Pandemia e fine dell’epoca neoliberale

di Atilio A. Boron

Il coronavirus ha scatenato un’ondata di riflessioni e analisi che hanno come comune denominatore l’intenzione di tracciare i tratti (vaghi) del tipo di società e di economia che riemergeranno una volta messo sotto controllo il flagello. Ci sono molte ragioni per avventurarsi in questo tipo di speculazioni, si spera ben informate e controllate, perché se c’è una cosa di cui siamo completamente sicuri, è che la prima vittima fatale della pandemia è stata la versione neoliberale del capitalismo. E dico “versione” perché ho seri dubbi che il virus in questione abbia fatto il miracolo di porre fine non solo al neoliberismo ma anche alla struttura che lo sostiene: il capitalismo come modo di produzione e come sistema internazionale. Ma l’era neoliberale è un cadavere non ancora sepolto ma impossibile da resuscitare. Cosa succederà al capitalismo? Bene, proprio di ciò parleremo in quest’articolo.

Stimo molto il lavoro e la persona di Slavoj Zizek, ma ciò non è sufficiente per dargli ragione quando afferma che la pandemia ha inferto “un colpo alla Kill Bill al sistema capitalista”, dopo di che, seguendo la metafora cinematografica, dovrebbe cadere stecchito entro cinque secondi. Non è successo e non succederà perché, come Lenin ha ricordato in più di un’occasione, “il capitalismo non cadrà se non ci saranno forze sociali e politiche a farlo cadere”. Il capitalismo è sopravvissuto alla cosiddetta “influenza spagnola”, che ora sappiamo essere venuta alla luce in Kansas nel marzo del 1918 presso la base militare di Fort Riley, ed è stata poi diffusa in modo incontrollato dalle truppe statunitensi che hanno combattuto nella prima guerra mondiale. Le stime molto imprecise della sua letalità variano da 20, 50 a 100 milioni di persone, per cui non è necessario essere ossessionati dalle statistiche per diffidare del rigore di quelle stime ampiamente diffuse da molte organizzazioni, tra cui il National Geographical Magazine. Del resto, il capitalismo è sopravvissuto anche al tremendo tracollo globale prodotto dalla Grande Depressione, mostrando un’insolita capacità di resilienza – già segnalata dai classici del marxismo – di superare le crisi e persino di uscirne più forte. Pensare che in assenza di quelle forze sociali e politiche, indicate dal rivoluzionario russo (forze di cui al momento non si avverte la presenza, né negli Stati Uniti né nei Paesi europei), la tanto agognata scomparsa di un sistema immorale, ingiusto e predatore, nemico mortale dell’umanità e della natura, avverrà ora, è più una proiezione di un suo desiderio che il prodotto di un’analisi concreta. Zizek è fiducioso che, a seguito di questa crisi, l’umanità potrà ricorrere a “qualche forma di comunismo reinventato” per salvarsi. Questo è certamente possibile e auspicabile. Ma, come quasi tutto nella vita sociale, dipenderà dall’esito della lotta di classe; più precisamente dal fatto che, per tornare a Lenin, “chi sta sotto non vuole e chi sta sopra non può continuare a vivere come prima”, cosa che al momento non sappiamo. Ma la biforcazione della via d’uscita da questo frangente presenta un altro possibile esito, che Zizek identifica molto chiaramente: la “barbarie”.  Cioè la riaffermazione del dominio del capitale ricorrendo alle forme più brutali di sfruttamento economico, di coercizione politico-statale e di manipolazione delle coscienze e dei cuori attraverso la sua, al momento immutata, dittatura mediatica. “Barbarismo”, diceva István Mészarós con una dose di amara ironia, “se siamo fortunati”.

Ma perché non pensare a una soluzione di compromesso, né al tanto temuto “barbarismo” (di cui da tempo ci sono state somministrate dosi crescenti nei “capitalismi realmente esistenti”), né all’altrettanto agognata opzione di un “comunismo reinventato”? Perché non pensare che una transizione verso il post-capitalismo sarà inevitabilmente “disuguale e combinata”, con profondi progressi in alcuni settori: la de-finanziarizzazione dell’economia, la de-commercializzazione della sanità e della previdenza sociale, ad esempio, e altre più esitanti, incontrando maggiori resistenze da parte della borghesia, in settori quali il controllo rigoroso del mercato finanziario mondiale, la nazionalizzazione dell’industria farmaceutica (affinché i farmaci non siano più una merce prodotta a scopo di lucro), le industrie strategiche e i media, nonché il ritorno al pubblico delle cosiddette “risorse naturali” (beni comuni, appunto)? Perché non pensare a “quei tanti socialismi” di cui l’importante marxista inglese Raymond Williams parlava in modo premonitore a metà degli anni ’80 del secolo scorso?

Di fronte alla proposta di un “comunismo reinventato” il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han sale sul ring per confutare la tesi dello sloveno e si azzarda a dire che “dopo la pandemia, il capitalismo continuerà con più vigore”. È un’affermazione audace perché se c’è qualcosa che si profila all’orizzonte è la richiesta diffusa da parte di tutta la società di un intervento statale molto più attivo per controllare gli effetti esasperanti dei mercati sulla fornitura di servizi di base nella sanità, nell’edilizia abitativa, nella sicurezza sociale, nei trasporti, ecc. e per porre fine allo scandalo dell’iper-concentrazione di metà di tutta la ricchezza del pianeta nelle mani dell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale. Quel mondo post-pandemico avrà molto più Stato e molto meno mercato, con popolazioni “consapevoli” e politicizzate dal flagello a cui sono state esposti e inclini a cercare solidarietà e soluzioni collettive, persino “socialiste” in paesi come gli Stati Uniti, ci ricorda Judith Butler, rinnegando la furia individualista e privatizzante esaltata per quarant’anni dal neoliberismo e che ci ha portato alla tragica situazione che stiamo vivendo. E anche un mondo in cui il sistema internazionale ha già accolto, in modo definitivo, un modello diverso in presenza di una nuova triade dominante, anche se il peso specifico di ciascuno dei suoi attori non è lo stesso. Se Samir Amin aveva ragione alla fine del secolo scorso quando parlava della triade formata da Stati Uniti, Europa e Giappone, oggi questa triade è formata da gli Stati Uniti, Cina e Russia. E a differenza del precedente ordine tripolare, dove Europa e Giappone erano junior partners (per non dire pedine o lacchè, che suona un po’ offensiva ma è la qualifica che meritano) di Washington, oggi quest’ultima ha a che fare con la formidabile potenza economica della Cina, indubbiamente l’attuale locomotiva dell’economia mondiale, che relega gli Stati Uniti al secondo posto e che, per di più, ha assunto il ruolo guida nella tecnologia 5G e nell’Intelligenza Artificiale. A tutto ciò si aggiunge la non meno minacciosa presenza di una Russia che è tornata alla ribalta della politica mondiale: ricca di petrolio, energia e acqua; proprietaria di un territorio immenso (quasi il doppio del territorio degli Stati Uniti) e di un potente complesso industriale che ha prodotto una tecnologia militare all’avanguardia che in alcune settori strategici prevale su quello degli Stati Uniti. È difficile, come dice Han, che il capitalismo acquisisca nuovo vigore in questo scenario internazionale poco promettente. Se aveva l’attrazione e la diffusione globale che sapeva avere, era perché, come diceva Samuel P. Huntington, c’era uno “sceriffo solitario” che sosteneva l’ordine capitalista mondiale con il suo indiscutibile primato economico, militare, politico e ideologico.

Oggi la supremazia è nelle mani della Cina e l’enorme spesa militare degli Stati Uniti non riesce a piegare un Paese piccolo come la Corea del Nord o vincere una guerra contro una delle nazioni più povere del pianeta come l’Afghanistan. L’ascendente politico di Washington si mantiene appiccicato con lo sputo a malapena nel suo “cortile interno”: America Latina e Caraibi, ma in mezzo a grandi sconvolgimenti. E il suo prestigio internazionale è stato fortemente indebolito: la Cina è riuscita a controllare la pandemia e gli Stati Uniti no; Cina, Russia e Cuba stanno contribuendo a combatterla in Europa, e Cuba, esempio mondiale di solidarietà, sta inviando medici e medicinali nei cinque continenti, mentre l’unica cosa che viene in mente a chi passa dalla Casa Bianca è di inviare 30.000 soldati per un’esercitazione militare con la NATO e di intensificare le sanzioni contro Cuba, Venezuela e Iran, in quello che è chiaramente un crimine di guerra. La loro precedente egemonia è ormai un ricordo del passato. Ciò di cui si discute oggi nei corridoi delle agenzie governative statunitensi non è se il paese sia in declino o meno, ma la pendenza e il ritmo del declino. E la pandemia sta accelerando questo processo di ora in ora.

Il sudcoreano Han ha ragione, invece, quando dice che “nessun virus è in grado di fare la rivoluzione”, ma cade in ridondanza quando scrive che “non possiamo lasciare la rivoluzione nelle mani del virus”. È chiaro che non può! Diamo un occhio ai dati storici: la rivoluzione russa è scoppiata prima della pandemia di “influenza spagnola”, e la vittoria dei processi rivoluzionari in Cina, Vietnam e Cuba non è stata preceduta da nessuna pandemia. La rivoluzione è fatta dalle classi subalterne quando prendono coscienza dello sfruttamento e dell’oppressione a cui sono sottoposte; quando intravedono che, lungi dall’essere un’illusione irraggiungibile, è possibile un mondo post-capitalista e, infine, quando arrivano a darsi un’organizzazione su scala nazionale e internazionale per combattere contro una “borghesia imperiale” che un tempo intrecciava fortemente gli interessi dei capitalisti nei paesi sviluppati. Oggi, grazie a Donald Trump, quella solida unità al vertice del sistema imperialista è stata irrimediabilmente spezzata e la lotta lassù è di tutti contro tutti, mentre Cina e Russia continuano pazientemente e senza arroganza a costruire le alleanze che sosterranno un nuovo ordine mondiale.

Un ultimo ragionamento. Credo che dobbiamo valutare la straordinaria gravità degli effetti economici di questa pandemia, che renderà impossibile un ritorno al passato. I vari governi del mondo sono stati costretti ad affrontare una scelta crudele: la salute della popolazione o il benessere dell’economia. Le recenti dichiarazioni di Donald Trump (e di altri leader come Angela Merkel e Boris Johnson), secondo cui non adotterà una strategia di contenimento del contagio mettendo in quarantena ampie fasce della popolazione perché ciò paralizzerebbe l’economia, evidenziano la contraddizione di fondo del capitalismo. Perché, è bene ricordare, se la popolazione non va a lavorare, il processo di creazione del valore si ferma e non c’è né estrazione né realizzazione di plusvalore. Il virus salta dalla gente all’economia, e questo provoca la paura dei governi capitalisti che sono riluttanti a imporre o mantenere la quarantena perché la classe imprenditoriale ha bisogno di persone che escano in strada e vadano a lavorare anche se sanno che sta mettendo a rischio la loro salute. Secondo Mike Davis, il 45 per cento della forza lavoro statunitense “non ha accesso a permessi retribuiti per malattia ed è praticamente costretta ad andare al lavoro e a diffondere l’infezione oppure rimanere col piatto vuoto”.  La situazione è insostenibile per il capitale, che ha bisogno di sfruttare la propria forza lavoro e trova intollerabile che essa rimanga a casa; d’altronde i lavoratori, che, se vanno a lavorare o si infettano o infettano gli altri, e se rimangono a casa, non hanno soldi per soddisfare i loro bisogni più elementari. Questo cruciale bivio spiega la crescente belligeranza di Trump contro Cuba, Venezuela e Iran, e la sua insistenza nell’attribuire l’origine della pandemia ai cinesi. Deve creare una cortina fumogena per nascondere le terribili conseguenze di decenni di sotto finanziamento del sistema sanitario pubblico e di complicità con le truffe strutturali della medicina privata e dell’industria farmaceutica del suo paese. Oppure per dare la colpa della causa della recessione economica a coloro che consigliano alle persone di restare a casa. In ogni caso, e indipendentemente dal fatto che la via d’uscita da questa crisi sia un “comunismo reinventato” come vuole Zizek o un esperimento ibrido ma che punti chiaramente in direzione del post-capitalismo, questa pandemia (come spiegano chiaramente Mike Davis, David Harvey, Iñaki Gil di San Vicente, Juanlu González, Vicenç Navarro, Alain Badiou, Fernando Buen Abad, Pablo Guadarrama, Rocco Carbone, Ernesto López, Wim Dierckxsens e Walter Formento in vari articoli che circolano abbondantemente sul web) ha spostato le placche tettoniche del capitalismo globale e niente potrà mai più essere lo stesso. Inoltre, nessuno vuole che il mondo torni com’era prima, tranne quel pugno di magnati che si sono arricchiti grazie ai saccheggi selvaggi perpetrati durante l’era neoliberale. Si tratta di una sfida tremenda per chi di noi vuole costruire un mondo post-capitalista perché, senza dubbio, la pandemia e i suoi effetti devastanti offrono un’opportunità unica e inaspettata che sarebbe imperdonabile perdere. Quindi, la parola d’ordine del momento per tutte le forze anti-capitaliste del pianeta è: coscientizzare, organizzare e combattere; combattere fino alla fine, come voleva Fidel quando, in un memorabile incontro con gli intellettuali tenutosi nell’ambito della Fiera Internazionale del Libro dell’Avana, nel febbraio 2012, ci ha salutato dicendo: “Se vi dicessero: il pianeta sta morendo e questa specie pensante sta per finire, cosa fareste, iniziereste a piangere? Penso che dobbiamo combattere, è quello che abbiamo sempre fatto. Mettiamoci al lavoro!”. 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

Cile: intervista al portavoce del Collettivo antifascista del Colo Colo

da resumenlatinoamericano.org

Si chiama Alfredo Vielma, è il giovane portavoce del Collettivo Antifascista La Garra Blanca (valorosi sostenitori del Colo Colo, iconica squadra di calcio cilena) e soprattutto è un combattente dal basso e di sinistra. Un partecipante attivo, come molti della sua età (Alfredo ha 25 anni), a questa grande rivolta contro il capitalismo, che richiede le dimissioni di

Sebastian Piñera e qualcosa di più: la caduta del sistema oppressivo e repressivo.

Abbiamo parlato con Vielma in Plaza de la Dignidad, mentre i carabinieri si preparavano, come sempre, a reprimere, e il Gruppo Illapu accordava le chitarre per cantare e chiamare tutti a raccolta dai balconi di Radio de la Plaza, con migliaia di manifestanti che ridevano, cantavano e si preparavano  alla lotta.

Come è nata quest’ idea che le persone del collettivo… si unissero alla rivolta iniziata il 18 ottobre?

Abbiamo sempre auspicando che potesse verificarsi una situazione di ingovernabilità. Da quando ci siamo formati circa cinque anni fa, la nostra missione è sempre stata quella di partecipare attivamente al movimento popolare e in un certo senso di poter costruire situazioni di ingovernabilità che aprissero uno spazio di trasformazione per la società cilena.

Ecco perché, più che partecipare, ci consideriamo parte delle organizzazioni sociali e popolari che hanno dato vita a questa rivolta. Circa un mese prima del 18 ottobre, stavamo già sostenendo gli studenti delle scuole superiori quando chiedevano di saltare i tornelli della metropolitana, invitando alla disubbidienza di massa. Anche noi facevamo parte di quel movimento. Così, quando è successo, quello che abbiamo fatto è stato mettere tutta la nostra capacità pratica al servizio del movimento, il che significa che fondamentalmente ci siamo mobilitati e abbiamo partecipato a tutte le istanze collettive che hanno avuto luogo fin dall’inizio.

Come giudicate l’evoluzione di questo movimento? Lo vedete crescere o stabilizzarsi su quello che fa in quanto non è riuscito a rovesciare Piñera?

Penso che sia molto difficile poter stimare lo stato della mobilitazione perché, per prima cosa, è una mobilitazione super inorganica, e secondariamente bisogna considerare le componenti territoriali. Parlando con un compagno francese, mi ha detto che la lotta di classe in Francia si ferma durante le vacanze. Qui non è successo esattamente  la stessa cosa. Tuttavia, la lotta popolare è calata un po’, in un certo senso, nel periodo delle vacanze, ma ora si sta intensificando di nuovo. Quello che posso dire è che effettivamente a livello di coscienza, la mobilitazione ha portato un importante cambiamento qualitativo che non si vedeva da molto tempo in Cile. Oggi la mobilitazione è più piccola di prima, ma c’è molta organizzazione popolare, è diventata più compatta.

Pensi che questa inorganicità di cui parli, questa orizzontalità nel movimento, questa mancanza di leader, complichi o aiuti?
Credo che bisogna distinguere gli elementi di cui stiamo parlando. Prima di tutto, l’inorganicità. Il fatto che ci sia poca organicità è un problema, il basso livello di coordinamento tra tutte le persone che stiamo mobilitando è ovviamente un problema.

Ma, per esempio, la mancanza di leadership è una diagnosi politica della mobilitazione, che ha a che fare con una sinistra che per molto tempo non ha dato abbastanza spazio per formare una leadership di classe e popolare, quindi ora la gente non è disposta ad accettare una qualsiasi leadership che emerga da una linea politica che in realtà non ha senso o radicamento.

Penso che l’orizzontalità sia più che altro una virtù. Gli ultimi processi latinoamericani mostrano che i movimenti di sinistra e popolari hanno ripetutamente bisogno di un cambiamento di leadership o, meglio, di formare figure di leadership collettiva. Quindi, riconosco quella presunta mancanza di leadership e di orizzontalità come una virtù.

 

title=Questi giovani di Prima Linea che combatto per le strade, sono stanchi dei partiti e della politica borghese?

Non solo della politica borghese. Io sono una persona squisitamente di sinistra, ma sono critico nei confronti della mia parte politica. Anche noi, anche quelli di noi che hanno cercato di fare organizzazione di classe, abbiamo fallito. Penso che la gente, infatti, non sia stanca di stare a sinistra, sa di essere di sinistra, sa che c’è questa classica, storica, dialettica dicotomia tra destra e sinistra. Sono però stanchi di un’organicità che non porta cambiamenti e che non è efficace nel momento della trasformazione. Lo stesso vale per la demagogia, i discorsi vuoti, le dichiarazioni in venti punti che non vanno da nessuna parte. Siamo a favore di una nuova politica, di un nuovo modo di essere a sinistra.

Cosa rappresenta per voi la Prima Linea?

E’ un’espressione politica nata proprio qui in Cile, che non ha più alcun riferimento da molto tempo, praticamente dalle lotte contro la dittatura. Dal 2011 esperienze simili si rispecchiano in questo senso. Prima Linea ha a che fare con i giovani del popolo che non hanno nulla da perdere perché si trovano in una situazione di emarginazione neoliberale. Sono tutti i giovani che il neoliberismo alla fine esclude dalla vita pubblica e che dà loro peggiori condizioni di vita privata. Sono questi che stanno dando il petto ai proiettili, sono i Mauricio Fredes (morto perchè braccato dai carabinieri), sono le persone che sono cadute nelle città e che rimangono anonime, sono le persone che sono state bruciate a morte dai militari nei supermercati. Questa è la Prima Linea, un’espressione politica molto ricca, un fenomeno degno di partecipazione e di studio perché rappresenta l’unico modo in cui i giovani che non sono rappresentati rappresentano se stessi.

Ed è interclassista, infatti vediamo persone molto umili ma anche persone della classe media coinvolte in questo movimento.

E’ interclassista come tutto questo movimento, ma penso che la grande virtù che va riconosciuta al movimento sia proprio quella di essere espressione delle classi popolari. Abbiamo accenni di multiclassismo in diverse esperienze: le assemblee territoriali e le manifestazioni in Plaza de la Dignidad, ne danno un resoconto. Ma, infine, direi che l’80% dei giovani che vi si trovano sono appartenenti alle classi popolari, tra questi abbiamo incontrato anche i giovani migranti boliviani, peruviani e haitiani. Quindi credo che sia una delle espressioni più popolari di questo movimento.

In Prima Linea, ci sono tanto ragazzi che ragazze, o per dirla con il gergo cileno: “cabras y capros”.

Ci sono molte ragazze perché penso che questo movimento abbia a che fare anche con i movimenti che stanno simultaneamente avvenendo in Cile. Prima del 18 ottobre, il movimento principale in politica era il femminismo. Ecco perché vediamo che le donne oggi sono assolutamente integrate: ci sono i compagni della Prima Linea, quelli delle assemblee territoriali e in tutte le espressioni di lotta, semplicemente perché sono protagoniste della politica. Di fatto, l’8M è stata una sfida per il movimento delle donne anche in virtù del movimento popolare. Nei giorni precedenti si è innescata una situazione che con l’8M è esplosa e sono state le compagne a farla esplodere.

Questo processo è sufficiente a far cadere Piñera?

Penso che questo movimento stia finalmente sottolineando che le riforme nel quadro neoliberale, il ricambio di leader, non siano sufficienti, non siano all’altezza. Se c’è una virtù e un difetto che possiamo riconoscere in parallelo a questo movimento, è che nessuno sa veramente quando finirà. Tutti sappiamo che stiamo chiedendo concretamente la fine della precarizzazione della vita, vogliamo una vita più dignitosa, ma evidentemente questo non si risolve con la cacciata di Piñera, la sua caduta non è sufficiente e tanto meno sappiamo fino a che punto si spingerà. Forse questo movimento apre un enorme breccia per la trasformazione di questo paese, come non accadeva dai tempi dell’Unità Popolare negli anni ’70.

C’è la possibilità che questo nuovo movimento abbia un legame con il precedente, con quello che viene dalla lotta contro la Dittatura, che ha morti, scomparsi, prigionieri ed ex-prigionieri? Vedi un filo conduttore che potrebbe unire queste due storie?

C’è un filo conduttore nel fatto che questi leader politici assumono criticamente che non possono più tentare di guidare ciò che non hanno mai guidato. Siamo colpevoli oggi dello stato di disgregazione della politica della sinistra rivoluzionaria, dei movimenti popolari, purtroppo a causa di quella generazione, lo dico con immenso dolore perché sono stato formato politicamente da quella generazione, sono diventato un rivoluzionario di sinistra con quelle persone. Ma questo movimento è anche un segno di stanchezza verso il loro modo di fare politica, perché se qui siamo stanchi della politica neoliberale, siamo anche stanchi di una verbosità e di una demagogia vuota che, purtroppo, ci è stata trasmessa dai compagni. Sono compagni che sono qui oggi, e credo che ci sia una buona disposizione da parte loro ad essere integrati in questi movimenti. Alcuni lo fanno con l’umiltà di accettare il rinnovamento, sapendo che noi riconosciamo la loro esperienza come positiva, che le lotte antidittatoriali sono state la lotta di liberazione nazionale del popolo cileno, ma anche sapendo che ci hanno lasciato costumi che ci sono stati dannosi, e questo movimento porta con sé anche questa trasformazione.

Che ne pensi del prossimo referendum? Sono in molti, da sinistra e dalla strada, a dire che il processo è stato cooptato da coloro che facevano parte del governo a quel tavolo per lanciare quell’appello, e ce ne sono altri che dicono che al di là del referendum la lotta deve continuare in strada.

Parlerò da sostenitore del Colo Colo, anche perché noi de La Colo siamo un movimento composto da vari ambienti: ci sono i collettivi politici, il mio collettivo antifascista de La Garra Blanca, c’è il Club Social y Deportivo La Garra Blanca, i tifosi in generale. In questo momento tutte queste componenti sono per APPROVO per il referendum. Da antifascisti de La Garra Blanca abbiamo cercato di caratterizzarlo come un APPROVO combattivo, che sappiamo anche che nel quadro delle riforme neoliberali non sono possibili tutte le trasformazioni della vita di cui abbiamo bisogno, ma siamo consapevoli che comunque apre un’importante finestra di sovranità popolare.

Credo che dobbiamo capire che, come agli intellettuali piace dire molto, con una cittadinanza vigile, come quella che abbiamo oggi in Cile, è possibile aprire nuovi spazi di trasformazione. Più che un cittadino, abbiamo un popolo vigile che osserva ciò che accade in politica. In Cile, tanto tempo fa, oserei dire che 40 anni fa, non avevamo un popolo interessato alla politica e oggi la politica è tornata al centro della vita.

Se mi chiedeste cosa vorrei che lasciasse un segno in questa Costituzione, in questa possibilità costituente, sarebbe ovviamente la sovranità nazionale popolare e, d’altra parte, il centro della vita nella politica, la politica come strumento per risolvere i problemi, dialogo, in modo da poter mettere in luce anche le posizioni popolari, perché oggi non ce l’abbiamo, abbiamo una chiusura costituzionale molto forte, e quello che cerchiamo è proprio di rompere questo muro. Forse non avremo la società che vogliamo, non conquisteremo l’uguaglianza, la solidarietà, le espressioni di sovranità popolare che vogliamo, ma riusciremo a ripristinare i dibattiti che sono molto importanti.

Ecco perché il referendum e la Costituzione stessa non devono essere visti come fine a se stessi, ma come strumenti politici, come ciò che sono. Le Costituzioni sono strumenti politici soggetti a interpretazione, e oggi ne abbiamo una che favorisce le interpretazioni borghesi e oligarchiche. Dobbiamo rompere con questo paradigma per avere un nuovo strumento costituzionale che ci favorisca nella costruzione popolare.

Chi era Neko Mora, uccisa dai moschettoni giorni fa?

Era un sostenitore molto importante del Colocolo, non faceva parte del nostro collettivo, ma era un antifascista. Lo conoscevo e posso dire che era una individuo e compagno molto unitario, un militante comunista e un “colocolino” che si dedicava sempre alla costruzione di un movimento Colocolino organizzato e cosciente, almeno così lo ricordiamo. Inoltre, dobbiamo ricordare che Neko è un giovane morto durante una mobilitazione, non è morto fuori dallo stadio, è morto perché quel giorno aveva organizzato una mobilitazione fuori dallo stadio, è morto su una barricata. Un enorme camion, di molte tonnellate, lo ha schiacciato perché ha travolto la barricata che Neko stava difendendo.

L’unità dei tifosi cileni è ancora forte. Ne siamo rimasti molto colpiti perché non è facile unire persone che sono separate dal calcio.

Penso che ci sia qualcosa da dire sul movimento delle tifoserie cilene. Voglio dire, i gruppi cileni hanno un’unità che oggi si costituisce come unità di classe, le differenze che si sono aperte sulla base del calcio sono molto forti perché sono differenze che si basano sull’ideologia neoliberale. Il neoliberismo ha creato divisione nel popolo e lo ha fatto, purtroppo, anche attraverso il calcio.

Oggi dobbiamo riconoscere che ricostruire questo processo organico per ridiventare un popolo è qualcosa di importante su cui stiamo lavorando. Ma, almeno per la strada abbiamo una neutralità, siamo uniti come popolo e siamo anche favorevoli a questo movimento di rivolta di cui il barrismo( fenomeno dei gruppi delle tifoserie) è stato indubbiamente protagonista.

Grazie mille.

Grazie mille per aver reso visibile quello che vogliamo dire, pochissime persone ascoltano quello che sta succedendo con il calcio e vorrei confermare che questo movimento sfida oggi il modello culturale neoliberista dell’America Latina. Ci hanno sempre rimproverato, a noi garristi(tifosi di calcio), dei bassi fondi, poveracci, ladruncoli, ci hanno attaccato la croce addosso, di essere tutto ciò che c’è di male nella società, ma questo movimento ha appena ribaltato la situazione e minaccia l’egemonia culturale della destra latinoamericana su l’emarginazione, di costruirci in modo negativo.

Un’altra cosa che credo che questo movimento abbia appena invertito è vedere tante bandiere mapuche a Santiago del Cile, non solo il 12 ottobre, ma ogni giorno.

Ha a che fare con la sconfitta di un’egemonia su ciò che è negativo, perché il negativo in Cile è sempre stato essere un indio, essere un tifoso di calcio, ascoltare il reggaeton, essere un cumbiero, questa è sempre stata indicata come una cosa negativa. Noi gli abbiamo ridato un significato politico, il nostro movimento dice che essere Cuma(dei bassi fondi), essere poveri, essere neri, essere mapuche, è qualcosa di politico ed è dovuto all’emarginazione. Ci siamo uniti in questa emarginazione. Ecco perché penso che oggi si radichi la paura culturale che la borghesia ha nei nostri confronti, ecco perché la paura della bandiera mapuche, ecco perché l’assassinio di Camilo Catrillanca, come se fosse stata una profezia che tutto questo stesse arrivando, come se fosse stata una vendetta in anticipo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

L’economia dopo la catastrofe

La economía después de la catástrofedi Atilio Boron

La Grande Depressione degli anni Trenta trascinò a fondo, nella sua caduta, l’ortodossia liberale, i cui pilastri erano la divisione internazionale del lavoro tra i Paesi avanzati e la periferia capitalistica produttrice di materie prime; il gold standard e la dottrina del laissez-faire che sanciva il primato assoluto dei mercati e, di conseguenza, lo “Stato Minimo” che si limitava a garantire che quest’ultimi portassero sotto la sua orbita le più diverse componenti della vita sociale, instaurando, di fatto, una vera e propria “dittatura del libero mercato”. Ma sul finire del 1929 scoppia la Grande Depressione e il mondo che emerge dalle ceneri della crisi è molto diverso: la divisione internazionale del lavoro comincia a vacillare perché alcuni Paesi della periferia iniziano un vigoroso processo di espansione industriale. Il gold standard fu sostituito, dopo un turbolento interregno che si sarebbe concluso solo con la fine della seconda guerra mondiale, dal dollaro, che fu introdotto come moneta di scambio universale perché a quel tempo non c’era altra moneta che potesse competere con essa per le distruzioni causate dalla guerra. E soprattutto la cosa più importante: i mercati furono sottoposti ad una crescente regolamentazione da parte dei governi, il che portò a rovesciare un’asimmetria che se prima era stata molto favorevole ai mercati, per poi cominciare a spostarsi a favore degli Stati. Di conseguenza la spesa pubblica richiesta dalle nuove esigenze di una cittadinanza mobilitata e rafforzata dalle lotte contro la depressione e dalla ricostruzione post bellica fece crescere notevolmente la dimensione dello Stato in rapporto al PIL, come mostra la tabella seguente.


Debito totale dei governi, 1900, 1929, 1975
(% del Pil)


1900         1929         1975
__________________

Germania                     19.4          14.6          51.7

Regno Unito                 11.9          26.5          53.1

Stati Uniti                       2.9            3.7          36.6

Giappone                        1.1            2.5          29.6

Fonte: IMF Data, Fiscal Affairs Departmental Data, Public Finances in Modern History

 

Le cifre parlano da sole e ci risparmiano di dover ricorrere a complicate argomentazioni per dimostrare l’enorme portata del cambio di paradigma della governance macroeconomica del capitalismo dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. La Germania ha più che triplicato la spesa pubblica tra il 1929 e il 1975; il Regno Unito l’ha aumentata di poco più del doppio e gli Stati Uniti e il Giappone rispettivamente quasi di dieci e dodici volte! Più Stato che mercato per sostenere il processo di democratizzazione e di cittadinanza del dopoguerra. La salute, la sicurezza sociale, l’istruzione, l’abitare e tutti i beni pubblici che lo Stato deve garantire sono stati i motori della crescente centralità dello Stato nella vita economica e sociale.

Ma questo non è tutto: un altro aspetto da sottolineare è che una volta esaurito il ciclo keynesiano nel 1974/75 e realizzato il nefasto ritorno del liberalismo (ora addolcito con il prefisso “neo”, per indurre l’ingenuo a credere che si tratti di una formula innovativa) in nessuno di quei Paesi lo Stato si è ridotto al livello che aveva alla vigilia della Grande Depressione, stravolgendo il ruolo di centro gravitazionale ormai assunto nelle economie. Il ritmo di crescita conobbe un rallentamento e la spesa pubblica si ridusse, soprattutto in Gran Bretagna (sotto il Thatcherismo) e in Germania (con la truffa della “terza via”) e meno negli Stati Uniti e in Giappone. Ma anche così, nel 2010, questi quattro paesi erano ancora, in termini di peso dello Stato, ben al di sopra dei livelli esibiti durante il periodo di massimo splendore del liberalismo dei primi tre decenni del ventesimo secolo. Anche tenendo conto dei tagli avvenuti negli ultimi dieci anni, lo Stato ha un peso ancora superiore rispetto al 1929.

Quale sarebbe la conclusione da trarre da quest’analisi? Che la pandemia che oggi colpisce il pianeta, avrà un impatto pari o superiore a quello della Grande Depressione e della Seconda Guerra Mondiale. Il capitalismo europeo e americano, che aveva già dato chiari segnali di avvicinarsi a un’imminente recessione, sarà spazzato via dalle conseguenze economiche dell’attuale catastrofe sanitaria. E la via d’uscita da quella crisi avrà come uno dei suoi segni distintivi il fallimento ideologico del neoliberismo, con la sua stupida fede nella “magia dei mercati”, nelle privatizzazioni e nelle deregolamentazioni, e nella presunta capacità delle forze di mercato di allocare razionalmente le risorse. Questo costringerà ad una profonda revisione del paradigma delle politiche pubbliche a partire dall’assistenza sanitaria e, subito dopo, dalla previdenza sociale, come preludio a quella che sarà la battaglia decisiva: mettere sotto controllo il capitale finanziario e la sua rete globale che sta soffocando l’economia mondiale, causando recessioni, aumentando la disoccupazione e portando la disuguaglianza economica a livelli estremamente elevati. Un capitale finanziario ultra parassitario che finanzia e protegge le mafie dei “colletti bianchi” e che, con la compiacenza o la complicità dei governi dei capitalismi centrali e delle istituzioni economiche internazionali, crea “paradisi fiscali” che facilitano l’occultamento dei loro crimini e l’evasione fiscale che impoverisce gli Stati privandoli delle risorse necessarie per garantire una vita dignitosa ai propri popoli.

Questo è il mondo che verrà una volta che la pandemia sarà un triste ricordo del passato. Naturalmente, a quel punto le forze popolari dovranno essere molto ben organizzate e coscienti (e coordinate a livello internazionale) perché questi cambiamenti non saranno un regalo di una borghesia imperialista pentita dei suoi crimini e disposta ad abbandonare i suoi privilegi, ma dovranno essere conquistati attraverso grandi mobilitazioni e lotte sociali per imporre un nuovo ordine economico e sociale post-capitalista. Ci vorrà coraggio per combattere per la costruzione di quel nuovo mondo, ma anche intelligenza per stimolare la coscienza critica delle grandi masse popolari ed evitare che cadano, ancora una volta, nelle trappole che gli stregoni del neoliberismo stanno già preparando. Hanno un obiettivo molto chiaro: dopo la pandemia, che tutto rimanga uguale. Dobbiamo essere pronti ad affrontarli e ad assumerci la responsabilità di realizzare esattamente il contrario: che nulla rimanga uguale, illuminando con le nostre lotte e con la nostra coscienza i contorni della nuova società che sta lottando per nascere. Una società, insomma, dove la salute, la medicina, l’istruzione, la sicurezza sociale, l’abitare, i trasporti, la cultura, la comunicazione, la svago, lo sport e tutte le cose che fanno la vita dignitosa non siano più merci, ma acquisiscano il loro irrinunciabile status di diritti universali. E questa sarà una grande opportunità per cercare di farlo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Pandemia: La Casa Bianca e FMI i primi infetti

Pandemia: la Casa Blanca y el FMI los primeros infectados

di Atilio A. Boron

Guerre, crisi economiche, disastri naturali e pandemie sono eventi catastrofici che fanno emergere il peggio e il meglio nelle persone – sia nei leader che nella gente comune – e anche negli attori sociali e nelle istituzioni. È in circostanze così avverse che le belle parole svaniscono nel nulla e danno luogo ad azioni e comportamenti concreti. Giorni fa e trattenendo a malapena le lacrime, il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, ha denunciato davanti alle telecamere il grande inganno della “solidarietà europea”. Non esiste una cosa del genere, ha detto Vucic, è una favola per bambini, carta straccia. Ha poi ringraziato la Repubblica Popolare Cinese per la sua collaborazione. E aveva ragione nella sua denuncia. Dall’America Latina abbiamo a lungo avvertito che l’Unione Europea era un sottile raggiro, pensato per avvantaggiare la Germania più di ogni altra cosa attraverso il controllo della Banca Centrale Europea (BCE) e con l’Euro per assoggettare i paesi dell’Eurozona ai capricci – o agli interessi – di Berlino. L’esitante reazione iniziale della BCE all’eccezionale richiesta di aiuto dell’Italia per affrontare la pandemia che sta devastando la penisola ha mostrato per alcune ore ciò che il leader serbo aveva denunciato. Un scandaloso “ognuno per sé”, che smonta la retorica sdolcinata de “l’Europa dei cittadini” e “Europa una e multipla” e altre simili balle. Una favola per bambini, come diceva Vucic.

Lo stesso e ancora di più vale per la banda di delinquenti che si è insediata alla Casa Bianca per mano di Donald Trump che, di fronte a un Iran pesantemente colpito dalla pandemia, ha pensato solo ad un’escalation delle sanzioni economiche contro Teheran. Né ha mostrato alcun segno di riconsiderare la sua politica di genocidio che opera per mezzo del blocco economico su Cuba e Venezuela. Mentre Cuba, la solidarietà internazionale fatta nazione, aiuta i viaggiatori britannici della nave da crociera Braemar che si trova a largo dei Caraibi, Washington invia 30.000 soldati in Europa e i cittadini statunitensi, incoraggiati dal “capo”, si preparano ad affrontare l’epidemia comprando armi da fuoco! Non c’è più niente di cui discutere.

Fedele ai suoi padroni, il Fondo monetario internazionale ha dimostrato per l’ennesima volta di essere uno dei punti nevralgici della putrefazione morale del pianeta e, una volta che questa pandemia sarà passata, i suoi giorni saranno sicuramente contati. Con una decisione che lo fa sprofondare nelle fogne della storia, ha respinto una richiesta di 5 miliardi di dollari presentata dal governo di Nicolás Maduro, richiesta che trovava ragione nel Rapid Financing Facility (RFF) creato appositamente per aiutare i paesi colpiti dal COVID19. La motivazione addotta per il rifiuto della richiesta è al di là della legalità, perché afferma che “l’impegno del FMI nei confronti dei paesi membri si basa sul riconoscimento ufficiale del governo da parte della comunità internazionale, come si evince dall’appartenenza al FMI e non c’è chiarezza sul riconoscimento in questo momento”. Due commenti su questo miserabile episodio: in primo luogo, la Repubblica Bolivariana del Venezuela è ancora oggi elencata come paese membro sul sito web del FMI. Quindi la chiarezza “sul riconoscimento” è assoluta, lampante. Ovviamente non basta a nascondere il fatto che gli aiuti vengono negati a Caracas per motivi meschinamente politici. In secondo luogo, da quando il riconoscimento di un governo dipende dall’opinione amorfa della comunità internazionale e non dagli organismi che lo istituzionalizzano, come il sistema delle Nazioni Unite? Il Venezuela è membro dell’ONU, uno dei 51 paesi che hanno fondato l’organizzazione nel 1945, e membro di diverse commissioni dedicate. La famosa “comunità internazionale”, menzionata da persone come Trump, Piñera, Duque, Lenín Moreno e altri della loro cricca per prendersela col Venezuela, è una volgare finzione, come Juan Guaidó, che non arriva a contare nemmeno 50 dei 193 Paesi che compongono le Nazioni Unite.

Le ragioni profonde di questo rifiuto non hanno quindi nulla a che vedere con quanto ha detto il portavoce del FMI e sono le stesse che spiegano l’assurdo prestito di 56 miliardi di dollari concesso al governo corrotto di Mauricio Macri e che è stato utilizzato soprattutto per facilitare la fuga di capitali verso paradisi fiscali che gli Stati Uniti e i loro partner europei hanno disseminato nel mondo. Spero vivamente che la pandemia (che è anche economica) e il disastro del prestito Macri diventino due bare per un’istituzione come il FMI che, dalla sua creazione nel 1944, ha fatto sprofondare centinaia di milioni di persone nella fame, nella povertà, nelle malattie e nella morte con le sue raccomandazioni e condizioni. Ragioni profonde, abbiamo detto, che alla fine si riferiscono a qualcosa di molto semplice: il FMI non è altro che un docile strumento della Casa Bianca e fa quello che l’inquilino del momento gli dice di fare. La Casa Bianca vuole soffocare il Venezuela e il Fondo fa il suo dovere.

Non mancheranno coloro che mi accuseranno di essere il prodotto di un antimperialismo allucinato. Per questo ho preso l’abitudine di appellarmi sempre più a ciò che dicono i miei avversari per difendere le mie opinioni e disarmare la destra semianalfabeta e reazionaria che prospera a queste latitudini. Leggiamo quello che Zbigniew Brzezinski scrisse poco più di vent’anni fa in un testo classico, uno dei miei libri da comodino: “La grande scacchiera. La Supremazia Americana e i suoi Imperativi Geostrategici” in relazione al FMI e alla Banca Mondiale. Parlando delle alleanze internazionali e delle istituzioni emerse dopo la seconda guerra mondiale, ha detto: “Inoltre, la rete globale di organizzazioni specializzate [specializzate nel senso che seguono Il principio di specialità, ossia: le organizzazioni internazionali sono soggetti internazionali derivati e quindi creati per raggiungere obiettivi specifici, fissati dagli Stati membri, il cui raggiungimento delimita l’ambito di competenza dell’Organizzazione. NdT] in particolare le istituzioni finanziarie internazionali, deve essere considerata come parte del sistema statunitense. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale sono considerati rappresentanti degli interessi “globali” e divisioni amministrative globali. In realtà, però, sono istituzioni fortemente dominate dagli Stati Uniti e le loro origini risalgono a delle iniziative americane, in particolare alla Conferenza di Bretton Woods del 1944″. (pp. 36-37)

C’è qualcos’altro da dire?  Brzezinski era un furioso anticomunista e anti-marxista. Ma, come grande stratega dell’impero, doveva riconoscere i fatti reali, altrimenti le sue indicazioni sarebbero state delle vere e proprie sciocchezze. E quello che ha detto e scritto è ineccepibile. Concludo testimoniando la mia fiducia che Cuba e Venezuela, i loro rispettivi popoli e governi, usciranno da questa durissima prova a cui sono sottoposti dall’immoralità e dall’arroganza del tiranno mondiale, che crede di avere il diritto di dire a tutti cosa fare, pensare e dire, in questo caso attraverso il FMI. Non passerà molto tempo prima che la storia gli insegni una lezione memorabile, al tiranno e ai suoi lacchè.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]  

 

 

Mark Burton: «È ancora possibile che Simón Trinidad torni nel suo Paese»

Risultato immagini per simon trinidaddi Danna Urdaneta* 

Dopo aver appreso, questo 27 dicembre, della morte di Alix Pineda, madre di Ricardo Palmera (Simón Trinidad), pubblichiamo questa intervista a Mark Burton, avvocato del ribelle appartenente alla ex insorgenza delle forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), realizzata alla fine del 2019. Trinidad è stato estradato in Colorado, USA, ed è vittima di una montatura giudiziaria inscenata con falsi testimoni e prove contraffatte.

Mark Burton è un difensore dei diritti umani negli Stati Uniti. Attualmente è membro della direzione nazionale del Consiglio di pace del suo Paese ed è il rappresentante legale di Simón Trinidad, un combattente dell’ex insurrezione delle FARC, estradato illegalmente in seguito a un montatura giudiziaria. Burton ha seguito il processo di pace all’Avana – Cuba – e al momento si occupa della lotta del popolo venezuelano contro il blocco economico e contro l’ingerenza degli Stati Uniti.

Chi è Simón Trinidad?

È una domanda un po’ complessa, Simón è molte cose. La prima è che proviene dalla società colombiana abbastanza privilegiata, quindi è una persona che ha vissuto bene la prima parte della sua vita. Eppure ha sempre avuto nel cuore gli interessi dei più poveri: i contadini, gli operai. È stato un combattente, ma un combattente d’eccellenza. Una persona completamente impegnata nella sua lotta, con idee molto salde e complesse. È stato anche una persona di buona volontà, una brava persona. È un mio cliente, ma lo considero anche un mio amico.

C’è chi rende omaggio a Simon Trinidad. Jorge Enrique Botero, uno dei fondatori del teleSUR, ha scritto una biografia del suo assistito: “Simón Trinidad. L’uomo di ferro”. Perché persone provenienti da diversi settori della società colombiana vogliono dare visibilità a Simón?

Botero è un grande giornalista colombiano, un cronista della guerra civile, della lotta armata e di tutto il resto.  Ha realizzato molti documentari e articoli sulla lotta armata in Colombia. Ma Botero ha sempre avuto a cuore Simón Trinidad, infatti ha scritto la biografia di Simón, conosce tutta la sua famiglia, ha studiato tutto della sua vita, e continua ad essere un estimatore di Simón Trinidad, preoccupato per le sue condizioni di reclusione e per la sua libertà. Davvero, questo non deve sorprendere.  La verità è che molte persone ammirano Simón Trinidad. Conoscerlo significa ammirarlo, perché è un uomo intelligente, umano, e allo stesso tempo molto fermo nelle sue idee politiche e sociali. Non si trovano molte persone così nella vita. È uno che la peggiore prigione degli Stati Uniti non è riuscito a farlo crollare. È una persona che solo per la sua fermezza, per le sue idee, per il suo carattere, merita ammirazione.

La montatura contro Trinidad

Nel suo primo viaggio in Venezuela, si è commosso quando ha parlato delle condizioni di prigionia di Simón Trinidad, della sua vita e delle sue lotte. Ricordo che qualcuno intervenne e disse: “se piange è perché Simón è una brava persona”. Perché un gringo difende, si dedica alla difesa di un colombiano?

Ebbene, questa tristezza, le lacrime e tutto il resto, sono cose complicate. Sono lacrime di tristezza, perché è rinchiuso lì in prigione, da solo, nel bel mezzo degli Stati Uniti, lontanissimo dal suo paese, dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua vita. Ma sono anche lacrime di frustrazione, perché è una persona così capace, con tanta cultura e saggezza. È molto frustrante che si trovi in una prigione per motivi politici. Sono anche lacrime di rabbia! Perché quello che gli è capitato è stato così ingiusto, così orribile, che mi suscitano frustrazione, tristezza e rabbia, tutto mischiato.

Il 3 maggio 2019 ha parlato di Simón Trinidad a Dossier, con Walter Martinez. Ha messo in evidenza la montatura che Alvaro Uribe e compagnia hanno architettato contro Simon, ed ha affermato di essere in possesso di documenti che provano la falsificazione. Può dirci come è iniziato tutto questo?

Simón è stato vittima di molteplici montature sia in Colombia che negli Stati Uniti. In Colombia, quando Simón è entrato nelle FARC nel 1987, era conosciuto come un professore, un intellettuale, non un comandante di alto livello. Tutti i documenti che ho dei servizi segreti militari e della polizia colombiana dicono che era un intellettuale. Ma, alla fine del 1998, durante i dialoghi a Caguán, è stato un interlocutore della guerriglia, per la sua intelligenza, per la sua preparazione e per i suoi studi.

Cominciò ad assumere un ruolo pubblico, più visibile rispetto a prima. Egli stesso ha dialogato con il governo, con diplomatici di altri Paesi e con i media. e’ così che la sua figura è diventata più conosciuta. Dopo il fallimento del processo di pace di Caguán nel 2002, si cominciò una guerra sporca per bruciare le campagne. Il governo di Uribe [2002-2010] pensava che per eliminare le FARC sarebbe bastato annientare le comunità che sostenevano le FARC: i contadini, il popolo. Così ci fu una guerra finanziata da [Bill] Clinton e [George] Bush per fare guerra alla popolazione, una guerra alla popolazione delle aree rurali della Colombia.

Questa guerra comprendeva una caccia alle streghe contro guerriglieri e contro Simon per punirlo per il ruolo ricoperto nei colloqui e, per aver dato alle FARC un’immagine positiva. L’establishment ha cominciato a dire che Simon era un importante comandante delle FARC, componente dello Stato Maggiore, in modo da poterlo accusare, come autore intellettuale, di crimini di guerra. Ma è tutta una menzogna, Uribe e i suoi servizi di intelligence hanno detto che era il numero 26 dello Stato Maggiore, quando  lo stesso Stato Maggiore conta solamente 25 membri.

Lui stesso ha portato avanti queste cause, e ne ha vinte diverse. I tribunali hanno capito che non era un comandante di alto grado. Poi è stato catturato a Quito il 1° gennaio 2004. Grazie a Wikileaks sappiamo che già il 4 gennaio fu inviato un messaggio a Washington dall’ambasciatore statunitense in Colombia che diceva che Uribe avrebbe voluto spedire Simón negli Stati Uniti, ma non c’era nessuna indagine o procedimento a suo carico.

Per questo motivo Uribe ha iniziato a costruire la montatura dicendo che mentre Simon era a El Caguan, complottava per mandare cocaina negli Stati Uniti. Poi hanno voluto coinvolgerlo nel caso degli appaltatori statunitensi che erano prigionieri di guerra dell’insurrezione. Ma nemmeno con questo aveva a che fare.

Dialoghi di pace, stigmatizzazioni e solidarietà bolivariana

Arrivarono i colloqui di pace all’Avana e non fu possibile portare Simón al tavolo dei negoziati. Con l’attuale escalation del conflitto, come si potrà rimpatriare Simón Trinidad?

È sempre stato il desiderio di molte persone che Simón fosse presente ai negoziati di pace dell’Avana con il governo colombiano. Questo non è stato possibile. Ora ci sono anche molte persone che vogliono vedere Simón in Colombia. Allo stato attuale è un po’ più complicato ottenere il rimpatrio perché il processo di pace vive gravi difficoltà. C’è una sezione delle ex FARC che ha ripreso le armi e pensa che non valga la pena di continuare questo processo di pace perché non ci sono le dovute garanzie. Altri dicono che ci sono, che vale la pena, che è possibile combattere legalmente.

Ma per Simón è ancora possibile tornare al suo paese. Ascolta, cosa penseranno i colombiani se Simón Trinidad dovesse tornare? Avrebbero più fiducia nel processo di pace. Ci sono diversi modi per farlo: esiste un accordo internazionale tra la Colombia e Stati Uniti, si potrebbe fare leva su questo e inoltre i due Paesi hanno buone relazioni. un’altra soluzione è che la Colombia può estradare Simón per i casi che sono stati aperti qui in Colombia

Quando ero lì è apparso evidente che la Colombia vuole far sentire la sua voce sul processo di reinserimento. Ho parlato con la Commissione Verità e vogliono parlare con Simón. Credono che Simón sia una persona molto importante, che possa dare molto popolo colombiano per la sua storia e il futuro della Colombia. Ho incontrato anche Patricia Linares, presidente della commissione speciale per la Pace – JEP – e anche questa vuole che Simon sia presente per partecipare al processo.

Devo ammettere che ho molto che le autorità statunitensi lasceranno partecipare Simón. Poi ci toccherà lottare qui. Ho chiesto una visita per Simón a un avvocato colombiano, Diego Martínez, e la prigione lo ha negato, ma non è stato sufficiente; le autorità dell’immigrazione non l’hanno nemmeno fatto entrare. Per questo cerchiamo la massima unità possibile per la campagna per la liberazione di Simón, con tutte le forze che possono essere riunite. Cerchiamo l’unità anche per tutti i prigionieri politici colombiani. Ecco perché abbiamo bisogno dell’unità di tutte le forze bolivariane per fornire solidarietà.

Ci sono persone che non manifestano solidarietà con Simón Trinidad per il timore che genera il fatto di associare la guerriglia colombiana con il terrorismo e il narcotraffico. Si potrebbe pensare che solidarietà a Simón implichi sostenere la lotta armata o le nuove Farc (la seconda Marquetalia). Se qualcuno non è d’accordo con la lotta armata o col narcotraffico come potrà mai manifestare solidarietà con Simón Trinidad?

Ecco, ci sono persone che credono che Simón sia un simbolo della lotta armata. Ma sono una minoranza. Trovi persone che pensano a Simón in altre modi. Prima come guerrigliero delle Farc. Col tempo e grazie alle informazioni trapelate dal processo di pace dell’Avana, e anche perché la propaganda di Uribe è meno efficace di quanto non lo fosse un tempo, ora è visto come il simbolo di qualche altra cosa: una Colombia di pace, una Colombia con più giustizia sociale.

Ci sono moltissime persone che ricordano Simón cos’era in passato: professore universitario, laureato in economia all’Università Popolare di Cesar, esperto di problemi agrari ed altre cose. Lo ricordano come un uomo che fin da giovane era a favore della pace. Come quando lottava nel partito fondato assieme a Imelda Daza, Causa Comuna, poi nell’Unione Patriottica.

Non tutti vedono in Simón il simbolo della lotta armata della guerra civile, è un simbolo che va molto più in là. Le persone di sinistra lo apprezzano tanto, ma anche altra gente lo apprezza come un simbolo di pace, giustizia sociale e pieno di amore per il proprio paese.

La cantante venezuelana Chiche Manaure è l’autrice della canzone Simón Trinidad [Clicca qui per ascoltare la canzone]. Come si spiega che una venezuelana abbia voluto omaggiarlo?

Nel testo di questa canzone la paragona alle montagne della Colombia come qualcosa di forte, immenso e bello. È un immagine molto grande, ma poi dice che l’impero, come gli Stati Uniti, lo imprigiona e distrugge i sogni del popolo latinoamericano. È molto poetico, e l’immagine è che l’impero abbia rubato – per ora, in ogni caso – qualcosa di forte, importante, bello, come le montagne colombiane. E ha anche rubato qualcosa a tutti i latinoamericani.

Per me non è una sorpresa che una cantante venezuelana elogi Simón Trinidad perché è una figura e un personaggio colombiano, ma al di là di questo è un esempio per tutta l’America Latina. Nella sua vita precedente, Simón ha avuto una vita comoda, ma ha lasciato tutto per la lotta, per la giustizia sociale e per la sovranità del suo Paese. Ha condotto la sua lotta in modo totalmente disinteressato. Nonostante tutta la repressione, la prigionia, continua con le sue idee di un’America Latina sovrana come la propone Bolívar come società giusta.

Ecco perché una cantante venezuelana come Chiche Manaure, ma anche poeti come Marcos Ana, il più antico prigioniero politico del regime di Franco, parlano di questo patriota latinoamericano, perché è una figura che si può dire eroica, è un esempio di combattente disinteressato a favore della sovranità della regione.
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* Collaboratrice di Colombia Informa del Comitato di Solidarietà Internazionale (COSI), Venezuela

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Vertice Antimperialista a Caracas: conversando con Adriano Ascoli

di Luis Matute

[Qui l’intervista in castigliano]

Conversazione con il compagno Adriano Ascoli, rappresentante italiano del Comitato per il Fronte Antimperialista (Pisa) al Vertice Antimperialista, Sovranità e Pace, tenutosi nella città di Caracas tra il 21 e il 24 gennaio 2020.

Adriano, quale organizzazione politica italiana rappresenti in questo Forum Antimperialista?

Appartengo al Comitato per il Fronte antimperialista che stiamo costruendo nella mia città, Pisa. Siamo in sintonia con il vostro piano di discussione, con i compagni qui a Caracas in questo incontro internazionale. L’idea e la proposta di costruire un Fronte da noi è nata localmente a partire da un’attività contro la base militare che si trova nel territorio tra Livorno e Pisa. Vicino alla mia città si trova la più grande base logistica militare degli USA, la base di Camp Darby.  Tale base – come quella di Aviano – non è sotto il controllo della Nato bensì direttamente sotto il controllo e le decisioni esclusive del governo e dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Senza bisogno di autorizzazione, ad esempio, da parte del governo italiano, possono fare quello che vogliono indipendentemente dagli altri Paesi. Proprio da questa base militare provengono tutte le armi, le munizioni e le divise che l’esercito USA ha utilizzato e utilizza per ogni guerra che ha combattuto in Medio Oriente o in Siria, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia, Libia. Per ogni guerra che hanno combattuto e per ogni aggressione ai Paesi limitrofi di questa parte del mondo, le armi e la parte logistica proviene da questa base militare. Allora un gruppo di compagni ha iniziato a lavorare anni fa denunciandone l’attività, ma la questione non è solo la base militare, o piuttosto, è ciò che sta dietro a tutto questo.

In cosa consiste la tua partecipazione qui a Caracas?

Qui ho trovato molti compagni, da tutto il mondo, che hanno la nostra stessa idea. In particolare abbiamo trovato compagni anche provenienti dallo Stato spagnolo, che hanno lo stesso nostro progetto e persino la medesima denominazione di fronte antimperialista; nasce così l’idea di arrivare a costruire un fronte mondiale che non sia caratterizzato in modo ideologico generale. Non è necessario che sia totalmente unito a livello politico-ideologico, ciò che è fondamentale è sostenere la lotta contro l’imperialismo. In questo modo si possono unire forze anche di diverso tipo. Stiamo parlando di forze chiaramente antimperialiste. E così, in pochi mesi, da una piccolissima idea, in un luogo altrettanto piccolo, stiamo ora discutendo quest’idea a livello internazionale.

Adriano, quante organizzazioni politiche sono presenti nel fronte antimperialista?

Nel comitato ci sono compagni che non appartengono a nessuna organizzazione ma si caratterizzano per essere comunisti marxisti-leninisti. Ci sono anche compagni della Gioventù del Partito Comunista, meglio conosciuto come Partito Comunista di Marco Rizzo, appartengono alla gioventù comunista e partecipano attivamente alla nostra comunità. Abbiamo compagni che provengono dall’esperienza del Partito della Rifondazione Comunista, che al momento si è perso come organizzazione nazionale. Abbiamo compagni che si avvicinano dal PCI, altri compagni iscritti ai CARC e all’Associazione di amicizia Italia-Cuba. Poi ci sono anche alcuni che non hanno una caratterizzazione ideologica ben definita e che si sono avvicinati a noi nell’attività di denuncia della presenza militare statunitense sul nostro territorio, qui nel cuore dell’impero. Non dobbiamo mai dimenticare che esiste un sistema imperialista all’interno del quale giocano un ruolo sia gli imperialisti statunitensi sia gli imperialisti UE. È così che abbiamo cominciato a parlare di imperialismo e a spiegare il problema generato dalla presenza yankee in Italia. Il problema non è solo una guerra o una base militare, ma un intero sistema di guerra e di oppressione ai danni dei popoli del mondo.

Questa è la tua prima volta in Venezuela, cosa pensi dell’incontro internazionalista che si è svolto (oggi è l’ultimo giorno) all’hotel Alba Caracas? Cosa pensi della marcia per celebrare il 62° anniversario della creazione dell’urbanizzazione del 23 de Enero, il quartiere più combattivo della città di Caracas?

Ebbene l’impressione, la sensazione di questo incontro, è molto intesa. È qualcosa che trasmette energia e forza. Ci sono movimenti, partiti, cittadini, forze diverse da luoghi diversi, posizioni politiche diverse e nonostante questo tutti si confrontano sulla lotta antimperialista e questo sta creando unità. Unità diversa da come poteva essere quella dell’Internazionale Comunista, dove c’era più strategia e coesione ideologica. Ma adesso dobbiamo unire le forze contro l’imperialismo fornendo ognuno il proprio contributo insieme agli altri. Si può affermare che l’elemento caratterizzante di questo incontro internazionale è che le forze antimperialiste non sono isolate, ma tutt’altro, sono pronte per sviluppare un movimento antimperialista a livello internazionale.

Esistono anche importanti organizzazioni sindacali antimperialiste. Per esempio, ascoltavo i delegati dall’Australia, non sapevo dell’esistenza di compagni marittimi australiani contro l’imperialismo (anche in Italia, a Genova, i lavoratori marittimi hanno bloccato navi che trasportavano armi in Arabia Saudita che sarebbero state impiegate contro la popolazione yemenita). Questo compito è molto importante per tutti i lavoratori del mondo. Se non conosci quello che succede intorno a te, non sai cosa accade e non ti muovi di conseguenza. La gente non si mobilita perché non conosce la situazione degli altri Paesi. Unirsi a livello globale è l’arma da impugnare contro la campagna mediatica che l’imperialismo scatena, una campagna che già comincia ad essere meno forte rispetto a prima. La gente ormai sempre meno crede a quello che i media mainstream propalano. Quando si ascolta una notizia, non si crede più tanto facilmente a tutto quello che viene detto.

Per quanto riguarda la marcia, l’incontro internazionale è una cosa e la marcia un’altra. Un piano è il vertice internazionale dove ci sono stati politici, sindacalisti, persone che occupano posizioni professionali o gente la cui occupazione principale è la politica e un altro è quello di incontrarsi nella marcia del popolo bolivariano. È stata un’iniezione di energia pura e voglio trasmetterla ai compagni del mio Paese, condividerla con loro. Si tratta di qualcosa di molto intenso: ascoltare e parlare alla gente e comprenderne i problemi (che non mancano mai). Un popolo che ti stringe la mano, gente che ringrazia noi internazionalisti di essere qui, in Venezuela. Esperienza indelebile per la solidarietà della gente, che è qualcosa di molto importante e rappresenta un valore per tutti, un valore molto sentito. La cosa principale che ho imparato in questi giorni su questa meravigliosa città che è Caracas, le sue case, la sua gente, camminando per le strade di un paese che vive normalmente e dove le persone si incontrano pacificamente, è che le cose sono all’opposto di tutto quello che i media internazionali raccontano di questo paese. Raccontano un sacco di bugie nel mio paese sul Venezuela. Poiché l’ho visto il Venezuela, posso dare la mia testimonianza. Ho conosciuto questa esperienza e questa realtà e posso condividerla con la gente del mio paese, in Italia.

Ringrazio i compagni che mi hanno accompagnato per farmi conoscere la realtà di un collettivo. Entrare in contatto con questo collettivo è stato come toccare con mano quello che è il Potere Popolare: come il popolo può organizzarsi, controllare il proprio territorio, organizzare l’attività economica e l’inclusione sociale, ma anche gestire la forza, esercitare il controllo. Esiste un potere del popolo organizzato secondo le proprie idee, la propria forza e pratica politica e sociale, ma anche politico-militare. Qui si può parlare con i compagni della base popolare che hanno le idee molto chiare sulla situazione generale del Venezuela. Questa è la forza di un popolo che nessuno può sconfiggere, perché non solo ha le Forze Armate a difenderlo, ma ha anche le forze armate popolari, e questo è qualcosa contro cui non si può vincere. Certo possono colpire il Paese con embarghi, con sanzioni criminali che arrivano fino al blocco delle medicine, con le difficoltà economiche che sta vivendo il Venezuela dovute all’aggressione imperialista. Nonostante questo non possono attaccare direttamente il Paese con facilità, perché il Venezuela è capace di resistere e ha la forza del popolo in armi e delle organizzazioni popolari. Questo è qualcosa che deve essere conosciuto, perché è un esempio per tutti, perché quando c’è bisogno di cambiare e di fare un cambiamento sociale, bisogna avere quella forza.

Qual è il tuo contributo al fronte antimperialista in Italia? Esiste una direzione? Avete dei capi del fronte?

No, in questo momento il fronte è più simile ad un collettivo di compagni che discutono, parlano e promuovono iniziative. Stanno parlando di un’attività iniziata meno di un anno fa, non prima. Proprio per questo non ha una struttura organizzata. Si tratta di qualcosa che si muove in un territorio limitato sebbene l’idea sia quella di lanciare il movimento in tutte le città d’Italia. Questo è l’obiettivo da centrare. La difficoltà, secondo me, è rappresentata dalla divisione tra partiti che, nonostante abbiano opinioni simili sulla questione dell’imperialismo, sono in competizione politica ed esiste anche una forte rivalità tra i gruppi dirigenti dei vari partiti. Ciò, a mio modo di vedere, impedisce l’unione. L’idea, il mio punto di vista, è quella di raggruppare i compagni della base, più che partire dai capi delle organizzazioni (che sono divisivi), ripeto, perché spesso sono in concorrenza elettorale tra loro. Questo ritengo essere oggi il principale nostro problema.

Il nostro obiettivo è quindi rendere chiara la lotta contro l’imperialismo, esprimere solidarietà ai popoli che ne sono vittima: come il popolo siriano o iraniano e in generale come tutti i popoli che sono sotto la minaccia dell’imperialismo e su questo che bisogna lanciare una battaglia politica. Nel mio paese la “sinistra” ufficiale quando non è direttamente filo imperialista, spesso si pone in maniera subalterna all’imperialismo medesimo, inoltre, sempre la “sinistra”, spesso si erge contro la Russia, la Cina, la Siria, l’Iran e sempre sostengono che in questi paesi non c’è democrazia. Alla fine spalleggiano le campagne mediatiche dell’imperialismo che poi sono quelle che preparano la guerra. Così è successo per la guerra in Libia, possibile perché l’Italia l’ha permessa, perché questa cosiddetta “sinistra” è stata complice di una campagna imperialista. Solo quando è iniziata la guerra alcuni hanno preso le distanze da quel disastro, però bisogna ricordare che sono gli stessi personaggi che appoggiarono tutta la campagna contro la Libia di Gheddafi fino a che non è successo quello che era evidente fin dall’inizio. Adesso stanno facendo lo stesso con l’Iran. Dicono: ”Siamo contro questa guerra, però lì c’è una dittatura che va sconfitta”. Oppure chiedono una missione militare in Iraq sotto l’egida dell’ONU (quando migliaia di cittadini iracheni marciano contro la presenza delle forze militari nel loro paese). Senza rendersene conto, alcuni sono complici dell’imperialismo. Ma se prima eravamo noi ad essere isolati, ora lo sono loro. Non hanno la forza per argomentare; negli ultimi 20 anni, dalla guerra criminale contro la Jugoslavia, la guerra del 1999, tutti hanno seguito questo schema sempre uguale: se lì non c’è democrazia, bisogna andare a bombardare e fare la guerra, colpirli e favorire con la forza un cambio di regime politico, salvo poi provocare un disastro per tutto il popolo. Dove vince l’imperialismo, quel posto si trasforma in un inferno. Questo discorso è diretto anche a tutti i venezuelani: potete vivere grandi problemi, così come ce ne sono in tutti i paesi, ma se si scatena una guerra e arrivano gli imperialisti statunitensi, sarà distrutto tutto quello che avete ottenuto fino ad ora e sarà una rovina per tutto il popolo.

Nel caso in cui si verificasse un’aggressione nordamericana contro il popolo venezuelano, cosa farebbe il Fronte Antimperialista Italiano?

Certamente i compagni sarebbero chiamati a fare tutto il possibile per mobilitarsi contro un’aggressione imperialista al Venezuela, per denunciarla. Se la domanda è diretta a me, allora ti dico che verrei a combattere con voi!

Parliamo della lettera di solidarietà che il Fronte ha inviato all’Ambasciata iraniana a Roma

È stato qualcosa di inusuale che ha aperto la porta a molti contatti, non solo locali ma anche nazionali e internazionali. Si è trattato di qualcosa molto d’impatto. Abbiamo fatto uscire un comunicato del Fronte Antimperialista e di altre piccole organizzazioni territoriali come la Rete Civica contro la Nuova Normalità della Guerra a Livorno e il Tavolo per la pace in Val di Cecina, circa 12 ore dopo l’attacco terroristico compiuto dagli imperialisti. Lo definisco così perché non c’è altro modo per definirlo: un attacco di terrorismo internazionale da parte degli yankee che ha provocato la morte del generale Soleimani: un generale di un Paese straniero in missione diplomatica… così, senza pensarci più di tanto, siamo usciti immediatamente con una lettera che condanna questo criminale atto terroristico e di solidarietà con il popolo iraniano. La lettera esprime il dolore, la nostra partecipazione al dolore del popolo iraniano e, naturalmente, la nostra solidarietà, oltre alla condanna dell’aggressione. Questa lettera ha girato molto in Italia, quasi in modo virale, credo per la sua vicinanza temporale all’attacco terroristico. È stata pubblicata in molti blog, su internet, su facebook, molte persone l’hanno letta e si sono trovate d’accordo con noi. È stata tradotta in spagnolo ed è circolata anche all’estero. Abbiamo saputo che la radio iraniana l’ha trasmessa e questo per noi rappresenta un canale che si apre e che vogliamo continuare a tenere aperto. Denunceremo sempre quello che gli imperialisti stanno facendo e aiuteremo la gente a riflettere su cosa accade ed a partecipare alle mobilitazioni.

Per concludere, dimmi, chi è Adriano Ascoli?

Sono un militante comunista dall’età di 16 anni e ho vissuto molte esperienze nella mia vita. Sono stato anche imprigionato a causa delle mie idee e dei miei contatti col movimento rivoluzionario degli anni passati. Continuo a lottare. Questa è la mia vita e niente mi farà cambiare.

Ringraziamo il nostro compagno Adriano Ascoli. Speriamo che questa sia solo la prima di molte occasioni per visitare il Venezuela. Ci auguriamo che la prossima volta conoscerà con ancora maggiore impegno e determinazione la realtà del popolo venezuelano. Grazie.

Salutiamo dunque il popolo venezuelano, il popolo bolivariano e i popoli del mondo, e continuiamo a lottare contro l’imperialismo.

Grazie, Adriano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

Coordinadora Simón Bolívar: Intervista a Juan Contreras

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Intervista a Juan Contreras
Coordinadora Simón Bolívar, Parroquia 23 de enero, La Cañada, Caracas, República Bolivariana del Venezuela

Qual è il contributo e la partecipazione della Coordinadora Simón Bolívar alla Rivoluzione Bolivariana?

La Coordinadora Simón Bolívar è un’organizzazione sociopolitica che esiste da 26 anni e in questi 26 anni ha lavorato alla costruzione del Potere Locale. In cosa consiste questo nostro contributo al processo bolivariano nei 20 anni di rivoluzione?:

  • La costruzione del Potere Popolare, che a nostro avviso è dal basso verso l’alto. Non viene dalle elite o da vertici che si autonominano o si fanno rivoluzione. La rivoluzione, voglio ripeterlo, si costruisce dal basso verso l’alto ed è un apprendistato che abbiamo svolto in questi ultimi 26 anni. Questo è l’apporto, uno dei tanti, che può dare e ha dato la Coordinadora. Come dire… è necessario costruire coscienza, educazione e formazione dal basso. Perché? Te lo dico. Chi costruisce il processo? Le rivoluzioni le fanno i popoli, non i singoli uomini, per quanto brillanti essi siano. La rivoluzione la fa il popolo con le sue stesse mani: contadini, operai, studenti, indigeni, le persone dei settori popolari, delle baraccopoli. Uno degli elementi dell’apporto della Coordinadora è decisamente l’educazione. L’educazione, potremmo dire, come fatto rivoluzionario e di trasformazione. Educazione che produce coscienza.
  • Quale altro elemento abbiamo aggiunto esattamente all’educazione in questi 26 anni? C’è una linea trasversale che attraversa tutto il nostro lavoro. Una linea che va dallo sport alla cultura, alla politica, alle rivendicazioni, fino alle più diverse aree di cui ci occupiamo. Questa linea trasversale è precisamente il tema della formazione, dell’orientamento. Non diciamo che la gente deve andare all’università. Le nostre comunità vanno all’università, i nostri giovani già si formano nelle università ma, cosa molto più importante, stiamo parlando di creare coscienza, di far capire che oggi la lotta che sta conducendo il popolo è una lotta di classe. Bisogna far capire che stiamo andando nella direzione di una precisa corrente della storia. Qual è questa corrente storica, che il comandante Chávez metteva in evidenza, e che il complesso dei rivoluzionari del popolo venezuelano mette in evidenza? è quella corrente che inizia con il cacicco Guaicaipuro nella lotta per scacciare l’invasore, lotta ripresa da José Leonardo Chirinos provando a ricostruire la Repubblica e abolire la schiavitù. È quella corrente che nel secolo XIX si concretizza in Miranda, Bolivar e Sucre. Con il processo di indipendenza del 1854, Terra e Uomini Liberi. Lo dice in maniera chiara Ezequiel Zamora e, più di recente, nella nostra storia contemporanea, è rappresentata dal 23 gennaio del ’58 con la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez; poi abbiamo avuto il 27, il 28 febbraio dell’89, quando tra le 3000 e 5000 persone, cittadini, sacrificarono la propria vita per rigettare le ricette del fondo monetario internazionale; e, ancora, si manifesta il 4 febbraio del ’92 e il 27 novembre ’92, due insurrezioni civico-militari, per raggiunge l’apice il 6 dicembre del ’98, quando il Comandante Hugo Chávez, quando il popolo, che è quello che decide, non votò né per Copeianos né per Adecos, per i socialdemocratici o per i social-cristiani. Il popolo votò per Hugo Chávez. Questa è la strada che abbiamo scelto e qui, in questo precisa corrente storica, trova posto il nostro contributo. Formazione, educazione, partecipazione. Bada che la partecipazione non si ordina o decreta, l’abbiamo costruita dal basso.

In che modo la rivoluzione bolivariana può affrontare la minaccia imperialista?

Senti, se c’è qualcosa che l’impero e i suoi lacchè temono è la formula fin qui adottata: mobilitazione popolare. Il popolo deve essere mobilitato in ogni momento, deve stare per strada, con le sue parole d’ ordine, con disciplina, comprendendo il momento politico. Inoltre gli statunitensi hanno molta paura dell’opinione pubblica interna del proprio paese. Contro la guerra in Vietnam ci furono molte proteste negli Stati Uniti. Il tema dei caduti e dell’opinione pubblica interna gli si ripercuote contro andando in senso contrario ai loro desideri. Gli Stati Uniti d’America vorrebbero che la gente sostenesse la guerra. Ma il fatto più importante rimane il popolo organizzato e mobilitato, che partecipa alla difesa e alla sicurezza della nazione, da Milizia, dal campo popolare. Esiste tutta una concezione, un’idea, che poi è la concezione del popolo in armi. La stessa politica che adottò il Vietnam, la stessa del Nicaragua del 19 luglio 1979 quando ha avuto luogo la rivoluzione. La lotta di tutto il popolo fa parte della dottrina bolivariana e in questo momento è parte della nuova dottrina delle nostre forze armate e deve essere parte della dottrina del nostro popolo, il popolo in armi. L’unica possibilità di sconfiggere l’Impero americano è con le persone organizzate, le persone per strada, il popolo come parte di quell’importante forza per affrontare l’invasore.

Bolívar l’ha dimostrato che quando ha coinvolto tutti, i neri, gli indios, tutti nella lotta per l’indipendenza riuscendo a vincere. Allora sconfiggemmo l’impero spagnolo, e sappiamo dalla storia che l’impero spagnolo, l’impero ottomano e l’impero romano sono caduti; perché l’impero americano non può cadere? Gli americani non hanno mai osato toccare Cuba dopo la rivoluzione e penso che dovrebbero pensarci molto attentamente prima di cercare di venire qui, perché questo paese potrebbe essere la tomba di qualsiasi marine degli Stati Uniti, di qualsiasi forza militare che osi entrare in Venezuela.

Parlando di guerre: se dovesse esserci un conflitto, un conflitto globale tra Stati Uniti e Russia, come gruppi organizzati venezuelani, cosa fareste?

Ascolta, la solidarietà è radicata nel popolo venezuelano. Miranda ha combattuto per l’indipendenza del Nord America e in Francia è  addirittura presente sull’Arco di Trionfo; ricordiamo Carlos Aponte, ma esiste un gran numero di venezuelani che, nel corso dei decenni, anni, di tutta la nostra storia come popolo, sono stati protagonisti di altre lotte, sono stati internazionalisti. Una delle storie più recenti è quella del compagno della parrocchia La Vega, Alí Gómez García, il compagno “Pinze”, che morì combattendo in Nicaragua. C’è anche un altro compagno, José Vicente Ochoa, morto nella lotta in El Salvador. Cosa voglio dire? Se le circostanze giustificassero la lotta contro l’impero nordamericano ad altre latitudini, non dubito che il nostro popolo prenderà la decisione giusta. Se dobbiamo affrontarlo ad altre latitudini, come lei suggerisce, con i russi, e comunque non credo che i russi abbiano bisogno di molto sostegno, insomma, se la situazione lo richiedesse e dovessimo mobilitarci, credo che il nostro popolo non esiterebbe a farlo. I cubani lo hanno fatto in Angola, in America Centrale. Lo hanno fatto in questi 60 anni in America Latina e ai Caraibi. Credo che noi latinoamericani siamo un solo popolo, un unico blocco, quello che Bolivar chiama “America Meridionale” e questo popolo è disposto a lottare per l’indipendenza, per la sovranità, per cause giuste ovunque. In definitiva sono certo che saremo presenti, se necessario.

In cosa potrebbe consistere il sostegno esterno dei gruppi di solidarietà internazionale con la Rivoluzione Bolivariana? E, dal suo punto di vista, quali dovrebbero essere le relazioni dei paesi che sostengono il processo bolivariano?

Beh, qualcuno ha detto: “La solidarietà è la tenerezza del nostro popolo”. Credo che, come le persone costruiscono relazioni attraverso i governi, si intendono a vicenda ed esiste una diplomazia, così ci dovrebbe essere anche una diplomazia popolare.

Cosa intendo con questo? Qual è il compito immediato?

Dal punto di vista internazionale, il compito impellente è vincere la battaglia dell’opinione pubblica. Spiegare che in Venezuela non c’è dittatura né un regime che sta distruggendo il paese, bensì un processo interessante: un rivoluzione. Dobbiamo avere quel sostegno esterno che dice al mondo cosa sta realmente accadendo. Come, per esempio, le mobilitazioni che hanno avuto luogo in Europa, in Africa, in Asia, in America e in America Latina, che denunciano l’aggressione dell’Impero; ci sono svariati modi per farlo. Uno di questi è attraverso i media, con le dichiarazioni che il Comitato di solidarietà può rilasciare.

2- La presenza della solidarietà davanti alle nostre ambasciate e gli aiuti di solidarietà. C’è un blocco finanziario, economico e commerciale contro il Venezuela e la solidarietà si può manifestare anche attraverso la questione dei farmaci, questione che ci sta colpendo molto duramente in questo momento, frutto del blocco criminale attuato dall’Impero nordamericano. C’è una serie di compiti che tutti quei Comitati di Solidarietà che si stanno creando in America Latina e nei Caraibi e nel resto del mondo possono assumersi: denunciare ciò che sta realmente accadendo oggi in Venezuela. Non è una dittatura, qui non c’è dittatura, qui c’è un percorso che il popolo ha scelto 20 anni fa, lo abbiamo fatto in pace, costruito attraverso un processo elettorale trasparente e pulito che chiunque può verificare.

All’interno della comunità come si affronta la guerra economica?

È opinione comune che nelle difficoltà gli esseri umani crescano. Il Venezuela è il popolo delle difficoltà. Cosa voglio dire? Stiamo prendendo contatti proprio mentre parliamo. Si deve sapere che la carne viene venduta senza scrupoli, da affaristi favorevoli all’intervento armato in Venezuela e pro controrivoluzione, a più di 30.000 bolivares. Qui si sta svolgendo, in questo stesso momento che tu ed io stiamo parlando, una vendita di carne a 21.000 bolivares… cioè a molto meno. Come abbiamo fatto? abbiamo stretto legami con alcune persone che hanno cooperative o che sono direttamente legate ai macelli e questo ci salva dall’aumento dei prezzi. Compriamo quasi allo stesso prezzo a cui le vendiamo. Stiamo prendendo contatti con le persone che si muovono in quel settore per garantire la carne al prezzo più economico. Allo stesso modo faremo con altri generi alimentari; ma ci sono anche zone dei nostri quartieri, qui nella capitale, in particolare il 23 de Enero, dove si sta seminando quello che è possibile seminare, colture che hanno cicli brevi, per affrontare questo blocco economico. La guerra economica fa parte di una combinazione tattica di diverse metodologie di guerra; gli Statunitensi la chiamano guerra ibrida, i cinesi la chiamano guerra con tutto. Questa strategia consiste in una combinazione di metodi tattici di guerra che va dai “Cinque passi dalla dittatura alla democrazia” di Gene Sharp, passando per la guerra economica che cominciò col nascondere il nostro cibo, a farlo scarseggiare e trafugarlo oltre confine. Come non bastasse, la guerra commerciale ci impedisce di poter stabilire relazioni con un altro paese, anche avendo soldi per acquistare medicine, beni, servizi e cibo cosa che potrebbe permetterci di vivere tranquillamente, non possiamo.

Dal punto di vista finanziario è importante il tema della moneta, come la usano e come le assegnano il suo valore?

In Paraguay, questo è pubblico e arcinoto; hanno avuto una casa, una quinta [casa di lusso, NdT], ma piena di banconote, bolivares da 100. Al confine con la Colombia assistiamo a un sabotaggio. Vediamo come attraverso Internet fissano il prezzo del dollaro e questo prezzo a nero è quello che viene seguito dai commercianti e che provoca il crollare della nostra economia. Attraverso la guerra dei media fanno credere vere tutte le bugie che si raccontano sul Venezuela… allora il Venezuela sarebbe lo Stato fallito, lo Stato del narcotraffico; attraverso le reti si dicono una quantità di cose. Usano la guerra psicologica: 3.000 soldati israeliani sono arrivati in Brasile, 5.000 soldati sono arrivati in Colombia, tutta una preparazione alla guerra. Come ha detto il nostro Maggiore Generale Pascualino Angiolillo Fernández, tutto questo è parte di una guerra multidimensionale che ha a che fare con la guerra ibrida. Guerra che Barack Obama ha cominciato nel 2015, una guerra preventiva, e Trump continua a portarla avanti facendo pressione per portarci allo scontro.

Il motivo di questa aggressione, al di là della nostra ricchezza, è ciò che il Venezuela significa dal punto di vista geografico e geostrategica, la sua collocazione geografica, è il fatto che continuano a sostenere la Dottrina Monroe*, che semplificandola notevolmente consiste in: “America agli Americani”. Questo non lo dico io, Juan Contreras, lo sostiene John Robert Bolton, consigliere del presidente Trump, che di recente è tornato a dire che ciò che è in gioco è la Dottrina Monroe. In base alla Dottrina Monroe, che fu creata nel 1823 da John Quincy Adams segretario di Stato Usa, ma ricordata col nome del presidente James Monroe, beh, ci considerano il loro cortile di casa. Sviluppare questa dottrina significò dire al decadente Impero Spagnolo che ogni pretesa sull’America sarebbe stata un atto di provocazione nei loro confronti. Si considera l’America Latina il proprio cortile di casa. Di fronte a questa idea abbiamo abbracciato, 200 anni dopo, il pensiero di Bolivar, la dottrina bolivariana di integrazione e di emancipazione dei popoli. In questa corrente ci troviamo, quella dell’emancipazione, della liberazione nazionale e della costruzione del socialismo bolivariano.

*la dottrina Monroe è il principio della politica estera degli stati uniti secondo il quale l’intervento delle potenze europee negli affari interni dei paesi dell’emisfero americano non è permesso. Questa Dottrina Monroe è tratta da un messaggio al Congresso del presidente James Monroe datato 2 dicembre 1823.

Juan, se si verificasse un colpo di stato o un cambio di governo attraverso la violenza, cosa farebbe la Coordinadora Simón Bolívar?

Guarda, oserei dire che, in questo momento, ci sono cinque scenari: la questione del negoziato in Norvegia, quello che mi stai chiedendo e a cui poi risponderò, un colpo di stato, l’omicidio del Presidente e un’implosione. Quello che stanno facendo è coniugare quest’insieme di tattiche di guerra per destabilizzare il paese e sconfiggere il processo rivoluzionario. Queste cose che sono indotte lo stesso potrebbero verificarsi per il collasso del popolo in caso non riuscisse a resistere più o per un intervento diretto.

Un colpo di Stato cercherebbe, in questo momento, di trovare nel quadro delle Forze Armate, un Pinochet, cosa finora non avvenuta.

Ora, cosa faremmo noi, come organizzazione socio-politica, la Coordinadora Simón Bolívar? Beh, la maggior parte di noi, è registrata nelle Milizie popolari. Quindi non abbiamo bisogno di andare a comprare un’arma o inventarci qualcosa, come dicono i media o le grandi multinazionali della comunicazione mentendo sfacciatamente. Ci arruoleremmo nella chiamata della riserva. Qui posso affermare, come direbbe un nostro compagno, che oggi si trova su un altro piano dell’esistenza, il compagno Freddy Parra: dunque Chávez si sbaglia? dobbiamo sostenere Chávez, così come questo processo, che ha difficoltà, che ha errori naturalmente e che nessuno nega. Di fronte ad un’invasione dell’Impero nordamericano, di fronte all’aggressione dell’Impero, il popolo andrà a serrare i ranghi in difesa della Patria; non ci sono dubbi, difenderemo il nostro processo, quello che la maggioranza si è scelto. Le difficoltà, la complessità di costruire un processo di questo tipo nel XXI secolo, sono risolte dai venezuelani, tra i venezuelani, tra il popolo, e la strada che abbiamo scelto è stata quella delle elezioni.

La Costituzione è chiara ed infatti esiste un articolo che stabilisce quanto segue: a metà del mandato, se la gente considera che il presidente (è come una valutazione) stia facendo male o considera sbagliato il suo operato, beh, si indice un referendum revocatorio. Si attiva l’iter presso il Consiglio Elettorale Supremo (CNE), si raccolgono le firme pari a una determinata percentuale degli elettori e se tutti questi requisiti sono soddisfatti, si va al referendum revocatorio. Oppure aspettare che terminino i sei anni di mandato stabiliti dalla Costituzione. Non c’è nessun’altra formula nella Costituzione che dice il contrario. Ecco perché, se questi principi vengono violati, cioè se l’Impero osa intervenire sulla terra di Bolivar, la terra di Chávez, la terra di Freddy Parra, la terra del Comandante Elías, evidentemente gli uomini e le donne della Coordinadora Simón Bolívar saranno in difesa di un processo che la maggioranza dei venezuelani ha scelto.

Qui in Venezuela si è parlato molto dei prigionieri politici che teoricamente il governo del Presidente Nicolás Maduro ha messo in stato di detenzione. Hai commentato che anche il Venezuela ha un politico venezuelano detenuto in Francia, Carlos Ilich Ramírez. Cosa mi puoi dire di questo compagno venezuelano, che ha combattuto negli anni ’60 e ’70 ed è stato condannato a vita? Perché non è stato fatto qualcosa come hanno fatto i cubani con i loro cinque compagni detenuti negli Stati Uniti? Perché non è stata promossa una protesta mondiale basata sulla vita di questo compagno venezuelano prigioniero in territorio francese?

Prima di tutto lascia che ti dica che per la Coordinadora Simón Bolívar, Ilich Ramírez Sánchez, venezuelano, è un rivoluzionario che ha abbracciato la causa del popolo palestinese fin dalla più tenera età e che è sotto sequestro da più di 25 anni. A seguito di un complotto, avvenuto nell’agosto del 1994 nello stato del Sudan, è stato rapito dai servizi segreti francesi. Oggi è lì, in Francia. Nessuna delle cause ha potuto provare altro che il rapimento di ministri OPEC, reato che non ha nulla a che fare con lo stato Francese; Da allora in poi, non c’è un solo atto che non sia stato attribuito a Ilich Ramírez e in quei processi, in cui gli sono stati comminati tre ergastoli, quello che cercano di punire è, diciamo, la costanza e la perseveranza di un rivoluzionario internazionalista. Condannato per dimostrare al mondo intero che chi cerca di seguire la stessa strada di Ilich Ramírez subirà il medesimo destino. Credo che, così come lo Stato cubano ha realizzato una campagna in un momento complesso della situazione economica e politica frutto di un blocco criminale che dura da più di 60 anni, dovremmo fare lo stesso. Credo che in questo momento siano date le condizioni e bisogna dire che noi abbiamo sostenuto quei 5 eroi cubani; Ilich Ramírez Sánchez, è un eroe venezuelano. Ha imparato anche lui da Bolívar, che ha liberato cinque nazioni. Lo stesso Miranda è andato a combattere ad altre latitudini e credo che proprio questa sia stata la strada scelta da Ilich Ramírez; in altre parole, siamo obbligati come popolo, con la nostra storia, con il peso dei nostri eroi, ad organizzare una politica che ci permetta, come ha permesso al governo cubano la liberazione dei suoi cinque eroi, di liberare il nostro.

Credo che il popolo venezuelano sia in debito con Ilich Ramírez Sánchez. Credo anche che il nostro governo, che è un governo progressista e rivoluzionario, abbia un debito con questo compagno. Perché? Non chiediamo al governo di pensare come ha pensato Ilich, no, di abbracciare la causa del popolo palestinese con la stessa passione con cui il compagno l’ha abbracciato; Carlos è semplicemente un cittadino venezuelano in disgrazia in questo momento. Rapito e imprigionato dallo Stato francese. Per questo siamo obbligati, attraverso l’ambasciata venezuelana, attraverso il nostro consolato lì, a prestare l’attenzione che dovrebbe essere prestata a qualsiasi cittadino venezuelano, ovunque nel mondo, che cade in disgrazia. Questo non significa che tu stia dando credito a quello che la matrice internazionale ha voluto rappresentare Carlos Ilich Ramírez, “El Chacal” lo Sciacallo, il nome che gli hanno affibbiato; sembra che a volte ingoiamo questo ricatto.

Gli Stati Uniti non permisero mai che Posada Carriles, questo sì terrorista convinto e confesso, venisse consegnato al governo cubano. Né per l’esplosione dell’aereo, né per le bombe che aveva piazzato nel ’90 e ’93 in alcuni alberghi all’Avana. Né il Venezuela ebbe l’opportunità di giudicarlo, sebbene se ne avesse richiesto l’estradizione in quanto in possesso di doppia nazionalità, cubano e venezuelana. Non si è potuto processare perché, grazie alla CIA, di cui fu membro negli anni ’70 e ’80, ma già negli anni ’60 era un notorio e attivissimo terrorista, non è mai stato consegnato. Quindi non si capisce quale sia il ricatto in base al quale accusano il Venezuela. Anche se in Venezuela le FARC si nascondevano o si nascondono, ormai sono un  partito legale. O quando si utilizza il tema dei Baschi, che non arrivarono qui all’epoca di Chávez, bensì con l’assenso di Carlos Andrés Pérez, con un accordo con Felipe Gonzalez alla fine degli anni ’80. Più o meno nell’88, poco prima del Caracazo.

Non dobbiamo tacere nonostante questo ricatto che esercita la stampa sul tema del terrorismo. Ilich Ramírez è venezuelano e dobbiamo esigere che sia rimpatriato, giudicato dai nostri tribunali, e che i suoi ultimi anni, quelli che gli rimangono da vivere, li trascorra qui nel suo paese. Penso che se ci definiamo rivoluzionari e diciamo che questa è la Rivoluzione del XXI secolo, quella che ha illuminato con le sue proposte l’America Latina, i Caraibi e altre latitudini, beh, abbiamo un debito con Carlos Ilich Ramírez Sánchez, perché la Solidarietà è la tenerezza dei nostri popoli e la nostra storia parla di quell’internazionalismo.

Bene Juan, infine vorrei che tu facessi un commento: qui nella parrocchia 23 Enero ci sono diverse organizzazioni sociali per settore. Cosa ne pensi di una futura unità di tutte queste organizzazioni?

Sentite, in linea di principio vi direi questo: l’unità non è dettata, l’unità si costruisce nella pratica, nella vita quotidiana, nelle alterne condizioni di lotta; penso che se vogliamo arrivarci dobbiamo camminare, ma perché ciò avvenga, naturalmente, ci deve essere una pratica comune, che credo ricominci a essere fatta a partire dal 23 Enero. Abbiamo dato vita a molte organizzazioni di carattere sociale, che hanno svolto attività politiche, sociali, culturali e sportive in diversi settori. Crediamo di aver camminato e puntato verso quell’unità che è così necessaria in un momento come questo, un momento in cui l’unità di tutti i popoli ci viene richiesta; ma, credo che sia così, dobbiamo costruirla sulla base della prassi, quella che Marx chiamava prassi, che è la prassi sociale, è il giorno per giorno, radicata. Non è quello che dici, ma è la tua prassi, che mostrerà dove stiamo andando, e quella prassi si costruisce insieme. L’unità non è imposta, la stiamo costruendo in questo senso, in pratica, in quel lavoro quotidiano, con il nostro sostegno, con le nostre comunità e col nostro compito di rivoluzionari… proprio a questo che puntiamo adesso, verso l’unità e l’articolazione di una grande piattaforma, di una grande forza sociale, non solo nel 23 Enero, ma oserei dire nel campo popolare qui nel nostro Paese.

Chi è Juan Contreras?

Juan Contreras è solo un altro cittadino, un venezuelano, un creolo della capitale nato nella Parroquia 23 de enero. È un sognatore. Penso che l’uomo sia un prodotto delle sue circostanze, ma Marx lo ha già detto. Sono, potremmo dire, il prodotto di una repressione eccessiva e sistematica ai tempi della Quarta Repubblica attuata contro i giovani del 23 Enero e che non ci ha lasciato altra scelta se non quella di prendere la strada, all’inizio quella delle armi, per difendere la nostra vita. Perché essere giovani nel 23 Enero era un crimine ai tempi della Quarta Repubblica. Quell’eccessiva repressione, ci ha portato prima a difendere la nostra vita, poi a lottare per le richieste che erano necessarie per il 23 Enero… soffrivamo la mancanza di acqua e di servizi pubblici, i trasporti inefficienti; e poi più tardi contro la repressione che qui si è scatenata contro molte generazioni, che abbiamo cominciato a sognare di trasformare fino ad arrivare a formare un pensiero, che andava oltre al fatto di lottare per le rivendicazioni, i trasporti, un servizio idrico permanente, contro la repressione, contro i cattivi governi, abbiamo cominciato a pensare che dovevamo costruire una società diversa. Un modello di società che non fosse la società capitalista e col tempo abbiamo cominciato a tessere a trama di un concetto, un modello di società che mirasse alla trasformazione. Esattamente in questo mi sono impegnato; a volte mio vedo come uno sportivo frustrato, uno sportivo in prestito alla politica.

Il mio grande sogno, a quei tempi, era di essere migliore di Pelé. Sono cresciuto con il calcio e il mio idolo era Pelé, un brasiliano che aveva vinto tre Mondiali. Oggi sarei qualcosa di meglio di Messi e di Maradona.

Ebbene, ecco cosa sono, un venezuelano, cresciuto al 23 Enero, che ha abbracciato la causa della giustizia, formato dai gesuiti; ho studiato tutta la mia vita nel “Gesù Operaio” lì ho fatto tutta la scuola primaria e la secondaria fino al 4°anno; Lì ho letto i miei primi libri sulla rivoluzione,libri che venivano dalle mani di una suora di nome Maria de Los Angeles, ero al primo anno, e mi ha detto che siccome ero molto irrequieto, mi dava da leggere un libro di Martha Harnecker: “Sfruttati e sfruttatori” (1972).

E siccome siamo un prodotto delle proprie circostanze, io vengo da una casa molto, molto umile, da una madre contadina venuta in città in cerca di qualità di vita, istruzione, salute, alloggio, lavoro dignitoso e divertimento. Veniva dallo Stato di Sucre, zona Orientale, e si è fidanzò con un meccanico andino di Mérida, cercarono di dare a me e a mia sorella il meglio e ci misero a studiare in Collegio, nonostante fossero un operaio e un’analfabeta; insomma cercarono di darci la migliore educazione possibile. Misero mia sorella in una scuola gestita dalle suore, e io coi gesuiti e lì avvenne la mia prima formazione. Chiaramente avevo già uno stile di vita molto umile, fatto di niente; vidi la televisione a colori quando cominciai a lavorare, con molti sacrifici; non vedemmo mai il Bambino Gesù, il Bambino Gesù non venne mai a casa mia.

Nascemmo in un posto molto povertà. Come dice mia madre: poveri ma onesti. Credo che questa pratica sociale, questa esperienza, ci abbia uniti.

Però quell’eccessiva repressione ha prodotto un uomo con idee politiche, con idee rivoluzionarie, con fedeltà alla causa, poi siamo sempre stati inquieti. Credo che la prima ammirazione che abbiamo avuto per la rivoluzione sia nata grazie alla rivoluzione cubana… la nostra generazione è stata fortemente influenzata da Fidel, Che, Camilo e siamo cresciuti in questo contesto. E poi, la perdita di alcuni amici; non ho mai smesso di dimenticare Carlos Alberto Vielma Blanco, studente del terzo anno del Liceo Peru de Lacroix. Aveva 15 anni e fu ucciso il 17 febbraio 1976. Viveva nel blocco 19, al 5° piano, al 23 Enero, e qualcuno potrebbe dire che ho la memoria di un elefante, come si dice quando la gente ricorda le date, o qualcosa del genere. Ma non è questo. Lo ricordo perché fu un mio amico d’infanzia. Quel giorno eravamo andati tutti a protestare nella Zona Centrale del 23 Enero; il Segretario di Stato americano Henry Kissinger sarebbe passato lì e la risposta fu la repressione con la Guardia Nazionale. Carlos Vielma è stato colpito alle spalle da proiettili FAL 7,62 x 51 attraversandogli la schiena e perforando lo stomaco… un enorme buco, così è morto. Il giorno prima morirono Lilian Gutiérrez e Nelson Rodríguez, studentesse di quindi e sedici anni  nello stato di Yaracuy. Così era il tempo del Quarta Repubblica e questo mi ha segnato. Ma devo dire anche qualcos’altro: a casa di Carlos ho sentito per la prima volta La Trova Cubana, a Virulo, che a quel tempo era di moda, “La Genesi del Mondo” …” ora vi dirò, come gli indiani sono oppressi …” insomma così mi sono forgiato. Sono un sognatore. Credo in un mondo migliore, credo nell’uguaglianza, credo nella solidarietà, credo in altri principi e fondamentalmente, principi che ho imparato a casa mia; morale ed etica.

E in questi tempi di confusione la cosa fondamentale è la questione ideologica e dall’ideologica deriva la morale e l’etica, fondamentali per avanzare nei principi.

Questo sono… un rivoluzionario, un sognatore di questi tempi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

(VIDEO) Convegno Internazionale sulla Comunicazione: adesso parlo io

Risultati immagini per marcha chavistadi Nestor Francia

Oggi 4 dicembre si chiude il Convegno Internazionale sulla Comunicazione. Il successo è sotto gli occhi di tutti. Il solo fatto di riunire in un solo luogo così tanti comunicatori in lotta, provenienti da ogni latitudine, rappresenta un importante traguardo. La grande creatività nel diffondere l’evento, dove ha giocato un ruolo fondamentale il mio amico Alberto Arangibel, è un’altra cosa che ci lascia assai soddisfatti, così come le numerose e corrette dichiarazioni su temi tanti urgenti e sostanziosi che riguardano l’attualità Latinoamericana.

Per quanto concerne i risultati sul lungo periodo, non possiamo ancora valutarli. Nella diverse interviste rilasciate ai cari media alternativi e comunitari, che poi sono quelli più democratici in Venezuela, ho affermato che questo Convegno potrà aprire solo delle strade che ci toccherà percorrere. Abbiamo il compito di lavorare affinché tutte le idee nate in questi tre travagliati giorni acquistino sangue e carne. Abbiamo bisogno, senza alcun dubbio, di forgiare gli strumenti che ci permettano di essere competitivi con il poderoso esercito della comunicazione dei nemici del popolo, complesso mediatico-militare che proprio in questo momento ci aggredisce. Nel campo della comunicazione, i nemici contano su ingenti risorse, comprovata esperienza, coerenza concettuale e organica, un apparato strutturato capace di generare matrici comunicative, attraverso manipolazioni ed occultamenti, che preparano il terreno per le aggressioni politiche, economiche, diplomatiche, culturali e militari contro i popoli.

Devo ammettere di non essere rimasto del tutto soddisfatto, come del resto spesso mi succede, da questo Convegno. Mi sarebbe piaciuto un dibattito più ampio e approfondito su temi fondamentali, come ad esempio il discorso della sinistra: il che cosa, il come e le modalità di trasmissione dei nostri messaggi (avrei gradito discussioni più che lezioni magistrali). Il Convegno ha avuto, sicuramente, altre carenze occasionali, com’è naturale che ci siano durante un’attività tanto complessa e impegnativa. Questo non offusca in nessun modo il suo brillante svolgimento. Ripeto, com’è naturale, in tutto ritroviamo luci e ombre.

Per quanto riguarda il dibattito di cui dicevo, questo è necessario soprattutto alla luce dei segnali che la realtà ci offre. Viviamo nel mondo, specificamente in America Latina e ai Caraibi, in una sorta di effetto pendolo che oscilla tra la sinistra e la destra, una ruota infernale.

In tempi recenti abbiamo ottenuto vittorie in Messico e Argentina, ma anche incassato sconfitte in El Salvador, Bolivia e Uruguay. In Venezuela abbiamo retto positivamente all’urto dell’imperialismo e delle oligarchie. È stato importante per le forze di liberazione continentale, ma questa resistenza ha avuto un alto costo: la dispersione delle energie popolari che sarebbero tornate utili per la costruzione più veloce e profonda della nuova realtà. Questo processo è stato ostacolato dall’assedio nemico, dai nostri stessi errori e anche da un certo venir meno dell’appoggio popolare.

Questa danza del pendolo, questo oscillare avanti e indietro, ha origine nei nostri stessi errori e carenze nel campo della comunicazione. Spesso mi chiedo come sia stato possibile che processi socio-politici come quelli avvenuti in Venezuela e Bolivia, che hanno reso realtà rivendicazioni ampiamente desiderate dalle classi popolari, possano aver subito sconfitte tanto eclatanti come quella verificatasi nel 2015 da noi in Venezuela (che poi è risultata essere l’origine del Guaidoismo, facendo cadere l’Assemblea nazionale in mano alla destra) o la sconfitta più recente in Bolivia.

In quest’ultimo caso l’indebolimento dell’appoggio popolare a Evo e al MAS è servito come pretesto per il colpo di stato. Alle elezioni del 2014 Evo ottenne i 63,36% dei voti, in quelle del 2019 ha raccolto il 47,08%. Una perdita di più di 16 punti percentuali. La differenza di appena qualche decimo di punto, che ha permesso a Morales di raggiungere il vantaggio qualificato per ottenere la vittoria al primo turno, è stata la scusa perfetta per gridare ai brogli e giustificare la rivolta violenta dei golpisti.

Che cosa è successo in questi due casi? Ci soffermeremo in questa analisi, ma nessuno ha dubbi che gli errori del nostro discorso abbiano molto a che vedere con questi attacchi vittoriosi dell’imperialismo e della destra, come del resto negli altri casi che non elenchiamo.

Per ultimo, nella strada da fare a partire da questo Congresso, il dibattito delle idee va a giocare un ruolo fondamentale. La sinistra ha bisogno di molto di più che auto-celebrarsi se vuole svolgere positivamente il suo preteso ruolo di avanguardia.

Chávez una volta disse di aver cavalcato un’onda rivoluzionaria e che quell’onda sarebbe andata avanti e che avrebbe potuto travolgere anche lui. Ciò che sta prendendo forma nel mondo attuale indica l’avvento non di un’onda, bensì di uno tsunami dei popoli. Questo massiccio, profondo, fenomeno vulcanico annienterà molte leadership, dogmi, idee, eredità e modelli. Arriveranno nuovi dirigenti emersi da questa gigantesca ondata e anche, necessariamente, nuove forme di comunicazione tra i popoli. Questo tsunami potrebbe travolgere anche i comunicatori di sinistra se non adotteranno gli inevitabili cambiamenti che richiedono urgentemente i nostri strumenti e il nostro discorso.

L’ultima cosa che dirò è che voglio felicitarmi con la compagna Tania Diaz, la grande timoniera del processo di preparazione per questo Congresso, e complimentarmi con la squadra che l’ha coadiuvata impegnandosi oltre ogni limite e con dedizione totale. Un abbraccio a tutti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

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Dialogo plurale e l’altro dialogo

Risultati immagini per Néstor Franciadi Néstor Francia*

Il 23 agosto si è tenuta una riunione di personalità di varia provenienza, conclusa con una dichiarazione pubblica nel corso di una conferenza stampa, che fa riferimento alla necessità di quello che i partecipanti chiamano “Dialogo Plurale”. Vi hanno preso parte diverse persone che godono del mio rispetto e alcuni anche della mia amicizia, come Carlos Azpurua, Vladimir Villegas, Gustavo Márquez Marín, Oscar Schemel, Maryclen Stelling, Héctor Navarro e altri. Ho avuto con tutti convergenze ma anche divergenze, il che non è affatto singolare, perché è la stessa cosa che mi è sempre successa con il governo bolivariano, con il PSUV, con Chávez, con Maduro e con il chavismo in generale. Credo nella diversità e nelle differenze reali non per una questione di fede, ma perché entrambe le categorie esistono evidentemente: per questo motivo è impossibile per chiunque riuscire ad imporre un pensiero unico. L’unanimità è irrealizzabile. Questo fatto non pienamente compreso è stato una delle cause principali del crollo dell’Unione Sovietica e dei sistemi politici dei paesi sottoposti alla sua tutela politica negli anni della cosiddetta “Guerra Fredda”.

Allo stesso modo, non è strano che non concordi con tutti i termini posti nella citata Dichiarazione; tuttavia, ho comunicato via e-mail sia a Gustavo Márquez Marín che a Vladimir Villegas che desidero aderire, poiché concordo con la sua essenza e scopo, a contenuti in più passaggi del testo e in particolar modo nei due paragrafi finali: “Esprimiamo parimenti il nostro categorico rifiuto verso qualunque forma di violenza, interferenza o imposizione straniera. Invitiamo le parti ad avviare il dialogo con il fermo impegno a raggiungere accordi che garantiscano, con mezzi pacifici, costituzionali, elettorali e democratici, le trasformazioni necessarie per garantire la governabilità… (…) La soluzione non verrà da altri. È alla nostra portata, se lo vogliamo veramente, se agiamo con modestia repubblicana e se si ha come bussola l’interesse superiore del paese e non altri interessi”. Non è forse ciò che tutti proclamano, non con tutta la credibilità che una questione così seria meriterebbe?

Questa mia posizione non è estemporanea. Qualche settimana fa mi sono unito a un gruppo di consiglieri convocato da un’alta dirigente del PSUV per avanzare alcune proposte allo stesso PSUV sul tema e sul discorso della pace. Lì ho presentato la mia proposta che ho chiamato “L’Altro Dialogo”. Riporto testualmente alcuni estratti della mia proposta: “La Rivoluzione è obbligata a remare in due direzioni per sensibilizzare due basi elettorali. Da un lato, c’è il movimento popolare chavista cosciente e determinato che, secondo il risultato ottenuto il 20 maggio 2018, raccoglie circa il 30% dell’elettorato (6.245.862 voti su 20.526.978). Questo settore determinato è stato efficacemente sostenuto dal PSUV e dovrebbe continuare ad esserlo, al fine di rafforzarlo e garantirsi il suo sostegno attivo. L’altra base, che sarebbe determinante, è formata da quelli che definiti “né-né” o “non allineati”, che secondo studi credibili potrebbe rappresentare circa il 40% della platea elettorale (circa 8.000.000 di elettori).

La proposta dell’Altro Dialogo mira a favorire un’ampliamento dello spettro politico nazionale che promuova l’immagine di stabilità, distensione, pace e unità nazionale (…) L’altro dialogo aiuterebbe anche a combattere il cliché internazionale della “dittatura”, immagine promossa dall’imperialismo e dalla destra (…) La proposta ha come scopo quello di favorire un altro dialogo politico, diverso da quello inaugurato in Norvegia e che proseguirà alle Barbados. Il dialogo di Oslo, assolutamente conveniente, vantaggioso per le politiche del governo bolivariano e coerente con esse, riproduce tuttavia la polarizzazione politica, almeno dal punto di vista della percezione. S’impone mediaticamente l’immagine di un dialogo tra il governo e l’opposizione, rappresentata fondamentalmente da un solo settore dell’opposizione, la destra estremista. Infatti, il principale portavoce interno a questa fazione è il golpista pro-imperialista Juan Guaidó. Dovremmo chiederci: se è legittimo incontrare questi estremisti, perché non considerare l’avvio di un dialogo pubblico con altre fazioni dell’opposizione che non fanno parte dello spettro estremista e con i settori chavisti che non hanno direttamente responsabilità di governo? Settori che hanno almeno due punti di contatto con il PSUV e il Governo: il rifiuto dell’intervento imperialista e della violenza da un lato e la preferenza per la via pacifica, costituzionale ed elettorale dall’altro (…) È bene che l’Altro Dialogo sia convocato dal Governo, per conferirgli carattere ufficiale. Vediamo alcune delle sue caratteristiche: 1) si convocherebbero elementi di partito e persone organizzate in movimenti di opposizione o non direttamente coinvolti nella gestione del Governo, oltre al PSUV, alla sola condizione che si siano pubblicamente pronunciati contro l’intervento straniero e l’esercizio della violenza. 2) Alcuni di questi elementi potrebbero essere: MAS, Redes, PCV, UPV, Somos Venezuela, Plataforma por el Referéndum Consultivo, Plataforma Ciudadana en Defensa de la Constitución, Soluciones por Venezuela (Claudio Fermín), Concertación por el Cambio (Henry Falcón), Esperanza por el Cambio (Javier Bertucci). 3) L’ordine del giorno dovrebbe essere aperto, ma il dialogo dovrebbe mantenersi nel solco della trattativa per concludere accordi sull’inviolabilità del territorio della Patria, sulla necessità di privilegiare mezzi pacifici e costituzionali per risolvere le divergenze politiche, sull’opposizione alla promozione d’odio, sulla diffusione della tolleranza e la pace (…) Dovrebbero essere convocati dei garanti internazionali, ad esempio l’Ufficio locale della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU come convenuto recentemente con la Commissaria Michelle Bachelet. Questo dialogo promuoverebbe, inoltre, la conflittualità politica di settori oppositori diversi rispetto alla destra estremista e filoimperialista, venendo così a costituire nuovi riferimenti che annullino la polarizzazione dello scenario politico.

Ci saranno settori estremisti del chavismo che mi bolleranno come “debole” o “riformista” a causa di questa proposta. Vado avanti e gli rispondo. Sostengo il dialogo promosso dalla Norvegia e di cui il governo si avvale… ma con chi si dialoga? Con la destra fascista, che cospira, promuove la violenza e richiede l’intervento imperialista. D’altra parte, il governo ha riconosciuto di aver avviato da tempo colloqui con il governo degli Stati Uniti, il peggior nemico dell’umanità, che ci impone ampie sanzioni economiche, ruba i nostri beni, sostiene l’isolamento diplomatico del nostro paese e ci minaccia con la forza militare. Sono d’accordo con questa azione diplomatica del governo. Il Presidente Maduro ha ripetutamente affermato di essere pronto ad incontrare Donald Trump. Devo ammettere che non odio nessuno, ma con Trump ci vado molto vicino. Ciononostante, sosterrei un tale incontro. Mi chiedo, quindi, se il governo si mette al tavolo con il peggio del peggio, perché non convoca un dialogo con settori con i quali ha almeno due punti di convergenza, il rifiuto della violenza e l’opposizione all’intervento straniero?

Sto commettendo qualche tipo di infedeltà rivelando parte della mia proposta sostenuta dai consiglieri? Sono passati quasi due mesi da quando l’ho articolata e almeno un mese e mezzo da quando l’ho presentata. Recentemente ho comunicato nella chat Whatsapp del gruppo che, poiché non avevo ancora ricevuto alcuna risposta dal PSUV e se questa non ci fosse stata prontamente, l’avrei spostata su altre strade, poiché sono troppo vecchio per lavorare invano e le mie idee sono sostanzialmente disponibili per tutti, senza escludere che siano giuste o meno. Io stesso ho detto che avrei aspettato che passasse il Forum di San Paolo, dato che il PSUV era sicuramente molto impegnato in questa attività. Ma la dichiarazione a cui ho fatto riferimento ha segnato la svolta, perché ci sono indubbiamente altri venezuelani con idee che si avvicinano alle mie.

Non ho dubbi sulla mia posizione radicalmente anti-imperialista, che mantengo fin da quando ero molto giovane. Né nascondo la mia totale e assoluta contrapposizione al settore criminale rappresentato da quel personaggio irrilevante e passeggero chiamato Juan Guaidó e dal suo partito estremiesta e fascista, Voluntad Popular. Dopo aver chiarito questo punto, dico senza mezzi termini che chiunque rifiuti l’intervento straniero nel mio Paese, si opponga alla violenza e favorisca il dialogo e la pace, può considerarmi uno dei suoi.

* Membro della Assemblea Nazionale Costituente della Repubblica Bolivariana del Venezuela 
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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Alessio Decoro e Antonio Cipolletta]

 

Radicalizzarsi contro l’imperialismo?

Risultati immagini per Milicia popular bolivarianadi Néstor Francia 

Le ultime mosse degli Stati Uniti contro il Venezuela potrebbero voler dire che la disperazione e lo smarrimento imperversa nei circoli governativi della metropoli Imperiale. Questo, in termini assoluti, non vuol dire che il conflitto in corso sia pacificato, al contrario, ancora di più incombe il pericolo che l’imperialismo si radicalizzi e passi ad un superiore livello di aggressione, come il concretizzarsi della minaccia di esercitare un blocco navale. Questa mossa sicuramente non è semplice per gli Stati Uniti, significherebbe imbarcarsi in un’avventura dall’esito incerto; quello che è certo è che non sarà tentata prima delle elezioni presidenziali di novembre. Il risultato di queste elezioni, d’altra parte, potrebbe segnare cambiamenti nella politica estera degli Stati Uniti rispetto a questioni come la Cina, la Corea del Nord, Cuba e l’Iran, probabilmente anche il Venezuela, soprattutto se Donald Trump risulterà sconfitto. Questo sarà un bene o un male? Chissà, dovremo aspettare e vedere dove ci porterà la realtà.

Per ora, l’imperialismo continua a combinare strategie, facendo leva su fatti, minacce e manipolazioni mediatiche. Le sanzioni aumentano, continuano a fare dichiarazioni come quella fatta dal Capo del Comando Sud degli Stati Uniti, Craig Faller, in occasione delle esercitazioni militari Unitas, e seguono le operazioni come quella in corso contro Diosdado Cabello. 

Su quest’ultimo punto è oltraggiosa l’impunità con cui alcune agenzie di stampa internazionali agiscono nel nostro paese. È il caso dell’agenzia spagnola EFE, che si unisce all’ultimo attacco mediatico basato sulla presunta trattativa tra Diosdado Cabello e Stati Uniti. Ci sono alcuni che credono sia una manovra per favorire una spaccatura all’interno delle file chaviste. Non nego del tutto che nel governo gruppi diversi competono tra loro, ma queste contrapposizioni riguardano unicamente la distribuzione di posizioni e incarichi, e non la permanenza del chavismo nel governo né la leadership interna di Nicolás Maduro. Sono più incline a pensare che ciò che si cerca con questo tipo di bufale sia rafforzare le speranze, in forte calo, della base sociale oppositrice che Guaidó  possa ottenere la “cessazione dell’usurpazione”. Per l’imperialismo e i suoi alleati della destra nazionale e internazionale, è chiaro che senza un acceso conflitto sociale interno difficilmente si potrà chiudere la partita col governo bolivariano.

Hanno bisogno che la base sociale dell’opposizione sia incoraggiata e mobilitata come unica possibilità che un tale conflitto possa avere luogo.

Alla ”informazione” fabbricata da EFE sono evidenti tutte le magagne. Si basa su una presunta notizia pubblicata domenica scorsa su Axios, un portale di notizie inaugurato nel 2017 e fondato da personaggi che sono collegati alla Casa Bianca. Inoltre Axios è finanziato dai grandi monopoli statunitensi come JP Morgan e Chase, Boeing, BP, Bank of America, Koch Industries, S&P Global, UnitedHealth Group, Walmart e PepsiCo.

La notizia di EFE sul presunto contatto di Diosdato con funzionari statunitensi si regge su una frase: “gli Stati Uniti assicurano che questo lunedì, figure chiave della cerchia del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, sono in frequente collegamento per negoziare l’uscita di scena del presidente, in questi tempi di notizie false su un dialogo tra la Casa Bianca e quello che viene indicato come il numero 2 del chavismo, Diosdato Cabello”.

Tuttavia, la stessa agenzia confessa che l’attribuzione dei commenti agli “Stati Uniti” sia un falso, negando il rango ufficiale a questa bufala: “La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno evitato di confermare direttamente queste informazioni”, e le attribuiscono a funzionari che restano anonimi, dell’amministrazione statunitense. Una fonte truccata usata nella guerra dei media per le loro invenzioni malevole.

Citando fonti dubbiose come quella di un ex consigliere di Donald Trump, EFE costruisce una realtà virtuale, facendo leva sul suo contorto linguaggio.

Verso la fine, l’agenzia spagnola cala la maschera e parla delle voci come se fossero una verità dimostrata: “non è chiaro quali sono gli obiettivi del contatto con Cabello. Ci sono alcuni che sostengono che la Casa Bianca stia solamente cercando di destabilizzare l’ambiente vicino a Maduro, quasi sette mesi dopo aver riconosciuto il leader oppositore Guaidò come presidente ad interim del Venezuela“.

Lasciano intendere che la voce sia vera, ci sarebbero dubbi solo sulla reale natura degli obiettivi del contatto con Cabello. Questa è pura sfacciataggine, caradurismo [attitudine ad essere sfrontati e senza vergogna, NDT] e assenza totale di etica giornalistica.

Di fronte a una probabile intensificazione dell’aggressione imperialista, alcuni si domandano cosa dobbiamo fare, e propongono una radicalizzazione proprio su questo fronte di lotta: dichiarare lo stato di emergenza e di guerra, espropriare le imprese statunitensi, espellere dal paese le canaglie bugiarde come EFE, incarcerare subito i traditori che chiedono l’intervento militare dell’impero, sciogliere le organizzazioni terroristiche come Voluntad Popular, interrompere la fornitura petrolifera agli Stati Uniti e ai loro alleati. Io non propongo niente, resto ostaggio dei dubbi, cioè che al momento è conveniente agire con la pazienza degli indios. Quello che dico è che tutte “le opzioni dovrebbero essere sul tavolo”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

Gli zapatisti occupano nuovi territori: “Rotto l’assedio!”

Risultati immagini per EZLNdi Resumen Latinoamericano

18 agosto 2019.- Comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Messico

17  AGOSTO 2019

AL POPOLO MESSICANO

AI POPOLI DEL MONDO

AL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO-CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO

ALLA SESTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE

ALLE RETI DI APPOGGIO, RESISTENZA E RIBELLIONE

 

SORELLE, FRATELLI

COMPAGNE, COMPAGNI

 

Vi riportiamo le nostre parole, che sono le stesse di ieri, oggi e domani, perché sono parole di resistenza e ribellione.

 

Nell’ottobre del 2016, quasi 3 anni fa, nel suo ventesimo anniversario, i popoli fratelli organizzati nel Congresso Nazionale Indigeno, uniti all’EZNL, si sono impegnati a passare all’offensiva per la difesa del territorio e della Madre Terra. Perseguitati dalle forze del malgoverno, dai signori della guerra, dalle imprese straniere, dai criminali e dalle leggi; considerando i morti, le ingiustizie e le provocazioni, i popoli originari, i guardiani della terra, si sono  riuniti per passare all’offensiva e diffondere la parole e l’azione resistente e ribelle.

 

Con la nascita del Consiglio Indigeno di Governo e la nomina della sua portavoce, Marichuy, il Congresso Nazionale Indigeno si è impegnato nel compito di portare, ai fratelli e alle sorelle della campagna e della città, la parola di allerta e organizzazione. Anche l’EZLN è passato all’offensiva nella sua battaglia della parola, delle idee e per l’organizzazione.

 

 

E’ giunto il momento di rendere conto alla CIG-ICC e alla sua portavoce. La sua gente dirà se abbiamo adempiuto al nostro compito e non dobbiamo rendere conto solo a loro. Lo dobbiamo anche alle organizzazioni, gruppi, collettivi e individui (specialmente la Sesta e le Reti, ma non solo), che, in Messico e nel mondo, hanno a cuore i popoli zapatisti e, secondo i loro tempi, coordinate geografiche e modalità, indipendentemente dalla loro distanza in chilometri, indipendentemente dai muri e dai confini, o dalle barriere che ci impongono, continuano a far battere il loro cuore accanto al nostro.

 

L’arrivo di un nuovo governo non ci ha ingannato. Sappiamo che il Padrone non ha altra patria che il denaro, e governa il mondo e la maggior parte delle fattorie che chiama “Paesi”.

 

Sappiamo anche che la ribellione è proibita, così come la dignità e la rabbia. Ma in tutto il mondo, nei suoi angoli più dimenticati e disprezzati, ci sono esseri umani che resistono per non essere divorati dalla macchina e non si arrendono, non si vendono e non si arrendono. Hanno molti colori, molte sono le loro bandiere, molte le lingue che parlano, e colossali sono la loro resistenza e la loro ribellione.

 

Il padrone e i suoi capataz costruiscono muri, frontiere e recinzioni per cercare di contenere ciò che dicono sia un cattivo esempio. Ma non ci riescono, perché la dignità, il coraggio, la rabbia e la ribellione, non possono essere fermati o rinchiusi. Anche se si nascondono dietro mura, confini, recinzioni, eserciti e polizia, leggi e decreti, questa ribellione prima o poi li chiamerà a rispondere delle loro azioni. E non ci sarà né perdono né dimenticanza.

Sapevamo e sappiamo che la nostra libertà sarà solo opera nostra, dei popoli originari. In Messico nonostante il nuovo Capataz, ancora seguono persecuzioni e morte: in pochi mesi, una dozzina di compagni del Congresso Nazionale Indigeno – Consiglio del Governo Indigeno e attivisti sociali, sono stati assassinati. Tra questi, un fratello molto rispettato dai popoli zapatisti: Samir Flores Soberanes, ucciso dopo essere stato segnalato dal Capataz che, peraltro, porta avanti mega-progetti neoliberali che cancellano interi popoli, distruggono la natura e trasformano il sangue dei popoli originari in profitto per il Capitale.

 

Per questo motivo, in onore delle sorelle e dei fratelli morti, perseguitati, scomparsi o in carcere, abbiamo deciso di chiamare la campagna zapatista “SAMIR FLORES VIVE”, che si conclude oggi e che rendiamo pubblica:

 

Dopo anni di lavoro silenzioso, nonostante l’assedio, le campagne di menzogne, le diffamazioni, i pattugliamenti militari, la Guardia Nazionale, le campagne di controinsurrezione mascherate da programmi sociali, l’oblio e il disprezzo, siamo cresciuti e ci siamo rafforzati.

 

E abbiamo spezzato l’assedio.

 

Siamo partiti senza chiedere il permesso e ora siamo di nuovo con voi, sorelle e fratelli, compagne e compagni. L’assedio del governo è stato superato, non ha funzionato e non funzionerà mai. Seguiamo strade e percorsi che non esistono su mappe e che i satelliti non vedono perché si trovano solo nei pensieri dei nostri vecchi.

 

Con noi zapatisti, nei nostri cuori, facciamo camminare anche la parola, la storia e l’esempio dei nostri popoli, dei nostri figli, anziani, uomini e donne. Fuori troviamo casa, il cibo, ascolto e parole. Ci siamo capiti come si intendono solo coloro che condividono non solo il dolore, ma la storia, l’indignazione e la rabbia.

Così abbiamo compreso non solo che le recinzioni e i muri servono solo per la morte, ma anche che la compravendita delle coscienze dei governi è sempre più inutile. Non ingannano più, non convincono più, si arrugginiscono, si rompono, hanno già fallito.

 

E’ così che usciamo. Il Grande Capo è stato lasciato indietro, pensava che il suo recinto ci avrebbe trattenuti. Da lontano abbiamo visto le sue spalle fatte di guardie nazionali, soldati, poliziotti, progetti, aiuti umanitari e menzogne. Siamo andati avanti e indietro, dentro e fuori. 10, 100, 1000 volte l’abbiamo fatto e il Grande Capo faceva la guardia ma non riusciva a vederci, confidando nella paura che incuteva.

 

Abbiamo lasciato gli assedianti come una macchia sporca, accerchiati essi stessi all’interno di un territorio ora molto più esteso, un territorio che diffonde ribellione.

 

Fratelli e sorelle, compagni e compagne:

 

Ci presentiamo davanti a voi con nuovi Caracoles e Municipi Autonomi Ribelli e Zapatisti in nuove aree del Messico sudorientale.

 

Ora avremo anche centri di resistenza autonoma e ribellione zapatista. Nella maggior parte dei casi, questi centri ospiteranno anche Caracoles [centro politico-culturale e legislativo], Consigli del Buon Governo e Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti.

 

Anche se lentamente, come suggerisce il loro stesso nome[ Caracol significa lumaca], i 5 Caracoles originali sono nati dopo 15 anni di lavoro politico e organizzativo; e anche i Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti e i loro Consigli del Buon Governo hanno dovuto proliferare e aspettare per vedere i risultati. Ora ci saranno 12 Caracoles con i loro rispettivi Consigli di Buon Governo.

 

Questa crescita esponenziale, che oggi ci permette di uscire di nuovo dall’assedio, è dovuta fondamentalmente a due fattori:

 

Uno, il più importante, è il lavoro politico-organizzativo e l’esempio delle donne, uomini, bambini e anziani che sono la base di appoggio zapatista. In special modo le donne e i giovani zapatisti. Compagne di ogni età si sono mobilitate per parlare con altre sorelle, con o senza organizzazione. I giovani zapatisti, senza abbandonare i loro gusti e desideri, hanno imparato ancora di più dalla scienze e dalle arti contagiando sempre più giovani. La maggior parte di questa gioventù, principalmente donne, si sono assunte questo compito immergendolo nella creatività, ingegno e intelligenza che le è propria. Così possiamo dire, senza dolore e con orgoglio, che le donne zapatiste non solo vanno avanti, come l’uccello Pujuy, per indicare il cammino e non smarrirci, ma sono anche al nostro fianco per evitare che deviamo dal percorso e alle nostre spalle per non farci rallentare.

 

 

 

Il secondo fattore è la politica governativa che mira a distruggere la comunità e l’ambiente naturale, in particolare la politica dell’attuale governo autodenominato “Quarta Trasformazione”. Le comunità tradizionalmente partitiche sono state danneggiate dal disprezzo, dal razzismo e dalla voracità dell’attuale governo, e stanno passando alla ribellione aperta o nascosta. Chiunque pensasse che con la sua politica controinsurrezionale di sussidi, il governo attuale, avrebbe diviso lo zapatismo e comprato la fedeltà dei non zapatisti, alimentando lo sconto e la sfiducia, ha prestato solo le motivazioni che mancavano per convincere i fratelli e le sorelle che è necessario difendere la terra e l’ambiente naturale.

Il Mal Governo ha creduto, e tuttora crede, che quello di cui i popoli hanno bisogno e aspettano siano sussidi economici.

Oggi, i popoli zapatisti e molti altri che non lo sono, così come i popoli fratelli del CNI della zona sudorientale del Messico e in tutto il Paese, rispondono e dimostrano che si sono sbagliati.

Sappiamo che l’attuale Capataz si è formato nella fila del PRI e nella concezione “indigenista” secondo la quale i popoli originari desiderano solo vendere la propria dignità e smettere di essere ciò che sono, che gli indigeni sono pezzi da museo, pezzi di artigianato colorato che i potenti usano per occultare il grigio del proprio cuore. Al Capataz preoccupa solo che i suoi Muri-Treni (quello dell’Istmo e quello ignobilmente chiamato “Maya”) passino attraverso le rovine archeologiche di un’antica civiltà, in modo da deliziare la vista dei turisti-passeggeri. [da dicembre 2018 è stato lanciato il piano del Tren Maya, una nuova linea di 1.525 chilometri pensata per collegare lo stato del Chiapas alla penisola dello Yucatan, con l’obiettivo di rilanciare il turismo e l’occupazione.  Il treno passerà attraverso le aree in cui risiede la comunità etnica dei Maya, ma anche i principali siti archeologici della civiltà Maya, come quelli patrimonio Unesco di Cancun e Chichén Itzá NDT]

Ma noi popoli originari siamo vivi, ribelli e in resistenza. Il Capataz ora intende rimettere in circolazione uno dei suoi caporali, un avvocato che un tempo è stato indigeno, e che ora, come sempre nella storia del mondo, si dedica a dividere, perseguitare e manipolare quelli che un tempo erano i suoi simili. Ma noi indigeni siamo vivi, ribelli e resistenti. Il capo dell’INPI si sfrega ogni giorno la coscienza con la pietra pomice per eliminare ogni traccia di dignità. Crede che così che la sua pelle diventerà bianca e la sua ragione quella del Padrone. Il Capataz si congratula con lui e si congratula con se stesso: non c’è niente di meglio per cercare di controllare i ribelli che un pentito, un apostata a pagamento, per trasformarli in marionette dell’oppressore.

Negli ultimi 25 e più anni abbiamo imparato.

Anziché scalare posizioni all’interno del Mal Governo o diventare una cattiva copia di coloro che ci umiliano e ci opprimono, l’intelligenza e conoscenza che abbiamo è stata dedicata alla nostra crescita e forza.

 

Grazie alle sorelle e ai fratelli del Messico e del mondo che hanno partecipato agli incontri e ai seminari che abbiamo convocato, la nostra immaginazione e creatività, così come la nostra conoscenza, si sono aperte e sono diventate più universali, cioè più umane. Abbiamo imparato a guardare, ascoltare e parlare all’altro senza derisione, condanna o pregiudizi. Abbiamo imparato che un sogno che non abbraccia il mondo è un piccolo sogno.

 

Ciò che ora è noto e pubblico, è stato un lungo processo di riflessione e di ricerca. Migliaia di assemblee di comunità zapatiste, nelle montagne del sud-est del Messico, pensavano e cercavano strade, modi e tempi. Sfidando il disprezzo dei potenti, che ci indicavano come ignoranti e sciocchi, abbiamo usato intelligenza, conoscenza e immaginazione.

 

Qui li chiamiamo i nuovi Centri di Resistenza Autonoma e Ribellione Zapatista (CRAREZ). Ci sono 11 nuovi centri, più i 5 Caracoles originali. Inoltre, sommando i Municipi Autonomi originari, che sono 27, in totale i  centri zapatisti sono 43.

 

Nomi e posizione delle nuove Caracoles e Marez[Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti]:

1 – Nuovo Caracol, chiamatoColectivo el corazón de semillas rebeldes, memoria del Compañero GaleanoLa Giunta di Buon Governo ha preso il nome di: Pasos de la historia, por la vida de la humanidad. Sede La Unión. Terra recuperata. A fianco dell’ejido[terreno comune di uso pubblico] San Quintín, dove si trova la caserma dell’esercito del Mal Governo; Municipio di Ocosingo.

2 – Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: Esperanza de la Humanidad; sede: ejido Santa María. Municipio ufficiale di Chicomuselo.

3 – Otro Nuevo Municipio autónomo, chiamato: Ernesto Che Guevara. Sede: El Belén. Municipio ufficiale di Motozintla.

4 – Nuevo Caracol chiamato: Espiral digno tejiendo los colores de la humanidad en memoria de l@s caídos. La Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: Semilla que florece con la conciencia de l@s que luchan por siempre. Sede:Tulan Ka’u, terra recuperata. Municipio ufficiale di Amatenango del Valle.

5 – Otro Caracol Nuevo. chiamato: Floreciendo la semilla rebelde. La Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: Nuevo amanecer en resistencia y rebeldía por la vida y la humanidadSede: PobladoPatria Nueva, terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

6Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: Sembrando conciencia para cosechar revoluciones por la vidaSede: Tulan Ka’u. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Amatenango del Valle.

7 – Nuevo Caracol. Chiamato: En Honor a la memoria del Compañero ManuelLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nomeEl pensamiento rebelde de los pueblos originariosSede: Dolores Hidalgo. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

8 – Otro Nuevo Caracol, chiamato: Resistencia y Rebeldía un Nuevo HorizonteLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: La luz que resplandece al mundo. Sede: el Poblado Nuevo Jerusalén. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

9 – Nuevo Caracol, chiamato: Raíz de las Resistencias y Rebeldías por la humanidadLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nomeCorazón de nuestras vidas para el nuevo futuro. Sede: ejido Jolj’a. Municipio ufficiale di Tila.

10Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: 21 de Diciembre. Sede: Ranchería K’anal Hulub. Municipio ufficiale di Chilón.

11 – Nuevo Caracol, chiamatoJacinto CanekLa Giunta di Buon Governo si chiama: Flor de nuestra palabra y luz de nuestros pueblos que refleja para todosSede: Comunidad del CIDECI-Unitierra. Municipio ufficiale di San Cristóbal de las Casas.

 

Cogliamo l’occasione per invitare la Sesta, le Reti, la CNI e tutte le persone oneste a venire e, insieme ai popoli zapatisti, a partecipare alla costruzione della CRAREZ, sia procurando materiali e sostegno economico, che martellando, tagliando, trasportando, orientando e vivendo con noi. O nella forma e nel modo che ritengono più opportuno. Nei prossimi giorni renderemo pubblica una lettera che spiegherà come, quando e dove sarà possibile registrarsi per partecipare.

Convochiamo la CNI-CIG per incontrarci e far conoscere il lavoro al quale ci siamo dedicati, per condividere i problemi, le difficoltà, i contraccolpi, gli errori, i semi che servono per mietere il meglio dalla lotta, ma anche i semi che vediamo che non ci danno un raccolto migliore, ma tutto il contrario, in modo da non ricadere negli stessi errori. Per incontrare chi vuole davvero organizzare la lotta e che incontriamo per parlare di buoni e cattivi raccolti. Nello specifico, proponiamo la realizzazione congiunta, in uno dei Caracol, di quello che potrebbe essere chiamato FORUM IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA TERRA MADRE, o come meglio credete, aperto a tutte le persone, gruppi, collettivi e organizzazioni che sono impegnati in questa lotta per la vita. La data che vi proponiamo è il mese di ottobre 2019, nei giorni che crederete più opportuni. Allo stesso modo, vi offriamo uno dei Caracol per tenere la riunione o l’assemblea della CNI-CIG, nella data che converrete.

 

Invitiamo LA SESTA E LE RETI ad avviare l’analisi e la discussione per la formazione di una Rete Internazionale di Resistenza e Ribellione, Polo, Nucleo, Federazione, Confederazione, o come si chiamerà, basata sull’indipendenza e l’autonomia di chi la forma, rinunciando esplicitamente all’egemonia e all’omologazione, in cui la solidarietà e il sostegno reciproco sono incondizionati, le esperienze positive e negative delle reciproche lotte sono condivise, e si lavora per diffondere le storie dal basso e da sinistra.

 

A tal fine, come zapatisti, convocheremo incontri bilaterali con gruppi, collettivi e organizzazioni che lavorano nelle loro territori. Non faremo grandi riunioni. Nei prossimi giorni vi metteremo a conoscenza del come, quando e dove questi incontri bilaterali che vi proponiamo si terranno. Naturalmente, sarà comunicato a coloro che accettano e tenendo conto dei loro calendari e latitudini.

 

A chi dell’Arte, della Scienza e del Pensiero Critico ne ha fatto la sua vocazione e la sua vita, saranno invitati a festival, incontri, seminari, feste, scambi, o come vorrete chiamarli. Vi faremo sapere come, quando e dove si svolgeranno. Questo include il CompArte [ gioco di parole che unisce condividere arte] e il Festival del cinema “Puy ta Cuxlejaltic”, ma non solo. Abbiamo pensato di realizzare delle CompArtes speciali secondo le singole Arti. Per esempio: Teatro, Danza, Arti Plastiche, Letteratura, Musica, ecc. Ci sarà un’altra edizione delle ConCiencias [gioco di parole che unisce coscienza e scienza], magari a partire dalle Scienze Sociali. Ci saranno i semenzai del Pensiero Critico, magari partendo dal tema della Tempesta.

 

E SOPRATTUTTO A COLORO CHE CAMMINANO CON DOLORE E RABBIA, CON RESISTENZA E RIBELLIONE, E SONO PERSEGUITATI:

 

Inviteremo a riunioni con i parenti di coloro che sono stati uccisi, scomparsi o imprigionati. A queste riunioni saranno presenti anche le organizzazioni, i gruppi e i collettivi che accompagnano il dolore di queste famiglie, la loro rabbia e la loro ricerca della verità e della giustizia. L’unico obiettivo sarà quello di conoscersi e scambiarsi non solo dolori, ma anche e soprattutto le esperienze in quella ricerca. I popoli zapatisti si limiteranno ad essere ospiti.

 

Le compagne zapatiste convocheranno un nuovo Incontro delle Donne che lottano, nei tempi, luoghi e modalità che decideranno, e comunicando quando e attraverso il mezzo di informazione che riterranno più opportuno. Una volta per tutte avvertiamo che l’incontro sarà solo per le donne, motivo per cui non è possibile fornire altri dati.

 

Vedremo se c’è un modo per tenere un incontro con gli Otroas [coloro che non sono né uomini né donne gli zapatisti li chiamano Otraoas], con l’obiettivo di condividere, oltre che il dolore, anche le ingiustizie, le persecuzioni e altre stronzate che subiscono, ma soprattutto per condividere le loro forme di lotta e la loro forza. Noi popoli zapatisti ci limiteremo ad essere ospiti.

 

Vedremo se un incontro di gruppi, collettivi e organizzazioni che difendono i diritti umani sarà possibile, nella forma e nelle modalità che essi stessi decideranno. I popoli zapatisti si limiteranno ad essere ospiti.

 

-*-

 

Compagni e fratelli:

 

Siamo qui, siamo zapatisti. Per essere visti, ci siamo coperti i volti; affinché ci chiamassero, abbiamo nascosto negavano il nostro nome; puntiamo sul presente per avere un futuro e, per vivere, moriamo. Siamo zapatisti, per lo più indigeni con radici Maya, non ci vendiamo e tanto meno ci arrendiamo.

 

Siamo ribellione e resistenza. Siamo uno dei tanti martelli che abbatteranno i muri, uno dei tanti venti che spazzeranno la terra e uno dei tanti semi da cui nasceranno altri mondi.

 

Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

 

Dalle montagne del sud-est messicano.

A nome delle basi di supporto zapatisti, uomini, donne, bambini e anziani e del Comitato Rivoluzionario Indigeno Clandestino – Comando Generale degli Zapatisti.

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés

Messico, agosto 2019

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Bilancio e proposte in base all’esperienza vissuta in Rivoluzione

Risultati immagini per mision caracas 2003di Thaís Rodríguez Gómez

Dopo un’assenza di circa due mesi, Caracas mi accoglie con una brezza gelida davanti alla collina Mario Briceño Iragorry a Propatria. Questa collina mi ricorda tante cose dalla fase più felice della mia gioventù: l’inizio della Rivoluzione Bolivariana. Nel 2003, il Comandante Chávez affidò il compito di realizzare la Missione Caracas al primo gruppo di giovani del Fronte Francisco de Miranda, con l’obiettivo di entrare nei quartieri più poveri della capitale, vivere con la gente e realizzare una valutazione sociale che individuasse i bisogni più urgenti della popolazione. Ci andai, da Barquisimeto a Caracas, ispirata da un vortice di idee e speranze, appena quindicenne, con centinaia di giovani provenienti da diverse parti del paese.

Risultati immagini per mision caracas 2003“Ragazzi andate, siate i miei occhi, ovunque fate come se foste Chávez, aiutatemi”, ci disse.

Per quelle coincidenza della vita, il gruppo 5 degli operatori sociali di cui facevo parte doveva arrivare nel quartiere Mario Briceño Iragorry, lo stesso nome del liceo nel quale cominciavo il quinto anno di studi superiori a Barquisimeto.

Mario Briceño era un giovane storico di quella generazione che ha combattuto la dittatura gomezista e che scrisse uno dei più importanti documenti patriottici e antimperialisti “Mensaje sin destino”, nel quale definiva l’intero settore alienato e filo-imperialista della nostra popolazione come “piti yanquis”… per me non fu un caso dover vivere e lavorare per quasi due mesi in un quartiere che porta il suo nome.

In quel quartiere, sin dal primo giorno, compresi appieno Chávez, la sua insistenza, la sua impazienza e la sua urgenza di trovare soluzioni, caratteristiche che l’avrebbero accompagnato dall’inizio della sua vita politica fino al suo ultimo respiro.

Mario Briceño è un quartiere come ce ne sono tanti a Caracas e in Venezuela, dove la povertà si percepisce sui volti della gente. La cosa peggiore non era la miseria materiale, bensì quella spirituale che generalmente l’accompagna: bambini senza padre, senza scuola e con problemi di malnutrizione.

Risultati immagini per mision caracas 2003La prima esperienza che ho avuto è stata quando sono entrata nella casa che ci avrebbe ospitato. Mentre cercavo di raggiungere la finestra (per ogni ragazza che viene da una città pianeggiante è irresistibile arrivare in alto per poi guardare in giù), ma non mi lasciarono nemmeno affacciare poiché, con calma ma con fermezza, mi ammonirono: “No ragazza, non affacciarti. C’è una sparatoria dall’altra parte della collina e un proiettile può arrivare pure qui”. Il monito mi fu dato da Helen, la padrona di casa, donna instancabile e di convinzioni granitiche, una di quelle attiviste di quartiere che sono più importanti di qualsiasi leader politico. In questi 16 anni, da quando l’ho incontrata, ogni volta che la rivedo, le domando: Helen, come stai? E lei risponde puntualmente: sempre uguale, in lotta.

Helen aveva una piccola casa dove viveva con le sue tre figlie, ognuna delle quali aveva un compagno e un figlio. Ci disse senza riserve: “tutti rimarranno qui”; eppure il nostro gruppo era formato da 25 giovani e in aggiunta di tanto in tanto Daniel (uno dei ragazzi del gruppo) portava a casa qualche cucciolo che faceva pipì ovunque. Durante la notte non si poteva circolare nell’appartamento perché il pavimento era ricoperto di materassi che, solo la mattina molto presto, venivano tolti. Dopo un mese che abitavano con Helen, lo spazio si ridusse ancora di più perché fu data una delle tre stanze alla prima coppia di medici cubani che arrivarono nel quartiere.

Che cosa facevamo lì? Ci dividemmo in gruppi di tre persone per andare in giro, entrare nelle case e parlare con la gente, riempiendo un questionario dove si chiedevano varie informazioni: nucleo familiare, grado di istruzione, occupazione, reddito, aspirazioni di miglioramento della comunità, quali mezzi di informazione e che tipo di divertimento preferissero. Pochi giorni dopo eravamo già molto conosciuti nel quartiere e cominciammo a coordinarci con i leaders della comunità per organizzare attività culturali e sportive.

Durante le mie passeggiate nel quartiere ho avuto un compagno inseparabile che mi assicurava che mi avrebbe protetto da qualsiasi cosa, era Manuel, otto anni. “Tu sei la mia ragazza e io mi prenderò cura di te”, mi disse. Aveva perso la vista da un occhio e uno scarso sviluppo fisico ne denunciava la malnutrizione. Era il primo di sei fratelli, gli ultimi due nati con malformazioni genetiche. Vivevano in una specie di grotta, un luogo dove la luce del sole non entrava mai, la madre era tossicodipendente e non c’erano indizi che i genitori si riavvicinassero. Chi era sempre al suo posto era la nonna, una donna che appariva già anziana, ma probabilmente non era tanto vecchia. Bastava guardarle le mani e gli occhi per intuire quanto dura fosse stata la vita con lei. Questa famiglia è stato uno dei casi che abbiamo segnalato con insistenza e a cui facemmo ottenere l’assistenza sociale.

Lì a Briceño ho capito cosa c’è veramente dietro le statistiche, perché è facile dire: 65% di povertà, 25% di povertà estrema, 3 miliardi di dollari persi durante il sabotaggio petrolifero… ma solo quando ti confronti con la realtà le cifre ti entrano come un pugnale fin nel profondo dell’anima.

Nel 2003, periodo in cui portammo a terminare la valutazione sociale e allo stesso tempo svolgemmo altri compiti, Chávez promosse la realizzazione più amorevole ed efficace della nostra Rivoluzione: Le Missioni Sociali. I medici venivano da Cuba, perché in Venezuela i pochi che avevamo non volevano andare nei quartiere popolari o in campagna; mentre le cubane e i cubani si inerpicavano sulle colline, attraversavano fiumi, montagne, savane e dormivano sui materassini. Con una provvista di medicinali, organizzarono, insieme alla comunità, ambulatori di fortuna. Successivamente furono costruiti i moduli sanitari, i Centri di diagnosi integrale e i Centri ad alta tecnologia.

In quel periodo furono creati anche i Mercales e Mercalitos, le case del cibo dove le donne del quartiere si rimboccavano le maniche per cucinare per famiglie come quella del piccolo Manuel. Allo stesso tempo, i gruppi di volontari per la Missione Robinson cominciavano a formarsi. La Missione Robinson ha insegnato ad adulti e anziani a leggere e scrivere e così nel 2005 il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo, nonostante i media di destra li deridessero affermando: “pappagallo vecchio non impara a parlare”. Alla fine di quell’anno, il 2003, iniziarono i censimenti per la Missione Rivas e Missione Sucre, per le scuole superiori e l’università.

Risultati immagini per mision caracas 2003Passarono gli anni e si aggiunsero un numero infinito di conquiste sociali: l’Università Bolivariana del Venezuela (dove mi sono laureata come comunicatrice sociale), villaggi universitari in tutto il paese, fu fondata ViVe Televisión (dove imparai a raccontare le storie della nostra rivoluzione), si promossero miglioramenti nelle comunità attraverso i comitati per i terreni urbani, per la salute, per la pianificazione e più tardi i Consigli Comunali. Si raggiunse il risultato di ridurre la povertà all’8%, ottenemmo la piena sovranità sul petrolio (recuperando PDVSA), la nazionalizzazione della fascia petrolifera dell’Orinoco (azione che permise di garantire le risorse economiche per la politica di assistenza sociale). Se citassi una ad una le opere compiute durane la rivoluzione, certamente potrei scrivere un libro di centinaia di pagine.

Nel 2012 a Caracas conobbi il mio amico Javier, che vive nel quartiere Isaías Medina Angarita, proprio di fronte a Mario Briceño e fu inevitabile non fare un bilancio. La prima cosa che mi sono detta è stata: “Ce l’abbiamo fatta!”. Anche se c’era ancora molto da fare, non avevamo più bambini denutriti come Manuel. I ragazzini erano in salute, disputavano tornei di calcio organizzato dal Consiglio Comunale, le facciate degli edifici del Barrio Nuevo e del Barrio Tricolor erano vivacemente colorate, e insomma, nei volti della gente non si leggeva più miseria spirituale, bensì gioia e ottimismo.

Questo risultato fu conseguito grazie alle missioni nate dall’impegno febbrile di centinaia di migliaia di patriote e patrioti disposti a riprendersi il Paese; e, già consolidata la rivoluzione, progetti di successo come la Grande Missione Abitativa Venezuela e una lunga lista di altre cose straordinarie, noi le rendemmo ordinarie. Purtroppo alcuni smemorati attribuiscono questi risultati alla 4a Repubblica, quando invece sono conquiste sociali raggiunte col chavismo.
Questo abbiamo fatto, e dico abbiamo, perché tutti insieme, patrioti e patriote, abbiamo raggiunto questi risultati e di questo sarò sempre orgogliosa. Oggi, 20 luglio 2019, torno a casa di Javier e inevitabilmente ancora una volta si deve fare bilancio: mi rendo perfettamente conto che in termini materiali siamo regrediti, una percezione della realtà che coincide con i dati recentemente pubblicati dalla Banca Centrale del Venezuela, che indicano che siamo tornati agli stessi indici economici del 1999, cioè, che in sei anni di crisi, sotto il profilo economico, siamo tornati al punto di partenza. Tutto questo per i molteplici motivi che hanno generato la crisi iniziata nel 2013. Tuttavia, al di là delle cifre, dobbiamo valutare il campo soggettivo, e lì ci rendiamo conto che la rivoluzione ha inciso, perché c’è un popolo impoverito ma che resiste, con espedienti, speranza e con autostima.

Conosciamo bene le cause di questa crisi. Ce ne sono di esterne: il crollo del prezzo del petrolio, in caduta libera per 2 anni consecutivi, l’attacco alla moneta (componente principale della crisi), il blocco e le sanzioni economiche degli Stati Uniti, il furto del complesso delle raffinerie Citgo, la rapina di parte delle nostre riserve auree e del denaro dallo Stato Venezuelano depositato su conti bancari, e per finire, il sabotaggio della borghesia parassitaria.

La crisi però è dovuta anche cause interne, che ci rendono vulnerabili alle aggressioni: la fuga di capitali operata da una parte del settore imprenditoriale con il consenso di un’amministrazione pubblica corrotta, l’inefficienza, la negligenza nelle istituzioni e nelle aziende dello Stato, con il popolo che patisce per la scarsa qualità dei servizi di base (avvertita pesantemente nella maggior parte degli stati del paese, e molto prima che cominciassero gli attacchi al sistema elettrico); inoltre è necessario sottolineare la problematica fornitura del gas, perché, benché il nostro paese sia una delle maggiori potenze nel settore degli idrocarburi, intere popolazioni, anche all’interno delle grandi città, cucinano con la legna, prassi che provoca effetti dannosi alla salute oltre a produrre un forte impatto sull’ambiente a causa dell’abbattimento indiscriminato degli alberi; la scarsa attenzione, i ritardi e in molti casi la richiesta di indebite commissioni per lo svolgimento delle pratiche nella pubblica amministrazione; l’azione senza scrupoli dei funzionari della GNB (Guardia Nazionale Bolivariana), lungo autostrade e superstrade, che esigono mazzette da chi trasporta forniture (alimenti compresi) affinché tutto fili liscio; la corruzione, che non costituisce solo un problema etico, ma ha assunto dimensioni strutturali al punto da aggravare le dinamiche economiche del paese (quest’ultimo punto meriterebbe un articolo intero), e si potrebbe continuare.

È importante analizzare le responsabilità dirette di chi governa oggi, per mutare il corso delle cose. Ovviamente dalla destra, dai nemici, non ci aspettiamo cambiamenti, al contrario, ci aspettiamo ancora sabotaggi e azioni contro il popolo. Ci tocca continuare a resistere, ma in condizioni di uguaglianza, con un’amministrazione rivoluzionaria delle risorse, senza scuse assurde che fanno perdere legittimità alla dirigenza. Perché è evidente che non tutti abbiamo vissuto la crisi nelle stesse condizioni, che c’è un popolo che si sacrifica da solo, resistendo nonostante alcuni godano di privilegi grotteschi, addirittura alcuni dirigenti che si dicono chavisti, oltre che il settore commerciale, imprenditoriale e la classe politica d’opposizione. In breve, la gestione della crisi si è svolta nel quadro dell’economia capitalistica e quindi è toccato ai lavoratori e alle lavoratrici soffrire, ma la piramide deve essere invertita.

Mi chiedo:

Perché non affrontare i problemi con lo stesso spirito febbrile che ha caratterizzato l’inizio della rivoluzione, in modo da risolvere i bisogni più urgenti della popolazione? Che siano coinvolti i sindaci, i governatori, i ministri, che girino in lungo e largo il paese, organizzando e accompagnando il popolo! Purtroppo li vediamo tutti molto distanti, muoversi su grandi SUV, temendo di avvicinare il popolo, e quando appaiono in TV, sono quasi tutti ingrassati.

Perché non attivare un piano di risanamento di PDVSA, con la partecipazione di tecnici e ingegneri patrioti che, con le loro conoscenze, creatività e onestà, promuovano un programma di lavoro che recuperi le molte aree attualmente inattive o carenti? Sì, è possibile! L’Esercito Produttivo (un gruppo di lavoratori ingegneri che su base volontaria hanno superato ogni genere di ostacoli, compreso il sabotaggio della burocrazia), l’anno scorso ha raggiunto gli obiettivi prestabiliti della Battaglia Produttiva nel complesso di raffinazione del Paraguaná: in brevissimo tempo hanno riparato numerose strutture con le proprie sole forze. Esperienze come queste dovrebbero essere parte di un Programma Statale e non solo un’iniziativa popolare nata dalla lotta contro strutture amministrative, che per oscure ragioni, vi si oppongono.

Perché non implementare un metodo di gestione trasparente che miri a sradicare le pratiche di corruzione nell’industria, in particolare nel settore Commercio e Forniture, cervello commerciale della PDVSA? Il recupero dell’industria, in questo momento particolare, è la cosa più urgente per garantire le risorse necessarie alla società.

Perché non vediamo piccoli mercalitos nei quartieri? Per di più se diamo un’occhiata ai negozi Clap nel CCCT [Centro Ciudad Comercial Tamanaco, un centro commerciale situato a Caracas, NdT] troveremo prodotti importati a prezzi inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Molti di questi articoli: liquori, condizionatori d’aria, trucco e altri beni d’importazioni, non sono certo beni di prima necessità!

In piena crisi alimentare, perché non dichiariamo guerra ai latifondi, come fece Chávez nel 2006, incentivando la produzione, invece di sfollare i contadini per garantire la terra ai privati? Perché criminalizzare i contadini più poveri, che hanno dato sangue e sudore per la rivoluzione, invece di sostenere con i fondi statali la mafia agraria che cospira contro il governo?

Si potrebbe preparare un piano di lavoro per la terra, stabilendo obiettivi di produzione dove, dal Presidente al Ministro, fino ai funzionari, i quali con il loro esempio incentivano, contribuendo con giornate di lavoro volontario, il raggiungimento degli obiettivi. È necessaria una grande alleanza con i contadini organizzati nelle Comuni.

Perché non vediamo coinvolti i militari nei compiti urgenti di piantare, produrre e recuperare le aree, come è stato fatto all’inizio della rivoluzione con il Piano Bolivar 2000, quando la necessità di superare la povertà è stata affrontata senza disporre di risorse anche perché all’epoca PDVSA non era ancora stata nazionalizzata? Torniamo all’unità civico-militare proposta dal Comandante Chávez e sradichiamo gli abusi e la corruzione all’interno della FANB.

Correggiamoci, torniamo sulla strada indicata da Chávez, perché la gente resiste e questo si aspetta.

La dirigenza, almeno la parte ragionevole che ancora resta, deve scendere per le strade, incontrando i bambini che deambulano per Sabana Grande, o in qualche altro angolo del paese, parlare con le donne che bloccano le strade perché manca il gas, guardarle in faccia, impegnarsi e non voltare le spalle a quella speranza che vive ancora negli occhi della gente… scuotersi e agire, come fece Chávez. Farlo con urgenza, senza indugio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

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