Arce-Choquehuanca: «Sólo la Unidad rescatará la soberanía del Pueblo Boliviano»

Risultati immagini per Arce-Choquehuancapor Rosalba Lo Bue Antico

A tan sólo 73 días del fatídico Golpe de Estado, cívico-policial, con la complicidad de las fuerzas armadas, contra los 14 años de Revolución Democrática y Cultural del Estado Plurinacional de Bolivia, liderada por Evo Morales; se alistan para rescatar la Soberanía del Pueblo, en la contienda electoral a efectuarse en Bolivia el próximo 3 de mayo de 2020, con la fórmula de Luis Arce y David Choquehuanca, elegida por los por Dirigentes del MAS de nueve departamentos bolivianos y del Pacto de Unidad, en la capital argentina, el pasado 19 de enero.

Durante la histórica reunión de Alto Nivel del Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos (MAS-IPSP) y el Pacto de la Unidad, convocada por el líder Evo Morales en Buenos Aires, ratificando con ello el Acuerdo por la Unidad y el fortalecimiento de dicha organización política, en donde los candidatos electos defenderán las luchas de los movimientos sociales por los recursos naturales y las grandes transformaciones políticas y económicas alcanzadas estos 14 años de revolución democrática y cultural, en defensa de los más altos intereses de la Patria, y que hoy están gravemente amenazadas por los intereses neoliberales y extranjeros, que han causado la crisis política del país, producto del golpe de estado del 10 de noviembre de 2019, y cuyo impacto no solo ha sido en Bolivia, sino que se ha convertido en un asunto geopolítico para la región Latinoamericana y Caribeña.

Este Pacto de Unidad, agrupa a sindicatos y organizaciones campesinas, indígenas y vecinales que constituyen la base del Mas-IPSP y está conformado por la Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB), la Confederación Nacional de Mujeres Campesinas Indígenas Originarias de Bolivia “Bartolina Sisa” (CNMCIOB-BS), la Confederación Sindical de Comunidades Interculturales Originarios de Bolivia (CSCIOB), la Confederación de Pueblos Indígenas del Bolivia (CIDOB) y el Consejo Nacional de Ayllus y Markas del Qullasuyu (CONAMAQ).
Es por ello que, este 22 de Enero, en el marco de la celebración del Día del Estado Plurinacional de Bolivia, establecido mediante el Decreto Supremo 405 de 2010, El MAS ha decidido presentar a sus candidatos y enviar un mensaje de reflexión y espíritu fraterno al país, finalizando simbólicamente el tercer mandato presidencial de Evo Morales.

Así se inicia, de forma pacífica y con dignidad, un recorrido cargado que de mucho sacrificio y venciendo dificultades extremas, que permitirá recobrar la continuidad de la Patria libre y soberana, con el venidero triunfo del próximo 3 de mayo, para con ello dar una lección de democracia al mundo y frenar al neoliberalismo, al fascismo y el terrorismo de la derecha boliviana, racista y reaccionaria, dirigida desde la Casa Blanca y sus mecanismos de dominación como la Organización de Estados Americanos (OEA).

El gobierno interino de Jeannine Añez, debía cumplir solo dos funciones: pacificar el país manteniendo el estado de paz, y convocar a elecciones; sin embargo, como un ejemplo de la política injerencista y monroísta, el Gobierno de facto ha representado un retroceso para el país en los aspectos político, económico, social, militar e internacional. En dos de estos aspectos, podemos citar que puso en riesgo la situación económica de Bolivia con aumento del gasto público y el déficit fiscal, además de postergar el pago de impuestos de empresarios y desmantelar el modelo económico comunitario de Morales.

En cuanto a la política exterior de Añez, entre los hechos, se cuentan el rompimiento de las relaciones con Venezuela, enfrentamiento con México y España así como la UE; abandono de la ALBA y su posible retiro de Unasur; además del ingresó de Bolivia al Grupo de Lima y retomar relaciones con EE.UU., y muy recientemente, su ausencia en la Celac.

En tal sentido, estas elecciones, pactadas para restablecer el orden constitucional, será prioritario lograr la reconciliación nacional y el reencuentro entre todos los bolivianos, para ello será necesario mantener una férrea unidad del movimiento político, para impulsar una propuesta electoral unitaria, de manera colectiva, que responda a los intereses del pueblo y proyecte a Bolivia hacia el futuro.

El binomio conformado por el ex ministro de Economía y Finanzas, Luis Arce Catacora como candidato a Presidente, considerado como el principal artífice del resurgimiento económico de Bolivia durante el Gobierno de Evo Morales (2006-2019), y el ex ministro de Relaciones Exteriores (2006-2017) ex secretario general de la ALBA (2017-2019), David Choquehuanca como candidato a Vicepresidente; su selección obedece a la necesidad de restablecer la estabilidad económica, la pacificación nacional y el reconocimiento internacional del país suramericano.

Coordinadora Simón Bolívar: Intervista a Juan Contreras

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Intervista a Juan Contreras
Coordinadora Simón Bolívar, Parroquia 23 de enero, La Cañada, Caracas, República Bolivariana del Venezuela

Qual è il contributo e la partecipazione della Coordinadora Simón Bolívar alla Rivoluzione Bolivariana?

La Coordinadora Simón Bolívar è un’organizzazione sociopolitica che esiste da 26 anni e in questi 26 anni ha lavorato alla costruzione del Potere Locale. In cosa consiste questo nostro contributo al processo bolivariano nei 20 anni di rivoluzione?:

  • La costruzione del Potere Popolare, che a nostro avviso è dal basso verso l’alto. Non viene dalle elite o da vertici che si autonominano o si fanno rivoluzione. La rivoluzione, voglio ripeterlo, si costruisce dal basso verso l’alto ed è un apprendistato che abbiamo svolto in questi ultimi 26 anni. Questo è l’apporto, uno dei tanti, che può dare e ha dato la Coordinadora. Come dire… è necessario costruire coscienza, educazione e formazione dal basso. Perché? Te lo dico. Chi costruisce il processo? Le rivoluzioni le fanno i popoli, non i singoli uomini, per quanto brillanti essi siano. La rivoluzione la fa il popolo con le sue stesse mani: contadini, operai, studenti, indigeni, le persone dei settori popolari, delle baraccopoli. Uno degli elementi dell’apporto della Coordinadora è decisamente l’educazione. L’educazione, potremmo dire, come fatto rivoluzionario e di trasformazione. Educazione che produce coscienza.
  • Quale altro elemento abbiamo aggiunto esattamente all’educazione in questi 26 anni? C’è una linea trasversale che attraversa tutto il nostro lavoro. Una linea che va dallo sport alla cultura, alla politica, alle rivendicazioni, fino alle più diverse aree di cui ci occupiamo. Questa linea trasversale è precisamente il tema della formazione, dell’orientamento. Non diciamo che la gente deve andare all’università. Le nostre comunità vanno all’università, i nostri giovani già si formano nelle università ma, cosa molto più importante, stiamo parlando di creare coscienza, di far capire che oggi la lotta che sta conducendo il popolo è una lotta di classe. Bisogna far capire che stiamo andando nella direzione di una precisa corrente della storia. Qual è questa corrente storica, che il comandante Chávez metteva in evidenza, e che il complesso dei rivoluzionari del popolo venezuelano mette in evidenza? è quella corrente che inizia con il cacicco Guaicaipuro nella lotta per scacciare l’invasore, lotta ripresa da José Leonardo Chirinos provando a ricostruire la Repubblica e abolire la schiavitù. È quella corrente che nel secolo XIX si concretizza in Miranda, Bolivar e Sucre. Con il processo di indipendenza del 1854, Terra e Uomini Liberi. Lo dice in maniera chiara Ezequiel Zamora e, più di recente, nella nostra storia contemporanea, è rappresentata dal 23 gennaio del ’58 con la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez; poi abbiamo avuto il 27, il 28 febbraio dell’89, quando tra le 3000 e 5000 persone, cittadini, sacrificarono la propria vita per rigettare le ricette del fondo monetario internazionale; e, ancora, si manifesta il 4 febbraio del ’92 e il 27 novembre ’92, due insurrezioni civico-militari, per raggiunge l’apice il 6 dicembre del ’98, quando il Comandante Hugo Chávez, quando il popolo, che è quello che decide, non votò né per Copeianos né per Adecos, per i socialdemocratici o per i social-cristiani. Il popolo votò per Hugo Chávez. Questa è la strada che abbiamo scelto e qui, in questo precisa corrente storica, trova posto il nostro contributo. Formazione, educazione, partecipazione. Bada che la partecipazione non si ordina o decreta, l’abbiamo costruita dal basso.

In che modo la rivoluzione bolivariana può affrontare la minaccia imperialista?

Senti, se c’è qualcosa che l’impero e i suoi lacchè temono è la formula fin qui adottata: mobilitazione popolare. Il popolo deve essere mobilitato in ogni momento, deve stare per strada, con le sue parole d’ ordine, con disciplina, comprendendo il momento politico. Inoltre gli statunitensi hanno molta paura dell’opinione pubblica interna del proprio paese. Contro la guerra in Vietnam ci furono molte proteste negli Stati Uniti. Il tema dei caduti e dell’opinione pubblica interna gli si ripercuote contro andando in senso contrario ai loro desideri. Gli Stati Uniti d’America vorrebbero che la gente sostenesse la guerra. Ma il fatto più importante rimane il popolo organizzato e mobilitato, che partecipa alla difesa e alla sicurezza della nazione, da Milizia, dal campo popolare. Esiste tutta una concezione, un’idea, che poi è la concezione del popolo in armi. La stessa politica che adottò il Vietnam, la stessa del Nicaragua del 19 luglio 1979 quando ha avuto luogo la rivoluzione. La lotta di tutto il popolo fa parte della dottrina bolivariana e in questo momento è parte della nuova dottrina delle nostre forze armate e deve essere parte della dottrina del nostro popolo, il popolo in armi. L’unica possibilità di sconfiggere l’Impero americano è con le persone organizzate, le persone per strada, il popolo come parte di quell’importante forza per affrontare l’invasore.

Bolívar l’ha dimostrato che quando ha coinvolto tutti, i neri, gli indios, tutti nella lotta per l’indipendenza riuscendo a vincere. Allora sconfiggemmo l’impero spagnolo, e sappiamo dalla storia che l’impero spagnolo, l’impero ottomano e l’impero romano sono caduti; perché l’impero americano non può cadere? Gli americani non hanno mai osato toccare Cuba dopo la rivoluzione e penso che dovrebbero pensarci molto attentamente prima di cercare di venire qui, perché questo paese potrebbe essere la tomba di qualsiasi marine degli Stati Uniti, di qualsiasi forza militare che osi entrare in Venezuela.

Parlando di guerre: se dovesse esserci un conflitto, un conflitto globale tra Stati Uniti e Russia, come gruppi organizzati venezuelani, cosa fareste?

Ascolta, la solidarietà è radicata nel popolo venezuelano. Miranda ha combattuto per l’indipendenza del Nord America e in Francia è  addirittura presente sull’Arco di Trionfo; ricordiamo Carlos Aponte, ma esiste un gran numero di venezuelani che, nel corso dei decenni, anni, di tutta la nostra storia come popolo, sono stati protagonisti di altre lotte, sono stati internazionalisti. Una delle storie più recenti è quella del compagno della parrocchia La Vega, Alí Gómez García, il compagno “Pinze”, che morì combattendo in Nicaragua. C’è anche un altro compagno, José Vicente Ochoa, morto nella lotta in El Salvador. Cosa voglio dire? Se le circostanze giustificassero la lotta contro l’impero nordamericano ad altre latitudini, non dubito che il nostro popolo prenderà la decisione giusta. Se dobbiamo affrontarlo ad altre latitudini, come lei suggerisce, con i russi, e comunque non credo che i russi abbiano bisogno di molto sostegno, insomma, se la situazione lo richiedesse e dovessimo mobilitarci, credo che il nostro popolo non esiterebbe a farlo. I cubani lo hanno fatto in Angola, in America Centrale. Lo hanno fatto in questi 60 anni in America Latina e ai Caraibi. Credo che noi latinoamericani siamo un solo popolo, un unico blocco, quello che Bolivar chiama “America Meridionale” e questo popolo è disposto a lottare per l’indipendenza, per la sovranità, per cause giuste ovunque. In definitiva sono certo che saremo presenti, se necessario.

In cosa potrebbe consistere il sostegno esterno dei gruppi di solidarietà internazionale con la Rivoluzione Bolivariana? E, dal suo punto di vista, quali dovrebbero essere le relazioni dei paesi che sostengono il processo bolivariano?

Beh, qualcuno ha detto: “La solidarietà è la tenerezza del nostro popolo”. Credo che, come le persone costruiscono relazioni attraverso i governi, si intendono a vicenda ed esiste una diplomazia, così ci dovrebbe essere anche una diplomazia popolare.

Cosa intendo con questo? Qual è il compito immediato?

Dal punto di vista internazionale, il compito impellente è vincere la battaglia dell’opinione pubblica. Spiegare che in Venezuela non c’è dittatura né un regime che sta distruggendo il paese, bensì un processo interessante: un rivoluzione. Dobbiamo avere quel sostegno esterno che dice al mondo cosa sta realmente accadendo. Come, per esempio, le mobilitazioni che hanno avuto luogo in Europa, in Africa, in Asia, in America e in America Latina, che denunciano l’aggressione dell’Impero; ci sono svariati modi per farlo. Uno di questi è attraverso i media, con le dichiarazioni che il Comitato di solidarietà può rilasciare.

2- La presenza della solidarietà davanti alle nostre ambasciate e gli aiuti di solidarietà. C’è un blocco finanziario, economico e commerciale contro il Venezuela e la solidarietà si può manifestare anche attraverso la questione dei farmaci, questione che ci sta colpendo molto duramente in questo momento, frutto del blocco criminale attuato dall’Impero nordamericano. C’è una serie di compiti che tutti quei Comitati di Solidarietà che si stanno creando in America Latina e nei Caraibi e nel resto del mondo possono assumersi: denunciare ciò che sta realmente accadendo oggi in Venezuela. Non è una dittatura, qui non c’è dittatura, qui c’è un percorso che il popolo ha scelto 20 anni fa, lo abbiamo fatto in pace, costruito attraverso un processo elettorale trasparente e pulito che chiunque può verificare.

All’interno della comunità come si affronta la guerra economica?

È opinione comune che nelle difficoltà gli esseri umani crescano. Il Venezuela è il popolo delle difficoltà. Cosa voglio dire? Stiamo prendendo contatti proprio mentre parliamo. Si deve sapere che la carne viene venduta senza scrupoli, da affaristi favorevoli all’intervento armato in Venezuela e pro controrivoluzione, a più di 30.000 bolivares. Qui si sta svolgendo, in questo stesso momento che tu ed io stiamo parlando, una vendita di carne a 21.000 bolivares… cioè a molto meno. Come abbiamo fatto? abbiamo stretto legami con alcune persone che hanno cooperative o che sono direttamente legate ai macelli e questo ci salva dall’aumento dei prezzi. Compriamo quasi allo stesso prezzo a cui le vendiamo. Stiamo prendendo contatti con le persone che si muovono in quel settore per garantire la carne al prezzo più economico. Allo stesso modo faremo con altri generi alimentari; ma ci sono anche zone dei nostri quartieri, qui nella capitale, in particolare il 23 de Enero, dove si sta seminando quello che è possibile seminare, colture che hanno cicli brevi, per affrontare questo blocco economico. La guerra economica fa parte di una combinazione tattica di diverse metodologie di guerra; gli Statunitensi la chiamano guerra ibrida, i cinesi la chiamano guerra con tutto. Questa strategia consiste in una combinazione di metodi tattici di guerra che va dai “Cinque passi dalla dittatura alla democrazia” di Gene Sharp, passando per la guerra economica che cominciò col nascondere il nostro cibo, a farlo scarseggiare e trafugarlo oltre confine. Come non bastasse, la guerra commerciale ci impedisce di poter stabilire relazioni con un altro paese, anche avendo soldi per acquistare medicine, beni, servizi e cibo cosa che potrebbe permetterci di vivere tranquillamente, non possiamo.

Dal punto di vista finanziario è importante il tema della moneta, come la usano e come le assegnano il suo valore?

In Paraguay, questo è pubblico e arcinoto; hanno avuto una casa, una quinta [casa di lusso, NdT], ma piena di banconote, bolivares da 100. Al confine con la Colombia assistiamo a un sabotaggio. Vediamo come attraverso Internet fissano il prezzo del dollaro e questo prezzo a nero è quello che viene seguito dai commercianti e che provoca il crollare della nostra economia. Attraverso la guerra dei media fanno credere vere tutte le bugie che si raccontano sul Venezuela… allora il Venezuela sarebbe lo Stato fallito, lo Stato del narcotraffico; attraverso le reti si dicono una quantità di cose. Usano la guerra psicologica: 3.000 soldati israeliani sono arrivati in Brasile, 5.000 soldati sono arrivati in Colombia, tutta una preparazione alla guerra. Come ha detto il nostro Maggiore Generale Pascualino Angiolillo Fernández, tutto questo è parte di una guerra multidimensionale che ha a che fare con la guerra ibrida. Guerra che Barack Obama ha cominciato nel 2015, una guerra preventiva, e Trump continua a portarla avanti facendo pressione per portarci allo scontro.

Il motivo di questa aggressione, al di là della nostra ricchezza, è ciò che il Venezuela significa dal punto di vista geografico e geostrategica, la sua collocazione geografica, è il fatto che continuano a sostenere la Dottrina Monroe*, che semplificandola notevolmente consiste in: “America agli Americani”. Questo non lo dico io, Juan Contreras, lo sostiene John Robert Bolton, consigliere del presidente Trump, che di recente è tornato a dire che ciò che è in gioco è la Dottrina Monroe. In base alla Dottrina Monroe, che fu creata nel 1823 da John Quincy Adams segretario di Stato Usa, ma ricordata col nome del presidente James Monroe, beh, ci considerano il loro cortile di casa. Sviluppare questa dottrina significò dire al decadente Impero Spagnolo che ogni pretesa sull’America sarebbe stata un atto di provocazione nei loro confronti. Si considera l’America Latina il proprio cortile di casa. Di fronte a questa idea abbiamo abbracciato, 200 anni dopo, il pensiero di Bolivar, la dottrina bolivariana di integrazione e di emancipazione dei popoli. In questa corrente ci troviamo, quella dell’emancipazione, della liberazione nazionale e della costruzione del socialismo bolivariano.

*la dottrina Monroe è il principio della politica estera degli stati uniti secondo il quale l’intervento delle potenze europee negli affari interni dei paesi dell’emisfero americano non è permesso. Questa Dottrina Monroe è tratta da un messaggio al Congresso del presidente James Monroe datato 2 dicembre 1823.

Juan, se si verificasse un colpo di stato o un cambio di governo attraverso la violenza, cosa farebbe la Coordinadora Simón Bolívar?

Guarda, oserei dire che, in questo momento, ci sono cinque scenari: la questione del negoziato in Norvegia, quello che mi stai chiedendo e a cui poi risponderò, un colpo di stato, l’omicidio del Presidente e un’implosione. Quello che stanno facendo è coniugare quest’insieme di tattiche di guerra per destabilizzare il paese e sconfiggere il processo rivoluzionario. Queste cose che sono indotte lo stesso potrebbero verificarsi per il collasso del popolo in caso non riuscisse a resistere più o per un intervento diretto.

Un colpo di Stato cercherebbe, in questo momento, di trovare nel quadro delle Forze Armate, un Pinochet, cosa finora non avvenuta.

Ora, cosa faremmo noi, come organizzazione socio-politica, la Coordinadora Simón Bolívar? Beh, la maggior parte di noi, è registrata nelle Milizie popolari. Quindi non abbiamo bisogno di andare a comprare un’arma o inventarci qualcosa, come dicono i media o le grandi multinazionali della comunicazione mentendo sfacciatamente. Ci arruoleremmo nella chiamata della riserva. Qui posso affermare, come direbbe un nostro compagno, che oggi si trova su un altro piano dell’esistenza, il compagno Freddy Parra: dunque Chávez si sbaglia? dobbiamo sostenere Chávez, così come questo processo, che ha difficoltà, che ha errori naturalmente e che nessuno nega. Di fronte ad un’invasione dell’Impero nordamericano, di fronte all’aggressione dell’Impero, il popolo andrà a serrare i ranghi in difesa della Patria; non ci sono dubbi, difenderemo il nostro processo, quello che la maggioranza si è scelto. Le difficoltà, la complessità di costruire un processo di questo tipo nel XXI secolo, sono risolte dai venezuelani, tra i venezuelani, tra il popolo, e la strada che abbiamo scelto è stata quella delle elezioni.

La Costituzione è chiara ed infatti esiste un articolo che stabilisce quanto segue: a metà del mandato, se la gente considera che il presidente (è come una valutazione) stia facendo male o considera sbagliato il suo operato, beh, si indice un referendum revocatorio. Si attiva l’iter presso il Consiglio Elettorale Supremo (CNE), si raccolgono le firme pari a una determinata percentuale degli elettori e se tutti questi requisiti sono soddisfatti, si va al referendum revocatorio. Oppure aspettare che terminino i sei anni di mandato stabiliti dalla Costituzione. Non c’è nessun’altra formula nella Costituzione che dice il contrario. Ecco perché, se questi principi vengono violati, cioè se l’Impero osa intervenire sulla terra di Bolivar, la terra di Chávez, la terra di Freddy Parra, la terra del Comandante Elías, evidentemente gli uomini e le donne della Coordinadora Simón Bolívar saranno in difesa di un processo che la maggioranza dei venezuelani ha scelto.

Qui in Venezuela si è parlato molto dei prigionieri politici che teoricamente il governo del Presidente Nicolás Maduro ha messo in stato di detenzione. Hai commentato che anche il Venezuela ha un politico venezuelano detenuto in Francia, Carlos Ilich Ramírez. Cosa mi puoi dire di questo compagno venezuelano, che ha combattuto negli anni ’60 e ’70 ed è stato condannato a vita? Perché non è stato fatto qualcosa come hanno fatto i cubani con i loro cinque compagni detenuti negli Stati Uniti? Perché non è stata promossa una protesta mondiale basata sulla vita di questo compagno venezuelano prigioniero in territorio francese?

Prima di tutto lascia che ti dica che per la Coordinadora Simón Bolívar, Ilich Ramírez Sánchez, venezuelano, è un rivoluzionario che ha abbracciato la causa del popolo palestinese fin dalla più tenera età e che è sotto sequestro da più di 25 anni. A seguito di un complotto, avvenuto nell’agosto del 1994 nello stato del Sudan, è stato rapito dai servizi segreti francesi. Oggi è lì, in Francia. Nessuna delle cause ha potuto provare altro che il rapimento di ministri OPEC, reato che non ha nulla a che fare con lo stato Francese; Da allora in poi, non c’è un solo atto che non sia stato attribuito a Ilich Ramírez e in quei processi, in cui gli sono stati comminati tre ergastoli, quello che cercano di punire è, diciamo, la costanza e la perseveranza di un rivoluzionario internazionalista. Condannato per dimostrare al mondo intero che chi cerca di seguire la stessa strada di Ilich Ramírez subirà il medesimo destino. Credo che, così come lo Stato cubano ha realizzato una campagna in un momento complesso della situazione economica e politica frutto di un blocco criminale che dura da più di 60 anni, dovremmo fare lo stesso. Credo che in questo momento siano date le condizioni e bisogna dire che noi abbiamo sostenuto quei 5 eroi cubani; Ilich Ramírez Sánchez, è un eroe venezuelano. Ha imparato anche lui da Bolívar, che ha liberato cinque nazioni. Lo stesso Miranda è andato a combattere ad altre latitudini e credo che proprio questa sia stata la strada scelta da Ilich Ramírez; in altre parole, siamo obbligati come popolo, con la nostra storia, con il peso dei nostri eroi, ad organizzare una politica che ci permetta, come ha permesso al governo cubano la liberazione dei suoi cinque eroi, di liberare il nostro.

Credo che il popolo venezuelano sia in debito con Ilich Ramírez Sánchez. Credo anche che il nostro governo, che è un governo progressista e rivoluzionario, abbia un debito con questo compagno. Perché? Non chiediamo al governo di pensare come ha pensato Ilich, no, di abbracciare la causa del popolo palestinese con la stessa passione con cui il compagno l’ha abbracciato; Carlos è semplicemente un cittadino venezuelano in disgrazia in questo momento. Rapito e imprigionato dallo Stato francese. Per questo siamo obbligati, attraverso l’ambasciata venezuelana, attraverso il nostro consolato lì, a prestare l’attenzione che dovrebbe essere prestata a qualsiasi cittadino venezuelano, ovunque nel mondo, che cade in disgrazia. Questo non significa che tu stia dando credito a quello che la matrice internazionale ha voluto rappresentare Carlos Ilich Ramírez, “El Chacal” lo Sciacallo, il nome che gli hanno affibbiato; sembra che a volte ingoiamo questo ricatto.

Gli Stati Uniti non permisero mai che Posada Carriles, questo sì terrorista convinto e confesso, venisse consegnato al governo cubano. Né per l’esplosione dell’aereo, né per le bombe che aveva piazzato nel ’90 e ’93 in alcuni alberghi all’Avana. Né il Venezuela ebbe l’opportunità di giudicarlo, sebbene se ne avesse richiesto l’estradizione in quanto in possesso di doppia nazionalità, cubano e venezuelana. Non si è potuto processare perché, grazie alla CIA, di cui fu membro negli anni ’70 e ’80, ma già negli anni ’60 era un notorio e attivissimo terrorista, non è mai stato consegnato. Quindi non si capisce quale sia il ricatto in base al quale accusano il Venezuela. Anche se in Venezuela le FARC si nascondevano o si nascondono, ormai sono un  partito legale. O quando si utilizza il tema dei Baschi, che non arrivarono qui all’epoca di Chávez, bensì con l’assenso di Carlos Andrés Pérez, con un accordo con Felipe Gonzalez alla fine degli anni ’80. Più o meno nell’88, poco prima del Caracazo.

Non dobbiamo tacere nonostante questo ricatto che esercita la stampa sul tema del terrorismo. Ilich Ramírez è venezuelano e dobbiamo esigere che sia rimpatriato, giudicato dai nostri tribunali, e che i suoi ultimi anni, quelli che gli rimangono da vivere, li trascorra qui nel suo paese. Penso che se ci definiamo rivoluzionari e diciamo che questa è la Rivoluzione del XXI secolo, quella che ha illuminato con le sue proposte l’America Latina, i Caraibi e altre latitudini, beh, abbiamo un debito con Carlos Ilich Ramírez Sánchez, perché la Solidarietà è la tenerezza dei nostri popoli e la nostra storia parla di quell’internazionalismo.

Bene Juan, infine vorrei che tu facessi un commento: qui nella parrocchia 23 Enero ci sono diverse organizzazioni sociali per settore. Cosa ne pensi di una futura unità di tutte queste organizzazioni?

Sentite, in linea di principio vi direi questo: l’unità non è dettata, l’unità si costruisce nella pratica, nella vita quotidiana, nelle alterne condizioni di lotta; penso che se vogliamo arrivarci dobbiamo camminare, ma perché ciò avvenga, naturalmente, ci deve essere una pratica comune, che credo ricominci a essere fatta a partire dal 23 Enero. Abbiamo dato vita a molte organizzazioni di carattere sociale, che hanno svolto attività politiche, sociali, culturali e sportive in diversi settori. Crediamo di aver camminato e puntato verso quell’unità che è così necessaria in un momento come questo, un momento in cui l’unità di tutti i popoli ci viene richiesta; ma, credo che sia così, dobbiamo costruirla sulla base della prassi, quella che Marx chiamava prassi, che è la prassi sociale, è il giorno per giorno, radicata. Non è quello che dici, ma è la tua prassi, che mostrerà dove stiamo andando, e quella prassi si costruisce insieme. L’unità non è imposta, la stiamo costruendo in questo senso, in pratica, in quel lavoro quotidiano, con il nostro sostegno, con le nostre comunità e col nostro compito di rivoluzionari… proprio a questo che puntiamo adesso, verso l’unità e l’articolazione di una grande piattaforma, di una grande forza sociale, non solo nel 23 Enero, ma oserei dire nel campo popolare qui nel nostro Paese.

Chi è Juan Contreras?

Juan Contreras è solo un altro cittadino, un venezuelano, un creolo della capitale nato nella Parroquia 23 de enero. È un sognatore. Penso che l’uomo sia un prodotto delle sue circostanze, ma Marx lo ha già detto. Sono, potremmo dire, il prodotto di una repressione eccessiva e sistematica ai tempi della Quarta Repubblica attuata contro i giovani del 23 Enero e che non ci ha lasciato altra scelta se non quella di prendere la strada, all’inizio quella delle armi, per difendere la nostra vita. Perché essere giovani nel 23 Enero era un crimine ai tempi della Quarta Repubblica. Quell’eccessiva repressione, ci ha portato prima a difendere la nostra vita, poi a lottare per le richieste che erano necessarie per il 23 Enero… soffrivamo la mancanza di acqua e di servizi pubblici, i trasporti inefficienti; e poi più tardi contro la repressione che qui si è scatenata contro molte generazioni, che abbiamo cominciato a sognare di trasformare fino ad arrivare a formare un pensiero, che andava oltre al fatto di lottare per le rivendicazioni, i trasporti, un servizio idrico permanente, contro la repressione, contro i cattivi governi, abbiamo cominciato a pensare che dovevamo costruire una società diversa. Un modello di società che non fosse la società capitalista e col tempo abbiamo cominciato a tessere a trama di un concetto, un modello di società che mirasse alla trasformazione. Esattamente in questo mi sono impegnato; a volte mio vedo come uno sportivo frustrato, uno sportivo in prestito alla politica.

Il mio grande sogno, a quei tempi, era di essere migliore di Pelé. Sono cresciuto con il calcio e il mio idolo era Pelé, un brasiliano che aveva vinto tre Mondiali. Oggi sarei qualcosa di meglio di Messi e di Maradona.

Ebbene, ecco cosa sono, un venezuelano, cresciuto al 23 Enero, che ha abbracciato la causa della giustizia, formato dai gesuiti; ho studiato tutta la mia vita nel “Gesù Operaio” lì ho fatto tutta la scuola primaria e la secondaria fino al 4°anno; Lì ho letto i miei primi libri sulla rivoluzione,libri che venivano dalle mani di una suora di nome Maria de Los Angeles, ero al primo anno, e mi ha detto che siccome ero molto irrequieto, mi dava da leggere un libro di Martha Harnecker: “Sfruttati e sfruttatori” (1972).

E siccome siamo un prodotto delle proprie circostanze, io vengo da una casa molto, molto umile, da una madre contadina venuta in città in cerca di qualità di vita, istruzione, salute, alloggio, lavoro dignitoso e divertimento. Veniva dallo Stato di Sucre, zona Orientale, e si è fidanzò con un meccanico andino di Mérida, cercarono di dare a me e a mia sorella il meglio e ci misero a studiare in Collegio, nonostante fossero un operaio e un’analfabeta; insomma cercarono di darci la migliore educazione possibile. Misero mia sorella in una scuola gestita dalle suore, e io coi gesuiti e lì avvenne la mia prima formazione. Chiaramente avevo già uno stile di vita molto umile, fatto di niente; vidi la televisione a colori quando cominciai a lavorare, con molti sacrifici; non vedemmo mai il Bambino Gesù, il Bambino Gesù non venne mai a casa mia.

Nascemmo in un posto molto povertà. Come dice mia madre: poveri ma onesti. Credo che questa pratica sociale, questa esperienza, ci abbia uniti.

Però quell’eccessiva repressione ha prodotto un uomo con idee politiche, con idee rivoluzionarie, con fedeltà alla causa, poi siamo sempre stati inquieti. Credo che la prima ammirazione che abbiamo avuto per la rivoluzione sia nata grazie alla rivoluzione cubana… la nostra generazione è stata fortemente influenzata da Fidel, Che, Camilo e siamo cresciuti in questo contesto. E poi, la perdita di alcuni amici; non ho mai smesso di dimenticare Carlos Alberto Vielma Blanco, studente del terzo anno del Liceo Peru de Lacroix. Aveva 15 anni e fu ucciso il 17 febbraio 1976. Viveva nel blocco 19, al 5° piano, al 23 Enero, e qualcuno potrebbe dire che ho la memoria di un elefante, come si dice quando la gente ricorda le date, o qualcosa del genere. Ma non è questo. Lo ricordo perché fu un mio amico d’infanzia. Quel giorno eravamo andati tutti a protestare nella Zona Centrale del 23 Enero; il Segretario di Stato americano Henry Kissinger sarebbe passato lì e la risposta fu la repressione con la Guardia Nazionale. Carlos Vielma è stato colpito alle spalle da proiettili FAL 7,62 x 51 attraversandogli la schiena e perforando lo stomaco… un enorme buco, così è morto. Il giorno prima morirono Lilian Gutiérrez e Nelson Rodríguez, studentesse di quindi e sedici anni  nello stato di Yaracuy. Così era il tempo del Quarta Repubblica e questo mi ha segnato. Ma devo dire anche qualcos’altro: a casa di Carlos ho sentito per la prima volta La Trova Cubana, a Virulo, che a quel tempo era di moda, “La Genesi del Mondo” …” ora vi dirò, come gli indiani sono oppressi …” insomma così mi sono forgiato. Sono un sognatore. Credo in un mondo migliore, credo nell’uguaglianza, credo nella solidarietà, credo in altri principi e fondamentalmente, principi che ho imparato a casa mia; morale ed etica.

E in questi tempi di confusione la cosa fondamentale è la questione ideologica e dall’ideologica deriva la morale e l’etica, fondamentali per avanzare nei principi.

Questo sono… un rivoluzionario, un sognatore di questi tempi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

No alla guerra imperialista!

imagesper il Fronte Antimperialista – Pisa  

È davanti ai nostri  occhi il rapido precipitare della situazione in Medio Oriente ed nel Latinoamerica: dopo 8 anni di aggressione alla Siria, ecco il tentativo di aggredire l’Iran e scatenare una nuova grande guerra in Medio Oriente, si tratta anche di un confronto sempre più ravvicinato con Russia e Cina. La repressione contro le manifestazioni popolari in Cile, il golpe reazionario in Bolivia, le minacce e l’embargo al Venezuela e a Cuba hanno segnato gli ultimi mesi dello scorso anno.  

L’attacco terroristico delle forze USA che ha portato all’assassinio del generale Soleimani non ha visto condanne da parte delle istituzioni italiane. Tacciono pure i nostri parlamentari e amministratori locali, anche quelli che a parole si definiscono democratici, quasi interamente schierati al fianco dei golpisti razzisti in Bolivia, dei nazisti in Ucraina, dei militari in Cile e sempre supini alle violazioni USA del diritto internazionale. La nostra classe politica nel migliore dei casi balbetta di fronte alle aggressioni imperialiste, quando non dà concreto sostegno alla destabilizzazione di paesi sovrani come accaduto nella sanguinosa aggressione alla Siria. Né può essere considerato un buon argomento la richiesta di una “difesa comune” europea a segnare la formazione di un nuovo polo a difesa degli interessi imperialisti ad esempio di Francia e Germania.

La situazione è in rapidissima evoluzione, accompagnata da una crescente pressione sul versante Est in Europa e alla aggressione imperialista in Medio Oriente. Di fronte a questa realtà assistiamo ad un prevalente disorientamento anche ideologico, una sottovalutazione da parte di realtà e forze politiche incapaci di prendere una posizione chiara sulle questioni dell’imperialismo. Sempre più l’orientamento, anche nelle aree critiche, pare in balia dell’agenda e delle falsità dettate dal sistema mediatico dominante. Eppure non mancano i nessi che legano quanto avviene nel mondo con precisi interessi non lontani dai nostri territori. In Cile ENEL e altri gruppi capitalisti italiani hanno importanti investimenti, nella regione mediorientale l’Italia, con la sua politica subalterna, si sta giocando gli interessi legati alla estrazione di idrocarburi, con l’Eni in una posizione sempre più marginalizzata. Proprio a due passi da Pisa e Livorno è presente la più grande base logistica delle forze armate statunitensi che opera al di fuori di ogni controllo da parte delle autorità italiane, esattamente come farebbe qualunque forza di occupazione: le basi USA in Italia, il loro bagaglio logistico e di armamenti, risultano estranee perfino all’ambito del trattato NATO, risultando per questo illegali nelle azioni di guerra mosse dal nostro territorio. A Camp Darby, con pesanti ricadute sulla sicurezza della popolazione e sulla locale situazione economica (vedi il porto di Livorno sempre più militarizzato), sono presenti depositi di armamenti e munizioni, incluse probabilmente bombe nucleari. Da qui partono i materiali necessari per seminare morte e distruzione in mezzo mondo, da qui si muove la logistica sulla quale cammina la tendenza alla guerra, ma si tratta di una realtà che sembra non interessare la locale classe politica intenta più che altro a preparare le prossime scadenze elettorali.

La proposta della costruzione del Fronte Antimperialista nasce dall’esigenza di ricollocare al centro della analisi politica e dell’iniziativa la lotta all’imperialismo. Il nostro obiettivo è quello di costituire una linea condivisa da più forze politiche, organizzate e non, che apra un confronto nell’immediato sugli scenari della tendenza alla guerra e sulle aggressioni a governi legittimi che sono avvenute in questi anni in Nord Africa, Medio Oriente ed in America Latina.

Costruire insieme la mobilitazione contro la guerra e contro l’uso delle basi presenti nel nostro paese! Ritiro dei contingenti militari di occupazione all’estero! Non un uomo né una base per la guerra! Solidarietà con i popoli aggrediti e minacciati dall’imperialismo!

fronteantimperialista.pisa@gmail.com

 

I COMITATI POPOLARI DELLA TOSCANA PARTECIPANO

SABATO 25 GENNAIO ALLA GIORNATA GLOBALE DI PROTESTA

NO GUERRA ALL’IRAN

Ore 11 ricognizione a Camp Darby – ore 15 Assemblea al Circolo Arci La Vettola (Pi)

La Rete civica livornese Contro la Nuova Normalità della Guerra –  le Associazioni del Tavolo per la Pace della Val di Cecina – il Comitato pisano per un Fronte Antimperialista – l’Ass. Italia-Cuba di Livorno – il circolo Italia-Cuba di Poggibonsi (SI) – l’Ass. Italia-Nicaragua di Livorno – l’Ass. Per un Mondo senza Guerre – l’Ass. WILPF Italia (Women’s International League for Peace and Freedom – Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà) – il circolo di Poggibonsi (SI) e la Federazione senese del Partito della Rifondazione Comunista (RC) – la Federazione livornese e il Comitato Regionale Toscano del Partito Comunista Italiano (PCI) – la Federazione Toscana del Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (P-CARC) – il Partito Comunista di Pisa e Regionale Toscano (PC)

INVITANO A PARTECIPARE A

  • ricognizione dei lavori in corso per il potenziamento della base di Camp Darby, con appuntamento alle ore 11 al parcheggio della Gas and Heat spa di Via Livornese, 796
  • assemblea regionale al circolo Arci La Vettola con inizio alle ore 15

 

N.B. per prenotare il pranzo (costo euro 10) telefonare direttamente al Circolo La Vettola, al n° 338 425 1882 o n° 331 132 7944

VOGLIAMO

  • ritiro immediato dei soldati italiani dall’Iraq
  • via le basi USA dall’Italia, da subito non sia in alcun modo consentito un loro uso per fini diversi da quelli stabiliti dal Trattato per il quale sono qui da noi.

pace, solidarietà coi popoli fratelli, antimperialismo

Sia l’Italia neutrale, sovrana, ponte di pace sia verso Est sia verso Sud

Milano 6gen2020: Presidio Consolato USA “Giù le mani dall’Iran”

Napoli 7gen2020: Gaza e la Grande Marcia del Ritorno

(VIDEO) Donbass: Sara Reginella racconta “Start Up a War”

start updi Romina Capone

Nella regione del Donbass, in Ucraina, si sta perpetrando una guerra invisibile agli occhi del mondo. Era il 2014 quando un Colpo di Stato, mosso dagli Stati Uniti d’America e da parte dell’Europa, portò al potere l’estrema destra. «L’Ucraina non è nata come la conosciamo oggi – spiega Svietlana Mazur del gruppo volontariato Nika – la parte Est è russofona, filo russa, la parte Ovest è polacca e rumena. Era il 2013 e l’allora presidente Viktor Janukovyč, eletto democraticamente nel 2010, analizzando il documento che avrebbe portato l’Ucraina all’interno del Mercato Europeo, si rifiutò di firmare perché insoddisfatto su alcuni punti presenti nel trattato. Di lì a poco la disinformazione portò la popolazione ad aizzarsi contro il presidente. Nel gennaio del 2014 nella capitale, all’insaputa del presidente Janukovyč, giunsero gruppi di cecchini paramilitari addestrati con l’obiettivo di generare il caos.

A febbraio dello stesso anno il Colpo di Stato. Immediatamente vennero apportati dei cambiamenti drastici: divieto della lingua russa (in un paese russofono al 40%); la messa al bando di tutti i Partiti Comunisti;  la demolizione di tutti i monumenti storici raffiguranti i caduti in guerra contro il nazifascismo del 1945. Il Sud-Est reagisce: chiede l’indipendenza da Kiev. Ad Odessa l’insurrezione popolare prosegue;  il nuovo governo invia paramilitari a placare con forza le manifestazioni. Gli attivisti arrestati con l’accusa di tradimento della patria. A maggio del 2014 scoppia la guerra. Il nuovo presidente dell’Ucraina è Petro Porošenko e la popolazione dal 2014 resiste contro la dittatura nazifascista».

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Questa l’introduzione necessaria prima della proiezione del documentario “Start Up a War. Psicologia di un conflitto” di Sara Reginella avvenuta lo scorso 14 dicembre presso gli spazi recuperati di GAlleЯi@rt in Galleria Principe di Napoli. Sara Reginella è una psicologa che ha deciso di uscire dal suo studio per recarsi su un fronte bellico nella regione del Donbass. Attraverso la comprensione di quei meccanismi che si celano dietro allo scoppio di una guerra con immagini e documenti inediti è messo in luce un modello psicologico che applica ai conflitti geo-politici strumenti di lettura propri dei conflitti relazionali tra individui. Nella prima parte del documentario sono illustrate alcune tecniche mediatiche e di manipolazione di massa utilizzate durante la rivolta di Maidan, nella capitale ucraina di Kiev. Nella seconda parte si entra nel vivo della guerra del Donbass  attraverso la descrizione psicologica di un conflitto bellico narrato come un conflitto tra individui. Sono integrate opinioni di professionisti della psicologia, combattenti di battaglioni, rifugiati e superstiti, passando dai drammatici eventi di Kiev alla vita dei miliziani al fronte, dalla testimonianza di chi è sopravvissuto al massacro del 2 maggio a Odessa alla speranza nei momenti di festa nelle auto-proclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, in Donbass. Molteplici punti di vista accompagnano nella conoscenza di quei meccanismi che innescano e alimentano conflitti bellici, così simili a quei meccanismi che innescano e alimentano conflitti relazionali.

«La formazione necessaria che ho fatto per arrivare a creare questo documentario è stata molto faticosa – racconta la regista autrice Sara Reginella – mi autoproduco, lavoro di notte e nutro nel pubblico uno stimolo costante  a continuare. Non avevo mai pensato di viaggiare per tutti questi chilometri ma il modo migliore di raccontare è quello di andare sul fronte e catturare i fatti tramite video, strumenti di narrazione reale e pura. Un lavoro di divulgazione capillare che nonostante l’era di Netflix e Youtube io preferisco ancora il confronto con le persone, per lo scambio di emozioni in un’atmosfera catartica, restando in una dimensione sociale reale.»

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Macchina alla mano in uno stile immediato e veloce, l’idea del documentario nasce dall’esigenza di fornire un modello di riferimento che dia al pubblico la possibilità di approcciarsi in modo più consapevole e critico alle notizie dei media mainstream, unendo l’analisi geopolitica degli eventi con quella psicologico-relazionale. Generalizzabile ad altre guerre basate su sistemi di manipolazione e destabilizzazione fondati su processi d’ingerenza esterna, “Start Up a War” racchiude in sé un originale modello di lettura sintetizzato, di ritorno dal fronte, da Sara Reginella, psicologa, psicoterapeuta e regista del documentario.

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Tra le testimonianze di quanto sta accadendo in Donbass quella di Clara Statello, giornalista di Sputnik Italia: «Sono stata in Donbass e non ho visto nessun terrorista. Ho visto un popolo che si rialza, impugna le armi e si reca sul fronte a combattere contro il nemico di sempre; il nazifascismo liberale. Perché uccidono i civili? Perché quella è una regione fortemente antifascista. È in corso una guerra psicologica (Psyop) come in America Latina;  questa guerra vede una fase di pressione mediatica che in Ucraina vede la Russia come nazione che reprime i diritti civili. Stesso procedimento sta accadendo in America Latina; il Venezuela è vista agli occhi del mondo, grazie alla guerra mediatica, come una tiranna».

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Il Fascismo è pronto all’uso – chiude Renzo Carlini professore di Istituzioni Politiche dell’Europa Orientale – quando lottiamo per l’indipendenza del Donbass lottiamo per noi stessi, per l’internazionalismo. Il nostro fronte è uno solo, non possiamo dividerci.

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“Start Up a War” Psicologia di un conflitto (trailer italiano)

(VIDEO) Documental investigativo “MH-17 en busca de la verdad”

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En el verano de 2014, el avión Boeing 777 se estrelló en el Donbass, 298 personas murieron en la tragedia con el Boeing de Malasia.

El Boeing de Malaysian Airlines fue derribado por un misil ucraniano del complejo Buk, que estaba en servicio con el 156o Regimiento de Misiles Antiaéreos de las Fuerzas Armadas de Ucrania, dice el informe de investigación, que fue publicada por el ex teniente coronel del Servicio de Seguridad de Ucrania, Vasily Prozorov, quien se marchó a Rusia.

El documental investigativo “MH-17: En busca de la verdad” revela nuevos detalles, previamente desconocidos del accidente aéreo y se centra en las inconsistencias en la investigación oficial. La película se basa en documentos genuinos de servicios especiales ucranianos no publicados anteriormente, así como entrevistas exclusivas con testigos oculares.

La evidencia reunida durante la investigación periodística nos permite concluir sobre una provocación planificada previamente, que fue implementada sistemáticamente por los servicios especiales de varios estados.

Enumerando a los que aún son culpables del accidente del “Boeing” de Malasia, directa o indirectamente, Prozorov señaló al ex presidente de Ucrania, Petro Poroshenko, el ex jefe del Consejo de Seguridad Nacional y Defensa, Alexander Turchinov, el ex jefe del Estado Mayor General Viktor Muzhenko, el ex jefe del Servicio de Seguridad de Ucrania-SBU Valentin Nalyvaichenko.

“Los servicios de inteligencia británicos estuvieron a cargo de toda la operación”, resumió el experto en su lista de personas involucradas en el desastre del MH17.

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La OTAN pudo conseguir Serbia, pero confió en Kosovo

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por Evelyn Matberg
ALTERNATIVE JOURNALISM

Veinte años después, el bombardeo de Yugoslavia sigue siendo uno de los momentos más controvertidos en la historia de la OTAN. Los países que participan en la operación prefieren llamar a la decisión justificada y necesaria. Pero la muerte de más de dos mil civiles, incluidos 78 niños, difícilmente puede justificarse. Ese momento fue un punto de inflexión para la región de los Balcanes, que se convirtió en el centro de la inestabilidad en Europa. Pero todo podría ser completamente diferente.

Este año, las fuerzas de la OTAN en Kosovo, conocidas como KFOR, celebraron su vigésimo aniversario. La presencia de la alianza se remonta al lejano verano de 1999, cuando se firmó el acuerdo de Kumanov con las autoridades de la entonces Yugoslavia. Se celebró un grandioso aniversario con la participación de Bill Clinton y Madeleine Albright venerados en Pristina. Un reciente almirante estadounidense, James Fogo, dijo que KFOR “hizo un buen trabajo”. Y aquí surgen las primeras contradicciones. ¿Qué se puede llamar una misión exitosa, que duró 20 años? Además, Kosovo siempre se ha asociado con crímenes desenfrenados, confrontaciones interétnicas y, en los últimos años, incluso con el terrorismo islámico internacional. A nivel familiar, aquí también, todo es disfuncional: treinta por ciento de desempleo, salida de la población, problemas de comunicación, energía y transporte.

¿Quizás en los Estados Unidos hay criterios ligeramente diferentes para el éxito? Tal suposición es bastante apropiada, porque KFOR, cuyo propósito declarado es garantizar la estabilidad en Kosovo, en la práctica, sirve como un indicador de la presencia de la alianza en la región. Como resultado, la OTAN puede reclamar superioridad en los Balcanes, y KFOR se está convirtiendo en un instrumento de naturaleza puramente geopolítica.

En realidad, esto no está oculto. El Representante Especial de los Estados Unidos para los Balcanes Occidentales, Matthew Palmer, dijo en la víspera de su visita a Pristina en noviembre que Washington estaba listo para trabajar en el reconocimiento de la independencia de Kosovo e incluso preparó mecanismos para presionar a Serbia, en particular, una resolución sobre el asesinato de 1999 de los Hermanos Bitichi en 1999. Sin embargo, la tarea principal de los Estados Unidos en los Balcanes, Palmer llamó a la lucha contra Rusia.

Las preocupaciones de Washington sobre la creciente influencia del Kremlin en la región no son infundadas. Según el informe del Pentágono, es en Serbia donde el factor ruso es más pronunciado. La situación se complica por el hecho de que la cooperación de Belgrado con Moscú, según las encuestas de opinión, cumple con la solicitud de los ciudadanos. Y esto sin contar el hecho de que las autoridades serbias se adhieren a la neutralidad militar en principio. Del informe del ejército estadounidense, queda claro que Serbia es vital para que Washington fortalezca su posición. Pero el mismo bombardeo se está convirtiendo en un obstáculo invencible en este camino. Cada año, los serbios honran la memoria de las víctimas de la Operación Fuerza Aliada. Incluso la oposición lo hace. Tan fuertes son los recuerdos del bombardeo y sus consecuencias.

Además, en Serbia a lo largo de los años ha habido un fuerte entendimiento de que la mayoría de los países de la UE, y la OTAN y los Estados Unidos están destinados a socavar la integridad territorial del país, porque reconocen la independencia de Kosovo. Pristina recibe regularmente apoyo, y cuando las operaciones de poder resonante tienen lugar en el norte de la región en disputa donde viven los serbios, Europa y Washington prefieren no darse cuenta.

Si no fuera por todos estos errores, Serbia podría haberse convertido en un poderoso aliado de la OTAN en la región. Pero la alianza eligió apoyar a Kosovo con todas sus contradicciones. Por supuesto, esto causa emociones severamente negativas entre la población serbia, lo que puede restringir a las autoridades del país de cualquier decisión que pueda tomarse bajo la influencia del exterior. E incluso la oposición, que regularmente celebra protestas masivas contra el gobierno, ni siquiera se arriesga a la alienación de Kosovo por el acercamiento con la UE y la OTAN, por temor a obtener el estigma de un traidor.

Geopolítica de la liberación

Risultati immagini per marcha chavistapor Julio Escalona 

10dic19.- En nuestros lares, nace con Francisco de Miranda, sigue con Bolívar y la consolidó el presidente Chávez con firme aporte de Fidel Castro. Surgen el Alba, Unasur, Petrocaribe y la Celac, base para procesos de integración con África, Asia, China, Rusia, Irán, India, Turquía, Cuba, países árabes… La guerra contemporánea es mundial, perpetua, con formas y contenidos que se alimentan de las ciencias y tecnologías contemporáneas y condiciona la geopolítica de hoy. Su campo de batalla no tiene límites: tanto en extensión (hasta el último rincón del espacio exterior, hasta la luna y otros planetas…), como en profundidad pues desde el cerebro humano hasta la última célula planetaria pueden ser convertidos en instrumentos de guerra.

En tiempos de Clausewitz la guerra era continuación de la política por otros medios. Hoy la política es continuación de la guerra por otros medios. La decisión de ir a la guerra está tomada, la política la hace posible. Hay una interrelación permanente entre guerra y política, conectadas por la diplomacia para la guerra, que desarrolla Trump y la diplomacia para la paz, de Chávez y continuada por Maduro.

El principio: si quieres la paz prepárate para la guerra, lo he cuestionado. La guerra es diaria, perpetua para derrotar la solidaridad y los imaginarios solidarios y convertirlos en predominio de lo individual.

Destruir los beneficios materiales y espirituales de la vida cotidiana y llevarnos a estado de schok pues según Friedman en ese estado lo políticamente imposible se hace políticamente inevitable. Una población privada de servicios básicos, inflación desenfrenada… Más guerra mediática y psicológica, puede irse refugiando en el egoísmo y el rechazo al otro.

El presidente Bush, organizó un golpe de Estado mundial, mediante el derrumbe de las torres gemelas de Nueva York, y creó un nuevo enemigo, el terrorismo. Colocando en schok a la gente para aprobar como un “homenaje” a Milton Friedman, a quien considero un criminal de guerra: la “legalización” de la tortura, cárceles clandestinas, “desaparición” de presos políticos, detención de cualquier “sospechoso” sin presentarlo ante un juez… Se va anulando la Declaración Universal de Derechos Humanos, la Carta de las Naciones Unidas y todo el orden jurídico y espiritual que se vino construyendo desde la derrota del fascismo en la II Guerra Mundial.

El unilateralismo de Trump es una máscara para ocultar un multilateralismo centrado en la OTAN, que por supuesto, el Pentágono puede controlar para subordinar y dejar fuera la ONU para cualquier tema relevante e imponer las estrategias de un entramado de poder mundial fundado en la fuerza militar, la dominación del poder financiero de los grandes bancos hacia donde confluye el capital del narcotráfico, que parece ser el denominador común de todos los poderes. Este súper poder es el ejecutor de la estrategia imperial del caos global, en Hong Kong, en medio oriente, en Caracas… que podría conducirnos a guerras locales que eventualmente podrían generalizarse caotizando al planeta por los cuatro costados. ¿Es posible un curso de esta naturaleza? ¿Hacia dónde nos conduciría? La humanidad debe derrotar esta estrategia e ir estableciendo un mundo de paz.

(VIDEO) Convegno Internazionale sulla Comunicazione: adesso parlo io

Risultati immagini per marcha chavistadi Nestor Francia

Oggi 4 dicembre si chiude il Convegno Internazionale sulla Comunicazione. Il successo è sotto gli occhi di tutti. Il solo fatto di riunire in un solo luogo così tanti comunicatori in lotta, provenienti da ogni latitudine, rappresenta un importante traguardo. La grande creatività nel diffondere l’evento, dove ha giocato un ruolo fondamentale il mio amico Alberto Arangibel, è un’altra cosa che ci lascia assai soddisfatti, così come le numerose e corrette dichiarazioni su temi tanti urgenti e sostanziosi che riguardano l’attualità Latinoamericana.

Per quanto concerne i risultati sul lungo periodo, non possiamo ancora valutarli. Nella diverse interviste rilasciate ai cari media alternativi e comunitari, che poi sono quelli più democratici in Venezuela, ho affermato che questo Convegno potrà aprire solo delle strade che ci toccherà percorrere. Abbiamo il compito di lavorare affinché tutte le idee nate in questi tre travagliati giorni acquistino sangue e carne. Abbiamo bisogno, senza alcun dubbio, di forgiare gli strumenti che ci permettano di essere competitivi con il poderoso esercito della comunicazione dei nemici del popolo, complesso mediatico-militare che proprio in questo momento ci aggredisce. Nel campo della comunicazione, i nemici contano su ingenti risorse, comprovata esperienza, coerenza concettuale e organica, un apparato strutturato capace di generare matrici comunicative, attraverso manipolazioni ed occultamenti, che preparano il terreno per le aggressioni politiche, economiche, diplomatiche, culturali e militari contro i popoli.

Devo ammettere di non essere rimasto del tutto soddisfatto, come del resto spesso mi succede, da questo Convegno. Mi sarebbe piaciuto un dibattito più ampio e approfondito su temi fondamentali, come ad esempio il discorso della sinistra: il che cosa, il come e le modalità di trasmissione dei nostri messaggi (avrei gradito discussioni più che lezioni magistrali). Il Convegno ha avuto, sicuramente, altre carenze occasionali, com’è naturale che ci siano durante un’attività tanto complessa e impegnativa. Questo non offusca in nessun modo il suo brillante svolgimento. Ripeto, com’è naturale, in tutto ritroviamo luci e ombre.

Per quanto riguarda il dibattito di cui dicevo, questo è necessario soprattutto alla luce dei segnali che la realtà ci offre. Viviamo nel mondo, specificamente in America Latina e ai Caraibi, in una sorta di effetto pendolo che oscilla tra la sinistra e la destra, una ruota infernale.

In tempi recenti abbiamo ottenuto vittorie in Messico e Argentina, ma anche incassato sconfitte in El Salvador, Bolivia e Uruguay. In Venezuela abbiamo retto positivamente all’urto dell’imperialismo e delle oligarchie. È stato importante per le forze di liberazione continentale, ma questa resistenza ha avuto un alto costo: la dispersione delle energie popolari che sarebbero tornate utili per la costruzione più veloce e profonda della nuova realtà. Questo processo è stato ostacolato dall’assedio nemico, dai nostri stessi errori e anche da un certo venir meno dell’appoggio popolare.

Questa danza del pendolo, questo oscillare avanti e indietro, ha origine nei nostri stessi errori e carenze nel campo della comunicazione. Spesso mi chiedo come sia stato possibile che processi socio-politici come quelli avvenuti in Venezuela e Bolivia, che hanno reso realtà rivendicazioni ampiamente desiderate dalle classi popolari, possano aver subito sconfitte tanto eclatanti come quella verificatasi nel 2015 da noi in Venezuela (che poi è risultata essere l’origine del Guaidoismo, facendo cadere l’Assemblea nazionale in mano alla destra) o la sconfitta più recente in Bolivia.

In quest’ultimo caso l’indebolimento dell’appoggio popolare a Evo e al MAS è servito come pretesto per il colpo di stato. Alle elezioni del 2014 Evo ottenne i 63,36% dei voti, in quelle del 2019 ha raccolto il 47,08%. Una perdita di più di 16 punti percentuali. La differenza di appena qualche decimo di punto, che ha permesso a Morales di raggiungere il vantaggio qualificato per ottenere la vittoria al primo turno, è stata la scusa perfetta per gridare ai brogli e giustificare la rivolta violenta dei golpisti.

Che cosa è successo in questi due casi? Ci soffermeremo in questa analisi, ma nessuno ha dubbi che gli errori del nostro discorso abbiano molto a che vedere con questi attacchi vittoriosi dell’imperialismo e della destra, come del resto negli altri casi che non elenchiamo.

Per ultimo, nella strada da fare a partire da questo Congresso, il dibattito delle idee va a giocare un ruolo fondamentale. La sinistra ha bisogno di molto di più che auto-celebrarsi se vuole svolgere positivamente il suo preteso ruolo di avanguardia.

Chávez una volta disse di aver cavalcato un’onda rivoluzionaria e che quell’onda sarebbe andata avanti e che avrebbe potuto travolgere anche lui. Ciò che sta prendendo forma nel mondo attuale indica l’avvento non di un’onda, bensì di uno tsunami dei popoli. Questo massiccio, profondo, fenomeno vulcanico annienterà molte leadership, dogmi, idee, eredità e modelli. Arriveranno nuovi dirigenti emersi da questa gigantesca ondata e anche, necessariamente, nuove forme di comunicazione tra i popoli. Questo tsunami potrebbe travolgere anche i comunicatori di sinistra se non adotteranno gli inevitabili cambiamenti che richiedono urgentemente i nostri strumenti e il nostro discorso.

L’ultima cosa che dirò è che voglio felicitarmi con la compagna Tania Diaz, la grande timoniera del processo di preparazione per questo Congresso, e complimentarmi con la squadra che l’ha coadiuvata impegnandosi oltre ogni limite e con dedizione totale. Un abbraccio a tutti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

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Bolivia: ¡Que viva la resistencia de las masas populares al golpe!

Risultati immagini per Bolivia marchapor (nuevo)Partido comunista italiano 

¡En todo el mundo, las masas populares de los países dominados por la Comunidad Internacional de grupos imperialistas europeos, estadounidenses y sionistas protestan y se rebelan contra los regímenes que ellos imponen!

En cada país, los partidos y los líderes de las masas populares están puestos a prueba y obligados a darle a la revolución la forma que debe tomar para ganar.

El golpe de estado promovido por grupos imperialistas estadounidenses en Bolivia llevó al presidente Evo Morales y a algunos miembros de su gobierno a renunciar y buscar refugio en el extranjero o en embajadas.

Las masas populares de Bolivia se rebelan contra los fascistas y militares partidarios del golpe de Estado con el que los grupos imperialistas de los EE. UU., UE y sionistas pretenden, incluso en Bolivia, revertir el curso de la historia.Risultati immagini per Bolivia marcha

Las masas populares de Bolivia se unen a las masas populares que en Chile, Ecuador y otros países latinoamericanos se rebelan contra los regímenes sometidos al imperialismo; se unen a las masas populares que en Argentina determinaron la derrota electoral de Mauricio Macri, a las masas populares que en Brasil se regocijan por la liberación de Lula.

Cuba socialista, Nicaragua sandinista y la República Bolivariana de Venezuela – fundada por Chávez y encabezada por el presidente Maduro – apoyan a las masas populares en lucha. En cada país latinoamericano, la orientación y la línea de los partidos, los exponentes y los seguidores del “socialismo del siglo XXI” se ponen a prueba de la lucha entre las clases: ¿acaso es posible avanzar en la reducción de las diferencias sociales sin eliminar la propiedad privada de los capitalistas en el aparato productivo y quitarles los institutos y centros de poder (Fuerzas Armadas, poder judicial, administración pública, etc.) que heredan del pasado?

Desde Palestina a Irak, Líbano y Egipto, las masas también se rebelan en los países ocupados por los sionistas de Israel y donde ellos y los imperialistas estadounidenses con sus cómplices europeos han instalado gobiernos títeres o maniobran directamente con sus grupos armados, asesores y agencias.

El descontento por el transcurso de las cosas también es grande entre las masas populares de EE.UU. y en cada uno de los países de la Unión Europea.


Igualmente en Italia, la crisis de las relaciones políticas, económicas, ambientales, culturales y sociales se está agudizando. Eso está confirmado por las crisis de ILVA, Alitalia, del imperio FIAT desde Mirafiori hasta Termini Imerese, de Whirlpool y del sector de electrodomésticos, de las empresas y sus 160 “mesas de crisis” activas en el Ministerio que, por ironía de la historia, es del Desarrollo Económico. Giuseppe Conte anda a tientas en la oscuridad con Di Maio y Zingaretti y todo su gobierno. Matteo Renzi intenta aprovecharlo y hace que la fronda de la mayoría gubernamental actual nos haga olvidar la prueba que dio de su orientación cuando dirigía el Partido demócrata y cuando desde 2014 fue jefe del gobierno, primero directamente hasta 2016 y, luego, hasta 2018 a través de Paolo Gentiloni.

Matteo Salvini y su Liga intentan aprovechar el hecho de que hace tres meses fueron providencialmente a la oposición liquidando al gobierno Conte 1: sacuden el espantajo de los inmigrantes, fomentan la movilización reaccionaria e intentan hacernos olvidar la renuncia a la creación de una moneda nacional (los minibots) y la sumisión a la Unión Europea, al Banco Central Europeo, al sistema financiero internacional que maniobra la Deuda Pública y a la OTAN en la secuela de “guerras humanitarias” que se extienden todos los días y el rearme: la sumisión que practicaron previamente con Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni y sus pandillas de bandoleros, banqueros y especuladores y luego en el gobierno Conte 1.

Depende de nosotros los comunistas aprender de la experiencia de la primera oleada de la revolución proletaria mundial (1917-1976) y del análisis dialéctico-materialista del curso de las cosas y dar al descontento, la intolerancia y la revuelta de las masas populares un desarrollo que multiplique y fortalezca la parte de ellas que se organiza alrededor del partido comunista hasta convertirla en una fuerza que establece su propio gobierno – el Gobierno de Bloque Popular – y se libera de las cadenas de la Comunidad Internacional de grupos imperialistas europeos, estadounidenses y sionistas para tomar el poder y establecer el socialismo, es decir:

1. poder de las masas populares organizadas alrededor del partido comunista;
2. gestión pública planificada de la actividad económica del país para satisfacer las necesidades de la población y las relaciones con otros países;
3. creciente participación de todas las masas populares en las actividades específicamente humanas y gestión de la vida social.

Como bien dijo Jorge Arreaza, Ministro de Relaciones Exteriores de la República Bolivariana de Venezuela, ante el golpe de Estado en Bolivia: “movilizarse para evitar la guerra imperialista, denunciando sus mecanismos con firmeza pero, sobre todo, es importante que las personas se organicen para cambiar las cosas en sus países, porque solo con el poder popular es posible prevenir la guerra y poner fin a la dominación de los grupos imperialistas”.

La revuelta de las masas populares en Bolivia y en los otros países oprimidos por el sistema imperialista mundial y, en particular, por los grupos imperialistas estadounidenses, europeos y sionistas, también nos fortalece.

Cada muestra de solidaridad con las masas populares de Bolivia las fortalece en su lucha y aumenta en los manifestantes la conciencia de que la lucha común para poner fin al sistema imperialista está en marcha en todos los países.

¡La forma más alta de solidaridad con las masas populares en revuelta en otros países es avanzar en la revolución socialista en nuestro país, hasta constituir un gobierno decidido y capaz de afirmar la soberanía nacional inscrita en la Constitución italiana de 1948 contra la Comunidad Internacional de los grupos imperialistas, sus instituciones (UE, BCE, FMI) y su brazo armado, la OTAN!

El futuro del país depende de las organizaciones obreras en las empresas capitalistas y las organizaciones populares en las empresas públicas y en los territorios poblados. 

¡Necesitamos multiplicarlas, fortalecerlas y llevarlas a coordinarse y convertirse en nuevas autoridades públicas que constituyen su propio gobierno de emergencia, el Gobierno de Bloque Popular!

¡Atrévete a luchar, atrévete a ganar! ¡El futuro es nuestro!

Napoli 12 dic2019: Guerra come smascherare le FakeNews

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