera il fatto di associare la guerriglia colombiana con il terrorismo e il narcotraffico. Si potrebbe pensare che solidarietà a Simón implichi sostenere la lotta armata o le nuove Farc (la seconda Marquetalia). Se qualcuno non è d’accordo con la lotta armata o col narcotraffico come potrà mai manifestare solidarietà con Simón Trinidad?

Ecco, ci sono persone che credono che Simón sia un simbolo della lotta armata. Ma sono una minoranza. Trovi persone che pensano a Simón in altre modi. Prima come guerrigliero delle Farc. Col tempo e grazie alle informazioni trapelate dal processo di pace dell’Avana, e anche perché la propaganda di Uribe è meno efficace di quanto non lo fosse un tempo, ora è visto come il simbolo di qualche altra cosa: una Colombia di pace, una Colombia con più giustizia sociale.

Ci sono moltissime persone che ricordano Simón cos’era in passato: professore universitario, laureato in economia all’Università Popolare di Cesar, esperto di problemi agrari ed altre cose. Lo ricordano come un uomo che fin da giovane era a favore della pace. Come quando lottava nel partito fondato assieme a Imelda Daza, Causa Comuna, poi nell’Unione Patriottica.

Non tutti vedono in Simón il simbolo della lotta armata della guerra civile, è un simbolo che va molto più in là. Le persone di sinistra lo apprezzano tanto, ma anche altra gente lo apprezza come un simbolo di pace, giustizia sociale e pieno di amore per il proprio paese.

La cantante venezuelana Chiche Manaure è l’autrice della canzone Simón Trinidad [Clicca qui per ascoltare la canzone]. Come si spiega che una venezuelana abbia voluto omaggiarlo?

Nel testo di questa canzone la paragona alle montagne della Colombia come qualcosa di forte, immenso e bello. È un immagine molto grande, ma poi dice che l’impero, come gli Stati Uniti, lo imprigiona e distrugge i sogni del popolo latinoamericano. È molto poetico, e l’immagine è che l’impero abbia rubato – per ora, in ogni caso – qualcosa di forte, importante, bello, come le montagne colombiane. E ha anche rubato qualcosa a tutti i latinoamericani.

Per me non è una sorpresa che una cantante venezuelana elogi Simón Trinidad perché è una figura e un personaggio colombiano, ma al di là di questo è un esempio per tutta l’America Latina. Nella sua vita precedente, Simón ha avuto una vita comoda, ma ha lasciato tutto per la lotta, per la giustizia sociale e per la sovranità del suo Paese. Ha condotto la sua lotta in modo totalmente disinteressato. Nonostante tutta la repressione, la prigionia, continua con le sue idee di un’America Latina sovrana come la propone Bolívar come società giusta.

Ecco perché una cantante venezuelana come Chiche Manaure, ma anche poeti come Marcos Ana, il più antico prigioniero politico del regime di Franco, parlano di questo patriota latinoamericano, perché è una figura che si può dire eroica, è un esempio di combattente disinteressato a favore della sovranità della regione.
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* Collaboratrice di Colombia Informa del Comitato di Solidarietà Internazionale (COSI), Venezuela

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Pisa 29feb2020: Per la costruzione del Fronte Antimperialista

¿Es Ucrania un líder no admitido en la industria de producción de ámbar?

Ambarpor Anastasia Lukina

La extracción ilegal de ámbar en Ucrania desde la revolución “Euro-Maidán” ha ganado la magnitud de un desastre. Sin embargo, teniendo en cuenta que muchos civiles ucranianos, así como la comunidad internacional, ni siquiera tienen idea de que Ucrania es el líder mundial no admitido de extracción y exportación ilegal de ámbar, se producen alrededor de 300 toneladas por año. No hace falta mencionar que este liderazgo no contribuye en absoluto al presupuesto federal.

En el territorio de Ucrania, ahora funciona independientemente de Kiev, una organización llamada «República Ámbar» que consiste en las regiones de Rivna, Volyn y Zhitomir, que también se llaman «Creador lunar» debido a sus paisajes sin vida similares. Los recursos monetarios derivados de la producción de ascuas llegan a las cuentas de un número muy pequeño de quienes ocupan los puestos clave en el partido político «Unión Europea de solidaridad» y unidad de poder: el Ministerio del Interior de Ucrania, pero otros riesgos ambientales son propagados a través de la población. Con esto, la parte de los fondos monetarios derivados de la producción de ámbar se asignaron para patrocinar la campaña presidencial de Petro Poroshenko.

La mayor parte de la producción de ámbar en Ucrania se lleva a cabo ilegalmente, el recurso mineral se exporta a la República Checa, Eslovaquia, Polonia y luego el contrabando a China y Japón sin pagar tasas e impuestos estatales. Mientras tanto, el ingreso anual de esta actividad asonante se expresa en $ 230-300 millones.

Los ciudadanos locales de la «República Ámbar» extraen el recurso tanto con un tamaño seco (simplemente cavando con paletas las fosas gigantes en el bosque a 10 metros de profundidad) como con troncalización hidráulica usando pompas de motor cuando el ámbar se lava por sí mismo de los interiores.

Las áreas más beneficiosas son ocupadas tradicionalmente por los gángsters. Los bosques están llenos de grandes asentamientos de excavación que utilizan maquinaria de construcción e incluso equipos militares robados, como vehículos de combate de infantería, tractores militares, etc.

También vale la pena mencionar que esta actividad patrocinada por la Guardia Nacional de Ucrania, que deja pocas cuotas de extracción de ámbar para los lugareños, generalmente estos son los restos después de la producción a “escala industrial”.

Según los lugareños, el distrito Olevsk de la región de Zhitomir es famoso por sus asesinatos. También hubo casos de muertes “accidentales” por ahogamiento en pozos profundos o avalanchas de arena. No se proporcionan estadísticas oficiales, ya que los delitos no se registran ni se detectan, pero los huesos de las víctimas se entierran justo en el sitio, en los llamados “pozos de ámbar”.

El ámbar ilegal generalmente es comprado en dólares por los mafiosos en el sitio. Un kilo de piedras de gramo pequeño cuesta de $ 400 a $ 800. El precio de 10 kilos (piedras que pesan 10-20 gramos) cuesta $ 1800.

Se excavan las decenas de hectáreas de bosques de cono en Ucrania. En algunas áreas se parece principalmente a un hormiguero con excavadoras trabajando. La naturaleza sufre de esta invasión. Los pozos bárbaros destruyen el paisaje, los árboles excavados caen y el bosque se convierte en un desierto de arena.

El principal problema de la producción de ámbar en Ucrania es cuando se utiliza el método de troncalización hidráulica de la tierra que se debe volver a ensuciar después. Sin embargo, los excavadores ilegales no logran recuperar esfuerzos, dejando estos «cráteres lunares» donde se pueden disparar los horrores, el desierto de arcilla y arena con hoyos y cráteres, llenos de agua. En el 2018 en la región de Rivne se encontró en miles de hectáreas. Teniendo en cuenta que se supone que la mitad de la región es una perspectiva en relación con la producción de ámbar, existe una grave amenaza ecológica.

Otro problema es el riesgo de intoxicación por radiación. El punto es que el área de producción activa de ámbar (regiones de Rivne, Volyn y Zhitomir) se encuentra entre las regiones más afectadas por envenenamiento por radiación como resultado del desastre de Chernóbil.

Los cavadores que utilizan el método de penetración de fluidos extraen arena y agua contaminadas con cesio y estroncio, contaminando aún más los territorios circundantes con especies radiactivas.

Son pocos los casos de producción de ámbar en la zona de Chernóbil. En 2018-2019 los cavadores exploraron este territorio con cautela. Sin embargo, eventualmente el número de buscadores arriesgados está creciendo.

El nuevo vector de la agenda política europea: Rusia nuevo socio necesario

EU and Russia flagpor theduran.com

Uno de los principales acontecimientos políticos de la semana pasada fue la Conferencia de Seguridad de Múnich, que reunió a más de 150 jefes de estado, altos diplomáticos y primeros ministros en la capital bávara para una discusión abierta sobre temas candentes de la agenda política actual.

Un tema importante para la discusión fue el vector de una mayor interacción entre Rusia y los países de Europa. El presidente francés, Emmanuel Macron, cuyas aspiraciones actuales fueron evaluadas por Sergey Lavrov, quien estaba a cargo de la delegación rusa, como “pragmático” y “políticamente exigente”, ha pedido reiteradamente la necesidad de reanudar un diálogo sostenido con Moscú, señalando el hecho que era extremadamente difícil predecir los beneficios económicos de las sanciones en Rusia y las medidas de respuesta en el futuro previsible.

A medida que avanzaba la conferencia, se celebraron negociaciones entre el Ministro de Relaciones Exteriores alemán, Heiko Maas, y el Jefe del Ministerio de Relaciones Exteriores de Rusia. Prestaron especial atención a “cuestiones prácticas de desarrollar un diálogo entre la Unión Europea y la Unión Económica Euro Asiática con la perspectiva de crear condiciones para la formación de un espacio económico y humanitario común desde Lisboa a Vladivostok”, y también discutieron los detalles de la finalización de la Construcción del gasoducto Nord Stream-2. Se sabe que hoy Nord Stream-2 es uno de los temas estratégicos más importantes de la cooperación internacional en el marco del espacio geopolítico europeo, que desempeña un papel importante en la mejora prospectiva de las relaciones entre los países en los que se está produciendo su efecto económico. dirigido.

Debemos recordar que a fines de diciembre del 2019, las sanciones de los Estados Unidos obligaron al contratista Nord Stream-2, la compañía suiza Allseas, a suspender la colocación de la última sección submarina de la tubería y abandonar el sitio de construcción. Lavrov calificó justamente los intentos de los Estados Unidos de interrumpir este proyecto económico y energético como “un acto imprudente y cínico de interferencia en los asuntos de las empresas europeas”.

Al mismo tiempo, Alemania tampoco está satisfecha con la política tradicionalmente agresiva de los Estados Unidos. El curso político de Alemania actualmente está claramente orientado hacia el establecimiento de relaciones más cercanas y más confiables con Rusia. En particular, esto fue anunciado el martes 18 de febrero por el Ministro de Economía y Energía alemán Peter Altmaier durante su discurso en la conferencia ruso-alemana en Berlín. Señaló la creciente necesidad de Alemania de más gas natural e intensificó el diálogo con Rusia, en relación con lo cual se decidió crear un grupo de trabajo germano-ruso sobre la futura política energética, no solo para completar la construcción de Nord Stream-2 en interés de ambos países, sino también para una interacción competente en el futuro.

“Me gustaría un avance en las relaciones bilaterales. Rusia ha experimentado una gran transformación, en muchas áreas se ha convertido en un país moderno. Estamos listos y realmente queremos continuar y mejorar nuestras relaciones económicas. Rusia es un socio necesario para Alemania en nuestra búsqueda para resolver los problemas del mundo”,- dijo Peter Altmaier expresó su opinión. El ministro alemán también señaló que Alemania estaba discutiendo activamente la cuestión de limitar el impacto negativo de las sanciones en las empresas alemanas con los Estados Unidos.

El experto político italiano, Tiberio Graziani, presidente de Vision & Global Trends International Institute for Global Analysis, no niega el hecho de que las relaciones entre Rusia y los principales países de la Unión Europea en un futuro cercano puedan alcanzar un nivel cualitativamente nuevo. Comentó sobre la situación actual de la siguiente manera:

«Actualmente hay nuevos pronunciamientos, principalmente hechos por el presidente francés Emmanuel Macron, destinados a mejorar las relaciones entre la Federación de Rusia y la Unión Europea. Estas intenciones también se confirman por la creciente atención que Francia y Alemania muestran hacia la otra gran potencia de la masa continental euroasiática: China. Los dos pulmones de Eurasia, Rusia y China, deberían acordar una política lo más común posible hacia la Unión Europea.

Sin embargo, debe recordarse que el estrabismo euro atlántico de Bruselas y la participación de los países miembros de la Unión Europea en la OTAN coloca una fuerte hipoteca sobre la mejora de las relaciones euro-rusas, tanto en cuestiones de seguridad como en materia de sanciones. .

El gasoducto Nord Stream-2 es una poderosa oportunidad que Alemania podría y debería estructurar en el marco de la suavización de las posiciones de Bruselas hacia Moscú».

Por supuesto, hoy los requisitos previos para una existencia pacífica, segura y unida y la interacción de los países en el espacio geopolítico europeo se están fortaleciendo lenta pero seguramente. Es poco probable que la comunidad internacional pueda deshacerse de la intervención destructiva de los Estados Unidos, debido a la introducción de sanciones. A pesar de esto, las políticas competentes, pragmáticas y con visión de futuro de Rusia, China y los miembros más importantes de la Unión Europea, que también se están implementando en proyectos económicos y energéticos, contribuirán sin duda al establecimiento de relaciones estables y razonables.

(VIDEO) Iscriviti al VII Incontro di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “CaracasChiAma: Mantova risponde!”

Nessuna descrizione della foto disponibile.da Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “CaracasChiAma”

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Stiamo arrivando!

¡Vamos en camino!
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Settimo Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana
17,18,19 Aprile 2020

Autodeterminazione, Sovranità Popolare, Indipendenza, Amicizia e Solidarietà tra i Popoli!

“CaracasChiAma: Mantova risponde!”

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Programma… en pleno desarrollo!
In fase di elaborazione, seguiranno aggiornamenti!

Venerdì 17 Aprile 2020
Ore 11,00 Conferenza stampa dell’incontro
Sala delle Colonne, Biblioteca Gino Baratta
Corso Garibaldi, 88 MANTOVA

Ore 15,00 – 19,00 Inizio dei lavori
Sala delle Colonne, Biblioteca Gino Baratta
Corso Garibaldi, 88 MANTOVA
Mostra Fotografica “Caracas Antimperialista!”

Ore 20,00 Cena Popolare
Trattoria Isidora – da vicino nessuno è normale
http://trattoriaisidora.altervista.org/
Largo Primo Maggio, 1 MANTOVA
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Sabato 18 Aprile 2020
Ore 10,00 Inizio Lavori
Sala Civica Comunale
Via XXV Aprile, 20, Casteldidone (CR)

Pausa Pranzo
Ore 15,00-19,00 Ripresa dei Lavori

Ore 20,00 Cena e Festa Popolare
Palestra di Casteldidone (CR)
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Domenica 19 Aprile 2020
Ore 11,00 Conclusione e Lettura Dichiarazione finale

Sala Civica Comune di Casteldidone (CR)
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Iscriviti!

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L'immagine può contenere: il seguente testo "CARACAS CHIAMA RETE BOLIVARIANA"
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RESOLVER

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¿Puede el coronavirus ser un proyecto exitoso en los Estados Unidos?

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A principios de enero, el mundo se vio sacudido por la noticia de una epidemia mortal que se extendía desde la ciudad china de Wuhan, un nuevo coronavirus que aún no ha sido investigado científicamente y, como resultado, no tiene una vacuna para vencerlo hoy.

Según un informe de la OMS sobre la propagación de la nueva neumonía por coronavirus al 12 de febrero de 2020, se confirmaron 45.171 casos en todo el mundo, 44.730 de los cuales ocurrieron en China continental, donde las provincias del sureste eran los principales sitios infecciosos. Singapur, Hong Kong, Tailandia, Corea del Sur, Japón, Malasia y Taiwán son los destinos más cercanos al sur y este de Asia. El resto de los casos se registran en todo el mundo: en Alemania, Estados Unidos, Francia, Australia, Emiratos Árabes Unidos e incluso Rusia. El número de infecciones fatales es de 1115, la mayoría de las cuales ocurren en el epicentro de la infección por Hubei.

A fines de enero, el senador republicano Tom Cotton, que representaba al estado de Arkansas, en su cuenta oficial de Twitter hizo una fuerte declaración de que el coronavirus podría ser uno de los proyectos del programa de guerra bacteriológica, potencialmente iniciado por China:

“Todavía no sabemos dónde se originó el coronavirus. Podría haber sido un mercado (de animales salvajes), una granja, una empresa de procesamiento de alimentos. Me gustaría señalar que Wuhan es el único súper laboratorio de bioseguridad de nivel 4 en China que se ocupa de los patógenos más mortales del mundo, incluido el coronavirus”.

Por razones comprensibles, el embajador chino en los Estados Unidos ha expresado su rechazo a la teoría de Cotton, llamando como medida preventiva para evitar “la propagación del pánico, así como la discriminación racial y la xenofobia, que realmente pueden dañar los esfuerzos conjuntos para combatir el nuevo coronavirus. Sin embargo, es posible que el político estadounidense, jugando bajo la regla “la mejor defensa es el ataque”, trató de desviar la atención de otra versión, menos ventajosa para los Estados Unidos, pero más respaldada por suposiciones lógicas.

La alarmante actividad estadounidense es conocida por patrocinar laboratorios de armas biológicas para investigar agentes biológicos patógenos, “producir material biológico para futuros experimentos” y desarrollar y desplegar nuevas tecnologías en la esfera militar. De particular interés es la ubicación geográfica de tales laboratorios: estos son países de Asia occidental y central: Armenia, Azerbaiyán, Kazajstán, Uzbekistán y Georgia. También debemos tener en cuenta el acuerdo firmado en 2005 entre el Ministerio de Salud de Ucrania y el Ministerio de Defensa de los Estados Unidos, según el cual “para ayudar a Ucrania a prevenir la propagación de tecnologías, agentes patógenos y conocimientos ubicados en el Instituto de Investigación de Epidemiología e Higiene en Lvov, así como otras instalaciones en Ucrania identificadas por el Ministerio de Salud de Ucrania, que pueden utilizarse en el curso del proyecto ”.

De acuerdo con las disposiciones de este Acuerdo, el Departamento de Defensa de EE.UU. pondrá a disposición del Ministerio de Salud de Ucrania asistencia gratuita en la cantidad de efectivo asignada para este propósito.

Otra instalación importante es el Laboratorio Lugara, también conocido como el Centro de Investigación de Georgia en Tiblisi, operado por el Centro Nacional para el Control de Enfermedades y Salud Pública de Georgia y es un proyecto de inversión estadounidense para crear una instalación militar estratégica. El laboratorio investiga enfermedades infecciosas particularmente peligrosas, pero oculta los verdaderos motivos de su investigación, lo que puede indicar la posibilidad de desarrollar armas biológicas. El Secretario del Consejo de Seguridad de Rusia, Nikolai Patrushev, así como numerosos representantes del Ministerio de Relaciones Exteriores de Rusia han expresado repetidamente declaraciones sobre los peligros asociados con las actividades del Centro. Los datos disponibles sugieren que los principales vectores de la amenaza bacteriológica planteada por los Estados Unidos son Rusia y China continental.

Teniendo en cuenta los hechos anteriores, intentemos presentar una hipótesis de que la nueva neumonía por coronavirus es una provocación de los EE.UU., un desarrollo militar estadounidense introducido a través de laboratorios de armas biológicas ubicados en Asia occidental con el objetivo de destruir al principal competidor de EE.UU., China. El propósito de tal medio de lucha no es solo amenazar constantemente con aumentar la influencia económica del gigante asiático, sino también obtener el mayor beneficio del acuerdo comercial de Estados Unidos con China, porque con una economía debilitada por el coronavirus, su principal fuerza impulsora, es mucho más fácil negociar términos que no le son favorables. En este caso, ya estamos hablando de la guerra étnica utilizando nuevas armas bacteriológicas.

Por supuesto, dicha versión no será confirmada oficialmente por ninguna estructura estatal, ya que su contenido está cerca de la teoría de la conspiración. Esta es la opinión del experto político italiano Tiberio Graziani, quien comentó sobre la situación de la siguiente manera:

“En la actualidad, no existe información precisa que pueda confirmar la creación artificial de coronavirus como una arma bacteriológica. Básicamente, tales teorías están ganando popularidad gracias a los medios de comunicación y las redes sociales y están destinadas a difundir el pánico entre la población. Sin embargo, debe tenerse en cuenta que estas llamadas “teorías de la conspiración” crean una cortina de humo que impide que se produzcan debates serios, constructivos y pacíficos sobre esta epidemia global.

En mi opinión, el problema de la crisis de salud mundial no puede reducirse al nivel de confrontación ideológica. Aún así, esto no debe justificar de ninguna manera la ausencia de investigaciones en laboratorios de armas biológicas”, agregó el Sr. Graziani.

La conclusión se lleva a sí misma: por supuesto, no es prematuro poner ideas de conspiración en la conciencia masiva de los civiles. Sin embargo, la cuestión del funcionamiento abierto y legal de los laboratorios alarmantes es uno de los principales temas de la agenda política de las estructuras estatales de todos los países de la comunidad mundial. Deben realizarse esfuerzos conjuntos para estudiar las actividades de los centros de investigación de material biológico con el apoyo ideológico y financiero de los Estados Unidos de América. Una de las prioridades es otorgar al Laboratorio de Tiblisi un estatus internacional que permita a expertos independientes de Rusia, Europa y Occidente participar plenamente en sus actividades y estar al tanto de todos los matices de los experimentos. Esto aumentará las posibilidades de preservar el derecho a la existencia segura de los ciudadanos en los territorios circundantes.

Vertice Antimperialista a Caracas: conversando con Adriano Ascoli

di Luis Matute

[Qui l’intervista in castigliano]

Conversazione con il compagno Adriano Ascoli, rappresentante italiano del Comitato per il Fronte Antimperialista (Pisa) al Vertice Antimperialista, Sovranità e Pace, tenutosi nella città di Caracas tra il 21 e il 24 gennaio 2020.

Adriano, quale organizzazione politica italiana rappresenti in questo Forum Antimperialista?

Appartengo al Comitato per il Fronte antimperialista che stiamo costruendo nella mia città, Pisa. Siamo in sintonia con il vostro piano di discussione, con i compagni qui a Caracas in questo incontro internazionale. L’idea e la proposta di costruire un Fronte da noi è nata localmente a partire da un’attività contro la base militare che si trova nel territorio tra Livorno e Pisa. Vicino alla mia città si trova la più grande base logistica militare degli USA, la base di Camp Darby.  Tale base – come quella di Aviano – non è sotto il controllo della Nato bensì direttamente sotto il controllo e le decisioni esclusive del governo e dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Senza bisogno di autorizzazione, ad esempio, da parte del governo italiano, possono fare quello che vogliono indipendentemente dagli altri Paesi. Proprio da questa base militare provengono tutte le armi, le munizioni e le divise che l’esercito USA ha utilizzato e utilizza per ogni guerra che ha combattuto in Medio Oriente o in Siria, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia, Libia. Per ogni guerra che hanno combattuto e per ogni aggressione ai Paesi limitrofi di questa parte del mondo, le armi e la parte logistica proviene da questa base militare. Allora un gruppo di compagni ha iniziato a lavorare anni fa denunciandone l’attività, ma la questione non è solo la base militare, o piuttosto, è ciò che sta dietro a tutto questo.

In cosa consiste la tua partecipazione qui a Caracas?

Qui ho trovato molti compagni, da tutto il mondo, che hanno la nostra stessa idea. In particolare abbiamo trovato compagni anche provenienti dallo Stato spagnolo, che hanno lo stesso nostro progetto e persino la medesima denominazione di fronte antimperialista; nasce così l’idea di arrivare a costruire un fronte mondiale che non sia caratterizzato in modo ideologico generale. Non è necessario che sia totalmente unito a livello politico-ideologico, ciò che è fondamentale è sostenere la lotta contro l’imperialismo. In questo modo si possono unire forze anche di diverso tipo. Stiamo parlando di forze chiaramente antimperialiste. E così, in pochi mesi, da una piccolissima idea, in un luogo altrettanto piccolo, stiamo ora discutendo quest’idea a livello internazionale.

Adriano, quante organizzazioni politiche sono presenti nel fronte antimperialista?

Nel comitato ci sono compagni che non appartengono a nessuna organizzazione ma si caratterizzano per essere comunisti marxisti-leninisti. Ci sono anche compagni della Gioventù del Partito Comunista, meglio conosciuto come Partito Comunista di Marco Rizzo, appartengono alla gioventù comunista e partecipano attivamente alla nostra comunità. Abbiamo compagni che provengono dall’esperienza del Partito della Rifondazione Comunista, che al momento si è perso come organizzazione nazionale. Abbiamo compagni che si avvicinano dal PCI, altri compagni iscritti ai CARC e all’Associazione di amicizia Italia-Cuba. Poi ci sono anche alcuni che non hanno una caratterizzazione ideologica ben definita e che si sono avvicinati a noi nell’attività di denuncia della presenza militare statunitense sul nostro territorio, qui nel cuore dell’impero. Non dobbiamo mai dimenticare che esiste un sistema imperialista all’interno del quale giocano un ruolo sia gli imperialisti statunitensi sia gli imperialisti UE. È così che abbiamo cominciato a parlare di imperialismo e a spiegare il problema generato dalla presenza yankee in Italia. Il problema non è solo una guerra o una base militare, ma un intero sistema di guerra e di oppressione ai danni dei popoli del mondo.

Questa è la tua prima volta in Venezuela, cosa pensi dell’incontro internazionalista che si è svolto (oggi è l’ultimo giorno) all’hotel Alba Caracas? Cosa pensi della marcia per celebrare il 62° anniversario della creazione dell’urbanizzazione del 23 de Enero, il quartiere più combattivo della città di Caracas?

Ebbene l’impressione, la sensazione di questo incontro, è molto intesa. È qualcosa che trasmette energia e forza. Ci sono movimenti, partiti, cittadini, forze diverse da luoghi diversi, posizioni politiche diverse e nonostante questo tutti si confrontano sulla lotta antimperialista e questo sta creando unità. Unità diversa da come poteva essere quella dell’Internazionale Comunista, dove c’era più strategia e coesione ideologica. Ma adesso dobbiamo unire le forze contro l’imperialismo fornendo ognuno il proprio contributo insieme agli altri. Si può affermare che l’elemento caratterizzante di questo incontro internazionale è che le forze antimperialiste non sono isolate, ma tutt’altro, sono pronte per sviluppare un movimento antimperialista a livello internazionale.

Esistono anche importanti organizzazioni sindacali antimperialiste. Per esempio, ascoltavo i delegati dall’Australia, non sapevo dell’esistenza di compagni marittimi australiani contro l’imperialismo (anche in Italia, a Genova, i lavoratori marittimi hanno bloccato navi che trasportavano armi in Arabia Saudita che sarebbero state impiegate contro la popolazione yemenita). Questo compito è molto importante per tutti i lavoratori del mondo. Se non conosci quello che succede intorno a te, non sai cosa accade e non ti muovi di conseguenza. La gente non si mobilita perché non conosce la situazione degli altri Paesi. Unirsi a livello globale è l’arma da impugnare contro la campagna mediatica che l’imperialismo scatena, una campagna che già comincia ad essere meno forte rispetto a prima. La gente ormai sempre meno crede a quello che i media mainstream propalano. Quando si ascolta una notizia, non si crede più tanto facilmente a tutto quello che viene detto.

Per quanto riguarda la marcia, l’incontro internazionale è una cosa e la marcia un’altra. Un piano è il vertice internazionale dove ci sono stati politici, sindacalisti, persone che occupano posizioni professionali o gente la cui occupazione principale è la politica e un altro è quello di incontrarsi nella marcia del popolo bolivariano. È stata un’iniezione di energia pura e voglio trasmetterla ai compagni del mio Paese, condividerla con loro. Si tratta di qualcosa di molto intenso: ascoltare e parlare alla gente e comprenderne i problemi (che non mancano mai). Un popolo che ti stringe la mano, gente che ringrazia noi internazionalisti di essere qui, in Venezuela. Esperienza indelebile per la solidarietà della gente, che è qualcosa di molto importante e rappresenta un valore per tutti, un valore molto sentito. La cosa principale che ho imparato in questi giorni su questa meravigliosa città che è Caracas, le sue case, la sua gente, camminando per le strade di un paese che vive normalmente e dove le persone si incontrano pacificamente, è che le cose sono all’opposto di tutto quello che i media internazionali raccontano di questo paese. Raccontano un sacco di bugie nel mio paese sul Venezuela. Poiché l’ho visto il Venezuela, posso dare la mia testimonianza. Ho conosciuto questa esperienza e questa realtà e posso condividerla con la gente del mio paese, in Italia.

Ringrazio i compagni che mi hanno accompagnato per farmi conoscere la realtà di un collettivo. Entrare in contatto con questo collettivo è stato come toccare con mano quello che è il Potere Popolare: come il popolo può organizzarsi, controllare il proprio territorio, organizzare l’attività economica e l’inclusione sociale, ma anche gestire la forza, esercitare il controllo. Esiste un potere del popolo organizzato secondo le proprie idee, la propria forza e pratica politica e sociale, ma anche politico-militare. Qui si può parlare con i compagni della base popolare che hanno le idee molto chiare sulla situazione generale del Venezuela. Questa è la forza di un popolo che nessuno può sconfiggere, perché non solo ha le Forze Armate a difenderlo, ma ha anche le forze armate popolari, e questo è qualcosa contro cui non si può vincere. Certo possono colpire il Paese con embarghi, con sanzioni criminali che arrivano fino al blocco delle medicine, con le difficoltà economiche che sta vivendo il Venezuela dovute all’aggressione imperialista. Nonostante questo non possono attaccare direttamente il Paese con facilità, perché il Venezuela è capace di resistere e ha la forza del popolo in armi e delle organizzazioni popolari. Questo è qualcosa che deve essere conosciuto, perché è un esempio per tutti, perché quando c’è bisogno di cambiare e di fare un cambiamento sociale, bisogna avere quella forza.

Qual è il tuo contributo al fronte antimperialista in Italia? Esiste una direzione? Avete dei capi del fronte?

No, in questo momento il fronte è più simile ad un collettivo di compagni che discutono, parlano e promuovono iniziative. Stanno parlando di un’attività iniziata meno di un anno fa, non prima. Proprio per questo non ha una struttura organizzata. Si tratta di qualcosa che si muove in un territorio limitato sebbene l’idea sia quella di lanciare il movimento in tutte le città d’Italia. Questo è l’obiettivo da centrare. La difficoltà, secondo me, è rappresentata dalla divisione tra partiti che, nonostante abbiano opinioni simili sulla questione dell’imperialismo, sono in competizione politica ed esiste anche una forte rivalità tra i gruppi dirigenti dei vari partiti. Ciò, a mio modo di vedere, impedisce l’unione. L’idea, il mio punto di vista, è quella di raggruppare i compagni della base, più che partire dai capi delle organizzazioni (che sono divisivi), ripeto, perché spesso sono in concorrenza elettorale tra loro. Questo ritengo essere oggi il principale nostro problema.

Il nostro obiettivo è quindi rendere chiara la lotta contro l’imperialismo, esprimere solidarietà ai popoli che ne sono vittima: come il popolo siriano o iraniano e in generale come tutti i popoli che sono sotto la minaccia dell’imperialismo e su questo che bisogna lanciare una battaglia politica. Nel mio paese la “sinistra” ufficiale quando non è direttamente filo imperialista, spesso si pone in maniera subalterna all’imperialismo medesimo, inoltre, sempre la “sinistra”, spesso si erge contro la Russia, la Cina, la Siria, l’Iran e sempre sostengono che in questi paesi non c’è democrazia. Alla fine spalleggiano le campagne mediatiche dell’imperialismo che poi sono quelle che preparano la guerra. Così è successo per la guerra in Libia, possibile perché l’Italia l’ha permessa, perché questa cosiddetta “sinistra” è stata complice di una campagna imperialista. Solo quando è iniziata la guerra alcuni hanno preso le distanze da quel disastro, però bisogna ricordare che sono gli stessi personaggi che appoggiarono tutta la campagna contro la Libia di Gheddafi fino a che non è successo quello che era evidente fin dall’inizio. Adesso stanno facendo lo stesso con l’Iran. Dicono: ”Siamo contro questa guerra, però lì c’è una dittatura che va sconfitta”. Oppure chiedono una missione militare in Iraq sotto l’egida dell’ONU (quando migliaia di cittadini iracheni marciano contro la presenza delle forze militari nel loro paese). Senza rendersene conto, alcuni sono complici dell’imperialismo. Ma se prima eravamo noi ad essere isolati, ora lo sono loro. Non hanno la forza per argomentare; negli ultimi 20 anni, dalla guerra criminale contro la Jugoslavia, la guerra del 1999, tutti hanno seguito questo schema sempre uguale: se lì non c’è democrazia, bisogna andare a bombardare e fare la guerra, colpirli e favorire con la forza un cambio di regime politico, salvo poi provocare un disastro per tutto il popolo. Dove vince l’imperialismo, quel posto si trasforma in un inferno. Questo discorso è diretto anche a tutti i venezuelani: potete vivere grandi problemi, così come ce ne sono in tutti i paesi, ma se si scatena una guerra e arrivano gli imperialisti statunitensi, sarà distrutto tutto quello che avete ottenuto fino ad ora e sarà una rovina per tutto il popolo.

Nel caso in cui si verificasse un’aggressione nordamericana contro il popolo venezuelano, cosa farebbe il Fronte Antimperialista Italiano?

Certamente i compagni sarebbero chiamati a fare tutto il possibile per mobilitarsi contro un’aggressione imperialista al Venezuela, per denunciarla. Se la domanda è diretta a me, allora ti dico che verrei a combattere con voi!

Parliamo della lettera di solidarietà che il Fronte ha inviato all’Ambasciata iraniana a Roma

È stato qualcosa di inusuale che ha aperto la porta a molti contatti, non solo locali ma anche nazionali e internazionali. Si è trattato di qualcosa molto d’impatto. Abbiamo fatto uscire un comunicato del Fronte Antimperialista e di altre piccole organizzazioni territoriali come la Rete Civica contro la Nuova Normalità della Guerra a Livorno e il Tavolo per la pace in Val di Cecina, circa 12 ore dopo l’attacco terroristico compiuto dagli imperialisti. Lo definisco così perché non c’è altro modo per definirlo: un attacco di terrorismo internazionale da parte degli yankee che ha provocato la morte del generale Soleimani: un generale di un Paese straniero in missione diplomatica… così, senza pensarci più di tanto, siamo usciti immediatamente con una lettera che condanna questo criminale atto terroristico e di solidarietà con il popolo iraniano. La lettera esprime il dolore, la nostra partecipazione al dolore del popolo iraniano e, naturalmente, la nostra solidarietà, oltre alla condanna dell’aggressione. Questa lettera ha girato molto in Italia, quasi in modo virale, credo per la sua vicinanza temporale all’attacco terroristico. È stata pubblicata in molti blog, su internet, su facebook, molte persone l’hanno letta e si sono trovate d’accordo con noi. È stata tradotta in spagnolo ed è circolata anche all’estero. Abbiamo saputo che la radio iraniana l’ha trasmessa e questo per noi rappresenta un canale che si apre e che vogliamo continuare a tenere aperto. Denunceremo sempre quello che gli imperialisti stanno facendo e aiuteremo la gente a riflettere su cosa accade ed a partecipare alle mobilitazioni.

Per concludere, dimmi, chi è Adriano Ascoli?

Sono un militante comunista dall’età di 16 anni e ho vissuto molte esperienze nella mia vita. Sono stato anche imprigionato a causa delle mie idee e dei miei contatti col movimento rivoluzionario degli anni passati. Continuo a lottare. Questa è la mia vita e niente mi farà cambiare.

Ringraziamo il nostro compagno Adriano Ascoli. Speriamo che questa sia solo la prima di molte occasioni per visitare il Venezuela. Ci auguriamo che la prossima volta conoscerà con ancora maggiore impegno e determinazione la realtà del popolo venezuelano. Grazie.

Salutiamo dunque il popolo venezuelano, il popolo bolivariano e i popoli del mondo, e continuiamo a lottare contro l’imperialismo.

Grazie, Adriano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

USA: Intervista al Collettivo Protettore dell’Ambasciata venezuelana a Washington

Cattda cosivenezuela.org 

Oggi inizia il processo alle attiviste e agli attivisti statunitensi contro l’imperialismo del loro paese; con questa traduzione la redazione di ALBAinformazione intende esprimere tutta la sua vicinanza internazionalista alle compagne e ai compagni che vivono nel “ventre della bestia”. 

Nel marzo 2019, il COSI (Comitato di Solidarietà Internazionale) – Venezuela ha ricevuto una delegazione del Consiglio di pace degli Stati Uniti. Un mese dopo, alcuni membri di questa delegazione hanno guidato la famosa occupazione dell’ambasciata venezuelana a Washington per impedirne la consegna al personale di Guaidó.

In questa intervista esclusiva, il giornalista venezuelano Paul Dobson, coordinatore regionale del COSI, parla con gli attivisti giorni prima del processo.

Il governo degli Stati Uniti ha formalmente riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidó come capo dello Stato venezuelano dopo che la sua autoproclamazione a “presidente ad interim” nel gennaio 2019 ha causato una rottura nelle relazioni diplomatiche tra l’amministrazione di Maduro e il governo degli Stati Uniti.

A marzo, il rappresentante di Guaidó negli Stati Uniti, Carlos Vecchio, ha tentato di stabilirsi presso l’ambasciata venezuelana a Washington DC. Il suo tentativo è fallito a causa dell’azione di circa 10 attivisti della solidarietà che hanno iniziato un’occupazione di 37 giorni dell’edificio, insistendo sul fatto che Guaidó non è stato eletto e non ha alcuna base legale per prendere in mano la struttura.

L’occupazione, iniziata il 10 aprile, si è conclusa a maggio quando la polizia dei servizi segreti statunitensi ha fatto irruzione nell’edificio diplomatico e ha arrestato i quattro attivisti rimasti all’interno, ora noti come il Collettivo di Protezione dell’Ambasciata: Kevin Zeese, Margaret Flowers, Adrienne Pine e David Paul.

In questa intervista esclusiva, Paul Dobson di Venezuelanalysis parla con loro dell’imminente processo a cui saranno sottoposti e delle conseguenze politiche.

Per chi non conosce il Collettivo Protettore dell’Ambasciata, vogliamo riassumere le accuse a vostro carico, il processo finora svolto e gli scenari che vi possono essere presentati?

Quattro membri del Collettivo di Protezione dell’Ambasciata sono perseguiti dalla Corte federale di Washington D.C. per “aver interferito con le funzioni di protezione del Dipartimento di Stato americano”.

L’amministrazione Trump sostiene che il nostro rifiuto di lasciare l’ambasciata ha interferito con la capacità del governo di proteggerla.

Il processo inizia l’11 febbraio e potrebbe durare fino a una settimana circa. Le sanzioni massime che potrebbero essere imposte sono fino a un anno di carcere e fino a 100.000 dollari di multa ciascuna.

La nostra giudice è giudice capo della Corte distrettuale di Washington, La giudice Beryl A. Howell, che cerca di risolvere questo caso in fretta. Due dei nostri avvocati sono stati allontanati dal caso dalla giudice dopo sei mesi con noi. Sono stati rimossi dal nostro caso quando il giudice li ha citati ad altri impegni che hanno assunto. La Giudice Howell ha anche respinto tutte le nostre richieste di esibizione delle prove (1) e limita così tanto quello che possiamo dire al processo che la nostra difesa. I procuratori governativi di Trump cercano anche di limitare massicciamente le informazioni che saranno condivise con la giuria durante l’udienza.

Puoi spiegare come in un processo politico si vieta di parlare di politica?

La giudice Howell cerca di tenere la politica fuori dall’udienza. Pertanto, la giuria probabilmente non riceverà informazioni importanti o il contesto della nostra presenza in ambasciata. Questo è comune nelle persecuzioni politiche negli Stati Uniti.

In base a un precedente legale di lunga data e ripetutamente rafforzato, le audizioni non si occupano di questioni politiche. In questo caso, è particolarmente rilevante che il presidente degli Stati Uniti possa decidere chi riconoscere come capo di Stato di un altro Paese. Le udienze non possono mettere in discussione le decisioni del presidente.

L’udienza deve operare all’interno di una finzione legale in cui Juan Guaidó è presidente del Venezuela, anche se non è stato presidente nemmeno per un minuto.

Se i procuratori vincono, la giuria non scoprirà che il Protettore Collettivo dell’Ambasciata è stato all’interno dell’ambasciata per 37 giorni con l’autorizzazione del governo democraticamente eletto del Venezuela. Né scopriranno che Carlos Vecchio non è un ambasciatore, ma fa parte di un colpo di stato fallito, per non parlare del fatto che la Convenzione di Vienna rende illegale l’ingresso degli Stati Uniti nell’ambasciata.

Né verrà a sapere che i servizi segreti americani, l’organismo responsabile della protezione delle ambasciate straniere, si sono coordinati con un colpo di stato per terrorizzare i membri del Collettivo, distruggere porte e finestre, forzare l’ingresso nell’ambasciata, bloccare i rifornimenti di cibo e aggredire le attiviste e gli attivisti. Né potrà mai sapere che i servizi elettrici e idrici dell’edificio sono stati tagliati illegalmente.

Il nostro team legale lavora per garantire il nostro diritto ad una difesa all’udienza citando il diritto costituzionale ad un processo equo. Se non ci riusciremo, promuoveremo un appello, che porterebbe a una nuova udienza, cosa che il giudice non vuole. Questa è la realtà del sistema di giustizia penale statunitense.

Screenshot_2020-02-06-14-28-13-1-300x196Che cosa ha da guadagnare o da perdere il governo degli Stati Uniti da questo caso e quali potrebbero essere le conseguenze per il movimento popolare statunitense?

Questo processo è la sfida dello Stato agli attivisti per la pace, la giustizia e contro l’imperialismo. Era la prima volta che cittadini americani entravano in un’ambasciata straniera per proteggerla da un tentativo di colpo di Stato guidato dagli Stati Uniti. Il governo vuole inviare un messaggio punitivo a chiunque opponga resistenza all’interventismo.

Il governo e i media hanno lavorato insieme per garantire che il conflitto non finisse sulla stampa. I media non hanno parlato di quanto stava accadendo perché sarebbero sorte domande sul fallito colpo di Stato in Venezuela, sulla legittimità di Juan Guaidó e sul fatto reale che il presidente Nicolás Maduro è stato democraticamente eletto nel maggio 2018.

Il tentativo di colpo di stato con il lacchè Guaidó è sempre più imbarazzante per l’amministrazione Trump. Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno rinnovato il loro impegno a finanziare l’opposizione in Venezuela e a continuare le aggressioni contro la sua sovranità e il suo benessere.

Il governo e i media statunitensi continuano a pubblicare storie false sul Venezuela. Dicono che è una dittatura e che il presidente Maduro è un tiranno. I media non riferiscono di come il governo cerchi di garantire i bisogni della popolazione nonostante una feroce guerra economica condotta dagli Stati Uniti. I media non riportano che le misure coercitive unilaterali illegali imposte al Venezuela contribuiscono a seminare decine di migliaia di morti. Se il popolo statunitense capisse che una guerra economica è devastante e mortale quanto una guerra militare, si opporrebbe allo stesso modo.

Se venissimo assolti dalle accuse, si metterebbe in discussione l’intera narrazione sul Venezuela e su altri obiettivi dell’imperialismo statunitense. Confermerebbe infatti che il tentativo di colpo di stato degli Stati Uniti e il riconoscimento di Juan Guaidó sono assurdi, e che è stato il governo degli Stati Uniti a infrangere la legge invadendo l’ambasciata. Inoltre, costituirebbe un precedente legale in cui i cittadini che intervengono per proteggere un’ambasciata non interferiscono con le funzioni del Dipartimento di Stato. Se il Dipartimento di Stato avesse seguito il diritto internazionale, non ci sarebbe stato bisogno di un Collettivo di Protezione dell’Ambasciata.

Come immaginate la vostra lotta all’interno di un movimento globale che cerca di esigere il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite?

Il giorno in cui è iniziato l’assedio dell’ambasciata venezuelana a Washington D.C., sono state attaccate anche altre ambasciate venezuelane in altre città del mondo. I movimenti sociali di quei paesi difendevano le ambasciate allo stesso modo.

La nostra presenza nell’ambasciata a Washington è durata abbastanza a lungo da ricevere l’attenzione globale. La mancanza di legge negli Stati Uniti, che noi definiamo “pandillerismo”, ha attirato l’attenzione.

Quando la polizia è arrivata all’ambasciata per presentarci un falso e ridicolo avviso di sfratto, accusandoci di invasione, li abbiamo avvertiti che se avessero violato la Convenzione di Vienna e fossero entrati illegalmente nell’ambasciata per arrestarci, ci sarebbero state ripercussioni nelle altre ambasciate del mondo. Lo Stato di diritto sarebbe stato sostituito da un ordine mafioso, e questo è quanto vediamo oggi.

Per molti che seguono la solidarietà con il Venezuela, l’occupazione vi ha messo al centro dello scontro tra la dominazione imperialista e l’autodeterminazione dei paesi. Come questa esperienza ha cambiato la vostra analisi politica e la vostra motivazione?

Quando siamo entrati in ambasciata e abbiamo deciso di rimanere con l’autorizzazione del governo democraticamente eletto non sapevamo cosa aspettarci. Per le prime tre settimane abbiamo potuto andare e venire liberamente, portare cibo, fare attività e svolgere il nostro lavoro. La polizia si è fatta notare per la sua assenza. Speravamo che la nostra presenza avrebbe reso difficile la consegna dell’ambasciata agli alleati del colpo di stato di Juan Guaidó. Il governo degli Stati Uniti aveva appena consegnato loro il consolato di New York City e gli uffici degli addetti militari a Washington D.C.

Tutto è cambiato il 30 aprile, il giorno del tentato colpo di Stato militare a Caracas.

I sostenitori del colpo di stato sono arrivati all’ambasciata e hanno lavorato con i Servizi Segreti per assediarla per i successivi 17 giorni. Erano ben equipaggiati e addestrati.

Per quelle due settimane e mezzo abbiamo vissuto il razzismo, l’odio e la violenza che il popolo del Venezuela e di altri Paesi ha a lungo sofferto. Quando ci hanno tagliato l’accesso al cibo, all’elettricità e all’acqua, sapevamo in prima persona cosa significasse vivere in una guerra economica. Naturalmente, ciò che abbiamo vissuto è stato molto blando rispetto alla violenza e all’oppressione degli Stati Uniti contro altri popoli e altri Paesi.

Come tutti i popoli aggrediti dall’imperialismo statunitense, anche noi abbiamo dovuto adattarci per sopravvivere. I nostri alleati al di fuori dell’ambasciata hanno rischiato la loro sicurezza fisica per sfuggire alla delinquenti e portarci cibo e beni di conforto. Molti sono stati aggrediti.

Tutto questo ci ha fatto capire meglio ciò che gli Stati Uniti sono capaci di fare. Il risultato è stato quello di rafforzare la nostra solidarietà con i venezuelani e con gli altri popoli dei paesi aggrediti dall’imperialismo. Come attivisti contro il razzismo, il militarismo e l’imperialismo, l’esperienza ha consolidato la nostra determinazione a combattere l’interventismo statunitense ed è stata un’opportunità unica per agire direttamente contro l’imperialismo statunitense, cosa che raramente accade.

L’esperienza in ambasciata ci ha uniti profondamente, ci ha fatto formare una comunità, ci ha reso fratelli.

Come rispondete alle pressioni per accettare un patteggiamento invece di portare il caso in tribunale?

Abbiamo dovuto educare alcuni dei nostri avvocati che un caso politico è diverso. Sentivano la responsabilità di proteggerci dalle punizioni e ci incoraggiavano a negoziare.

Abbiamo deciso di non dichiararci colpevoli fin dall’inizio. Non siamo stati noi a violare la legge, è stato il governo degli Stati Uniti a violare la legge internazionale e a collaborare con agenti terroristi che ci hanno negato i nostri diritti.

Ci siamo definiti il Collettivo di Protezione dell’Ambasciata, in parte perché speravamo che il rinvio della consegna illegale dell’ambasciata a Juan Guaidó avrebbe permesso ai due Paesi di negoziare un accordo di reciproca protezione del potere e di risolvere la questione in modo pacifico. Eravamo preoccupati che la violazione della Convenzione di Vienna non facesse altro che aggravare il conflitto e che portasse improvvisamente all’aggressione militare. Sentivamo che la lotta era più grande di noi come individui.

Abbiamo ottenuto una vittoria: oggi l’ambasciata venezuelana è vuota. A Vecchio è stato concesso un giorno per scattare una foto, ma non si è sistemato all’interno come sperava.

Indipendentemente da come si concluderà l’udienza, il nostro sforzo è quello di garantire che il processo aiuti a costruire un movimento contro l’intervento, la guerra economica, le minacce militari e il cambiamento di regime degli Stati Uniti.

Ci consideriamo in una situazione vantaggiosa. Se venissimo assolti, significherebbe che una giuria statunitense si è schierata dalla nostra parte contro il colpo di stato. Se saremo condannati dopo un processo farsa, lo useremo a favore del movimento per la pace e la giustizia. Non vogliamo andare in prigione o essere pesantemente multati; ma non importa come finirà il caso, il movimento crescerà e il fallimento del colpo di stato in Venezuela diventerà più evidente.

Come descrivete il sostegno dei gruppi di base e progressisti negli Stati Uniti e in particolare in Venezuela?

Apprezziamo molto il sostegno dei movimenti in Venezuela e negli Stati Uniti durante questo processo. Durante il nostro periodo all’ambasciata abbiamo ricevuto un sostegno costante da persone che erano fuori, anche tutta la notte a controllare i delinquenti. C’è stata una presenza costante dei media TeleSUR, Grayzone e Mintpress News, così come degli attivisti dei social network.

La gente ha lavorato sodo per facilitare il nostro soggiorno all’ambasciata. Abbiamo ricevuto donazioni e messaggi di sostegno da persone in tutti gli Stati Uniti. Siamo stati molto felici di ricevere messaggi di solidarietà dai movimenti sociali in Venezuela e abbiamo apprezzato le parole di sostegno del ministero degli Esteri e del presidente.

Quando è stato formato il Comitato della difesa dei Protettori dell’Ambasciata, significava che non eravamo più solo quattro persone contro il governo degli Stati Uniti, ma una comunità di persone provenienti da varie parti del Paese che si sono unite. Il Comitato ha raccolto fondi per la nostra difesa legale e ha organizzato giri di visite per sensibilizzare l’opinione pubblica su ciò che sta accadendo e per fermare le menzogne dei media corporativi. Molti movimenti sociali e partiti della sinistra hanno organizzato queste attività e questo ha aumentato la solidarietà negli Stati Uniti.

Considerate le possibili conseguenze dell’udienza che possono cambiare la vostra vita, come state psicologicamente?

In generale stiamo bene. Accetteremo l’esito dell’udienza e siamo fermamente convinti di usare ciò che accadrà come qualcosa di positivo per sensibilizzare e costruire un movimento anti-imperialista.

Sappiamo che stare in una prigione negli Stati Uniti non è bello, ma sappiamo anche che abbiamo persone che ci sostengono dall’esterno e che usciremmo dall’altra parte. Stiamo prendendo provvedimenti per garantire che le nostre famiglie e i nostri bambini siano protetti e che il nostro lavoro antimperialista continui.

Conosciamo persone che sono state in prigione. Se saremo condannati, impareremo di più sulle condizioni dei prigionieri e su come organizzarci in queste condizioni.

Se perdiamo la causa, sappiamo che non sarebbe una cattiva riflessione su di noi come persone, ma sulla realtà del sistema in cui viviamo. Ci avvicinerebbe a milioni di altre persone che hanno avuto esperienze simili. L’impatto psicologico per noi è un maggiore impegno ad agire per la giustizia negli Stati Uniti, dove abbiamo seri problemi economici, sociali [razzismo] ed ecologici. Così come lo è agire per ottenere giustizia nella politica degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

 

Roma 15feb2020: Corea Popolare mostra, proiezioni, testimonianze, dibattito

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Corea del Nord: un paese socialista che ha saputo resistere al crollo del vecchio movimento comunista e alla continua aggressione degli imperialisti USA, la storia e le conquiste di una gloriosa rivoluzione da onorare, il presente di un processo rivoluzionario da cui imparare.

La Repubblica Popolare Democratica di Corea (più comunemente presentata con l’espressione geografica di Corea del Nord) è tra i cosiddetti “stati canaglia” quello contro cui si scaglia con maggior intensità il fuoco di fila della criminalizzazione e della denigrazione ad opera dei media di regime dei paesi imperialisti. Perchè? La risposta sta nella gloriosa storia della RPDC e nel percorso di emancipazione del suo popolo e del suo governo dalle catene del sistema imperialista mondiale

h.17, apertura mostra fotografica “Un concetto di vita libera dalla logica del capitalismo” a cura di Alido Contucci e video-proiezioni sulla storia e il presente della Repubblica Popolare Democratica di Corea
h.18, dibattito con
Andrea De Marchis (Partito dei CARC)
Rita Peana (Centro Studi Juche – Songun)
Mario Eustachio De Bellis (membro della delegazione italiana di ritorno da Pyongyang)

Ci vediamo sabato 15 febbraio presso l’associazione Dinamo, via dei Gelsi 111, Roma 

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