Contro il golpismo non si può rimandare il confronto

di Pedro Carrano

5sett2021, da Brasil de fato

Il 7 settembre scorso, in occasione delle celebrazioni dell’Indipendenza del Brasile, il Presidente Jair Bolsonaro ha convocato i suoi sostenitori sul piazzale del Planalto, a Brasilia, minacciando di attuare un colpo di stato contro il Tribunale Supremo, che lo sta investigando per gravi omissioni nella gestione della pandemia da sars-covid-19, le quali sono già costate alla popolazione brasiliana circa 580.000 decessi. Bolsonaro istiga i suoi sostenitori, molti dei quali “comprati” con miserevoli elemosine di stato o anche, direttamente, con bonus-presenza di 100 reais (circa 30 euro), ad armarsi e a resistere al grande complotto pluto-massonico-maoista, alimentato anche dal giornalismo “catastrofista” e da governatori locali poco inclini alle sue tirate no-vax e negazioniste. Vedendosi in caduta libera e sempre più impopolare e prevedendo un’inevitabile disfatta elettorale nel 2022 ad opera di Ignacio Lula da Silva, tenta la disperata carta della contro-offensiva, volta a una mobilitazione reazionaria delle masse disperate, come unica via di uscita dall’impasse attuale.

In contemporanea, nelle principali città brasiliane, le masse popolari sfilavano per le strade rispondendo alle parole d’ordine dell’empeachement e della condanna del Presidente per genocidio e corruzione. Nuove massicce manifestazioni sono annunciate per domenica prossima: la sfida oggi è costruire una solida piattaforma di resistenza (secondo la strategia della linea di massa) tra l’ala moderata, “social-democratica” e quella dei vari partiti e movimenti rivoluzionari presenti a sinistra, traendo preziosi insegnamenti dal precedente storico della resistenza armata (e non) alla dittatura militare del ’64-’82. 

Una delle lezioni in Brasile e in America Latina è che i colpi di stato non si combattono dopo che si sono consolidati.

È un grave errore considerare che le battaglie decisive della politica brasiliana si svolgeranno solo nelle elezioni del 2022, come se fosse possibile congelare l’attuale lotta di classe e i progressi che il governo Bolsonaro ha realizzato verso un golpe.

La maggior parte degli analisti sottolinea che il 7 settembre non è il “D-Day”, ma probabilmente rappresenta una radicalizzazione, nel discorso e nella pratica, del Bolsonarismo e della sua base neofascista. Tuttavia, i combattimenti e la resistenza dovrebbero svolgersi in questo giorno e continuare per tutto il 2021.

In questo senso, è corretto il mantenimento degli “Atti e del Grido degli Esclusi”, attività che ha la capacità di riunire settori delle comunità di base progressiste della Chiesa, sollevando le principali rivendicazioni e agende popolari.

Una delle principali lezioni della sinistra in Brasile e in America Latina è che i colpi di stato non si combattono solo dopo che si sono consolidati.

In effetti, questo consolidamento limita notevolmente la capacità di resistenza.

Il libro “Lotta nelle tenebre”, dello storico marxista Jacob Gorender, pur operando valutazioni esagerate dei leader del PCB, sia relativamente alla figura di Luís Carlos Prestes che a quella di Carlos Marighella, contiene comunque una nota essenziale: l’impianto principale di resistenza contro il colpo di stato economico e militare del 1964 avrebbe dovuto essere organizzato prima del colpo di stato.

Per quanto concerne le organizzazioni politico-militari, a cui Gorender partecipò come leader del PCBR, una frangia dissidente del PCB, lo storico ritiene che il risultato della resistenza armata dopo il 1968 sia stato un atto di eroismo. Questo perché la chiusura del regime rendeva già difficili le condizioni della resistenza e allontanava ulteriormente l’avanguardia dal livello di disposizione delle masse alla lotta. Il punto, allora, è che la sinistra avrebbe dovuto puntare su di un paziente lavoro di massa.

Analizzando un po’ la situazione attuale nella nostra America Latina, il recente esempio del colpo di stato in Bolivia contiene due lezioni essenziali per riflettere sulla nostra posizione di fronte alle minacce di Bolsonaro in Brasile:

  1. Il colpo di stato contro il governo di Evo Morales/Garcia Linera è stato guidato dal governo degli Stati Uniti, da settori religiosi reazionari, dalla polizia locale, da governi neoliberisti come quello di Macri in Argentina, da mercenari trasferiti dal precedente tentativo di destabilizzazione in Venezuela, un insieme di fattori che ha portato JeanineAñez al governo nel novembre 2019. Quest’azione, a breve termine, ha incontrato un’immediata e massiccia resistenza da parte del movimento popolare boliviano (che ha componenti particolari rispetto al movimento popolare di altri paesi), il che ha permesso una rapida erosione del governo golpista.
  2. I golpisti non avevano la maggioranza nella società, tanto che Evo Morales sarebbe ritornato vincitore nelle elezioni. Tuttavia, avevano un nucleo capace di eseguire il golpe, reprimere settori popolari e garantire momentaneamente il governo di transizione golpista.

La lezione per l’esperienza brasiliana è che, anche se Bolsonaro non ha di fatto una maggioranza nella società brasiliana, ha un nucleo dinamico, un livello di sostegno, che si è mantenuto dal 2020 ad oggi, intorno al 25 per cento, e che coinvolge proprio i settori evangelici, la polizia militare, oltre a fazioni criminali capaci di garantire il terrore di un golpe. Bolsonaro è stremato, ma comunque pericoloso.

Va mantenuta la sequenza di azioni della campagna di Fora Bolsonaro, nonostante gli atti abbiano raggiunto un limite per quanto riguarda la convocazione dei lavoratori, che si trovano in una fase difensiva, stretti trala disoccupazione, la precarietà e l’erosione del potere d’acquisto dei salari.

Dal 2020, con l’inizio della pandemia, è un dato di fatto che la sinistra brasiliana non ha approfittato delle linee guida concrete emerse dalla lotta dei lavoratori per espandere l’influenza e indirizzare il Fora Bolsonaro. La mancanza di sostegno ai dipendenti pubblici in sciopero, agli impiegati delle poste e contro i licenziamenti nei vari settori sono sintomi tangibili di questo ritardo.

La prospettiva di uno sciopero generale non è a breve termine, ma anche la sua mancanza di costruzione rende tutto più difficile.

La politica di solidarietà, invece, va ampliata e pensata con la creazione di cooperative di lavoro, che rafforzino la fiducia tra avanguardia, lavoratori e residenti delle aree occupate. Una tale politica permetterebbe di ampliare la comprensione dell’agenda di Fora Bolsonaro e la partecipazione delle comunità periferiche alle manifestazioni.

Bolsonaro è riuscito a superare il 2020, mantenendo una posizione dentro segmenti delle istituzioni combattivi, molti dei quali logori agli occhi della popolazione – come nel caso della Magistratura, del Congresso e di alcuni governatori della cosiddetta destra tradizionale. Il governo ha mantenuto un livello di sostegno del 30%, raggiungendo il 40% in agosto, grazie agli aiuti di emergenza. È un dato di fatto che, nel 2021, si è logorato e ha perso sostegno a causa della corruzione, del numero di morti per negligenza nella pandemia e del peggioramento delle condizioni di vita.

A ogni modo, il suo metodo per mantenere il potere fino al 2022 sarà questo, avanzare e ritirarsi. L’essenziale è che la sinistra non cada affatto nell’incantesimo della sirena sulla “stabilità delle istituzioni” in un contesto brasiliano e mondiale come quello attuale.

L’organizzazione e la resistenza popolare devono essere la regola per il mantenimento della democrazia e dei diritti sociali. Ciò che è essenziale in questo momento è la denuncia del golpe e l’appello all’organizzazione popolare deve essere un mantra permanente, soprattutto nei principali canali e tra i principali leader della sinistra. Relativizzare questo momento storico è molto pericoloso.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Brasile: movimento no-vax una seria minaccia per la salute globale

a cura di Marco Nieli

Con gravi ritardi nella stipula dei contratti con la Pfizer (risalenti allo scorso 19 marzo) ma con all’attivo un’interessante precoce sperimentazione/produzione locale a San Paolo (Ist. Butantan) del Coronavac, su brevetto Sinovac (cinese), nel Brasile la campagna vaccinale stenta a decollare con circa un quarto della popolazione di 214 milioni di abitanti che ha completato il ciclo vaccinale e circa 125 milioni che hanno ricevuto la prima dose.

Il ritardo, dovuto a vari fattori, tra cui l’atteggiamento criminalmente riduzionista (in realtà, secondo alcuni, cinicamente lucido nella volontà di perseguire obiettivi di pulizia etnica) da parte della Presidenza Bolsonaro e dei suoi accoliti, pervicaci sostenitori dell’inutilità/dannosità dei vaccini (specie quelli a matrice virale come il Coronavac) e dalla visione fatalista di vari culti/sette riconducibili alla cosiddetta “teologia della prosperità”, continua a ricadere quotidianamente sui tassi di contagio/ricoveri di base o per terapia intensiva e letalità/mortalità rilevati tra la popolazione brasiliana.

Qui di seguito, alcuni dati utili, al 24/08/2021, desunti dall’OpenDATASUS (sistema di rilevazione/archiviazione/comunicazione dati ufficiali del governo brasiliano):

-Casi accertati di positività: 20.614.866

-Decessi dovuti al Covid-19: 575.742

-Letalità media: 2,8%

-Persone vaccinate con la prima dose: 125.339.734 (59,19%)

-Persone vaccinate con la seconda dose: 56.820.544 (26, 83%)

-Totale dosi inoculate: 182.160.278

 

Il Movimento no-vax: una seria minaccia alla salute globale

21 SET 2020

di LUIZ CARLOS DIAS | ISTITUTO DI CHIMICA dell’Unicamp di San Paolo (Brasile) [https://www.unicamp.br/unicamp/ju/artigos/luiz-carlos-dias/movimento-antivacinas-uma-seria-ameaca-saude-global]

 

Il movimento no-vax è criminale e rappresenta una minaccia seria e crescente per la salute globale. C’è, a tutti gli effetti, un movimento no-vax in crescita in Brasile, quindi non possiamo ignorarlo.

Un articolo pubblicato il 10/09/2020 sulla rivista Lancet, che coinvolge 284.381 persone in 149 paesi, mostra che il movimento no-vax, l’estremismo religioso, l’instabilità politica, il populismo, le notizie false e questioni come la sicurezza possono danneggiare le campagne di vaccinazione di massa e la dipendenza dai vaccini nei paesi con questi problemi. Vaccini, servizi igienico-sanitari di base, acque reflue trattate e acqua pulita sono i nostri migliori strumenti di salute pubblica.

I vaccini sono responsabili dell’aumento della nostra aspettativa di vita, sono stati i principali responsabili della diminuzione della mortalità infantile e sono una pietra miliare nella storia della salute umana. I vaccini salvano circa 3 milioni di persone all’anno, ovvero 5 persone ogni minuto. In Brasile, negli anni ’50, circa il 10% dei bambini moriva prima dei primi cinque anni di vita. Malattie come il morbillo, la poliomielite, la varicella, la parotite, la rosolia, il tetano, la difterite, il rotavirus, la pertosse sono state messe sotto controllo. Il vaiolo è stato debellato nel 1980.

 

Secondo i dati del Programma Nazionale di Immunizzazione (P.N.I.) del 2019, dopo 20 anni, il Brasile osserva un calo delle coperture vaccinali per i bambini e non raggiunge l’obiettivo dei principali vaccini indicati per i bambini fino a 2 anni. I dati del Sistema Nazionale Immunizzazione (archivio Datasus) mostrano che il tasso di abbandono di nove vaccini in Brasile, come il meningococco C (due dosi), l’MMR (in due dosi contro morbillo, rosolia, parotite) e la poliomielite (tre dosi), è cresciuto di circa il 48% negli ultimi cinque anni. La copertura vaccinale contro la polio nel paese era del 96,5% nel 2012 e dell’86,3% nel 2018, con il peggior tasso di vaccinazione nel 2019 dall’anno 2000.

Il vaccino ha eliminato il morbillo dalla popolazione brasiliana, ma questo è ritornato nel paese e nel 2019 abbiamo avuto circa 18mila casi in 526 comuni e 23 stati della Federazione, con 15 decessi. Le statistiche sull’abbandono includono anche i bambini che hanno assunto una dose iniziale di un determinato vaccino, ma non tornano per le dosi successive. Questi dati sono preoccupanti ed evidenziano la necessità di un’intensa mobilitazione per espandere la copertura vaccinale contro il Covid-19 in Brasile.

Il calo della copertura può avere una serie di ragioni, che vanno dal sottofinanziamento delle priorità di salute pubblica a questioni logistiche come l’approvvigionamento e la distribuzione, fino alla mancanza di campagne di sensibilizzazione pubblica. Questa riduzione della copertura vaccinale potrebbe anche essere stata influenzata dal successo del Programma Nazionale di Immunizzazione nel paese, poiché abbiamo eliminato alcune delle principali malattie e la difficoltà di accesso delle famiglie ai servizi sanitari essenziali.

Abbiamo bisogno di informazioni scientifiche di qualità, didatticamente accessibili, esposte con un linguaggio chiaro, per combattere il crescente movimento no-vax e negazionista nel paese, soprattutto in questo momento di polarizzazione politica. Abbiamo bisogno di persone che moltiplichino messaggi e informazioni corrette sull’importanza della vaccinazione contro il Covid-19. Tra le ragioni che sono state sollevate sui social network da gruppi no-vax ci sono teorie del complotto, alterazioni del DNA, Bill Gates, chip nei vaccini, che causerebbero autismo, conterrebbero mercurio, feti abortiti, rappresenterebbero un pericolo o al massimo, sarebbero inefficaci e molte persone stanno leggendo queste notizie false.

Dobbiamo avviare una campagna per coinvolgere e preparare la popolazione brasiliana e l’infrastruttura del SUS (=Sistema Universale di Salute) a combattere questo movimento no-vax e a non lasciarlo crescere. È necessario incoraggiare e portare un messaggio chiaro alla popolazione brasiliana sulla necessità e l’importanza della vaccinazione di massa contro il Covid-19. Dobbiamo agire su più fronti, il compito sarà complesso, complicato e non ci vorrà molto per agire se vogliamo evitare che i gruppi no-vax inizino a diffondere menzogne e fake news sui social riguardo ai vaccini contro il nuovo coronavirus. L’espansione delle teorie del complotto sulla vaccinazione è anche correlata ai problemi di comunicazione tra ricercatori, scienziati, medici e altri professionisti della salute con la società.

 

La buona notizia: nove vaccini candidati nell’ultima fase della sperimentazione

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), abbiamo 192 candidati vaccinali registrati, di cui 146 in studi preclinici, 37 nelle fasi 1 e 2 e 9 nella fase 3. Quasi tutti hanno avuto bisogno di due dosi negli studi di fase 2, per indurre una risposta anticorpale, alcuni inducendo anche una risposta delle cellule T.

• Università di Oxford/AstraZeneca (UK) – AZD1222 – Vettore virale non replicante, adenovirus di scimpanzé attenuato, due dosi, intervallo di 28 giorni

• Janssen Pharmaceutical Companies (USA) – AD26CoV-S1 – Vettore virale non replicante, adenovirus umano, due dosi con intervallo di 56 giorni

• CanSino Biologics Inc./Beijing Institute of Biotechnology (Cina) – AD5-nCoV – Vettore virale non replicante, adenovirus umano Ad5, attenuato, 1 dose

• Istituto di ricerca Gamaleya (Russia) – Sputnik V – Vettore virale non replicante, adenovirus umano, due vettori, una dose di rAd26-S e una dose di rAd5-S dopo un intervallo di 21 giorni.

• Sinovac (Cina) – CoronaVac – Virus inattivato, due dosi a distanza di 14 giorni

• Sinopharm/Wuhan Institute of Biological Products (Cina) – Virus inattivato, due dosi a intervalli di 14 o 21 giorni

• Sinopharm/Beijing Biological Products Institute (Cina) – Virus inattivato, due dosi a distanza di 14 o 21 giorni

• Moderna/National Institute of Allergy and Infectious Diseases (USA) – mRNA-1273 – RNA messaggero, due dosi con intervallo di 28 giorni

• Pfizer/BioNTech/Fosun Pharma (USA e Germania) – BNT162 – Messenger RNA, due dosi, intervallo di 28 giorni

Sebbene non sia ancora chiaro quale sia il principale marker di protezione contro il Covid-19, lo studio clinico di fase 3 mira a valutare l’efficacia della prevenzione dell’infezione e della prevenzione dei casi di Covid-19 nella popolazione vaccinata o di rendere più lieve la malattia. Un vaccino ideale sarebbe efficace in una sola dose, inducendo (da subito) l’immunità sterilizzante, immunizzando la maggior parte degli inoculati, producendo un’immunità di lunga durata, con poca reatto-genicità e pochi effetti collaterali immediati o tardivi, facilità di conservazione, distribuzione e applicazione. Che non abbia bisogno di una catena del freddo con temperature molto basse e che sia accessibile, disponibile ed economico.

 

Terminate tutte le fasi della sperimentazione, quali i passi successivi?

Avremo sicuramente più di un vaccino approvato contro il Covid-19. L’ANVISA (l’Ente regolatorio brasiliano per l’approvazione di farmaci e vaccini, n.d.T.) dovrà inoltre lavorare in maniera accelerata per registrare i vaccini approvati nella fase 3, mantenendo il necessario rigore scientifico. Ma c’è una reale possibilità che avremo bisogno di almeno due dosi di vaccino. Siamo 212 milioni di brasiliani, se avremo l’80% di adesione, vaccineremo circa 170 milioni di persone. Se il vaccino offre protezione in una singola dose, avremo bisogno di 170 milioni di dosi, ma se ha bisogno di due dosi, avremo bisogno di 340 milioni di dosi. E poiché questo sarà il più grande programma di vaccinazione nella storia umana, possiamo aspettarci alcune sfide logistiche, oltre a sperare che le persone che prendono la prima dose, tornino per la seconda dose e tornino per un’eventuale terza dose – in particolare, i gruppi di anziani e delle persone con comorbilità o con un sistema immunitario più carente e meno robusto in termini di risposta vaccinale. Le persone dovranno prendersi un congedo dal lavoro, perdere tempo in lunghe file e tutto ciò due volte. E probabilmente, sperimenteranno effetti collaterali spiacevoli come febbre, dolore e gonfiore nel sito di applicazione, tutte e due le volte in un breve periodo di tempo.

Bisogna produrre milioni di dosi e avremo bisogno di acquisire componenti e coadiuvanti dai mercati esteri, poiché il Brasile non li produce qui. Dall’acquisizione dell’Ingrediente Farmaceutico Attivo (IFA) e dei coadiuvanti, iniziano le fasi di formulazione, controllo qualità, riempimento ed etichettatura. Segue la fase di stoccaggio, la catena del freddo, il trasporto e la movimentazione, la distribuzione e l’amministrazione.

Sono necessari anche dispositivi di protezione individuale per la manipolazione dei vaccini nelle celle frigorifere, in modo che i lotti di dosi possano essere adeguatamente imballati e spediti. E dopo, avremo bisogno di siringhe, aghi, fiale di vetro, tappi per le fiale, imballaggi per conservare le fiale del vaccino, guanti, tutti materiali monouso. Verranno generati molti rifiuti sanitari e sarà necessaria una grande cura per lo smaltimento. Le sfide sono molteplici, oltre a sperare in una buona efficacia, sostenibilità e durata della protezione vaccinale.

La stabilità dei vaccini dipende dalla temperatura di conservazione. I vaccini possono perdere efficacia a causa delle variazioni di temperatura nella produzione in serie, nello stoccaggio e nel trasporto. I vaccini sono prodotti molto sensibili e il calore, il freddo e la luce ambientale possono indebolire un vaccino, a seconda della formulazione. Alcuni di essi possono essere conservati a temperature comprese tra lo 0° e i 10°C, ma è necessario pensare a strategie di catena del freddo, in modo che venga mantenuto un corretto stoccaggio in tutte le fasi di produzione, immagazzinamento, trasporto e distribuzione fino all’arrivo, nel centro di salute o sito di applicazione.

Poiché le molecole di mRNA sono molto sensibili, i candidati vaccini della società americana Moderna e Pfizer/BioNTech possono comportare sfide logistiche, poiché avranno sicuramente bisogno di congelatori con temperature da -20 gradi Celsius a -70 gradi Celsius, che sono comuni nei laboratori delle università e istituti di ricerca, ma non presso le postazioni sanitarie del SUS.

I vaccini a virus inattivati, come il cinese Sinovac, possono forse essere conservati nei comuni frigoriferi, ma è necessario aver cura della loro stabilità e mantenere una temperatura bassa, soprattutto nei luoghi con instabilità nella fornitura di energia elettrica.

Il Brasile è un paese gigantesco, con persone sparse in luoghi molto remoti, quindi i vaccini devono arrivare via terra, acqua e aria. Alcuni vettori come l’UPS e la DHL si stanno attrezzando e gli aeroporti devono fare lo stesso. Avremo bisogno di buone scorte di ghiaccio secco per mantenere la temperatura bassa, allo scopo di garantire che le dosi non vengano compromesse durante il trasporto in luoghi senza elettricità.

Non ci possono essere errori in questo percorso, poiché qualsiasi esposizione a troppa luce o temperatura inadeguata può danneggiare la qualità dei vaccini, portando alla perdita di potenza, il che sarebbe un enorme disservizio.

E, naturalmente, i professionisti responsabili delle applicazioni devono ricevere formazione, istruzioni per il confezionamento, l’apertura e la manipolazione delle fiale con i vaccini.

Il Brasile ha molta esperienza nelle campagne di vaccinazione di massa, il Programma Nazionale di Immunizzazione (PNI) funziona molto bene e grande articolazione dei vari segmenti della società civile. I candidati al vaccino sono nelle mani degli scienziati, ma per quanto riguarda la vaccinazione? In Brasile, chi deciderà chi la prenderà per primo? Quali sono i meccanismi decisionali? È una decisione politica? Quale sarà il ruolo della scienza in questo momento di decisione? Siamo pronti per la vaccinazione di massa, pensando di applicare due dosi in periodi che vanno dai 14 ai 60 giorni? E come sarà attuato il monitoraggio dei possibili effetti avversi nella fase di farmacovigilanza dopo le applicazioni? Spero che la pianificazione logistica sia già iniziata.

[Trad. di Marco Nieli per ALBAinformazione]

 

Il Brasile della pandemia: minaccia globale contro l’umanità

Fosse comuni in Amazzonia, a Manaus è una stragedi Marco Nieli

Una lettera aperta all’”umanità”, che richiede il ricorso al Tribunale Internazionale dell’Aja contro il “mostruoso governo genocida di Bolsonaro”, firmata, tra gli altri, da intellettuali e artisti di spessore come Leonardo Boff, Julio Lancellotti, Zelia Duncan e Chico Buarque de Hollanda e altri, è stata indirizzata al Congresso Nazionale, al Supremo Tribunale Federale e all’ONU in forma aperta lo scorso 6 marzo. Il Brasile di Jair Bolsonaro, denunciano i firmatari, si è trasformato in una “camera a gas”, ovvero in una vera e propria bomba epidemiologica, che minaccia l’intera umanità con lo sviluppo incontrollato di varianti sempre più letali del virus su scala planetaria.

“Brasiliane e Brasiliani legati alla vita sono ostaggio del genocida Jair Bolsonaro, che occupa la Presidenza del Brasile insieme a una banda di fanatici unicamente spinti dall’irrazionalità fascista”, riporta la lettera.

La politica di non-intervento messa in atto dal governo, unita a un sistematico discredito dei tentativi di mettere in piedi misure minime di riduzione/contenimento della diffusione della pandemia, per non parlare degli ostacoli frapposti a ogni iniziativa locale allo sviluppo di una risposta vaccinale (come quello del Governatore di São Paulo che sta producendo il Coronavac all’Istituto Butantan della capitale dello stato) ha già prodotto un record assoluto, a livello mondiale, di circa 260.000 morti evitabili (soprattutto nelle fasce sociali meno protette, quilombolas, indios, poveri delle favelas metropolitane), con una punta di 1.760 decessi registrati il 5 marzo.

Proprio giovedì scorso, il presidente, in visita per l’inaugurazione di un tratto di ferrovia nello Stato di Goias, si appellava al coraggio della bancada ruralista, ovvero i latifondisti con investimenti nel business della soia o in quello della carne bovina, che costituiscono la sua maggiore riserva di consenso elettorale, il che si spiega facilmente in base alla constatazione che il programma genocida è riconducibile a ben precisi interessi economici. Una lucida follia, insomma, in cui il capitalismo sta utilizzando l’occasione della pandemia per risolvere una parte delle “questioni storiche” che considera ancora oggi insolute, nella maniera più facile e sbrigativa.

Per rendere disponibile allo sfruttamento economico le ingenti estensioni del fertile terreno brasiliano, bisogna, infatti, prima di tutto sbarazzarsi dell’ingombro rappresentato dalle comunità indigene e quilombolas, come anche dagli insediamenti dei Sem Terra e movimenti affini. Analogo discorso può essere fatto per le grandi concentrazioni metropolitane dell’industria alimentare, petrolchimica ed estrattiva, dove si verificano i più alti tassi di contagio tra gli stati meridionali, per la più assoluta (e criminalmente deliberata) mancanza di misure di distanziamento e contenimento dell’infezione.

Una costante della politica non-interventista del presidente è, inoltre, l’assoluta contrarietà a ogni misura di lock-down, totale o anche parziale, intrapresa dai più seri governatori statali in giro per il paese (tra cui il PTista Wellington Dias del Piauì e il conservatore E. Wilson dell’Amazonas), prontamente affondata dalle mobilitazioni di fanatici “bolsoniti” che fanno il lavaggio del cervello alla popolazione, ripetendo che “si tratta solo di una gripezinha”, che “per fine anno sarà tutto passato”, che comunque “è meglio morire di virus che di fame” e che “bisogna leggere la Bibbia ed essere forti di fronte all’avversità”.

Di fronte a questa organizzata manipolazione delle masse popolari in senso reazionario, l’appello di scienziati ed esperti resta lettera morta, non riuscendo a tradursi nell’adozione di efficaci misure di distanziamento fisico nelle relazioni sociali, di contenimento del contagio attraverso l’uso delle mascarinhas (la cricca al governo riceve precise disposizioni dalla presidenza per non mostrarsi in pubblico indossandola, lo stesso presidente ha detto in un’occasione che quest’aggeggio sul volto umano “nasconde l’allegria e il sorriso naturali della persona”) e di adozione di una solida politica di tracciamento del virus, nonché di campagne vaccinali mirate.

Di fronte a questo esorbitante potere di influenzare il comportamento delle masse da parte del capitalismo agro-pecuario brasiliano, va registrata in questa fase un’evidente difficoltà delle organizzazioni popolari, partitiche e movimentiste, nell’articolare un’efficace risposta in termini di mobilitazione allargata dei settori proletari, contadini e sottoproletari urbani, per imporre l’agenda dell’impeachment, seguito dalla formazione di un governo di blocco popolare. Il quale, insieme alla politica vaccinale, dovrebbe mettere all’ordine del giorno la questione dei sussidi alle fasce sociali meno protette, da finanziare attraverso la nazionalizzazione della rendita petrolifera e mineraria e almeno delle industrie di base. I pronunciamenti di intellettuali e personalità di spicco del mondo artistico, religioso e giornalistico sono senz’altro importanti, ma non possono in alcun modo sostituirsi all’iniziativa dal basso, coordinata e organizzata, delle masse popolari.

Il discorso del “Bolsa ou a vida” nell’ultima uscita nel Goias, come spesso accade, ha superato, in quanto a cinismo delirante e tendenzioso, ogni precedente della sua inquietante biografia di fantoccio nelle mani del potere capitalistico brasiliano. “Noi dobbiamo affrontare i nostri propri problemi, basta con i capricci e i piagnistei, fino a quando volete restare a piangere?” sono le parole che, pronunciate nel giorno in cui, per la decima volta, si toccava un numero di vittime superiori al migliaio, hanno scosso e indignato l’opinione pubblica brasiliana e mondiale. Fino a provocare l’ennesima lettera firmata o appello da parte delle poche coscienze lucide e critiche rimaste in giro nei tempi oscuri di questa barbarie epocale.

Di queste parole, come anche degli inenarrabili crimini contro il popolo brasiliano e l’umanità tutta, il “Bolsa ou a vida” sarà chiamato a rispondere, speriamo quanto prima, di fronte a un Tribunale del Popolo.

Un reportage dalla terra Yanomami: “Intere famiglie con covid a causa del garimpo fuori controllo”

di Mariana Castro, Brasil de Fato

11 febbraio 2021

Sette bambini Yanomami sono morti a causa di covid dall’inizio della pandemia: lo scenario peggiore degli ultimi 30 anni, afferma l’antropologa Ana M. Machado.

(Didascalia della foto) Bambini yanomami e neonati sotto i due anni sono tra le vittime del Covid-19: la malaria è tra le comorbilità legate al coronavirus e colpisce direttamente le popolazioni indigene – Joedson Alves – EFE

“Questo è uno dei momenti cruciali per la difesa delle popolazioni indigene, perché da 30 anni a questa parte non abbiamo visto la situazione degli Yanomami e degli Yekweana raggiungere i livelli di rovina attuale”. L’avvertimento, lanciato in un’intervista al programma Bem Viver, è dell’antropologa Ana Maria Machado, membro della rete Pro-Yanomami e Yekweana e tra gli organizzatori del rapporto “Xawara: tracce di Covid-19 nella terra indigena Yanomami e l’omissione dello Stato”, uscito alla fine dello scorso anno.

Secondo lei, l’abbandono e il progresso dell’attività mineraria illegale sono i principali vettori di malattie come il covid-19, nella terra indigena degli Yanomami, la più grande del paese, situata negli stati di Amazonas e Roraima, al confine del Brasile con il Venezuela, un corridoio di oltre 9,6 milioni di ettari. Sede di circa 30.000 indigeni, è tra le aree più colpite dalla deforestazione illegale nell’Amazzonia brasiliana.

Xawara è il termine con cui, sin dalle epoche ancestrali del loro passato, gli Yanomami definiscono quello che oggi noi chiamiamo pandemia. Il concetto è posto in relazione con ciò che chiamano booshikë, quello che noi definiamo attività mineraria. Secondo le tradizioni della loro cultura, il booshikë deve essere lasciato tranquillo, dentro la terra, altrimenti causa molte malattie e morti, diffondendosi sotto forma di fumo.

La corsa incessante per l’oro, insieme alla collusione e all’omissione delle autorità, sono precisamente ciò che ha causato innumerevoli malattie e portato alla morte di bambini e neonati yanomami, come spiegato nel rapporto di 105 pagine pubblicato dall’Instituto Socio ambiental (ISA) e prodotto dal Leadership Forum Yanomami e Ye’kwana e dalla Rete Pro-Yanomami e Ye’kwana, sulla base dei dati raccolti da marzo a ottobre 2020.

Qui di seguito, l’intervista completa:

Brasil de Fato: Allora, Ana, cosa ha motivato la produzione del rapporto?

Ana Maria Machado – Il rapporto è stato prodotto dal Pro-Yanomami and Yekweana Network e dal Yanomami and Yekweana Leadership Forum. La Rete Pro-Yanomami e Yekwean è composta da più di 50 sostenitori della causa Yanomami, inclusi antropologi, linguisti, indigeni, avvocati, artisti ed è in dialogo diretto con le associazioni indigene. La Rete è nata proprio all’inizio della pandemia, ad aprile, quando è avvenuta la prima morte di uno Yanomami a causa del Covid.

Lo Yanomami and Yekweana Leadership Forum, che è anche uno degli organizzatori del rapporto, si è formato nel 2018 e riunisce le sette associazioni indigene presenti nella terra degli Yanomami: oggicostituisce il principale organo decisionale nelle terre degli Yanomami.

Poi, a giugno, il Forum ha lanciato la campagna #ForaGarimpo e #ForaCovid per sensibilizzare il mondo sui progressi del Covid nel territorio Yanomami. Quindi, sulla base di un’articolazione tra il Forum e la Rete, abbiamo redatto questo rapporto, in modo da poter documentare l’impatto della pandemia tra gli Yanomami.

Durante la produzione del rapporto, siamo andati più a fondo nei dati: le analisi (dei dati raccolti) ci dicono che la situazione degli Yanomami e degli Yekweana è molto critica. E lo è soprattutto a causa dell’avanzata incontrollata del Covid, della malaria, in un contesto di totale mancanza di controllo, situazioni che sono anche legate all’avanzata dell’estrazione dell’oro, la quale è notevolmente aumentata e allo smantellamento della sanità pubblica per le popolazioni indigene, come accade in tutto il paese.

Quindi, questo rapporto serve anche come base per la denuncia, a uso delle commissioni per i diritti umani e di altri organismi a difesa delle popolazioni indigene.

Il rapporto è stato consegnato al Congresso Nazionale e ai singoli deputati, insieme alla petizione della campagna #ForaGarimpo e #ForaCovid, che ha raccolto quasi 440mila firme.

Brasil de Fato: Il documento indica l’estrazione illegale come uno dei principali vettori di contaminazione per le popolazioni indigene, ma l’attività continua a minacciare le persone. Esiste il permesso o la collusione del governo Bolsonaro su queste attività nella regione?

Ana Maria Machado: L’estrazione illegale è un problema molto antico. Anche prima della demarcazione della terra indigena yanomami, avvenuta nel 1992, gli Yanomami hanno vissuto un periodo storico drammatico. Negli ultimi anni ’80, il territorio in cui vivevano fu invaso da oltre 40mila garimpeiros (minatori e/o raccoglitori di oro). Quindi, una totale mancanza di controllo. Secondo le statistiche, più di mille Yanomami morirono in quel periodo a causa di malattie e violenze legate all’attività mineraria.

Dopo quel periodo, con la delimitazione delle terre indigene nel ‘92, l’attività mineraria iniziò a diminuire notevolmente e divenne un’attività illegale, svolta molto marginalmente con poche centinaia di garimpeiros. Quello cui assistiamo oggi è una nuova congiuntura data dall’incrocio dell’impennata del prezzo dell’oro sul mercato – dal 2008 in poi – insieme allo smantellamento delle politiche pubbliche, soprattutto dopo l’elezione di Bolsonaro, il che ha fatto assumere proporzioni assurde all’estrazione illegale.

Oggi si stima che ci siano più di 20.000 cercatori d’oro che invadono la terra indigena degli Yanomami. E nonostante figuri ancora come un’attività ufficialmente illegale, sembra che l’elezione di Bolsonaro sia servita come autorizzazione per i garimpeiros a ignorare l’illegalità ed entrare nella terra indigena Yanomami in cerca di oro, senza quella paura che avevano prima, poiché sanno che possono contare sul sostegno del presidente.

Anche lo stesso Bolsonaro ha una storia di garimpeiro, suo padre ha lavorato all’estrazione mineraria nella Serra Pelada. Durante la campagna elettorale, (il presidente) ha promesso di autorizzare l’attività mineraria sulle terre indigene. Pertanto, in ossequio alla sua promessa elettorale, Bolsonaro ha firmato la legge 191/2020, che mira a regolamentare lo sfruttamento delle risorse minerarie, definendo condizioni specifiche per la ricerca e l’estrazione mineraria di varie risorse, tra cui il petrolio, il gas e l’energia idroelettrica sulle terre indigene.

E questo disegno di legge, complice la nuova configurazione del Congresso con l’elezione di Arthur Lira, Bolsonaro lo ha inserito come uno dei progetti prioritari su cui votare, il che mette gli Yanomami in una situazione di grande vulnerabilità, poiché gli indigeni non avrebbero diritto di veto, verrebbero solo consultati, quindi non ci sarebbe modo di impedire alle imprese minerarie di entrare nel territorio indigeno, il che è del tutto assurdo.

E c’è anche un fatto importante (da tenere in conto): secondo i dati dell’Imazon, il Sistema di Vigilanza sulla Deforestazione, tra l’agosto 2019 e il luglio 2020, periodo di inizio del governo Bolsonaro, la Terra indigena Yanomami era tra le dieci aree protette più colpite dalla deforestazione nell’Amazzonia Legale.

E questo è stato proprio causato dal dilagante aumento delle miniere d’oro. È stato anche tra l’agosto e il settembre 2020 che la terra indigena è risultata una delle più disboscate del Paese. Mentre il Brasile e il resto del mondo si sono fermati, mantenendo solo le attività essenziali, i garimpeiros non sono stati messi in quarantena. Il flusso dei cercatori e della deforestazione sulla terra indigena Yanomami è notevolmente aumentato.

Abbiamo diverse segnalazioni di popolazioni indigene, di intere famiglie colpite in regioni dove la presenza dell’estrazione dell’oro è completamente fuori controllo.

Brasil de Fato: Nel 2020 il rapporto già identificava i bambini come uno dei gruppi più colpiti dal Covid-19 nella regione, e ora il Paese sta seguendo la cronaca della morte di dieci bambini Yanomami in un mese. Queste vite avrebbero potuto essere salvate?

Ana Maria Machado: Certamente.Quello cui abbiamo assistito negli ultimi anni è un completo smantellamento delle politiche di sanità pubblica volte alla salute indigena. Secondo il monitoraggio che facciamo noi della Rete Pro-Yanomami e Yekwean, finora abbiamo contato le morti di 32 Yanomami, tra confermate e sospette, che è un numero che sopravanza di molto il monitoraggio del SESAI, l’agenzia sanitaria, che indica solo 12 morti.

Secondo il nostro monitoraggio, i numeri sono impressionanti, perché in questi mesi di pandemia, sette bambini di età inferiore ai due anni sono morti di Covid-19, testato e confermato. Si tratta di una statistica che richiama molta attenzione, perché differisce molto dal resto del mondo, dove le principali vittime sono state gli anziani o le persone con comorbilità. A questo punto è importante notare che una delle principali comorbidità del Covid-19 tra gli Yanomami è la malaria. E con la malaria completamente fuori controllo, il Covid finisce per fare più vittime, oltre a diversi bambini anche loro affetti da malnutrizione, già indeboliti.

Quindi, certamente, se ci fosse stata un’azione efficace da parte del governo federale, se ci fosse stato un piano, almeno, per contenere il Covid, questi bambini non avrebbero perso la vita e il loro futuro a causa di questo virus. È responsabilità del governo federale elaborare un piano di contenimento efficiente, cosa che non è avvenuta.

Brasil de Fato: La denuncia centrale del rapporto è proprio l’assoluta mancanza di assistenza medica alle popolazioni indigene in Brasile, sia per prevenire il Covid-19 che per curare altre malattie. Negli ultimi anni, poi, abbiamo assistito all’aumento della criminalizzazione delle ONG e alla demolizione di varie agenzie di protezione, culminata nel disastro della pandemia… possiamo dire che questo è un momento cruciale di difesa per i popoli indigeni?

Ana Maria Machado: Certamente. Questo è uno dei momenti cruciali per la difesa dei popoli indigeni, perché in 30 anni non abbiamo visto la situazione degli Yanomami e degli Yekweana raggiungere i livelli di devastazione cui assistiamo oggi. Anche con la terra delimitata, con i diritti garantiti dalla Costituzione, abbiamo assistito a queste morti silenziose, dovute all’incuria causata dalla mancanza di azione e all’incuria della salute indigena.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Dai gorilla ai sub-primati “bianchi” al potere: il caso brasiliano

di Marco Nieli

ovvero la tragi-commedia dell’unico presidente anti-vaccino al mondo

Nella celebre frase marxiana sulla storia che si ripete sempre due volte, una prima volta come tragedia, la seconda come farsa, pare di leggere in nuce la parabola di un paese come il Brasile che, avendo già subito una dittatura ventennale (1964-84) non meno cruenta e feroce di quelle cilena e argentina (checché ne dica la storiografia borghese ufficiale), oggi deve vivere il suo momento di farsa quasi al limite del macchiettistico-folkloristico con il Presidente Bolsonaro. Che, sicuramente, incarna chaplinianamente la caricatura di una personalità fascistoide dai tratti psico-patici, ma che non può essere sicuramente liquidato a pura e semplice reazione di tipo dittatoriale dell’epoca dell’imperialismo inter-bellico, come ci ha brillantemente spiegato il politologo marxista argentino A. Borón (in vari articoli alcuni dei quali tradotti e pubblicati dal blog Albainformazione)[1].

Il regime di Jair Messias (sic!) Bolsonaro, che corrisponde più propriamente alle categorie del cesarismo o bonapartismo “regressivo” (categorie gramsciane, opportunamente riaggiornate da Borón), si distingue certamente da quelle forme primo-novecentesche di dominio fascista della borghesia imperialista, se non altro, per il carattere entreguista (ossia che svende le risorse naturali) della sua economia, consistente nell’abbattimento di tutti gli ostacoli o i controlli statali verso gli investimenti delle multinazionali straniere (soprattutto a traino U.S.A.), nella dismissione del welfare e dei diritti dei lavoratori e nella cessione incondizionata delle risorse naturali (tipo il Pre-sal, uno dei più grandi giacimenti petroliferi dell’Amarica latina) agli imperialisti statunitensi e, in parte, europei.

Un altro tratto tipico del bolsonarismo è la conquista elettorale del potere apparentemente soft (in realtà, violenta e traumatica per come ha polarizzato una società molto articolata politicamente come quella brasiliana), in seguito a una sequenza ben orchestrata e coordinata dai poteri forti interni ed esterni, fatta di ripetuti golpe “intra-parlamentari” e “giudiziari” contro Dilma e Lula, con definitiva spallata di golpe “mediatico”, finanziato dai capitali di varie ONG U.S.A., con l’abile strategia del suprematista (forse sarebbe più indicato chiamarlo sub-primatista) trumpiano Bannon. Per inciso, va fatto notare come, da buon vassallo dell’Impero, incarnato dal truculento energumeno Trump la-Briscola-che-vince-sempre[2] razzista in fatto di politiche migratorie e di diritti degli afro-americani ma protezionista in economia – il Bolsa-ou-a-vida[3] brasileiro ha riallineato il suo paese al ruolo di patio trasero (cortile posteriore) o colonia privilegiata dell’imperialismo statunitense, demolendo tutti i vincoli cooperativi-orizzontali dell’ALBA e degli stessi BRICS e ripristinando la stretta adesione al Washington consensus.

Ma questa, evidentemente, è la storia, atto secondo, della farsa del Bolsonarismo e su questo già si è scritto abbondantemente.

Per tutto il corso del 2020 e fino al presente, l’accumularsi e l’incrociarsi degli aspetti tragici con quelli comici nella fase della farsa in Brasile sono stati determinati dall’acuirsi della crisi sociale ed economica del modellosuddetto alla prova del fuoco della pandemia da Sars-Cov-2 (comunemente detto corona-virus). Il “riduzionismo” se non proprio negazionismo, del Boris Johnson di marzo 2020, con il relativo corollario della necessità di alcune migliaia di morti di fragili/anziani per raggiungere in breve tempo la presunta “immunità di gregge” (herd immunity in inglese; immunidade de rebanho in portoghese) si è rivelato una fallacia pseudo-scientifica, che l’Inghilterra pare adesso stare scontando a duro prezzo. Eppure, se i governi conservatori di quel paese e degli U.S.A. paiono essere, seppure tardivamente, corsi al riparo nel ricorso a elementari strumenti di contenimento del contagio (l’uso della mascherina, i lockdown mirati o generalizzati, le misure di profilassi e sanificazione) e poi nella rincorsa frenetica verso il vaccino, il Bolsonarismo si è arroccato su posizioni biecamente e cinicamente negazioniste e non-interventiste, che sono constate al popolo brasiliano già 210.000 morti “evitabili” e 8.500.000 positivi circa, oltre a ingenti e difficilmente stimabili danni all’economia formale (il PIL) e informale, che, ricordiamolo, in Brasile costituisce una parte rilevante della ricchezza prodotta al di là delle statistiche ufficiali.

Il fatto è che la comunità scientifica internazionale sta raccogliendo sempre più prove del fatto che, con questo tipo di virus, l’immunità di gregge, non importa se perseguita col metodo brutale dell’aumento esponenziale dei decessi o con campagne vaccinali più o meno rapide, rischia di diventare un obiettivo continuamente disatteso dallo sviluppo di varianti mutageniche, come dimostrato abbondantemente dai ceppi inglese e brasiliano. Le quali producono una sorta di effetto boomerang con ulteriore balzo in avanti della contagiosità ed, eventualmente, letalità del virus stesso.

È esattamente quanto successo in Inghilterra nell’ultimo mese e nelle ultime settimane a Manaus, capitale dello stato Amazonas del nord-ovest brasiliano.

Per capire nel dettaglio come si è arrivati al vero e proprio collasso del sistema di Salute Pubblica il 14 gennaio scorso nello stato di Amazonas, bisogna partire dalla prima ondata (marzo-maggio 2020), analizzando l’intreccio delle dinamiche a livello federale, statale e municipale.

Effetto dell’atteggiamento negazionista e riduzionista del Presidente (“è so’ uma gripezinha”, è solo una piccola influenza, frase rinnegata in seguito[4]) è stata la scelta della politica non-interventista a livello federale, che si è tradotta, tra l’altro, nell’assenza di direttive o anche solo indicazioni sull’uso di misure preventive come la mascherina, il distanziamento sociale e, in caso di necessità, anche del lock-down, utile a bloccare l’aumento esponenziale del contagio. Dopo le dimissioni pilotate di ben due ministri vagamente competenti sull’argomento, i medici Mandetta (ortopedico) e Teich (oncologo) lo scorso maggio, che chiedevano con una certa cognizione di causa qualche forma, seppure blanda, di intervento federale, il messianico Bolso ha pensato bene di nominare un militare del tutto inesperto, il generale Pazuello, a gestire la pandemia, per riuscire a imporre la sua ossessione psicopatica per l’efficacia dell’idrossiclorochina nella fase precoce dell’infezione, in barba a tutta la comunità scientifica. È questo che il neo-nominato Ministro della Salute ha raccomandato alle varie Segreterie Statali, molte delle quali, intanto, adottavano misure più o meno dure e risolutive, ma senza mai giungere a un lock-down generalizzato, a livello statale. È da notare che il Bolsa-ou-a-vida, quando e laddove ha potuto, ha ironizzato, polemizzato e anche più o meno sotterraneamente intralciato le iniziative dei singoli governatori, giungendo ripetutamente ad accusare i giornalisti di gonfiare il caso. Altre volte, i suoi commenti sono stati ispirati a una visione biecamente e cinicamente suprematista (sub-primatista) sulla impossibilità di intervenire sulla legge naturale di selezione del più forte. Lui stesso sarebbe sopravvissuto all’infezione, contratta lo scorso luglio, curandosi con l’idrossiclorochina (l’episodio ha generato in molti Brasiliani il sospetto di una messa scena, ma nella parte credulona della popolazione, plagiata dalle sette e dalle Chiese protestanti, l’efficacia della narrazione ha avuto il suo peso nel confermare la fiducia verso il losco figuro e i suoi protettori sovrannaturali).[5] In ogni caso, le misure di lock-down sono state dal Presidente sistematicamente sconsigliate e ostacolate, con l’inconsistente argomento che il Brasile non poteva permettersi il lusso di fermare l’economia nemmeno per un giorno. Una parte del consenso perduto durante la prima ondata, poi, il Bolsa-ou-a-vida l’ha recuperato facendo arrivare un sussidio di 400 reais (il Congresso aveva proposto circa 600) alle famiglie indigenti.

A livello statale, intanto, il Governatore Wilson Lima (PSC, Partido Socialista Cristão, alleato del Presidente), nel maggio 2020 faceva smontare un ospedale da campo dell’esercito, allestito in fretta e furia e con pochissimi macchinari per fronteggiare la prima ondata. I trattamenti a base di clorochina si erano già largamente dimostrati inefficaci, anche nella fase precoce dell’infezione, ma l’ossessione dell’Eletto Bolsa-o-a-vida non poteva essere smentita dall’evidenza dei fatti. Per cui, si è continuato con la produzione massiccia di clorochina, affidata addirittura all’Esercito. La circolare del Ministero della Sanità del 20 maggio 2020 raccomandava l’uso di idrossiclorochina, azitromicina e ivermectina (medicinali efficaci rispettivamente per la cura del lupus, di alcuni ceppi batterici e di alcune tipologie di parassiti intestinali) per il trattamento precoce del corona-virus, cosa che è stata applicata alla lettera, con risultati pressoché nulli. Viene da pensare che chi dirige oggi il paese e anche lo stato dell’Amazonas non conosca la distinzione basilare tra malattia auto-immune, infezione batterica o micosi: ma tant’è, questi rimedi erano stati dati per miracolosi dall’idolo del Bolsa-ou-a-vida, vale a dire la Briscola-che-non-perde-mai… che non poteva mica sbagliare… (salvo poi curarsi con la terapia monoclonale messa a punto dai medici Italiani e ancora non sperimentata dall’AIFA a casa nostra, ma questa è un’altra storia).

Il resto del copione che segue potrebbe essere presentato sotto il titolo di “Cronache di un genocidio annunciato”. Appena finita la prima ondata, nonostante autorevoli organismi scientifici come la Fondazione Oswaldo Cruz (FIOCRUZ) e la Fondazione Getulio Vargas (FGV) avessero messo in guardia contro la ripresa della pandemia in forme ancora più virulente con l’arrivo delle grandi piogge (dicembre-marzo), praticamente nulla è stato messo in campo in Amazzonia per attrezzarsi all’arrivo dello tsunami rappresentato dalla seconda. Non bisogna dimenticare che la popolazione dell’Amazonas, pur avendo espresso un governatore e una maggioranza filo-bolsonarita, è composta in prevalenza di mestizos, pardos (mulatti), pretos (afro-brasiliani), indios con vari gradi di contatto e integrazione con la civiltà urbana occidentale, soprattutto Manaus e Santarem, raggiungibili dal sud solo via fiume e via aerea. I missionari protestanti hanno ripreso a visitare le comunità di indios nelle località più remote dello stato, spesso portando il virus dalle città, mentre nelle favelas urbane di Manaus, date le pessime condizioni igieniche, l’addensamento demografico e la mancanza di acqua corrente in casa, i focolai hanno continuato a covare sotto la brace nell’umida ma afosa estate amazzonica. Come stiamo ormai cominciando a capire a fatica anche in Europa il tasso di letalità aumenta esponenzialmente quando manca un’idonea preparazione in campo sanitario a fronteggiarlo. Il che significa, sostanzialmente, trattarlo in una fase precoce e poi isolare i focolai con rigide misure di tracciamento: la Cina docet ma, evidentemente, il pregiudizio ideologico, in Europa come in Brasile, ci impedisce di imparare qualcosa da un paese comunque socialista, che è riuscito a contrastare l’avanzata del virus ancora prima del vaccino (e con perdite infinitamente minori in termini di vite umane e di PIL).

A tutti questi fattori di impreparazione logistica, dovuti a incompetenza e cialtroneria tipici degli stati-vassallo dell’Impero, si è aggiunto, a partire da dicembre, l’ultimo, la mancanza di adeguate scorte di ossigeno. Quando i contagi hanno ripreso la parabola ascendente, oltre alle carenze già menzionate di posti-letto e macchinari per la respirazione, si è palesata l’incapacità della principale ditta fornitrice di ossigeno locale, la White Martins a sostenere il ritmo di produzione richiesto. Già nel corso del mese di novembre, la ditta in questione aveva comunicato al Governatore e al Governo Federale il rischio di non riuscire a coprire il prevedibile aumento esponenziale del fabbisogno, ma le autorità competenti hanno nascosto la comunicazione e non hanno predisposto la logistica ai rifornimenti necessari. Prima di Natale, il principale ospedale pubblico dello Stato, il Delphina Aziz di Manaus, segnalava di aver raggiunto il 100% di letti occupati, nei settori clinico e di TI, mostrando altresì carenze di macchinari funzionanti, personale formato e bombole di ossigeno. Il 26 dicembre entrava in vigore un decreto di Wilson Lima per attuare una prima, tardiva misura di lock-down quasi totale per 15 gg nell’intero stato e così impedire la libera circolazione del virus, di cui intanto si segnalava una pericolosa mutazione, la cosiddetta variante brasileira, su cui le fondazioni scientifiche mettevano in guardia. Il giorno stesso, le proteste della popolazione, in parte dovute alla necessità economica, in parte anche alla propaganda manipolatoria dei bolsoniti, costringeva il pavido governatore a ritirare la misura, per ragioni elettoralistiche e di quieto vivere.

A partire dalla fine dell’anno, mentre si cercava una soluzione tecnica all’avio-traporto di forniture di ossigeno, a Manaus – pare che l’unico aereo disponibile per un tale cargo fosse in manutenzione – la popolazione infetta, rifiutata dall’ospedale e accolta in un nuovo ospedale da campo rimesso su in tutta fretta, ha cominciato letteralmente a morire di asfissia. La scena finale della farsa è stata il giorno 11 gennaio scorso con la visita del Ministro della Sanità, il generale Edoardo Pazuello, che seguiva un primo carico tardivo di bombole con un aereo affittato realizzato l’8 gennaio – gli Embraer della F.A.B. (Forze Armate Brasiliane) erano impegnati in Nordamerica per un’operazione congiunta con la NATO  e gli alleati U.S.A., che avevano tra l’altro promesso di mettere a disposizione alcuni velivoli della propria flotta militare, tardavano a mantenere l’impegno. Il generale, raccontando ai giornalisti di aver dovuto rispondere anche alla cognata, preoccupata per il marito affetto da covid, che “non c’era nulla da fare”, non si lasciava sfuggire intanto l’occasione di cacciare dal cilindro il coniglio magico, che consisteva in che? Forse in un contratto con la Cina per la produzione a San Paolo del vaccino, a un costo stracciato e in grado di avviare una risoluzione su lungo termine della crisi pandemica? Nemmeno per idea! Il coniglio in questione era ancora una volta, quello di sempre: un geniale Kitanti-covid direttamente elaborato dall’Ufficio presidenziale del Planalto – senza inutili perdite di tempo in consulenze di scienziati, virologi e altri cospiratori filo-comunisti – a base di… indovinate? Una sostanza miracolosa come l’acqua del Giordano in cui dicono che il Bolsa-ou-a-vida sia stato battezzato: l’idrossiclorochina![6]

I ritardi nell’organizzazione sanitaria, unita all’incompetenza scientifica e all’arroganza cinica e spregiudicata dei politicanti locali e federali ha provocato nel solo stato di Amazonas, dall’inizio della prima ondata, circa 6800 morti evitabili – per nulla “naturali”, come la propaganda del regime vorrebbe far passare – su di una popolazione complessiva di circa 4 milioni e duecentomila abitanti, di cui contagiati ufficiali 245.000. Se la mortalità, calcolata sull’intera popolazione statale, rimane tutto sommato relativamente bassa, per ragioni di densità demografica (circa lo 0,16 %), il tasso di letalità apparente – cioè, calcolata sui numeri di risultati positivi al tampone molecolare – risulterebbe oscillare tra un 2,77 e un 9%. Nell’ultimo mese, nello Stato si sono toccate punte di 132 morti per Sars-Cov-2 al giorno.

Con un indice di mortalità di circa lo 0,9 %, calcolata su di una popolazione di circa 217 milioni complessivi, ma di letalità presunta tra il 2,4 e il 6,4% (su 8 milioni e mezzi di contagiati ufficiali), il Brasile, secondo i dati ufficiali risultanti all’OMS, risultava già in cima alle classifiche negative dei paesi che hanno peggio risposto alla pandemia, per incompetenza, irrisolutezza di fronte alla pressione delle lobbies economiche e fattori demografici e ambientali. C’è già chi, nei media, nei partiti oppositori al Bolsa-ou-a-vida e tra i governatori più responsabili, come quello del limitrofo Stato dell’Acre o quello PT del Piauì, che parla dell’attuazione di un intento genocida ai danni delle minoranze di indios e di pardos/pretos che, guarda caso, il “messianico” deputato Jair ha ripetutamente, da circa 17 anni fa, indicato come una palla al piede della crescita economica del paese. Da questo fardello storico, l’uomo “bianco” civilizzatore sarebbe stato finalmente chiamato a liberare il Brasile, con la benedizione della teologia della “prosperità” e grande vantaggi per il già deficitario bilancio dello Stato. Già lo scorso luglio, vari sindacati di professionisti del settore avevano inviato una domanda di incriminazione per genocidio al TPI dell’Aja contro il signore Jair Messias Bolsonaro e ben 60 richieste di impeachment sono state insabbiate fino a oggi dal malfido (corrotto?) Presidente del Congresso Rodrigo Maia (DEM-RI). L’ultima richiesta in tal senso si sta costruendo tra i partiti dell’opposizione a traino PT-PDT, PSOL e PCdoB, proprio mentre scriviamo e il giorno quindici è stato realizzato un panelazo (protesta pacifica al rumore dei coperchi di pentole), convocata sulle reti sociali con l’hashtag: “senza ossigeno – senza vaccino – senza governo – il Brasile sta morendo – #asfissiato” (rilanciato anche stasera, 23 gennaio).

Bisogna, infatti, aggiungere all’atteggiamento criminale descritto anche l’aggravante del rifiuto del vaccino come possibile soluzione alla pandemia e il contenzioso in corso con l’esperienza dello Stato di San Paolo, che sta producendo il vaccino cinese Sinovac all’Istituto Butantan per distribuirlo a prezzi politici anche agli altri stati. Gli argomenti utilizzati dal Subprimate al potere sono anche in questo caso folkloristicamente risibili e tragicamente macchiettistici nella loro ascientifica pregiudiziale di matrice ideologica – “non si sa che vi mettono nell’organismo quelli, insieme ai Cinesi, volete diventare dei coccodrilli? Volete che ai maschi venga la voce delle femminucce? O che alle vostre donne crescano i baffi?”, “Chi si assume la responsabilità di quello che vi inoculano? E se vi inoculano un virus ancor più potente? Io di certo non me ne assumo la responsabilità”. Dove si evince che nessuno ha mai spiegato a questo luminare della “scienza” post-vax del XXI secolo quale sia la definizione di base di un vaccino, da Jenner in poi, vale a dire l’iniezione di una quantità di virus depotenziato nell’organismo in modo da stimolare le sue proprie difese immunitarie contro gli agenti patogeni esterni. Per non parlare dei vaccini di ultima generazione, quelli a Rna messaggero.

Ultimo atto della tragicommedia brasiliana: lo scorso lunedì mattina è arrivato a Manaus un cargo di camion proveniente via Roraima, dal Venezuela, su decisione del Governo bolivariano guidato dal presidente Nicolás Maduro, il quale, sordo alle continue provocazioni e minacce di invasione degli anni passati dei Subprimati Trump e Bolso, si è sentito coinvolto nella tragedia umanitaria del popolo brasiliano ed ha deciso di fare un gesto concreto per dimostrare il valore della cooperazione e della solidarietà tra i popoli, nell’ottica integrazionista inaugurata dal Comandante Hugo Frías Chávez con l’ALBA, la CELAC e altre iniziative. Si è trattato di un atto umanitario reale e politicamente fondato, implicante la consegna di 100.000 kg di ossigeno e lontano anni luce dalla pagliacciata mediatica e politica messa in piedi dal golpista Juan Guaidó in combutta con le forze imperialiste della CIA e dell’alleato colombiano nel 2019, con l’unico scopo (miseramente fallito) di provocare una defezione nelle Forze Armate Bolivariane e scatenare un’invasione militare. Il Cancelliere venezuelano Arreaza sta firmando un protocollo con gli Stati di Amazonas e Roraima per la consegna via terra di carichi settimanali che consentiranno di salvare chissà quante vite umane.[7] Un piccolo gesto di solidarietà e vicinanza, nelle more della costruzione del Banco Vaccini Continentale, di cui il governo di Cuba insieme a quello del Venezuela si stanno facendo promotori.

Orbene, esiste un detto popolare, risalente al noto The Travels of John Mandeville del XIV secolo, che vuole che il coccodrillo pianga, dopo aver mangiato qualche preda umana. Se qualcuno si aspettava qualche parola di gratitudine, anche dettata da considerazioni di circostanza, da parte del Bolsa-ou-a-vida, si è dovuto ricredere di fronte all’ostinata e pervicace testardaggine di questa forma primordialmente coriacea e regressiva di simil-vita che si è impadronito criminalmente del potere nel Brasile. A dimostrazione che il virus più difficile da combattere è quello dell’ignoranza arrogante e presuntuosa, che nutre il razzismo e il suprematismo “razziale”, allo stesso tempo solleticando gli istinti più bassi e cinici presenti nella natura umana.

Il giorno seguente, davanti a una claque addomesticata di subprimatoidi sostenitori e giornalisti prezzolati, in puro stile neroniano, il Messia brasileiro commentava beffardamente che “il cuore di Maduro è grande, perché il personaggio pesa circa 200 kg… certo che il suo cuore deve essere grande, si capisce” (rsrsssss, risate della claque) e che “il Venezuela non è in grado di aiutare nessuno, con quei salari che non gli permettono nemmeno di comprare un chilo di riso… In Venezuela, voi vedete cani per strada? No, perché in quel paese si mangiano i cani per fame” (nuova risata della claque, rrrrsssss).[8]

Come dice un altro proverbio portoghese-brasiliano, depositario, questo, della saggezza popolare atavica: Para um bom entendedor, poucas palavras (bastam), equivalente dell’italiano: a buon intenditor (cioè, a chi è in grado ancora di decodificare/comprendere criticamente quello che succede sotto i propri occhi), poche parole…


[1]Per esempio…

[2] Trump in inglese significa briscola, ma anche trionfo. La briscola trionfante è, ovviamente, anche un riferimento al sua brillante spirito sportivo e alla sua egregia capacità di incassare la sconfitta elettorale ad opera del Democratico J. Biden. Infallibile come il Papa, anche l’ex-Presidente U.S.A. aveva cominciato col minimizzare la pericolosità del virus e a propalare gli effetti miracolosi della idrossiclorochina per il trattamento precoci delle infezioni da esso prodotte.

[3]Bolsa in portoghese è la borsa. L’espressione a bolsa ou a vida riproduce l’atteggiamento banditesco della Massima Autorità Responsabile della Salute Pubblica in Brasile, che ha terrorizzato la popolazione dicendo che sarebbero morti di fame, se avessero chiuso l’economia. Il risultato è che, dopo un anno di quest’andazzo, in Brasile le morti evitabili per corona-virus sono circa 210.000 su una popolazione di circa 217 milioni (0,9%) La letalità risulta invece oscillare tra il 2,4 e il 6,4 % ca.

[4]In http://www.terra.com.br/noticias/coronavirus/bolsonaro-diz-que…

[5] Appena ritornato negativo dalla presunta infezione da corona-virus, l’invincibile superuomo se ne è uscito con le solite battutine tra il macho e il cinico-TV, chiamando il Brasile “pais de maricas” (paese di femminucce), e dicendo che lui non era un becchino che fa la conta dei morti e che “tutti un giorno dovremo morire”. In http://www.onzedemaio.com.br/maricas-e-dai-nao-sou-coveiro-e-so…

[6]https://bncamazonas.com.br/rapidinhas/pazuello-grande-decepcao-em-manaus/

[7]httpssolidaridad-oxigeno-20210123-0015.html://www.telesurtv.net/news/venezuela-brasil-manaos-

[8]https://www.hoybolivia.com/Noticia.php?IdNoticia=325193.

Roma 7ott2019: L’Amazzonia assediata

Fanti

L’AMAZZONIA ASSEDIATA: CAUSE, RESPONSABILITÀ E PROSPETTIVE

Lunedì 7 ottobre 2019 – H 18,00

Intervengono:

Gilvania Ferreira da Silva
Dirigente del Movimento dei Senza Terra del Maranhão

Jarvaz Alberto Ruiz Gonzalez
Partido Socialista Unido de Venezuela
Responsabile del Foro Social Panamazonico, Venezuela 

Modera:
Claudia Fanti
Giornalista, Amig@s MST, Italia 

Libreria ODRADEK, Via dei Banchi Vecchi, 57

INFO: 333 77 87 836 – 334 93 45 068

PROMUOVONO:
Alma Rebelde, Ass. Amig@s MST Italia, Comitato “Lula Libre”, Comunità Ecuadoriana, Giuristi Democratici, Potere al Popolo, Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “CaracasChiAma”, Rifondazione Comunista, S.A.L., Terre Madri.

La Coordinadora Simón Bolívar con Lula libre

L'immagine può contenere: 1 persona, testoAl Pueblo De Venezuela,

Al Gobierno Bolivariano de Venezuela,

A los Pueblos y Gobiernos del Mundo,

A los Medios de Comunicación Nacionales e Internacionales,

A la Opinión Pública Nacional e Internacional,

Al Mundo entero,

Hermanos y Hermanas:

La Coordinadora Simón Bolívar, se solidariza con el camarada, amigo y ex presidente Luis Ignacio Lula da Silva, ante el arbitrario e injusto fallo del Tribunal Supremo de Justicia de Brasil el cual tiene como fin último impedir la voluntad del pueblo, en su lucha por la retoma del poder de las fuerzas populares y revolucionarias de ese país.

Rechazamos contundentemente la orden de prisión contra el ex presidente Lula, es un atropello jurídico porque la Constitución brasileña y las convenciones internacionales vigentes en Brasil, rechazan que una persona sea detenida sin que sean agotados todos los recursos ante las instancias competentes del sistema judicial, este es un ejemplo de como el sistema democrático esta en decadencia, generando desde el golpe parlamentario un estado de facto no democrático, violador de los derechos humanos.

Todos estos elementos enmarcados en la estrategia imperial de retomar el continente latinoamericano y debilitar la propuesta social y política de la izquierda en América Latina, hoy más que nunca los pueblos en lucha rechazamos cualquier intento de militarización, criminalización y desaparición de las y los dirigentes revolucionarias en Brasil como manera de someter la voluntad de su pueblo.

Junto a los movimientos del mundo desde la tierra de Bolívar y Chávez pedimos reiteradamente el respeto a la participación y la sindéresis; el cumplimiento de los derechos humanos y políticos que en el actual momento se ven vulnerados.

Nuestra solidaridad al pueblo brasileño, a las organizaciones y movimientos sociales, y con todo el vigor y la ternura revolucionaria al compañero Lula.

Desde la Coordinadora Simón Bolívar manifestamos en carta abierta que “La solidaridad es la ternura de los pueblos”.

Con Bolívar y Chávez, decimos ¡a la carga!

Desde Venezuela, Tierra de Libertadores, a 525 años del inicio de la Resistencia Antiimperialista en América, y a 207 años del inicio de Nuestra Independencia,

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La Coordinadora Simón Bolívar, una Organización de Base, Revolucionaria, Solidaria, Internacionalista, Indigenista, Popular y Socialista.

Bolsonaro ed il fascismo

Risultati immagini per mst reforma agraria populardi Atilio A. Borón

È diventato un luogo comune caratterizzare il nuovo governo di Jair Bolsonaro come “fascista”. Questo, a mio avviso, costituisce un grave errore. Il fascismo non discende dalle caratteristiche di un leader politico, per quanto nei test di personalità o negli atteggiamenti della vita quotidiana, come nel caso di Bolsonaro – emerga una schiacciante predominanza di atteggiamenti reazionari, bigotti, sessisti, xenofobi e razzisti. È quello che i sociologi e gli psicologi sociali americani misuravano, dopo la seconda guerra mondiale, con la famosa “scala F”, in cui l’EFFE si riferiva al fascismo. In quel tempo si pensava, e alcuni ancora nutrono questa convinzione, che il fascismo fosse la cristallizzazione sul piano dello Stato e della vita politica di personalità squilibrate, portatrici di gravi psicopatologie, che per motivi circostanziali erano arrivate al potere. L’obiettivo politico di questa operazione era evidente: per il pensiero convenzionale e delle scienze sociali del tempo, la catastrofe del fascismo e del nazismo era da attribuire al ruolo di alcuni individui: la paranoia di Hitler o le manie di grandezza di Mussolini. Il sistema, cioè il capitalismo e le sue contraddizioni, era innocente e non aveva alcuna responsabilità rispetto all’olocausto della seconda guerra mondiale.

Superata questa interpretazione, ci sono coloro che insistono sul fatto che la presenza di movimenti o anche di partiti politici con chiare tendenze fasciste, inevitabilmente contrassegneranno in maniera inconfondibile il governo di Bolsonaro.

Si tratta di un altro errore: non sono questi a definire la natura profonda di una forma di stato come il fascismo. Nel primo Peronismo degli anni quaranta e nel Varguismo brasiliano, diverse organizzazioni e figure fasciste o fascistoidi brulicavano negli ambienti vicini al potere. Ma né il Peronismo né il Varguismo costruirono uno stato fascista. Il Peronismo classico è stato, usando la concettualizzazione gramsciana, un caso di “cesarismo progressivo”, che gli osservatori hanno potuto caratterizzare come fascista solo a causa della presenza di gruppi e persone tributari di quella ideologia. Loro erano davvero fascisti ma il governo di Perón no. Per parlare dei nostri tempi: Donald Trump è un fascista, se si guarda alla sua personalità, ma il governo degli Stati Uniti non lo è.

Dal punto di vista del materialismo storico, il fascismo non lo definiscono né le personalità né i gruppi. È una forma eccezionale dello Stato capitalista, con caratteristiche assolutamente uniche e irripetibili. Questa emerse quando il suo modo ideale di dominio, la democrazia borghese, affrontò una crisi molto grave, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale. Per questo, diciamo che è una “categoria storica” ​​e che non sarà più in grado di riprodursi, perché le condizioni che hanno reso possibile la sua comparsa sono scomparse per sempre.

Quali furono le condizioni speciali che segnarono ciò che potremmo chiamare “l’era del fascismo”, assenti nella fase attuale?

In primo luogo, il fascismo era la formula politica con cui il blocco egemonico dominante di una borghesia nazionale risolse per via reazionaria e dispotica una crisi di egemonia causata dalla mobilitazione insurrezionale senza precedenti delle classi subalterne e dall’ampliamento del dissenso all’interno del blocco dominante, alla fine della prima guerra mondiale. Come se non bastasse, le borghesie in Germania e Italia lottavano per ottenere un posto nella divisione coloniale del mondo e contro i poteri dominanti sulla scena internazionale, in particolare il Regno Unito e la Francia. Il risultato fu la seconda guerra mondiale.

Oggi, nell’era della transnazionalizzazione e finanziarizzazione del capitale e col predominio di mega-società che operano su scala globale, la borghesia nazionale giace ormai nel cimitero delle vecchie classi dominanti. Il suo posto lo occupa adesso una borghesia imperiale e multinazionale, che ha subordinato, fagocitandoli, i suoi omologhi nazionali (compresi quelli dei paesi del capitalismo sviluppato) e agisce sulla scena mondiale attraverso una centralina che si riunisce periodicamente a Davos, per disegnare strategie globali di accumulazione e dominio politico. E, senza borghesia nazionale, non esiste un regime fascista, a causa dell’assenza del suo principale protagonista.

Secondo, i regimi fascisti furono radicalmente statalisti. Non solo non credevano nelle politiche liberali, ma erano apertamente antagonisti nei loro confronti. La loro politica economica era interventista, promuoveva il ruolo delle società pubbliche, proteggeva quelle del settore privato nazionale e stabiliva un rigido protezionismo nel commercio estero. Inoltre, la riorganizzazione dell’apparato statale, necessaria ad affrontare le minacce di insurrezione popolare e di discordia tra i “vertici”, proiettò ad un posto di rilievo nello Stato la Polizia politica, i servizi di intelligence e gli uffici della propaganda.

È impossibile per Bolsonaro tentare qualcosa del genere, data l’attuale struttura e complessità dello stato brasiliano, specialmente quando la sua politica economica sarà affidata a un “Chicago boy”, che ha proclamato ai quattro venti la sua intenzione di liberalizzare la vita economica.

In terzo luogo, i fascismi europei erano regimi di organizzazione e mobilitazione di massa, in particolare degli strati intermedi. Mentre perseguitavano e distruggevano le organizzazioni sindacali del proletariato, inquadravano vasti movimenti delle fasce medie minacciate e, nel caso italiano, portavano questi sforzi tra i lavoratori, dando origine a un sindacalismo verticale e subordinato ai mandati del governo. Vale a dire, la vita sociale era “corporativizzata” e resa obbediente verso i “vertici”. Bolsonaro, al contrario, promuoverà la de-politicizzazione – purtroppo avviata quando il governo di Lula cadde nella trappola tecnocratica e arrivò a credere che il “rumore” della politica spaventasse i mercati – e approfondirà la disintegrazione e atomizzazione della società brasiliana, la privatizzazione della vita pubblica, il ritorno delle donne e degli uomini a casa loro, ai loro templi e al loro lavoro, per adempiere ai loro ruoli tradizionali. Tutto questo è agli antipodi del fascismo.

Quarto, i fascismi furono Stati rabbiosamente nazionalisti. Lottavano per ridefinire a loro favore la “suddivisione del mondo”, il che li mise commercialmente e militarmente contro i poteri dominanti. Il nazionalismo di Bolsonaro, d’altra parte, è retorica inconsistente, pura logorrea senza conseguenze pratiche. Il suo “progetto nazionale” è quello di trasformare il Brasile nel  lacché preferito di Washington in America Latina e nei Caraibi, scalzando la Colombia dal ruolo infamante di “Israele sudamericano”. Lungi dall’essere riaffermazione degli interessi brasiliani, il bolsonarismo definisce il tentativo, speriamo infruttuoso, di sottomettere totalmente e ricolonizzare il Brasile sotto l’egida degli Stati Uniti.

Ma una volta chiarito tutto ciò, significa che il regime di Bolsonaro si asterrà dall’applicare le brutali politiche repressive che hanno caratterizzato i fascismi europei? Assolutamente no! Lo abbiamo detto prima, ai tempi delle genocide dittature “civico-militari”: questi regimi possono essere – eccettuando il caso della Shoa eseguita da Hitler – ancora più atroci dei fascismi europei. I trentamila prigionieri scomparsi in Argentina e la generalizzazione delle forme esecrabili di tortura ed esecuzione di prigionieri illustrano la perversa malvagità che questi regimi possono acquisire. Il fenomenale tasso di detenzione su centomila abitanti che ha caratterizzato la dittatura uruguaiana non ha eguali in tutto il mondo. Gramsci sopravvisse undici anni nelle segrete del fascismo italiano, mentre in Argentina sarebbe stato gettato in mare come tanti altri giorni dopo il suo arresto. Pertanto, la riluttanza a descrivere il governo di Bolsonaro come fascista non intende addolcire l’immagine di un personaggio emerso dalle fogne della politica brasiliana o di un governo che sarà fonte di enormi sofferenze per il popolo brasiliano e per tutta l’America Latina. Sarà un regime simile alle più sanguinose dittature militari conosciute in passato, ma non sarà fascista. Perseguiterà, imprigionerà e ucciderà senza pietà coloro che resisteranno ai suoi abusi. Le libertà saranno compresse e la cultura sottoposta a persecuzioni senza precedenti, allo scopo di sradicare “l’ideologia di genere” e qualsiasi variante del pensiero critico. Qualsiasi persona o organizzazione che gli si opponga, sarà il bersaglio del suo odio e della sua rabbia. I Senza Terra, i Senza Tetto, i movimenti delle donne, la LGTBI, i sindacati dei lavoratori, i movimenti studenteschi, le organizzazioni delle favelas, tutti saranno oggetto della sua frenesia repressiva.

Eppure, Bolsonaro non ha tutte le carte favorevoli in mano e incontrerà molte resistenze, anche se in maniera spontanea e disorganizzata all’inizio.

Le contraddizioni sono molte e gravi: l’imprenditoria – la “borghesia autoctona”, se non nazionale, come diceva il Che – si oppone all’apertura economica, perché teme di essere fatta a pezzi dalla concorrenza cinese; i militari in servizio non vogliono nemmeno saperne di un’incursione nelle terre venezuelane, né di offrire il loro sangue per un’invasione decisa da Donald Trump e basata sugli interessi nazionali degli Stati Uniti; le forze popolari, anche nella loro attuale dispersione, non si lasceranno facilmente soggiogare. Inoltre, cominciano ad apparire gravi accuse di corruzione contro questo falso “outsider” della politica, che è stato per ventotto anni deputato al Congresso brasiliano, in quanto testimone o partecipe di tutti gli intrallazzi che si sono covati in quegli anni. Pertanto, sarebbe bene ricordare ciò che è accaduto a un altro Torquemada brasiliano: Fernando Collor de Melo, che, come Bolsonaro, arrivò negli anni novanta con il fervore di un crociato della restaurazione morale e finì i suoi giorni da presidente con una fuga precipitosa dal Palazzo del Planalto. Presto potremo sapere che futuro aspetta il nuovo governo, però il pronostico non è molto favorevole e l’instabilità e le turbolenze saranno all’ordine del giorno in Brasile. Bisognerà essere pronti, perché la dinamica politica può assumere una velocità fulminante e il campo popolare deve poter reagire tempestivamente.

Perciò, l’obiettivo di queste riflessioni non era perdere tempo per inseguire distinzioni accademiche sulle diverse forme di dominio dispotico possibili nel capitalismo, bensì contribuire a una precisa caratterizzazione del nemico, senza la quale non si potrà mai combattere con successo. Ed è importantissimo sconfiggerlo, prima che faccia troppi danni.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Marco Nieli].

Bolsonaro y el legado de Paulo Freire

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por Sofia Freire Dowbor*

Unas horas después de haber asumido Jair Bolsonaro, siento bronca. Mucha bronca. Me duele ver un presidente que no va a representar ni a defender los derechos de un pueblo, pero que fue elegido democráticamente en una elección que se inserta en un cuadro más amplio, de una ola conservadora que está barriendo el país, las américas e incluso Europa.

Bolsonaro propuso entrar con un “lanzallamas” al ministerio de Educación para erradicar hasta el último vestigio que nos dejó mi abuelo. Quiere anular el pensamiento crítico y el trabajo grupal. La crisis educativa en Brasil es un proyecto político: una educación de calidad, consciente y liberadora sería una gran amenaza para la clase dominante de uno de los países más desiguales del mundo. La enseñanza pública viene, desde la profundización del neoliberalismo con el golpe de Temer en 2016, pasando por un proceso de desmonte, que se profundizará con él en el poder: sus propuestas no son conexas, claras o estructuradas. Lo que sí se puede entender de sus declaraciones es que encara esta área tan fundamental para el desarrollo de la sociedad como una mercancía más en su lógica privatizadora.

El flamante presidente apoya la Base Nacional Curricular Común, que propone que sólo las áreas de lengua y matemática sean obligatorias en la currícula, desvalorizando a las ciencias naturales, humanas y sociales. Además, promulga la censura a los profesores a través del Proyecto de Ley Escuela sin Partido, que dice erradicar el “adoctrinamiento ideológico”; quiere ampliar la educación a distancia a partir de los seis años, debido a que miembros de su gabinete son empresarios en ese rubro; y busca cobrar mensualidades en las universidades públicas. Pero esto no es todo: también apoya la ley que congela los gastos en educación y salud por los próximos ¡veinte años! En definitiva, la educación es el fiel reflejo de un proyecto neoliberal que se radicalizará en nuestro país.

Me invade el alma tamaña injusticia, cuando veo que desprestigian el legado de Paulo Freire. Con ayuda de los medios de comunicación dominantes, e incluso de fake news, se construyó una campaña basada en emociones y no en la racionalidad, manteniendo la narrativa falsa de que el Partido de los Trabajadores (PT) fue el partido más corrupto. “Una mentira repetida mil veces se vuelve verdad”, aseguraba una máxima de la estrategia de comunicación del nazismo. Con su asunción, llegan a ocupar cargos políticos personas que apoyan un discurso totalitario y afirman que “el error de nuestra dictadura militar fue haber torturado en vez de matar más personas”. ¡Es temible nuestro futuro! Siento una inmensa angustia, por mí y por el resto de mis hermanas y hermanos.

Desde las prácticas educativas populares podremos comprendernos, aumentando nuestra capacidad de transformación, ocupando los espacios políticos, reivindicando debates y combatiendo los retrocesos institucionales de nuestra política; luchando en las escuelas, en las periferias, partiendo del afecto, construyendo caminos hasta lograr la libertad, esa que tanto les molesta. Hoy más que nunca, la educación popular resulta fundamental para generar un ser colectivo, porque como bien decía mi abuelo “si la educación no es liberadora, el sueño del oprimido será convertirse en opresor”.

No nos quedaremos dormidos, aunque anestesie el televisor…

El pueblo brasilero en la calle,
¡será nuestro motor!

*nieta de Paulo Freire

Bolsonaro y el fascismo

Risultati immagini per Mst Brasilpor Atilio A. Boron

Se ha vuelto un lugar común caracterizar al nuevo gobierno de Jair Bolsonaro como “fascista”. Esto, a mi juicio, constituye un grave error. El fascismo no se deriva de las características de un líder político por más que en los tests de personalidad –o en las actitudes de su vida cotidiana, como en el caso de Bolsonaro- se compruebe un aplastante predominio de actitudes reaccionarias, fanáticas, sexistas, xenofóbicas y racistas. Esto era lo que medían los sociólogos y psicólogos sociales estadounidenses a la salida de la Segunda Guerra Mundial con la famosa “Escala F”, donde la efe se refería al fascismo. Se pensaba en esos momentos, y algunos todavía alimentan esa creencia, que el fascismo era la cristalización en el plano del Estado y la vida política de personalidades desquiciadas, portadoras de graves psicopatologías, que por razones circunstanciales se habían encaramado al poder. La intencionalidad política de esta operación era obvia: para el pensamiento convencional y para las ciencias sociales de la época la catástrofe del fascismo y el nazismo debían ser atribuidas al papel de algunos individuos: la paranoia de Hitler o los delirios de grandeza de Mussolini. El sistema, es decir, el capitalismo y sus contradicciones, era inocente y no tenía responsabilidad alguna ante el holocausto de la Segunda Guerra Mundial.

Descartada esa visión hay quienes insisten que la presencia de movimientos o inclusive partidos políticos de clara inspiración fascista inevitablemente teñirán de modo indeleble al gobierno de Bolsonaro.

Otro error: tampoco son ellas las que definen la naturaleza profunda de una forma estatal como el fascismo. En el primer peronismo de los años cuarenta así como en el varguismo brasileño pululaban en los círculos cercanos al poder varias organizaciones y personajes fascistas o fascistoides. Pero ni el peronismo ni el varguismo construyeron un Estado fascista. El peronismo clásico fue, usando la conceptualización gramsciana, un caso de “Cesarismo progresivo” al cual sólo observadores muy prejuiciados pudieron caracterizar como fascista debido a la presencia en él de grupos y personas tributarios de esa ideología. Esos eran fascistas pero el gobierno de Perón no lo fue.

Viniendo a nuestra época: Donald Trump es un fascista, hablando de su personalidad, pero el gobierno de EEUU no lo es.

Desde la perspectiva del materialismo histórico al fascismo no lo definen personalidades ni grupos. Es una forma excepcional del Estado capitalista, con características absolutamente únicas e irrepetibles.

Irrumpió cuando su modo ideal de dominación, la democracia burguesa, se enfrentó a una gravísima crisis en el período transcurrido entre la Primera y la Segunda Guerra mundiales. Por eso decimos que es una “categoría histórica” y que ya no podrá reproducirse porque las condiciones que hicieron posible su surgimiento han desaparecido para siempre.

¿Cuáles fueron las condiciones tan especiales que demarcaron lo que podríamos llamar “la era del fascismo”, ausentes en el momento actual?

En primer lugar el fascismo fue la fórmula política con la cual un bloque dominante hegemonizado por una burguesía nacional resolvió por la vía reaccionaria y despótica una crisis de hegemonía causada por la inédita movilización insurreccional de las clases subalternas y la profundización del disenso al interior del bloque dominante a la salida de la Primera Guerra Mundial. Para colmo, esas burguesías en Alemania e Italia bregaban por lograr un lugar en el reparto del mundo colonial y las enfrentaba con las potencias dominantes en el terreno internacional, principalmente el Reino Unido y Francia. El resultado: la Segunda Guerra Mundial. Hoy, en la era de la transnacionalización y la financiarización del capital y el predominio de mega-corporaciones que operan a escala planetaria la burguesía nacional yace en el cementerio de las viejas clases dominantes. Su lugar lo ocupa ahora una burguesía imperial y multinacional, que ha subordinado fagocitado a sus congéneres nacionales (incluyendo las de los países del capitalismo desarrollado) y actúa en el tablero mundial con una unidad de mando que periódicamente se reúne en Davos para trazar estrategias globales de acumulación y dominación política. Y sin burguesía nacional no hay régimen fascista por ausencia de su principal protagonista.

Segundo, los regímenes fascistas fueron radicalmente estatistas. No sólo descreían de las políticas liberales sino que eran abiertamente antagónicos a ellas. Su política económica fue intervencionista, expandiendo el rango de las empresas públicas, protegiendo a las del sector privado nacional y estableciendo un férreo proteccionismo en el comercio exterior. Además, la reorganización de los aparatos estatales exigida para enfrentar las amenazas de la insurgencia popular y la discordia entre “los de arriba” proyectó a un lugar de prominencia en el Estado a la policía política, los servicios de inteligencia y las oficinas de propaganda. Imposible que Bolsonaro intente algo de ese tipo dadas la actual estructura y complejidad del Estado brasileño, máxime cuando su política económica reposará en las manos de un Chicago “boy” y ha proclamado a los cuatro vientos su intención de liberalizar la vida económica.

Tercero, los fascismos europeos fueron regímenes de organización y movilización de masas, especialmente de capas medias. A la vez que perseguían y destruían las organizaciones sindicales del proletariado encuadraban vastos movimientos de las amenazadas capas medias y, en el caso italiano, llevando estos esfuerzos al ámbito obrero y dando origen a un sindicalismo vertical y subordinado a los mandatos del gobierno. O sea, la vida social fue “corporativizada” y hecha obediente a las órdenes emanadas “desde arriba”. Bolsonaro, en cambio, acentuará la despolitización -infelizmente iniciada cuando el gobierno de Lula cayó en la trampa tecnocrática y creyó que el “ruido” de la política espantaría a los mercados- y profundizará la disgregación y atomización de la sociedad brasileña, la privatización de la vida pública, la vuelta de mujeres y hombres a sus casas, sus templos y sus trabajos para cumplir sus roles tradicionales. Todo esto se sitúa en las antípodas del fascismo.

Cuarto, los fascismos fueron Estados rabiosamente nacionalistas. Pugnaban por redefinir a su favor el “reparto del mundo” lo que los enfrentó comercial y militarmente con las potencias dominantes. El nacionalismo de Bolsonaro, en cambio, es retórica insustancial, pura verborrea sin consecuencias prácticas. Su “proyecto nacional” es convertir a Brasil en el lacayo favorito de Washington en América Latina y el Caribe, desplazando a Colombia del deshonroso lugar de la “Israel sudamericana”. Lejos de ser reafirmación del interés nacional brasileño el bolsonarismo es el nombre del intento, esperamos que infructuoso, de total sometimiento y recolonización del Brasil bajo la égida de Estados Unidos.

Pero, dicho todo esto: ¿significa que el régimen de Bolsonaro se abstendrá de aplicar las brutales políticas represivas que caracterizaron a los fascismos europeos. ¡De ninguna manera! Lo dijimos antes, en la época de las dictaduras genocidas “cívico-militares”: estos regímenes pueden ser –salvando el caso de la Shoa ejecutada por Hitler- aún más atroces que los fascismos europeos. Los treinta mil detenidos-desaparecidos en la Argentina y la generalización de formas execrables de tortura y ejecución de prisioneros ilustran la perversa malignidad que pueden adquirir esos regímenes; la fenomenal tasa de detención por cien mil habitantes que caracterizó a la dictadura uruguaya no tiene parangón a nivel mundial; Gramsci sobrevivió once años en las mazmorras del fascismo italiano y en la Argentina hubiera sido arrojado al mar como tantos otros días después
de su detención. Por eso, la renuencia a calificar al gobierno de Bolsonaro como fascista no tiene la menor intención de edulcorar la imagen de un personaje surgido de las cloacas de la política brasileña; o de un gobierno que será fuente de enormes sufrimientos para el pueblo brasileño y para toda América Latina. Será un régimen parecido a las más sanguinarias dictaduras militares conocidas en el pasado, pero no será fascista. Perseguirá, encarcelará y asesinará sin merced a quienes resistan sus atropellos. Las libertades serán coartadas y la cultura sometida a una persecución sin precedentes para erradica “la ideología de género” y cualquier variante de pensamiento crítico. Toda persona u organización que se le oponga será blanco de su odio y su furia. Los Sin Tierra, los Sin Techo, los movimientos de mujeres, los LGTBI, los sindicatos obreros, los movimientos estudiantiles, las organizaciones de las favelas, todo será objeto de su frenesí represivo.

Pero Bolsonaro no las tiene todas consigo y tropezará con muchas resistencias, si bien inorgánicas y desorganizadas al principio.

Pero sus contradicciones son muchas y muy graves: el empresariado –o la “burguesía autóctona”, que no nacional, como decía el Che- se opondrá a la apertura económica porque sería despedazado por la competencia china; los militares en actividad no quieren ni oír hablar de una incursión en tierras venezolanas para ofrecer su sangre a una invasión decidida por Donald Trump en función de los intereses nacionales de Estados Unidos; y las fuerzas populares, aún en su dispersión actual no se dejarán avasallar tan fácilmente. Además, comienzan a aparecer graves denuncias de corrupción contra este falso “outsider” de la política que estuvo durante veintiocho años como diputado en el Congreso de Brasil, siendo testigo o partícipe de todas las componendas que se urdieron durante esos años. Por lo tanto, sería bueno que recordara lo ocurrido con otro Torquemada brasileño: Fernando Collor de Melo, que como Bolsonaro llegó en los noventas con el fervor de un cruzado de la restauración moral y terminó sus días como presidente con un fugaz paso por el Palacio del Planalto. Pronto podremos saber qué futuro le espera al nuevo gobierno, pero el pronóstico no es muy favorable y la inestabilidad y las turbulencias estarán a la orden del día en Brasil. Habrá que estar preparados, porque la dinámica política puede adquirir una velocidad relampagueante y el campo popular debe poder reaccionar a tiempo.

Por eso el objetivo de esta reflexión no fue entretenerse en una distinción académica en torno a las diversas formas de dominio despótico en el capitalismo sino contribuir a una precisa caracterización del enemigo, sin lo cual jamás se lo podrá combatir exitosamente. Y es importantísimo derrotarlo antes de que haga demasiado daño.

(FOTO) L’incontro con Manuela D’Ávila a Napoli

Romina Capone (sx) e Antonio Cipolletta (dx) della redazione di ALBAinformazione con la compagna Manuela D’Ávila

di Romina Capone

Napoli. Dal primo gennaio 2019 Jair Bolsonaro ha assunto la presidenza del Brasile. A chiusura del 2018 Manuela D’Ávila, parlamentare brasiliana, già candidata alla vicepresidenza del Brasile per il Partito Comunista do Brasil e per il PT di Lula, nelle uniche due tappe italiane di Roma e Napoli, quest’ultimo tenutosi il 13 dicembre 2018 presso la Sala “Annamaria Cirillo” della Città Metropolitana, avverte: “Il fascismo è tornato è minaccia le nostre ricchezze, i diritti umani e i diritti sociali”.

Le forze progressiste del mondo esistono e sono la voce dell’altra metà del popolo brasiliano che, nonostante il discorso sciovinista adottato da Bolsonaro, resiste.

Ad analizzare ciò che sta accadendo da anni fino alle ultime ore in Brasile, con la cerimonia di insediamento del neo presidente di estrema destra Bolsonaro, è Manuela D’Ávila. «Siamo molto preoccupati per quanto sta accadendo in Brasile e tutti i segnali che arrivano dal mondo intero ci allertano sulle difficoltà a cui andremo in contro». Fa autocritica e analizza gli errori del suo partito nei precedenti anni: «abbiamo sbagliato, non riusciamo a parlare direttamente con il popolo, abbiamo fatto degli errori, il mio paese vive un lungo processo di deindustrializzazione, abbiamo limiti perché non riusciamo a gestire il problema della sicurezza: sessantadue mila morti ammazzati nell’ultimo anno. Già da quindici anni il Brasile ha tentato di camminare da solo provando ad avere un commercio prioritario con i paesi del Sud e dominare le tecnologie per le estrazioni del petrolio. Siamo nel 2019 ma viviamo fermi al 2001. Nel 2008 comincia la crisi economica capitalista e siamo riusciti a tenere lontani i suoi effetti dal Brasile fino al 2011. Abbiamo tentato e cercato diverse soluzioni per combattere il capitalismo dall’interno senza gravare sul salario degli operai e sui contratti di lavoro. Nel 2013 parte un’azione di mobilitazione sociale per garantire e riconoscere diritti a tutte quelle persone che fino ad allora non ne avevano, alla gente più povera. Nel 2013 parte dell’America Latina ha avuto presidenti progressisti: Correa, Lula e Maduro. Nel 2014 Dilma Rousseff è al governo. La destra “democratica” brasiliana non riconobbe il risultato delle elezioni» . «Il Brasile già dal 2016 vive un governo di destra “democratica” che non è un governo Lula né Bolsonaro. Temer ex presidente del Brasile ha posto al centro delle azioni dei governo l’agenda di austerità. Ha generato una riforma del lavoro, ha cancellato tutte le leggi contro il lavoro nero, ha scritto un emendamento alla Costituzione Brasiliana in cui è proibito investire su finanziamenti pubblici per i prossimi venti anni e lo ha fatto nonostante negli ultimi trent’anni il Brasile ha già avuto riduzioni drastiche sugli investimenti pubblici. È in questi frangenti e in questi ambienti che è emerso Bolsonaro. Vivevamo una crisi e abbiamo avuto un indebolimento delle istituzioni, abbiamo avuto l’entrata dei giudici nella gestione interna del nostro Paese e abbiamo avuto l’assassinio di Mariel Franco e infine Lula, il quale avrebbe vinto senza dubbio le elezioni, detenuto ingiustamente».

Manuela D’Ávila con il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris

Ma chi è Bolsonaro?

«Bolsonaro è un prersonaggio assolutamente autoritario. Agirà in due modi nel corso del suo mandato. Prima fase: farà entrare i militari nel governo. Perseguirà tutti coloro che la pensano diversamente da lui. Si scaglierà contro le associazioni e i movimenti sociali presenti sul territorio e i partiti di sinistra. Seconda fase, ancora più vicina al fascismo, non è solo la violenza dello Stato, qualsiasi diversità sarà considerata nemica. Non possiamo evitare che questo accada, ma possiamo e dobbiamo resistere», continua D’Ávila.

Chi sono i suoi nemici?

«I comunisti. Io non sapevo di fare parte del partito più grande del mondo – ironizza D’Ávila – perché tutti coloro che non hanno votato per lui sono comunisti. Quindi secondo Bolsonaro, chi sono i comunisti? Sono le donne, la Chiesa Cattolica, gli uomini che pensano che le donne debbano avere i propri spazi, i religiosi che credono che lo Stato debba essere laico. E quando Bolsonaro parla di tutto questo, dice che la violenza è giustificata, legittima. Ci sta rendendo disumani».

«Ho una bambina di tre anni – racconta D’Ávila – e la prima volta che mi hanno aggredita mia figlia aveva quarantacinque giorni, colpendola, sostenendo che la figlia di una comunista non è una bambina. Chi è stato? Non il governo ma la gente ispirata dall’ideologia del presidente eletto nel Paese».

«Bolsonaro deve ricordarsi che è presidente di un paese povero e il discorso reazionario nei paesi poveri è molto peggio che nei paesi ricchi. Questo significa che consegnerà il Brasile agli statunitensi, perché questo alimenterà il neocolonialismo e perché questi sono capi di stato che regalano i paesi poveri al capitalismo. Con certi personaggi al governo è inevitabile la fine del mercato unico dei paesi del Sud America. Stiamo per perdere le nostre ricchezze, i nostri diritti
umani e sociali. Ci sarà un cambio di gestione nelle politiche sociali e popolari. Avverrà una privatizzazione nel campo energetico e petrolifero».

«Tema più importante nelle elezioni brasiliane è stato il Venezuela. Ammiro e apprezzo molto il popolo fraterno venezuelano, ma perché quando giro per il mondo mi chiedono spiegazioni riguardo alla situazione venezuelana e non del Brasile? Semplice: preoccuparsi del Venezuela significa preoccuparsi del petrolio. Ma Brasile e Venezuela hanno una linea di confine unica al mondo: l’Amazzonia. Lì c’è l’acqua più pura al mondo. Questa frontiera custodisce la più grande biodiversità della Terra. Questo è il motivo per cui si inventa che il Brasile ha conflitti con il Venezuela. Il capitalismo antidemocratico mira all’Amazzonia».

«Le ultime elezioni in Brasile si sono basate sulle fake news, ma non intese come semplici bugie. In un giorno solo sono riuscita a smascherare settanta post falsi che mi riguardavano. Queste fake news sono arrivate a tredici milioni di visualizzazioni. Chi ha letto queste fake news? Le persone interessate all’argomento. È così che funziona il meccanismo del big data: generare dal nulla una notizia appositamente per catturare l’attenzione di quel pubblico interessato a quell’argomento specifico. Internet non è solo spazio di fake news ma organizzazione popolare, è scambio di idee, è organizzazione. Ma la destra “democratica” sta per mettere in atto l’unico mezzo di controllo in assoluto: la censura. Un meccanismo autoritario su di noi. Di fronte a tutto questo, la cosa più importante in Brasile è resistere e mantenere l’unità. La democrazia – così conclude Manuela D’Ávila – è la strada per il futuro».

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Napoli 13dic2018: Incontro con Manuela D’Avila e Amarilis Gutiérrez Graffe

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